CRONOLOGIA
( vai alla Storia dell'attentato a s. Carlo)

1538,
2 ottobre. Nasce Carlo Borromeo. Nella bolla di canonizzazione del 1610 Paolo V,
il papa che fece orrendo scempio del Colosseo asportandone ben 12.000 carra di
marmi, rivelerà al mondo il famoso "miracolo della luce",
con il quale "il Signore preannunciò lo splendore dell'eccelsa santità"
di Carlo: un raggio luminosissimo che, squarciate le tenebre della notte e
trapassate le spesse mura della fortezza d'Arona, investì alla presenza di
molti testimoni l'intera figura del neonato.
1559,
25 dicembre. Giovanni Medego, o Medici (senza relazioni di parentela con
l'omonima famiglia fiorentina), zio materno di Carlo e fratello del famigerato
Medeghino, della cui banda di feroci grassatori aveva curato la contabilità e
la spartizione del bottino, viene eletto al soglio col nome di Pio IV. I
Borromei, che da anni versano in precarie condizioni (non riescono a racimolare
400 ducati dovuti al fisco), vedono finalmente spalancarsi la via della
ricchezza.
1560,
3 gennaio. Carlo, da poco faticosamente laureatosi a Pavia in utroque jure,
parte a razzo per la corte papale dopo aver brigato qualche giorno per
procurarsi a prestito un abito decente. Da Lodi invia una lettera urgentissima
al cugino Guido, già piazzatosi a Roma: "Vogliate subito far dipingere
tutte le arme Borromee distintamente, cioè il morso, l'umiltà, l'unicorno, il
camelo et l'arma Vitaliana et Borromea […] et che siano ben fatte".
Arresta la sua precipitosa galoppata a Bologna giusto il tempo di rastrellare, a
spese dei bramosi d'ingraziarsi per mezzo suo il Papa, una quantità di doni e
per abbuffarsi di "confetti, vini et altre cose". Ingurgita
quindi un centinaio di "ostriche belle fresche" e un numero
imprecisato delle "più belle olive del mondo". Non appena
giunto in Vaticano Carlo è nominato cardinale dallo zio Papa, e gratificato di
grossi beneficî e prebende (abbazie e mense vescovili) che gli fruttano un
enorme reddito.
1560,
15 febbraio. Istigato e minacciato dal Papa, di cui Carlo diventa subito il
cattivo genio e l'alter ego con pieni poteri in tutti gli affari ecclesiastici,
Emanuele Filiberto duca di Savoja con un editto commina la galera a vita agli
evangelici (specie ai Valdesi molto numerosi in Piemonte) che rifiutino di
sottomettersi alla Chiesa cattolica. E rinforza, nel suo esercito, i reparti di
birri e soldati messi a completa disposizione degli inquisitori ecclesiastici.
1560,
31 ottobre. Emanuele Filiberto, fallite le persecuzioni inquisitoriali associate
alle predicazioni del gesuita Antonio Possevino nella riformata Val Pellice,
annuncia con un decreto ducale che le terre dei Valdesi "sarebbero state
messe a ferro e fuoco". Nelle prime scaramucce le sue truppe, sotto il
comando del conte Trinità, hanno la meglio.
1560,
29 novembre. Per soffocare ogni libertà religiosa e civile dei protestanti Pio
IV riapre il famigerato Concilio di Trento, nel quale si fa rappresentare con
frequenti ispezioni dal nipote prediletto Carlo.
1561,
gennaio. Contrattacco dei Valdesi con l'appoggio dei correligionari del Val
Chisone, allora sotto giurisdizione francese.
1561,
febbraio-marzo. Il conte Trinità risale le valli riformate con tremila uomini e
quattro cannoni. I Valdesi resistono con la guerriglia decimando gli assalitori.
