SAN CARLO
IL TORTURATORE

nuovo titolo de

"IL FARINA,
L'UOMO CHE SPARÒ
A SAN CARLO"

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  Chi varcasse la soglia del duomo di Milano il 4 novembre, anniversario della morte di san Carlo (1584), s'imbatterebbe in una folla di visitatori che da secoli, per fede o per mera curiosità, colgono l'occasione di tale data per ammirare, tutti a naso insù, i famosi quadroni, le smisurate tele dipinte dal Cerano, che con lieve scricchiolio fluttuano lentamente, appese a grande altezza tra le colonne. Sono circa una dozzina e rappresentano gli episodi salienti della vita del Borromeo, i fatti ritenuti degni di essere tramandati, dalla nascita al suo ultimo respiro.
  Tra tutte, quella che più colpisce l'immaginazione e fa raggruppare la gente, è la scena dell'attentato di Gerolamo Donato detto il Farina, un frate dell'antichissimo ordine degli Umiliati, che in veste di gentiluomo o di soldato, riuscì a introdursi armato nella munita sede arcivescovile e a sparare contro il cardinale. Il cinquecentesco Gio Batta Crespi detto il Cerano ce lo mostra ritto in piedi, con in testa un cappello ornato di grande piuma e con l'archibugio imbracciato, che vomita un lampo rossastro verso la lontana schiena dell'emaciato presule; il quale è invece raffigurato inginocchiato in devota preghiera.
  Molte possono essere state le cause per cui il colpo andò fallito. Per le autorità ecclesiastiche è scontato, è assolutamente fuor di dubbio l'evento miracoloso, il provvidenziale intervento della mano divina quale strumento deviatore della sacrilega palla. E fu questo il principale se non l'unico prodigio che pesò poi in favore della canonizzazione del santo. Per i profani non mancano all'opposto spiegazioni meno metafisiche, come il turbamento dell'attentatore per un gesto che comportava la pena di morte dopo raffinate torture; o il rumore dell'ingranaggio con ruota ed acciarino implicante il funzionamento dell'archibugio, che avrebbe attirato l'attenzione di preti e birri e dato tempo allo zelante santo di schivare il colpo e di trovar riparo: o più semplicemente il fatto che l'Umiliato, per quanto robusto, era certo più esercitato a intonar laudi che a maneggiare con destrezza un'arma pesante e rudimentale. E forse tutti questi motivi, sommati a chissà quali altri, furono la fortunata causa che fece uscire indenne Carlo dall'horrido attentato.
  Se il pallettone di cui era carica l'arma fosse andato a segno, la storia della Controriforma in Alta Italia, nel Canton Ticino e nelle terre dei Grigioni sotto la giurisdizione della diocesi di Milano avrebbe preso un altro corso, perché in Europa nessuno mostrava tanto fervore nel perseguitare eretici e streghe quanto Carlo Borromeo.

  Gerolamo Donato non seguiva né Valdo, né Lutero, né Calvino, non discuteva l'autorità del papa e non praticava la magia, tutte cose che si pagavano col fuoco. In pace con tutti fuorché col Borromeo, che aveva deciso di sopprimere - con pretestuosi moralismi e smaccate calunnie a fine di lucro - l'ordine degli Umiliati, universalmente noto già prima della nascita dei santi Francesco e Domenico intorno al 1150, e che alcuni fondati argomenti fanno addirittura risalire agli albori dell'anno Mille. È comunque certo che gli Umiliati erano da tempo ben radicati in Lombardia quando furono testimoni della presa e distruzione di Milano da parte di Federico Barbarossa. Era il 1167, e mancavano quasi tre secoli all'emersione dei prestatori Borromei dall'oscurità della loro preistoria padovana. 
  Col passar degli anni nell'ordine degli Umiliati, gli uomini dal saio grigio fondato da piccoli artigiani e semplici operai, affluirono, attratte dalla loro vita evangelica, dalla loro rettitudine, dal loro aborrimento della menzogna, persone d'ogni rango, specialmente i nobili. Così, infatti, si esprimerà a loro riguardo il Senato milanese in una consulta del Cinquecento: Nemo fere ex eis non onesta famiglia natus, multi nobilissima, non nulli ex illustri.

