(*) 220.634 scudi d'oro, come ha precisato il Morigia.

(1) ETTORE VERGA, Storia della vita milanese, s. d., Moneta ed.

(2) ETTORE VERGA, Op. cit.

(3) CARLO BORROMEO, Notti vaticane.

(4) LUIGI ANFOSSO, Storia dell'archibugiata tirata al cardinale Carlo Borromeo (Ricerche condotte sotto la sapiente guida di mons. Achille Ratti, futuro papa Pio XI, intorno al 1907).

(5) GIO BATTA POSSEVINO, Discorsi della vita et attioni di Carlo Borromeo, 1591, p.147.

(6) Né si può dubitare di una frase tratta dall'autentico epistolario borromaico e ricordata con entusiastico grido il 12 marzo 1984, ai plaudenti devoti che gremivano il Piccolo Teatro di Milano, dallo storico Marcocchi, altro cattolico di adamantina fede. Il quale, in una delle conferenze collegiali preannunciate dai maggiori quotidiani nell'arco delle grandiose manifestazioni per il quarto centenario della morte del Borromeo, faceva eco allo zelo senza limiti scandito dal democristiano Guazzetti, presidente della Regione, all'archibugiata del Donato e ai processi alle streghe, appena accennati di sfuggita nel profluvio di elogi del sindaco Tognoli, e alle lodi di tono più moderato del giornalista Barbiellini-Amidei, che come gli altri sottolineava la modernità, l'attualità del personaggio fatto oggetto delle loro solenni orazioni.

(7) Nel 1982, dopo una conferenza a Laveno, Giovanni Pozzi mi scrisse: "…dopo il suo intervento sul Farina, preso da curiosità ho spulciato i miei appunti e ne ho ricavato che effettivamente i Donati compaiono nei primi documenti conservati a Gemonio; documenti non molto vecchi ma che comunque partono sempre dal 1631". La lettera precisa poi che anche nel "catasto cosiddetto teresiano ci sono vari Donato o Donati", e che nell'Ottocento "un G.B. Donato fu per alcuni anni segretario comunale di Gemonio prima di essere licenziato a causa del suo carattere irascibile", concludendo con la constatazione che "dal 1600 al 1900 compaiono sempre a Gemonio dei Donati, famiglia anche importante". Il che collima col Nemo ex eis…pronunciato dal Senato milanese. Non mi sembra infine un indizio del tutto trascurabile quel licenziamento motivato da focoso carattere, per l'accertata ereditarietà dei fattori psichici non meno di quelli somatici. E il Farina fu il solo su 170 (a così esiguo numero erano stati ridotti gli Umiliati nel 1569) che ardì immolarsi offrendosi come unico esecutore del rischiosissimo attentato, che poi altri tre monaci - senza sua colpa - dovettero pagare insieme a lui con la vita. Una pubblicazione collegiale fa nascere il Donato in un altro luogo della campagna lombarda; ma già nel 1913 l'Anfosso è costretto a non tenerne conto e contentarsi di un generico milanese (senza indicazione di contrada e parrocchia), quando allora tutti indistintamente, dalla Alpi all'Alessandrino, nel Ducato avevano diritto a tale qualifica. E lo ricava dalla Relatione del fatto successo dell'archibugiata (Ambros. B.S. VII, 10, inserto 7), un calunnioso libello che non si cura affatto di stabilire l'origine o altro dell'attentatore, ma solo d'infangarlo come delinquente, scellerato, ladro, licenzioso, godereccio, ecc. per privare d'elevatezza il suo gesto e giustificare il supplizio inflitto agli Umiliati dal tribunale ecclesiastico dopo averli, vacillando essi ne gli esami, horridamente tormentati. Del resto, come afferma Leonida Besozzi ne Le case degli Umiliati nell'Alto Seprio (Riv. Soc. Storica Varesina, XVI, 1983) "non molto l'Anfosso seppe trovare sulla figura dell'attentatore oltre quanto già fosse noto". Da sempre è invece arcinoto il soggiorno del Donato a Mombello, per antica tradizione orale mai smentita dagli storici e ribadita dall'oblato arciprete Francesco Bombognini nell' Antiquario della diocesi di Milano, che nel Settecento, il secolo della precisione analitica, del metodo e della profondità psicologica, vide non poche fortunate edizioni. [···] L'oblato poteva accedere agli archivi ecclesiastici e rovistare tra più documenti di quanti si mostrino adesso agli studiosi, previa selezione per sottrarre quanto ritenuto pericoloso. E avrà forse sfogliato anche il processo autentico agli Umiliati, che ora l'ispirata prudenza del potere teocratico tiene fuori portata; ché l'incartamento ha da gran tempo preso la via del Vaticano, nella cui biblioteca segreta, in compagnia d'altri scabrosi scritti, dorme chiuso a doppia mandata. Sono stati fatti sparire sia gli atti originali sia le molte copie che ne furono tratte, e nemmeno al magistrato Anfosso, raccomandato da mons. Achille Ratti (futuro Pio XI), fu mai permesso di ficcarvi il naso.