Poiché l'impresa è "un poco faticosa et difficile", il Trinità
consiglia al duca di Savoja il ricorso alla tattica della terra bruciata: "…io
sarei di opinione di tagliargli le viti et abbruciargli li albori de castagne
che sono il suo sostento et ruinargli il paese". Ma Emanuele Filiberto,
beneficamente influenzato dalla moglie di sentimenti antipapisti, e anche per
non irritare il re di Francia propenso alla tolleranza verso gli Ugonotti,
preferisce addivenire a un compromesso: libertà di culto ad entrambe le
religioni (valdese e cattolica) entro le valli, e solo libertà di coscienza per
i Valdesi fuori di esse.
1561,
maggio-giugno. A consolare zio e nipote della delusione piemontese, il governo
spagnolo di Napoli accetta di mettere a loro completa disposizione le sue truppe
per "castigare" i Valdesi emigrati e rifugiati in Calabria. La
Santa Sede esulta, gli inquisitori al servizio del cardinale Ghislieri (il
futuro san Pio V) bandiscono la santa crociata, e la canea papista assalta e
distrugge interamente i paesi di S. Sisto e Guardia Piemontese. I prigionieri
sono tutti sterminati: migliaia di persone finiscono arse vive o a marcire nelle
fosse di Cosenza. Alcune, le più fortunate, sono vendute schiave ai mori. Anche
gli abitanti di Montalto Uffugo non hanno scampo. Agghiacciante l'episodio
tramandato da un testimone oculare, tanto attendibile che il Cantù, uno degli
'storici' più aggiogati ai preti, non solo non lo contesta, ma ad atroce sfida
contro gli anticlericali lo descrive spudoratamente in dettaglio: l'11 giugno,
sul sagrato della chiesa parrocchiale un pio cattolico, con un grembiule da
macellaio stretto attorno alla vita e coi piedi in un lago di sangue, impugnando
un coltellaccio sega con calma la gola ad 88 Valdesi, intere famiglie con figli
anche in tenera età.
1561,
5 giugno. Stipula nel borgo di Cavour del patto che mette fine alla carneficina
dei Valdesi. La notizia della pace nelle terre sotto il dominio sabaudo fa
levare in Vaticano violente rimostranze. Carlo Borromeo scrive al nunzio in
Piemonte che "l'accordo è in tutto contrario a l'opinione che Nostra
Santità teneva di Sua Altezza [Emanuele Filiberto] et al desiderio di
veder estirpate le eresie et puniti severamente li ostinati in esse".
Da allora il Duca è sottoposto ad un incessante martellamento di pressioni, di
rimproveri e di minacce da parte del clero, che non gli perdona di non voler più
spargere sangue evangelico. Ma lui resiste e tiene fede al patto coi Valdesi,
primo esempio di editto di tolleranza nella storia europea. Il Papa e san Carlo,
di fronte alla pertinace 'disobbedienza' del Duca vanno letteralmente in bestia.
Lo circondano di spie e meditano di molestarlo anche nell'intimità della vita
familiare.
1562,
10 febbraio. Lettera di san Carlo al nunzio con l'ordine che Emanuele Filiberto
prenda immediati provvedimenti contro "alcuni uomini et donne",
che vivono "lutheranamente in corte di Madama", la
duchessa Margherita, la quale non nasconde la sua simpatia per i riformati.
1562,
agosto.Lettera di Emanuele Filiberto a Pio IV per scusarsi umilmente del mancato
sterminio. Adduce a propria discolpa le scarse forze del Ducato in rapporto a
quelle della vicina Francia, il cui Re tuttavia non riesce a sopraffare del
tutto gli ugonotti: "…che potrò io fare così debole come sono?
[…] certo io non so".
1563,
4 dicembre. Chiusura del concilio di Trento.
1564,
7 dicembre. Carlo Borromeo s'infuria, in una lettera al Ponziglione, per
l'inerzia e il ritardo del duca di Savoja nella distruzione fisica degli
eretici.
1565.