  Per conoscerne in dettaglio le origini non c'è di meglio della lucida esposizione del Verga: " …I negozianti di lana costituiscono una categoria a sé, indipendente dalla grande corporazione dei mercanti generici. Essi, non producendone l'Italia, importano lane fine dall'Inghilterra e dalle Fiandre, le danno a lavorare agli artigiani, allargano il traffico, moltiplicano i mercati: si formano in conseguenza gruppi specializzati di operai quanti sono gli stadi della lavorazione, cardatori, filatori, tessitori e via dicendo; colla divisione del lavoro si perfeziona la tecnica, ma si forma altresì un proletariato asservito, sfruttato e oppresso. I lanaioli vengono a trovarsi in condizione d'inferiorità rispetto a tutti gli altri mestieri che, per essere in sé completi, non hanno bisogno d'intermediari. Questo proletariato, cui è contesa ogni forma d'associazione [···] s'accorge che l'associazione religiosa è l'unico mezzo per sfuggire ai divieti e alle costrizioni dell'industrialismo. Sorge così l'ordine degli Umiliati: fede e lavoro si direbbe la loro divisa. In una casa presso la Braida [Brera, di Milano] essi radunano fresche energie di giovani e di fanciulli d'ambo i sessi, ché l'ordine entro le sue gradazioni comprende anche le donne, vi concentrano tutte le opere inerenti all'arte [···]; i loro panni sono ritenuti i migliori, altre città ricorrono a loro per aver consiglio e personale addestrato. Alla casa di Brera si aggiungono filiali in breve numerose: il prelato francese Jacques de Vitry, venuto a Milano nel 1216, ne conta 150 fra città e contado. Dopo aver riformato la principale industria di Milano, gli Umiliati portano la loro benefica influenza nel seno dello stesso governo comunale: a loro, come ad arbitri di non comune integrità, il Comune affida mansioni tra le più delicate: la scelta di ufficiali pubblici, la custodia del pubblico tesoro, la formazione degli estimi e dei catasti…". (1)

  Con l'avvento della Signoria e una più netta separazione del clero dal laicato, le molteplici attività degli Umiliati torneranno a confluire esclusivamente nell'industria della lana, per sé sola sufficiente al mantenimento della solida posizione economica del loro ordine; e quando "san Carlo con un brusco atto lo sopprimerà, non per questo sono meno ammirabili di fronte alla storia le loro benemerenze". (2
  Oltre la mira di privarli dei beni materiali, era forse la loro indipendenza di giudizio e la loro singolarità rispetto a tutti gli altri ordini a muovere il cardinale contro i monaci dall'agnello col vessillo attorcigliato per emblema: i soli che vivevano non di parassitismo, ma del proprio lavoro; gli unici che rifiutavano, in ubbidienza al Vangelo, di prestar giuramento in tribunale e che disdegnavano di collaborare col Sant'Uffizio. Non risultano mai nomi di Umiliati in veste di giudici, accusatori o altro nell'organico di un tribunale inquisitoriale, e il loro distaccato disinteresse spicca in contrasto con la bramosia dei Francescani e Domenicani, tra loro in continua lotta per strapparsi gli appalti dei processi contro gli eretici, oltremodo redditizî, comportando la totale confisca dei beni delle vittime. Infine, l'uomo che diverrà il Santo più venerato in Lombardia, il quale fremeva di rabbia alla sola vista di una femmina, trovava immoralissimi gli Umiliati per la loro vita serenamente allietata da compagne e da figli.
  Alla famiglia Borromea, d'altra parte, interessava mettere le mani sugli ingenti depositi di lana pregiata degli Umiliati, e non è azzardato pensare che premesse sul cardinale per fargli affrettare la progettata soppressione. L'impulsivo carattere del presule non necessita comunque di pungoli per passare all'azione, e quando avrà distrutto l'odiata comunità religiosa egli non penserà solo a beneficare i prediletti Gesuiti, perché le lane confiscate agli Umiliati riaffioreranno su tutti i mercati con mutata etichetta, specie i mantelli e le berrette, e quest'ultime da allora saranno universalmente reclamizzate col nome di borromee.