(8) Deposizione di Carlo Borromeo, sabato, 23 gennaio 1570 (Ambros., F 43 Inf., f.145). 

(9) Lettera da Madrid dell'arcivescovo di Rossano (Ambros., F 42 Inf., f.226).

(10) Relatione del fatto ecc., Op. cit.

(11) ETTORE VERGA, Op. cit.

(12) Editto di Carlo V, da Milano, 22 dic. 1560: "…sicché [i canonici] protetti dall'ombra dell'aquila imperiale… in tutela nostra e del Sacro Impero… salvi e sicuri e immuni siano da qualsiasi gravame…".

(13) Fratello di Pio IV, di cui nemmeno il bigotto Cantù riesce a nascondere la ferocia. 

(14) BALDASSARE OLTROCCHI, De vita et rebus Sancti Caroli, Milano 1751 (Bibl. Brera, I.I. V 18 4212).

(15) ETTORE VERGA, Op. cit.

(16) CARLO BORROMEO, Lettera del 22 dic. 1569 (Ms. Ambros. F. 43 Inf., n.268).

(17) MARCO FORMENTINI, Libello famoso contro la città di Milano (Arch. S. L. 1868, p. 19).
Ettore Verga, op. cit.

(18) PARAZZOZZERO, Libro di memorie, Domenica, 11 sett. 1560 (Bibl. Trivulziana, Milano, n.1645)

(19) CARLO BORROMEO, Epist. apud Oltrocchi: Notae ad Vitam Sancti Caroli, lib. VII c. 4.

(20) GIUSEPPE RIPAMONTI, Historia mediolanensis, dec. IV. lib. V, p .300; Oltrocchi, Notae ad Vitam Sancti Caroli, pp. 684-94.

(21) Si noti per es. il moderno preziosi invece di pretiosi, secondo lo stile anche del grande senese Bernardino Ochino. 

(22) "Relatione del fatto successo…" Op. cit.

(
23) POSSEVINO, Discorso della vita et attioni di Carlo Borromeo (Bibl. Brera, K.K.I., &, 4562).

(24) Ancora il 24 febbraio del corrente 1984 Giovanni Paolo II ha ribadito a seimila alunni nella basilica di S. Pietro e ad ottomila persone nell'aula delle udienze "Paolo VI", che "quando il confessore alza la mano benedicente e pronuncia le parole dell'assoluzione, egli agisce in persona Christi (nella persona di Cristo)".

(25) Al ferocissimo zio Medeghino san Carlo era particolarmente affezionato e devoto, tanto da fargli erigere nel duomo di Milano, sul lato sinistro presso l'altare maggiore, una grossa statua anacronisticamente paludata da antico romano.

(26) CESARE CANTU', Li eretici d'Italia, vol. II, p. 237. 

(27) Ibid., p. 237.