Il Santo sfoga la sua rabbia per le tergiversazioni di Emanuele Filiberto
emanando durissime disposizioni contro le religiose (si vanterà poi di non aver
mai rivolto, in tutta la sua vita, la parola a una donna), obbligandole alla più
spietata clausura. Tra l'altro, fa applicare nei parlatorî le famose grate di
ferro, con l'aggiunta di una lamiera trapunta di piccoli fori e di un velo nero
per impedire la vista peccaminosa di visi maschili.
1565.
Col titolo di Protettore degli umiliati, il Santo dà i primi ordini per
defraudarli totalmente dei loro beni, e fa mandare soldati spagnoli a sloggiarli
dalla Brera, la loro casa madre di Milano.
1565,
10 giugno. Sotto le furibonde sferzate del Vaticano, il Savoja con un editto
ordina ai riformati dimoranti fuori delle valli valdesi di abiurare o uscire
dallo Stato, pena la morte e la confisca dei beni.
1565,
1° settembre. Scortato da cento cavalieri e accompagnato da settanta carri
stracolmi di mobilia, argenteria e tesori d'ogni genere, il Borromeo parte da
Roma per prendere possesso, come Legato pontificio a latere,
dell'arcidiocesi di Milano. Ma la giurisdizione del Cardinal nepote si
estende ben oltre la Lombardia, comprendendo la Svizzera cattolica (anche
transalpina) e le terre di Novara, Vercelli, Acqui, Asti, Alba, Savona e
Ventimiglia. Il suo potere è comunque ancor più vasto, essendo Carlo in
sostanza Vicepapa grazie al titolo di Vicarius spiritualis per tutta
l'Italia.
1566:
Morto Pio IV e succedutogli l'atroce Inquisitore Generale della Chiesa Michele
Gihislieri (un frate domenicano poi fatto santo) col nome di Pio V, il Borromeo,
che tanto aveva caldeggiato in conclave la sua elezione, può continuare a
contare sull'incondizionato appoggio papale nell'esternare tutta la sua ferocia.
E presto il Senato di Milano invierà una lettera di protesta a Roma per le
inaudite violenze e vessazioni compiute dal Cardinale. Ma il Papa se la ride e
nemmeno lo degna di risposta. Di ciò Carlo ne approfitta per moltiplicare le
sue soperchierie.
1567.
Il Senato intima al bargello arcivescovile, soprannominato il Mettimano, e ai
suoi sgherri di non più eseguire catture di laici. Il Santo non solo non
desiste dalla sua criminosa aggressività, ma sfida il Senato citando dinanzi al
suo tribunale il Capitano di giustizia, latore dell'intimazione, come sacrilego
violatore della libertà ecclesiastica. Constatato che Pio V appoggia senza
riserve il Cardinale, il Senato impaurito china la testa, e Carlo può
continuare ad accanirsi sfrenatamente soprattutto contro i pubblici peccatori,
come i concubini e le adultere. Il Senato ardisce avanzare una nuova protesta,
ma s'acquieta quando Carlo fa correr la voce che l'ordine dell'ultimo arresto è
stato impartito dallo stesso Papa.
1567,
giugno. Sempre più infierendo nella persecuzione degli Umiliati, il Santo
proibisce ai massari e ai coloni di pagar loro i fitti annui ordinando di
trattenerli a sua disposizione. Proprio per poter più facilmente rovinarli,
ridurli sul lastrico e impossessarsi di tutti i loro beni, si era fatto nominare
dallo zio-papa loro Protettore.
1567,
luglio. Il bargello arcivescovile incarcera un concubinario di Gallarate. Il
Senato questa volta trova il coraggio di reagire con energia: fa arrestare il
Mettimano e gli fa dare tre tratti di corda. Il Santo scomunica il Capitano di
giustizia e il pubblico notaio e minaccia degli stessi fulmini l'intero Senato.