  Quando Carlo viveva ancora a Roma tenendo fastosa corte con un seguito di 150 uomini tutti vestiti di lucido velluto nero, che gli facevano scudo difendendolo anche dalla sola vista di una donna, lo accompagnavano in gagliarde cavalcate e gli rallegravano le insonni nottate, (3) nel 1560, a soli 22 anni, fu creato cardinale da Pio IV (lo zio Giovanangelo Medego), e assunse ufficialmente anche la carica di Protettore degli umiliati, secondo l'uso inveterato di chi impugnava il pastorale dell'arcidiocesi di Milano.
  Ma quanto paterna fosse la sua protezione i confratelli dal cinereo saio non tardarono a sperimentarlo. Il 23 settembre 1565 il nuovo presule s'insediava nel palazzo arcivescovile di Milano, ed essi in pochi mesi si ritrovarono già deposti dalle loro tradizionali prepositure vitalizie, interinalmente ridotte ad ufficî triennali a sua completa discrezione.
  Il capitolo generale dell'Ordine è convocato a Cremona il 5 giugno 1567: alla sua chiusura "il card. Borromeo toglieva agli Umiliati anche i viveri, vietando ai massari e ai coloni di pagare ai preposti degli Umiliati i loro annui tributi, ed ordinando invece che tali frutti fossero consegnati a sua disposizione. La misura draconiana del sequestro danneggiava anche i terzi", (4) e alcuni monaci si trovarono messi alle strette con i creditori. Gli Umiliati vedono in questo concretizzarsi il disegno dell'infido Santo, concordato col papa, di espropriarli delle loro terre e dei loro conventi per devolverli in particolare ai Gesuiti e ai Cardinali commendatarî: ai loro occhi il Protettore si rivela così l'Oppressore, il lupo Borromeo, come lo chiamavano gli evangelici. 
  Invano supplicano l'Umile, come amava dirsi il Cardinale, di recedere dalla drastica decisione: un secco diniego è la sua risposta, con l'aggiunta del divieto di appellarsi al Papa, che del resto, come sempre in pieno accordo con lui, "non volse dare pur udienza mai a chi parlava per loro. Per il che disperati…". (5) E un alto prelato francese che, toccato dalle loro disgrazie, aveva tentato d'intercedere presso il Sacro Soglio, non fu nemmeno ricevuto. Da qui la risoluzione del Donato di rimuovere con un gesto temerario un ostacolo insormontabile, e vendicare al tempo stesso le vittime innumerevoli di un potere dispotico, tra cui due Umiliati di Orsanmichele di Firenze gettati dal loro Protettore in grembo al tribunale del Sant'Uffizio con accuse grottesche, e altri due confratelli di Brera bruciati a Milano il 23 luglio 1569 e inclusi nel registro della confraternita di S. Giovanni quali luterani, per non aver trovato l'illimitato zelo cardinalizio in armonia con alcuno dei quattro evangeli. Uno zelo stranamente profuso dall'Umile: "Voglio che tutti soggiacciano alla mia volontà, a un mio cenno! ". Non era parlare al vento: il Santo esigeva che i suoi ordini fossero all'istante fatti duramente rispettare dai suoi sgherri, come chiama i famigli arcivescovili persino il bigotto Cantù nella sua stupefacente apologia della Santa Romana Inquisizione. (6

  Dal momento che aveva deciso di conficcare una palla tra le scapole del temutissimo porporato, il Farina poteva considerarsi morto, tanto esigue erano le possibilità di farla franca: solo un pazzo avrebbe potuto sperarlo, giacché il Borromeo non muoveva piede senza il suo nutrito seguito di accoliti armati. Per questo, conscio d'essere ormai prossimo alla fine, l'Umiliato aveva voluto trascorrere i suoi ultimi giorni di uomo libero sul colle di Mombello, villaggio di poche anime presso la riva del Verbano, nel piccolo convento dove era vissuto e da cui poteva scorgere e quasi toccare i boschi, i prati, le case di Gemonio, che alcuni indizî concomitanti indicano come suo luogo natale.
  I registri comprovanti la sua nascita sono purtroppo andati in fumo nel 1636, negli incendî appiccati dagli invasori franco-sabaudi. Ma la scelta dell'ultimo rifugio, data la rarità di ceppi familiari Donati nel Milanese, fuorché a Gemonio, è significativa. E i chiostri degli Umiliati erano ben 94: a Milano, Varese, Como, Novara, Alessandria, Cremona, Cannobio, Carate, Cantù, Borgo Ticino, Cislago, Busto, Samarate, Dugnano, Pallanza, Caravaggio, Domaso, Bellano, Teglio, Soncino, ecc. (7
  Come furono tribolate le origini degli Umiliati, quando si erano votati alla povertà evangelica, al lavoro, alla penitenza, alla predicazione, ostacolati dal diffidente ostilità della curia romana, così era destino che il loro antico gloriosissimo ordine dovesse soccombere sotto una spietata persecuzione.