(28) Ibid., p. 291. Come san Carlo, rigido con gli altri fino al punto di proibire ai curati di convivere con qualsiasi donna (compresa la madre), anche lo storico Cantù vede ovunque il marcio, specialmente dove non c'è, e ignora con generosa indulgenza i lati negativi dei grossi ecclesiastici, asserendo che la verità storica non può essere autentica senza previa censura vaticanesca (ib.. D. XXXI). E ci dà questo esempio d'obbedienza, lui di solito assai pletorico, falsificando e liquidando in due righe avvenimenti che destano (ma lo fa proprio per spegnerla) la curiosità universale: "I frati Umiliati, arricchitisi con le manifatture della lana… onde quelle rendite di 25.000 zecchini… fornite di schifosa depravazione. Carlo volle ridurli a disciplina, ma un di essi gli sparò una fucilata; di che il papa prese ragione per abolire l'Ordine".

(29) Con ogni probabilità a questo si riferiva mons. Biffi (poi cardinale) nella citata esaltazione del Borromeo del 26 marzo 1884, quando accennò alle "premurose visite del Santo ai carcerati". 

(30) LUIGI ANFOSSO, op. cit., p.135. Non è precisato il giorno del pasto consumato col, ma data la prossimità del carcere al palazzo, la sola variante non è applicabile che alla scelta del cibo di regola ingurgitato (i pretesi digiuni erano pranzi più sobri a scadenza fissa consigliati dai medici) dal robustissimo Santo. Che in effetti era ossessionato dalla preoccupazione della propria salute fisica. Anche sul suo sbandierato ardimento durante la peste del 1576 (un'epidemia influenzale artatamente gonfiata ad usum Delphini, da non confondersi con la micidiale "manzoniana" del 1629-30) sarebbe il caso di riaprire il discorso. Basti dire che l'uomo di Dio al primo sintomo di raffreddore, senza febbre, si cacciava sotto le coltri e vi rimaneva più giorni, curato da tutti i medici che abitualmente si teneva alle costole (cfr: lettera di suo pugno del 9 aprile 1572 al vescovo di Verona).

(31) Lettera spedita lo stesso giorno del supplizio dall'ambasciatore Tomaso Zerbinato al duca di Ferrara.

(32) Le parole dl Donato sono così assurdo da non meritare la minima credibilità. Tuttavia, questo passo, tra i tanti microscopicamente calunniosi del curiale libello, può contenere qualcosa di vero. Forse egli realmente gridò o farfugliò qualche smozzicata frase in quel senso: troppi esempi abbiamo avuto anche dopo l'ultimo conflitto mondiale (processi di Praga, di Budapest, ecc.), d'imputati che scagliavano violente accuse contro se stessi. Senza bisogno di ulteriori torture, per far pronunciare al malconcio Umiliato un grottesco discorso autodiffamatorio, bastava la minaccia d'infierire, in caso di rifiuto sui suoi parenti e confratelli.

(33) FILIPPO BESTA: Originale della sua memoria presso la Bibl: Trivulziana di Milano, che onora attualmente il suo nome con una via a lui dedicata nel triangolo Comasina-Affori-Bruzzano.

(34) Mentre i resti dei dubbiosi e dei dissidenti venivano gettati ai cani, e quelli degli attori (sempre odiati dal clero per la loro intelligenza) nella fossa comune destinata agli animali, i cadaveri dei quattro Umiliati non essendo di condannati per eresia, non potevano essere esclusi dai cimiteri. Guerre e rivoluzioni non sono comunque riuscite ad estinguere del tutto una viscerale ostilità che non manca di rispuntare ovunque può valersi del dispotismo: è di ieri, p. es., la notizia che l'unico sindacato legale soppresso in Polonia è quello degli attori, per contributo dello zelo filogovernativo e delle pubbliche rampogne del primate cardinale Glemp (L'Espresso, n. 14, 8 aprile 1994).

(35) La sentenza, indubbiamente suggerita da san Carlo a san Pio V, fu emessa dal pontefice per bocca dello Scarampo, vescovo di Lodi, delegato a rappresentarlo nel tribunale ecclesiastico. È citata nella lettera che questi inviò al Borromeo (card. Alessandrino) il 30 luglio1570 con l'aggiunta che "il Nassino si è condannato per anni otto alla gallera" (Ms. Ambros. F 85 Inf., c. 2). Prima di essere squartato dal tiro di quattro cavalli, il condannato, legato ai polsi e disteso a terra nudo, doveva subire una lunga operazione del boia, che con un coltello gli praticava sul corpo tante piccole incisioni per disegnare le parti in cui sarebbe stato diviso.