Il quale torna a tremare quando interviene Pio V citandolo a discolparsi a Roma
e ordinando al governatore Albuquerque di riconoscere la supremazia del
Cardinale. Ma lo spagnolo si schiera col Senato e accusa Carlo dinnanzi al Re di
aver violato la regia giurisdizione. Mentre la controversia prosegue a Madrid,
dove il Re esplicitamente parteggia per l'alleato rappresentante del potere
ecclesiastico, il Borromeo si scatena nella Svizzera tedesca, ad Einsiedeln e
Lucerna in particolare.
1568.
Al ritorno del cardinale da Mantova, dove ha affrontato con i soliti mezzi i
casi di eresia, Pio V pubblica la tracotante bolla In coena Domini, che
viene letta in Duomo dal balbuziente Carlo il giorno di Pentecoste davanti al
governatore Albuquerque e al Senato, i quali ne riportano, a detta del Santo,
"malissima satisfatione". Essa infatti colpisce d'anatema
chiunque ardisca sottrarsi all'obbedienza del Papa, con le conseguenti
gravissime pene fisiche e morali.
1569,
25 agosto. Editto dell'Albuquerque a difesa della regia giurisdizione,
promulgato per far desistere il Borromeo dalla preannunciata spedizione punitiva
contro i canonici della Scala.
1569,
30 agosto. Marcia trionfale del Santo alla testa di una moltitudine di esaltati
fanatici. I canonici sfoderano le spade per intimorire la turba minacciosa e
vociante. Quanto al Borromeo, si limitano a sbatterlo fuori dalla chiesa, "urtandomi
- dirà poi all'Ormaneto - con una delle ante della porta".
Terrorizzato, il Santo scapperà fino all'Arcivescovado, da cui era partito
baldanzosamente. Il Papa scomunica solennemente l'Albuquerque in base alla bolla
In coena Domini.
1569,
26 ottobre. Gerolamo Donato tenta di giustiziare il Borromeo. L'atroce Santo
proclama più volte il suo cristiano perdono.
1570,
2 agosto. Dopo lunghi mesi di torture inflitte al Donato e ad altri tre
Umiliati, l'uomo di Dio li fa barbaramente uccidere in piazza S. Stefano. (Sarà
poi imitato a puntino dall'altro 'gran perdonatore' Woitjla, che farà
condannare all'ergastolo, in stretta segregazione, il suo attentatore,
beffandolo quindi dopo vent'anni, nel giubileo del 2.000, con una
strombazzatissima liberazione dalla cella romana, ma solo per spedirlo in
Turchia a scontare altri 34 anni di carcere.)
1572.
Il governatore Requesens, subentrato all'avvelenato Albuquerque, fa un ultimo
disperato tentativo d'impedire al Santo di far circolare i suoi birri con armi
proibite (alabarde e archibugi) ed arrestare i laici. Ma il Borromeo
s'incaponisce nelle sue prepotenze valendosi della protezione del re di Spagna e
del neoeletto Gregorio XIII, il nuovo papa anch'egli suo "grande amico".
Il Requesens ardisce accusarlo pubblicamente di falsa mansuetudine e di brama di
potere tirannico.
1573,
14 luglio. Il Santo scomunica il governatore. La moltitudine grassamente
superstiziosa rifiuta di prestare ubbidienza al Requesens e gli ambasciatori
stranieri rompono le relazioni con lui, che reagisce facendo circondare il
palazzo arcivescovile ed occupare la rocca d'Arona.
1573,
6 ottobre. Gregorio XIII e Carlo brigano presso la corte di Madrid per far
rimuovere dal governo di Milano il Requesens, che è assolto dalla scomunica
solo a patto che sia spedito a combattere gli eretici nelle Fiandre. Il suo
immediato allontanamento però non basta ad appagare il vendicativo Santo, e il
Requesens morirà poco dopo per ingestione del solito veleno propinato da mano
pretesca. Era stato tanto ingenuo da fidarsi della setta gesuitica, fino a
consentire d'essere attorniato da un tenebroso manipolo di seguaci della stessa,
fidando nel loro giuramento d'essergli amici, senza nemmeno sospettare il loro
legame a filo doppio col Borromeo.