  La notte del 26 ottobre 1569, il Donato, vestito di nero e con un cappellaccio negli occhi, secondo il Cornerio, entrò in Arcivescovado con un archibugio e un archibugetto, una specie di lunga pistola. Dopo varie congetture con altri congiurati, egli aveva scartato l'idea di sparare al cardinale durante una delle sue frequenti visite ai Barnabiti, o di ucciderlo nel bel mezzo di una processione, dandogli addosso a cavallo mentre questi procedeva sulla sua mula. Aveva deciso di colpirlo all'interno del suo stesso palazzo, proprio dove il Santo si sentiva più sicuro, in un'aura di sfarzosa tetraggine, tra masnade di preti e di famigli armati fino ai denti.
  Mentre il Borromeo era in preghiera - secondo la versione ufficiale - con un centinaio di accoliti in una cappella provvisoria di legno eretta nella sala che oggi funge da anticamera, adiacente al salone d'onore, il Donato s'affacciò alla porta e gli sparò a distanza. A detta del cardinale, il colpo avrebbe fatto pieno centro: "…mi sentii all'improvviso una percossa in un osso del filo della schiena". E siccome il medico immediatamente accorso non riscontrò sul suo corpo alcuna ferita, è segno che la palla di piombo rovente miracolosamente s'arrestò di botto e rimbalzò dalla veneranda epidermide.
  Nella causa per la canonizzazione del Borromeo l'avvocato concistoriale Giulio Roma, innanzi a Paolo V, così dirà il 14 settembre 1610: "Eleggono [gli Umiliati] uno dello stesso Ordine, chiamato Donato Farina, apostata per ministro di sì gran scelleratezza, il quale si esibisce prontissimo a dar la morte a Carlo; e circa mezz'ora di notte [le odierne 22] va il manigoldo nell'Arcivescovado, e ritrovando il Cardinale inginocchiato nell'oratorio con la sua famiglia in oratione, secondo il suo solito, gli sparò nella schiena un archibugio carico di palla e di quadretti, i quali perdendo la forza nel toccar le vesti non fecero a lui offesa alcuna, eccetto che la palla, che colpì nel mezzo della schiena, vi lasciò un segno con alquanto tumore [gonfiore]".
  E mons. Francesco Perna: "Il scelerato apostata… gli sparò nella vita un archibugio di ruota detto terzarola… e alcuni quadretti penetrarono nelle vesti del Santo fino alle carni".

  Contro ogni aspettativa, il Donato riuscì a dileguarsi profittando del generale sbigottimento, dalla porta che dà sul lato destro del Duomo e a far perdere le sue tracce. E avrà certo creduto di sognare lasciandosi alle spalle il lugubre edificio affollato di prelati, chierici bravi e servi, che immenso timore incuteva fin oltre i confini del ducato di Milano. Una vera fortuna l'essere anche sfuggito alla presa degli occhiuti birri borromaici che a frotte entravano e uscivano dal sacro palazzo, le cui massicce mura non bastavano a soffocare i gemiti e le urla dei torturati.
  Il Farina non lasciò la città, di cui il governatore spagnolo fece subito sbarrare le porte sottoponendo per molti giorni i viaggiatori a meticolosi controlli, ma si rifugiò presso un fratello, nella soffitta della cui casa, a sua insaputa, nascose le armi. Quando poi la sorveglianza cominciò ad allentarsi, egli riuscì senza troppe difficoltà a guadagnare la campagna. La sua non fu comunque la fuga affannosa di un uomo braccato, ma un'assennata cauta misura: da una recente verifica del ricercatore Leonida Besozzi di un estratto della sentenza, risulta che egli fosse addirittura munito di salvacondotto del governatore. Che era ben lontano dall'immaginare proprio nel Donato l'attentatore sulla cui testa pendeva la grossa taglia di 2.000 scudi, per l'immenso prestigio morale di cui godevano gli Umiliati, che d'altra parte tra tanta gente brutalmente angariata, non erano quelli che levavano maggiori proteste: a confronto, p. es., dei canonici della Scala, che opponevano violenza a violenza, pareva che essi subissero rassegnati tutte le vessazioni.
  Di solito i fuggiaschi si rifugiavano nella repubblica di Venezia, confinante con la vicina Gera d'Adda, verso cui anche il Manzoni fa dirigere Renzo, o nella non molto più lontana Svizzera, dove il Farina sarebbe stato ospitato da Gianbattista Donato, forse suo parente, nella cui locanda di Lugano egli aveva già altre volte alloggiato. È molto probabile che questa sia stata la sua prima tappa, seguita ancora da Gemonio, Mombello e, di là del Verbano, da Intra e dalle valli novaresi che conducevano al ducato di Savoja, sotto le cui bandiere troverà modo di farsi arruolare, non si sa con quale grado.