(36) Anche l'atroce san Pio V (l'ex frate inquisitore Michele Ghislieri) fece il beau geste, coi beni rapinati agli Umiliati, d'istituire un collegio pavese. 

(37) È ancora comune convinzione che san Carlo per tale donazione (come per il lascito post mortem all'Ospedale maggiore di Milano allora d'obbligo per tutte le famiglie abbienti) avesse sacrificato sue proprietà e danaro attinto dagli aviti forzieri.

(38) Corriere della Sera, 10 maggio 1984. Il servizio, su cinque colonne, è intitolato: I segreti di S. Carlo escono dal Castello.

(39) È uno dei molteplici artifici usati dall'infame Relatione per trasformare, peraltro in modo assai maldestro, in individuo meschino ed abietto un purissimo eroe nobilmente votato alla morte. 

(40) Metro cubo di letame.

(41) Lettera di Leopardi al De Sinners (22 dic. 1836): "La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali qui e in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto". E davvero continueranno a potere tutto finché una relazione illuminante come quella Loumanousky non sarà, d'obbligo, fatta conoscere nelle scuole d'ogni genere e grado, in quest'Italia oggi purtroppo ancora vilmente confessionale.

(42) EUCARDIO MOMIGLIANO, Federico II di Svevia, Mondatori, 1848, p. 84.

(43) Ibid., p. 132-133, trad. da Regesta Gregorii, IX, Oct., 1236.

(44) Ibid., p. 138, da Huillard-Bréholles, V, 282. 

(45) Durante una salameleccosa visita ufficiale a Giovanni Paolo II in Vaticano, sotto il busto marmoreo dello smargiassone Leone XIII sono deferentemente sfilati i 'liberi pensatori' Pertini, presidente della Repubblica, il capo del governo italiano Craxi e il loro intero seguito di ministri e funzionari. Pertini, sedicente "amico per la pelle" di Woitjla, si è addirittura soffermato sotto la commovente effigie declamando un elogio all'indirizzo di quel "grande papa" ottocentesco.

(46) Dal 1966 camuffato da Paolo VI sotto la nuova denominazione di Congregazione per la difesa della fede, ma in pratica ancora da tutti, anche dai mezzi d'informazione ufficiale, detto sempre Sant'Uffizio.

(47) Imputato di truffa aggravata per aver fulmineamente risucchiato fino all'ultima lira le tasche degli oltre 300.000 azionisti del Banco Ambrosiano, nel 1982 il vescovo Marcinkus sbatte sul muso agl'inquirenti inviati dal democristiano ministro Andreatta, il pesante portone di bronzo arrogandosi un diritto all'impunità che nemmeno il servile concordato contempla per i reati consumati in Italia. E il nostro pio governo rincula sveltamente con la coda tra le gambe. L'anno dopo il corpulento prelato si esibisce con una danza provocatoria davanti all'esterrefatto primo ministro (il socialista Craxi) in visita ufficiale al pontefice. Nuovamente citato a discolparsi, nel 1984 Marcinkus deride e sfida arrogantemente l'opinione pubblica annunciando ai giornalisti che, dato che non si smetteva di accusarlo, si sentiva ormai "prossimo a perdere la cristiana virtù della pazienza". E il governo, prono e strisciante, di nuovo rincula. Nel 2002, sotto il sedicente 'liberale' Berlusconi, esce un film sul Banco Ambrosiano, I banchieri di Dio, da ben pochi visto perché subito sequestrato. È probabile che il Vaticano abbia versato una forte somma per farlo sparire, come a suon di banconote razziò da tutte le librerie, specialmente in Papalia (ex Italia), Le chiavi di san Pietro, opera del noto scrittore francese Peyrefitte, compagno di Paolo VI in particolarmente sollazzevoli trascorsi giovanili. Non possono infatti aver molto gradito i sacri gangster che il film rievocasse la vecchia segretaria dell'Ambrosiano fatta volare dal quarto piano, Calvi strangolato da cattolicissimi mafiosi sotto il ponte dei Black Friers (i frati domenicani dal nero cappuccio del vicino convento, e non i fratelli massoni, come si vuol far credere!), e l'incontro Carboni-Marcinkus in Vaticano, durante il quale l'anziano funzionario del Banco, indignatosi per l'alto prelato sventolante a pro delle sanguisughe società fantasma un foglio di man leva estorto a Calvi, prorompe con queste parole: "Ma allora siete proprio un'associazione a delinquere!". 