1573.
Anche il nuovo governatore Ayamonte, per quanto cattolico, non sembra per nulla
disposto, dopo averlo visto all'opera, a credere ad alcuna delle celebrate virtù
del Cardinale.
1574-75.
San Carlo intensifica le sue "visite pastorali" scorrazzando un
po' dovunque, e "corregge i costumi", ossia impone multe,
estorce danaro, confisca beni, sottopone a tortura e manda al rogo una quantità
d'eretici e streghe.
1576,
Pestilenza nell'arcidiocesi. Attaccato con la pece al danaro, Il Santo si
rifiuta recisamente di partecipare alla colletta pubblica in soccorso dei
cinquantamila malati e denutriti, affluiti nella capitale dopo due anni di
gravissima carestia nel Ducato. "Non diè del suo" annota
mestamente nell'elenco degli offerenti il messo comunale. In compenso, il
Borromeo pretende di gestire, con gran clamore pubblicitario, tenendo poi quasi
tutto per sé, l'ingente somma raccolta (*).
Della quale poi solamente una minima parte egli utilizza nella
distribuzione di una rivoltante brodaglia che lo spilorcissimo Santo, parendogli
di eccedere in liberalità, fa del tutto interrompere dopo poche settimane.
Tuttavia, ha l'inestimabile merito - almeno a detta di papa Woitjla - di
organizzare ben tre pompose processioni che gli fruttano cospicue offerte. E
poco importa se per la ressa dei fedeli febbricitanti, nonostante tutte le loro
invocazioni alla reliquia del santo chiodo conservata in Duomo, invece di
spegnersi il contagio si espande rapidamente. Il Governatore non nasconde la sua
indignazione.
1576.
In risposta alle reiterate proteste dell'Ayamonte per il suo scippo sulla
colletta del Comune, il Santo pubblica una vomitevole esortazione, sotto il
titolo di Ricordi, rivolta al popolo. In particolare invita i capi delle
aziende e i bottegai a sorvegliare sulle idee degli operai e dei garzoni, e
raccomanda a tutti la devozione alla Vergine e ai santi.
1579.
Dimostrazioni pubbliche contro il Cardinale. Nell'aspro contenzioso contro l'Ayamonte,
fino all'ultimo suo tenace avversario, il Santo l'avrà sempre vinta, anche a
costo di trascinare personalmente il suo alterco alla corte di Madrid.
Strettissima era la sua amicizia col re di Spagna, oppressore di tanta parte
d'Italia: il loro epistolario è di continuo improntato ad espressioni di tenero
affetto. Il sovrano, bigottissimo, favorisce in ogni modo l'ingordo Santo anche
perché, come confiderà all'esterrefatto governatore, "il Cardinale mi
conserva meglio la soggezione dei sudditi con la sua religione che voi con le
vostre milizie".
1578
- 1581 - 1582 - 1584. Inframmezzando le solite scorrerie il Santo va
quattro volte a Torino, sempre più ostinato, col pretesto di venerare la
Sindone (che molteplici prove al radiocarbonio hanno dimostrato falsa, databile
non ulteriormente al 1350), nell'istigare i Savoja ad attaccare Ginevra e
sterminare i calvinisti.
1580,
aprile. Dopo tante vane lotte col Papa e san Carlo, sempre più incaponiti nelle
vecchie pretese, dall'immunità da ogni tassa alla libertà di arrestare,
torturare ed ammazzare i laici, muore di misteriosa morte l'Ayamonte. Corre
subito voce di pozione gesuitica, divenuta ormai inveterata norma.
1580-82.
Il castellano Guevara, governatore interinale per circa tre anni, si piega
totalmente alla volontà del Santo, fino a pubblicare, sotto sua dettatura, le gride
più assurde e disumane, come quelle contro i cantastorie e i commedianti.
1584.