  Nel frattempo il Santo, sgomento, brancolava ancora nel buio. Per suo ordine le ricerche continuavano frenetiche, e gli sbirri arcivescovili si cacciavano in ogni luogo e mettevano tutto sottosopra. "La commozione del fatto fu grande - nota l'Anfosso - non solo a Milano, ma anche in tutti gli altri paesi, anzi fu maggiore altrove che non qui, ove il cardinale godeva poche simpatie".
  Pur ripetutamente proclamando da ogni pulpito il suo cristiano perdono, in realtà il Borromeo non mosse mai un dito per frenare il suo vicario e il capitano di giustizia da lui immediatamente sguinzagliati a caccia dell'attentatore. I quali a loro volta non facevano che tirare colpi a vuoto. Arrestavano in modo indiscriminato e sottoponevano i malcapitati a stringenti quanto vani interrogatori. Troppe erano i sospettati su cui indirizzare le indagini, non godendo il Santo dell'amicizia né della sparuta schiera dei liberi pensatori, né degli ordini religiosi, né dei dubbiosi e dei tiepidi d'ogni categoria sociale, perché bastava per cadere sotto l'accusa di eresia e far scattare il suo illimitato zelo, giocare a carte, o ballare, o disertare qualche volta la messa, o trascurare i precetti pasquali, o dimenticare di genuflettersi davanti al SS. Sacramento, o aver poca riverenza del calendario di Gregorio XIV, ecc. Fu perfino intentato un processo a dei ragazzi rei di gioco del pallone. Tutti delitti orribili, secondo il Santo, che nel suo Memoriale di circa 50.000 parole prorompe in invettive contro "le mostruose pazzie e dissolutezze tue, o Milano! ", e contro "le crapule soprabundanti, la superbia, l'avaritia, l'otio, il vino, le lascivie, i matrimoni con affetto puramente carnale. Vedi pure o Milano quanto è oggidì anco la vanità delle donne! [···] Ma tu, donna, che abusi il dono della sanità… vai non solamente per le strade… ma sei ritornata all'uso di quella diabolica invenzione di carrozze da ogni lato aperte, dentro le quali spesse volte ti rappresenti anco sola et fai di te pericoloso et pernicioso spettacolo ai giovani dissoluti…vai otiosamente vagando per le contrade, servi al demonio come per rete et laccio a prender le anime, come per esca de i vani pensieri e disordinati desiderii, te finalmente come istrumento di perdizione, rovina e morte eterna a tanti che non sanno resistere agli assalti… per lasciarsi guidare dalla curiosità e uscire fuori di casa…Ma tu, donna, con il tuo vagare te con le tue curiosità et vanità, se non cadi, fai in ogni modo alle volte cader molti altri…[suscitando] quelle allegrezze dissolute dell'uomo carnale et sensuale, et quelle che se ben cominciano in spirito, finiscono nondimeno in carne". Non bastava però a Carlo costringere "le figliuole sue, direttissime in Christo, alla repressione della carne et sbandamento dei gaudi". Per spegnere sul nascere anche i loro "pensieri dissoluti", aveva ordinato di erigere in tutte le chiese alte palizzate per separare i sessi e impedirne la reciproca vista.