(48) Galileo Galilei, 350 anni di storia, a cura del presidente del Pontificio consiglio per la cultura Poupard, ed. Marietti, 1984. Siglato in chiusura da Giovanni Paolo II, ospita le chimeriche elucubrazioni del 'grande scienziato' Zichichi che plaude il papa che condannò alla segregazione perpetua Galileo, invita i colleghi a piegare la groppa ("…Galileo, uomo di fede, si è piegato davanti alla Chiesa, che ha pure piegato Giovanna d'Arco al rogo e l'ha in seguito canonizzata"), e propone di collocarlo sugli altari "perché si è chinato davanti alla Chiesa: un grande atto di umiltà che potrebbe anche oggi, essere chiesto ad un grande scienziato cattolico troppo avanti nel tempo con le sue scoperte" (pagg. 254-55). Alla costruzione della bomba atomica però la Santa Chiesa non si è affatto opposta. Per trattenere più rigidamente le pecorelle nei ceppi della credulità e più agevolmente tosarle, ha invece lottato con indomabile ardore contro la dissezione anatomica (base del progresso medico), contro il gas illuminante, il telegrafo, le strade ferrate. L'invito zichichico a versare il cervello all'ammasso cattolico e a far di Galileo un pilastro della Chiesa, è una decisa presa in giro di una ciurma disposta ad ingoiare tutto, compresa la negazione dei tormenti fisici inflittigli appoggiata al sofisma che egli, sottoposto a rigoroso esamine, rispondeva catolice. Come se fosse stato facile per il grande vecchio, abbacinato e appeso alla carrucola, deludere le aspettative dei reverendi boia! Ma l'eminente fisico Zichichi non è tenuto a sapere che rigoroso esamine (esame) era sempre, nel procedimento inquisitorio del Sant'Uffizio, l'indiscusso sinonimo di tortura sciolta da qualsiasi freno, portata spesso fino alla storpiatura permanente e all'accecamento. 

(49) Dal greco laicòs: plebeo, inferiore. 

(50) Persino la rossa Unità (ediz. Per la Lombardia, 20 nov. 1983), da tempo ormai catto-comunistizzata, si scaglia con veemenza contro gli Umiliati, che a suo dire "di umile avevano soltanto il nome" e addita nel Ricchissimo (il Borromeo, l'uomo più abbiente del Ducato) un modello per gli attuali uomini di comando.

(51) FAMIGLIA CRISTIANA, n° 17 (22 apr. 1984), San Carlo, il grande riformatore che toccò il cuore della gente.

(52) Far convergere l'attenzione del lettore sui fantasiosi prestiti (sottinteso ad usura), che in effetti gli Umiliati non praticavano affatto, serviva ottimamente a diffondere un clima di bassezza e di sordidezza intorno alle loro figure. Il bue dava del cornuto all'asino, perché la realtà era ben diversa, e se alcuni potevano davvero vantare enormi ricchezze accumulate con l'usura, questi erano proprio e unicamente i Borromei.