Morte di Carlo Borromeo a 46 anni. Secondo i devoti, dovuta ai suoi troppi
digiuni, sacrificî e penitenze: come dirà san Pio X, per essersi dato "tutto
a tutti". Secondo gli scettici e la storiografia seria, perché, minato
nella salute dopo la sua affannosa e terrorizzata fuga svizzera, il Santo si
stordiva eccedendo nei più sfrenati bagordi, specie durante l'ultimo ritiro
spirituale coi suoi gesuiti nel santuario di Varallo, protrattosi
ininterrottamente per quattro giorni e quattro notti.
1587.
Il malvagio seme borromaico che tanto stentava ad attecchire nel cuore del
magnanimo Emanuele Filiberto, viene gettato a piene mani anche dai successori
del Santo (Gaspare Visconti e Federico Borromeo, il buon Federigo) in
quello del nuovo duca, Carlo Emanuele I. Che con un esercito gremito, tra gli
armati, di tanti speranzosi monaci inquisitori, aggredisce la pacifica città di
Ginevra. Ma invece di conquistarla subisce, nonostante la sempre assicurata da
san Carlo protezione divina, una dura batosta.
1589-93.
Previo accordo con Berna e Nyon, Carlo Emanuele I insiste, freneticamente
applaudito dalla Santa Sede, negli attacchi militari contro l'antipapista
Ginevra. E continua a riportare clamorosi insuccessi.
1602.
Irosa delusione di Clemente VIII per il fallimento dell'ultimo grande assalto
savoiardo (l'Escalade), mentre il Duca è in preda al panico e allo
sconforto, soprattutto per la mancata protezione divina assicuratagli
anche dal buon Federigo.
1603.
Trattato di Saint-Julien: Carlo Emanuele I deve riconoscere l'indipendenza di
Ginevra.
1610.
Dietro esborso da parte della famiglia Borromea di ben diecimila scudi d'oro di
giusto peso, richiesti da Paolo V e dai cardinali, Carlo è solennemente
canonizzato. Poiché l'invido gregge dimentica le peggiori efferatezze ma non
gli altrui piaceri sessuali, al tutt'altro che casto arcivescovo di Milano è
conferita la luminosa aureola accompagnata dal titolo di Castissimo. La
Chiesa ne riconosce vari miracoli, a cominciare dal proiettile di piombo rovente
sparato dal Farina e rimbalzato sulla sua santa schiena. Ed altri prodigi non
meno esaltanti, come quello della donna di Pavia che dal ponte coperto
lascia cadere nel Ticino il suo bimbo: essa invoca immediatamente il Borromeo, e
l'infante, già trascinato lontano dalla corrente e ormai scomparso tra i
gorghi, schizza fuori dall'acqua e con un altissimo volo all'indietro ritorna
tra le braccia materne. O quello della donna da una mammella gonfia e dolorante:
vincendo per amore di Cristo la sua ripugnanza e la sua ossessiva misoginia, san
Carlo gliela succhia rumorosamente fino a farle provare un innegabile sollievo.
Tra i vari suoi più o meno strampalati miracoli raccontati dalla Chiesa,
quest'ultimo è forse l'unico credibile: il sordido avaro non poteva, per quanto
ricchissimo, lasciarsi scappare l'occasione d'una poppata di latte fresco
gratis.
1615
circa. Il cardinale Federico Borromeo, ritenuto dal clero entusiasta "in
tutto e per tutto uguale a Carlo", lancia l'idea di una grande raccolta
di elemosine nel mondo cattolico per costruire ad Arona, in onore dell'eccelso
cugino, il monumento metallico più alto del mondo: Con la sua altezza di 23,40
metri su un basamento di granito di 12, esso sarà superato solamente alla
soglia del XX secolo dalla statua della Libertà di New York. Modellato nel 1624
dal Cerano, si aspetterà ad erigerlo fino al 1698, perché i preti tiravano in
lungo mungendo più generazioni di creduli cullati dalla promessa che sarebbe
stato interamente fasciato di lamine d'oro. Adesso noi, pronipoti di milioni di
fedeli gabbati, la vediamo nereggiare tra il verde dei boschi con la testa e le
mani di bronzo e tutto il resto del corpo rivestito di economici foglioni di
rame.