(53) PIETRO BERLA, S. Carlo Borromeo e il Ticino, U.PC.T., (NIHIL OBSTAT: canonicus P. D'Alessandri, censor. IMPRIMATUR: Angelus Eppus.) Lugano 1938. Dice don Berla che il Borromeo andò in Svizzera a ripulire le terre che "confinavano con la Valle del Reno, luogo allora già infetto d'eresia protestante. Inoltre vi abitavano alcuni arrabbiati apostati ed eretici, i quali facevano scuola continua di ribellione alla Chiesa. Scarso il numero dei sacerdoti e taluni di essi tutt'altro che di buon esempio. S'aggiunga lo scandaloso commercio col demonio, esercitato dalle cosiddette streghe. San Carlo coll'aiuto dei predicatori che ha con sé riesce in breve a compiere un apostolato copiosissimo di frutti di salute e di benedizione. Contro i rei di scandali e di disordini istituisce processi con l'aiuto di mons. Borsato…Così a Rovereto per debito di coscienza dovette occuparsi del caso di più di cento persone, accusate di abominevole commercio col diavolo con uccisioni di animali, di uomini e massime di bambini. …Le undici streghe, abbandonate al braccio secolare, furono da questo mandate al rogo".

(54) PIETRO BERLA, Op. cit.

(55) JOANNES, Vita e tempi di Carlo Borromeo, Comunia, nov. 1985.

(56) Agente del Borromeo.

(57) L'opuscolo edito nel 1984 sotto il titolo portava una fascetta con la scritta: Purtroppo fallì il colpo e gli orrori borromaici continuarono.

(58) JOANNES, Op. cit., pp. 224-25.

(59) MATTEO, 23,9: Non chiamate nessuno padre, perché uno è il padre vostro, che è nei cieli.

(60) JOANNES, Op. cit., p. 358.

(61) Ibid., p.303. 

(62) Ibid., pp. 5-6.

(63) Ibid., pp. 71-72-137-141-151-176.

(64) Ibid., p. 138. 

(65) Ibid., p.132.

(66) BULLARIUM CAROLI COCQUELINES, tom. IV, parte II, p. 284, Roma 1745.

(67) ARCHIVIO STORICO LOMBARDO, anno VI, fasc. IV, Tribunale dell'Inquisizione in Mantova, pp. 773-774-775-776-788.

(68) RUB. P. I. 9. Breve originale di Pio V, 31 maggio 1567.

(69) ARCHIVIO STORICO LOMBARDO, cit., documento n.° 4.

(70) Ibid.

(71) Ibid., documento n° 6.

(72) L'OSSERVATORE ROMANO, Agnes, 15 gennaio 1985.

(73) San Pio V, l'ex malvagissimo frate inquisitore Michele Ghislieri di Bosco Marengo, durante la spietata carriera che lo elevò al soglio pontificio, a Como e Bergamo era riuscito a stento a fuggire, malconcio per le sassate, alla furibonda reazione della folla. Oltre che Santo Padre, egli è il primo Bianco Padre della storia della Chiesa, per essersi ostinato ad indossare sempre, anche dopo la sua elezione, il terroristico grembiule bianco di torturatore domenicano, invece del millenario purpureo manto pontificio. Ora l'insanguinata vestona bianca è spacciata come simbolo di purezza e castità. 

(74) ARCHIVIO STORICO LOMBARDO, cit., documento n° 5.

(75) Ibid., documento n° 6.

(76) Ibid.

(77) Ibid., documento n° 7.

(78) Ibid., documento n° 8.

(79) Ibid., documento n° 9.

(80) JOANNES, cit., p.153.

(81) Ibid., pp. 156-157.

(82) San Carlo fin dall'infanzia era appassionato violoncellista e non perdeva occasione di suonare arie e mottetti, specie del Palestrina, ma con risultati tanto cacofonici che nessuno dei suoi panegiristi, che di lui tutto magnificano, ha mai accennato a una sua ipotetica bravura.

(83) JOANNES, Op. cit., pp. 84-85

(84) ARCHIVIO STORICO LOMBARDO, Op. cit., documento n° 10.

(85) JOANNES, Op. cit., p. 137.

(86) ARCHIVIO STORICO LOMBARDO, Op. cit., documento n° 12

(87) Ibid., Sul sambenito, la mantellina detta pure abitello fatta indossare ai condannati ad essere arsi, erano dipinti sia davanti che sul dorso diavoli e fiamme.

(88) I processi inquisitoriali in realtà erano spesso, specialmente quelli condotti dal Borromeo, brevissimi, esauriti in poche ore. In questo caso bastò un giorno solo all'accusa (contro una difesa inesistente) alla condanna di dieci persone.