1910.
Terzo centenario della canonizzazione del Borromeo. San Pio X emana un'enciclica
per esaltare in tutta la cristianità l'arcivescovo Carlo, "faro eretto
sulla pietra della rocca apostolica" e "stella fulgente"
della Chiesa universale.
1938.
Quarto centenario della nascita del Borromeo. Il cardinale di Milano Ildefonso
Shuster, famoso per le sue benedizioni dal sagrato alle camicie nere in assetto
di guerra, indice in suo onore un anno giubilare.
1962,
4 novembre. Giovanni XXIII, il ridanciano papa buono, profondo studioso
ed estimatore di san Carlo, ne esalta la sublime figura con un discorso in S.
Pietro, davanti a tremila vescovi adunati per il Concilio Vaticano II.
1963,
8 maggio. Conscio della fondamentale importanza del suo atto nella storia e
nella dottrina della Chiesa cattolica, il cardinale Gianbattista Montini (futuro
Paolo VI) istituisce l'Accademia di san Carlo, o Borromaica,
"per favorire gli studi sui molteplici aspetti del Santo".
1965.
Quarto centenario del pomposo ingresso del Borromeo nell'arcidiocesi di Milano.
Il cardinale arcivescovo Colombo "indice un anno giubilare rimasto
memorabile per frutti spirituali e commemorazioni".
1984.
Quarto centenario della morte del Santo. Karol Woitjla proclama al mondo di
essergli "sempre stato devotissimo, anche per il fatto di avere il suo
stesso nome"; e lo innalza alle stelle promovendo una quantità di
"programmi di altissimo valore, per ricordare l'attività e le virtù
del Grande". Si susseguono per un anno discorsi, convegni,
celebrazioni, congressi di studiosi in Italia e all'estero, di cui uno, di
massimo rilievo, trionfalisticamente attuato negli Stati Uniti. Oltre migliaia
di articoli, trasmissioni audiovisive, opuscoli, volumi d'ogni peso e misura, si
diffondono a ritmo serrato commemorazioni, discussioni e dibattiti, tutti quanti
improntati ad un 'libero'… senso unico, in un assordante coro di lodi al
Borromeo. 3 e 4 novembre: arrivo a Milano del papa urlante ai quattro venti il
suo strabocchevole amore per lui. Scende nella cripta del Duomo e, prostrato,
appoggia teneramente la fronte alla sua bara di cristallo. A Varese, svolazza in
elicottero sul Sacro Monte e si estasia rimirando la sequela di brutte cappelle
con cui il Santo deturpò la svettante cresta dominante la città. A Pavia,
pronuncia un ispirato sermone nella casa sottratta dal Cardinale agli Umiliati e
trasformata nell'Almo collegio Borromeo. Conclude la visita atterrando ad
Arona, dove dinanzi all'inebetito gregge, alla stampa ed alle TV internazionali,
da un palcone aderente alla colossale statua del Santo pronuncia uno sperticato
panegirico. E se ne riparte contento, appesantito da un'enorme quantità di
miliardi rastrellati in un baleno da tutta l'Arcidiocesi di Milano e da tutto il
Novarese. Nonostante il suo conclamato grande amore per il Santo, con un anno
d'anticipo aveva imposto a circa 2.000 parrocchie, come conditio sine qua non
per scomodarsi, un tributo 'libero', ossia… vincolato da un minimum non
inferiore per ciascuna parrocchia (non esclusa la più povera) ai tre milioni di
lire.
2002,
3 novembre. Ancora una volta durante l'Angelus Giovanni Paolo II
glorifica il cardinale Carlo Borromeo, esaltandone la santità, le sue eroiche
virtù e il suo amore per il prossimo
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