(89) ARCHIVIO STORICO LOMBARDO, Op. cit., ibid.

(90) Ibid.

(91) JOANNES, Op. cit., p. 89.

(92) Ibid., p.95.

(93) Ibid.

(94) Ibid., p.89.

(95) Ibid.

(96) Ibid., p.111.

(97) Ibid., p. 137.

(98) Ibid., p.111

(99) SUPRA GREGEM DOMINICUM, Bolla di Pio V (Bullarium romanum, ed. Cocquelines, III, 
II, p.281).

(100) JOANNES, Op. cit., p. 147. 
.
(101) PRECETTI DI S. CARLO. L'influenza inquisitoriale e politica del Santo s'irradiava ben oltre la sua giurisdizione ufficiale. Trovò qualche resistenza a Venezia, ma colse altrove molti allori, come a Lucca, dove costrinse il senato ad emanare una legge che "proibiva ai mercanti il soggiorno nei paesi infetti d'eresia; imponeva ai locandieri la denunzia delle persone da loro alloggiate, se non parevano loro abbastanza cattoliche; proibiva ai non cattolici di fermarsi nel territorio dello Stato, col premio di trecento scudi d'oro e della liberazione di un bandito a chi, trovandoli li ammazzasse" (Cino di Villaflora, Vita di san Carlo Borromeo secondo la verità storica, Civelli, Milano, 1885, p. 14; vedi anche Raynald, cit. da Cesare Cantù, Storia degli italiani, cp. CLXV).

(102) CARLO BORROMEO IL SANTO DEL VERBANO, A.V. / Frigerio e Pisoni, ed. Alberti, Intra 1984, p. 324.

(103) Ibid. 

(104) Da non confondersi col grande flagello del 1629-30 che fa da sfondo al romanzo del Manzoni. La cosiddetta peste di san Carlo, un'epidemia piuttosto blanda che colpiva quasi solo le persone molto anziane o fortemente debilitate dalla fame e dagli stenti, venne immediatamente strumentalizzata dallo stesso Borromeo (e lo è tuttora dallo strombazzante clero) per far conoscere al mondo il proprio eccezionale eroismo. In realtà, l'esterminio fu tanto horribile, che dopo i circa due anni in cui imperversò la popolazione di Milano invece di diminuire come nel 1630 (quando soccombette il cinquanta per cento dei cittadini), si ritrovò addirittura snotevolmente accresciuta.

(105) JOANNES, Op. cit., p. 218. 

(106) A.S.Mi, Autografi, cart. 153: Milano, 16 agosto 1622. L'inquisitore di Milano, frate Abbondio Lambertenghi, ed il vicario arcivescovile mons. Mario Antonino, giudici delegati dell'Arcivescovo di Milano, Federico Borromeo, emanano, "in odio del prete Giuseppe Ripamonti" la sentenza di condanna a tre anni di carcere ed altre pene minori. Tra i reati: avere manipolato, dopo la revisione ecclesiastica, la sua STORIA DELLA CHIESA MILANESE; "avere negato con Seneca l'immortalità dell'anima"; "non avere creduto la canonizzazione di san Carlo, e degli altri Santi, l'esistenza de' demoni, e per fino quella di Dio"; "avere conversato col poeta Francesco Elli, e con altre persone state inquisite dal S. Officio"; "aver letto libri proibiti"; "aver dato indizi d'insubordinazione, e prove d'inadempimento ai suoi doveri sia come cristiano sia come sacerdote" e "avere persino prevaricato di sodomia".

(107) CARLO BORROMEO IL SANTO DEL VERBANO, Op. cit., Frigerio e Pisoni: Epidemia del 1576, da p. 163.

(108) JOANNES, Op. cit., p. 126.

(109) Ibid., p. 167.

(110) Ibid., pp. 306-307.

(111) Ibid.

(112) Ibid.

(113) Ibid.

(114) Ibid.

(115) Ibid.

(116) Ibid.

(117) Ibid.

(118) Ibid.