  Non gli erano molto favorevoli neppure il Comune e il Senato milanesi, che dimenticando a volte che egli martoriava i corpi col solo intento di migliorare le anime, tra le lodi ardivano insinuare riguardosi cenni all'agghiacciante strapotenza dell'apparato arcivescovile. Perciò egli aveva un bello spremersi le meningi per aiutare i disorientati inquirenti a restringere il ventaglio degli indiziati. Troppi erano i lutti che funestavano le famiglie, troppi erano i dissoluti che nascondevano sotto le vesti le cicatrici e le mutilazioni del suo inesorabile rigore: "…quelli che possono restare offesi da me possono essere molti, o per cause dell'esercitio dell'offitio mio personale, o per esecuzione delle commissioni di Sua Santità, o per i vari accidenti che sono occorsi qui da poi che io sono a questa residenza: troppo ci saria da sospettare…". (8
  Gerolamo Donato, autore dell'execrabil excesso, (9) alla domanda del suo ignaro congiunto, che non sapeva neppure delle armi da lui nascoste nella soffitta della casa, "Non sapete, fratello, che hier sera fu tirata un'archibuggiata al Cardinale nella schiena, et per miracolo di Dio non gli ha fatto nessun male?", aveva risposto: "Questa è una gran cosa et quasi pi può dire miracolo, di haver avuto un'archibuggiata et non avergli fatto male, ad ogni modo il Cardinale ha disconciato tante persone, che qualcuno si saria voluto vendicare". (10)

  Più ancora che tra i laici, il risentimento era vivo nell'ambito degli ordini religiosi da lui implacabilmente tartassati: "Carlo priva i monasteri della loro autonomia, sottoponendoli al clero secolare, li stringe tra una morsa di una disciplina mortificante, con sanzioni tali che alcune monache preferiscono la morte al sottostarvi" (11)
 
I canonici di S. Maria alla Scala, sulla cui area sorgerà nel 1778 il celebre teatro (che ancora incorpora visibili nella sua base due superstiti colonne di granito) pacificamente godevano dell'esenzione dal tributo arcivescovile loro concessa fin dai tempi di Bernabò Visconti, e di recente riconosciuta dall'imperatore Carlo V, alleato del papa. (12) Il 22 ottobre 1555 i muri della loro basilica avevano avuto il singolare onore di risuonare delle alate parole dell'umanista Aonio Paleario (illustre letterato e filosofo di fama europea, chiamato dal Senato come professore d'eloquenza), il quale pronunciava la sua prima orazione milanese dinanzi al senato, al governatore, ai pretori, al collegio dei giurisperiti e a molto popolo; quel Paleario perseguitato per decennî da una canea di pii accusatori e finalmente martirizzato dal Sant'Uffizio, per essersi opposto a un prete di Siena che sbaciucchiava reliquie per meglio nascondere le sue truffe, per aver negato (poiché i testi sacri non ne fan cenno) il purgatorio, per aver sostenuto l'opportunità (codificata poi da Napoleone) di seppellire i morti non in chiesa ma in distanziati cimiteri, ecc. Il grande pensatore nativo della campagna romana, nella sua lunga dimora milanese ebbe frequenti contatti con gli Umiliati, di cui stimava la vita onesta e l'esemplare coerenza. Abbracciando il principio fondamentale di quei monaci anch'egli dichiarava illecito, in qualsiasi caso, prestar giuramento in giudizio, per esser le sentenze dei tribunali, soprattutto se di morte, vendette in patente violazione della legge evangelica del perdono.

  Tornando ai canonici della Scala, non erano certo le tradizioni venerande che potevano tenere in rispetto l'Umile, uso a calpestarle con l'arroganza ereditata dal Meneghino, lo zio materno che aveva emulato sul Lario i briganti Mazzarditi del Verbano. E come il timore delle autorità civili non aveva mai trattenuto il Meneghino, (13) così non era la deferenza dovuta all'Imperatore motivo sufficiente a reprimere le brame esattoriali del nipote. Il quale aveva anzi deciso d'impartire ai canonici una lezione d'esemplare durezza, per aver essi osato ricordargli che nessun arcivescovo aveva mai voluto infrangere i loro diritti.
  Il 30 agosto 1569, alla testa di molti chierici, sbirri e migliaia d'esagitati brianzoli, si precipitò fuori dall'Arcivescovado e marciò con passo risoluto in direzione di S. Maria della Scala. La minacciosa spedizione, dai propositi punitivi apertamente sbandierati, era dunque anche un'aperta ostentazione di disprezzo della suprema autorità dello Stato imperiale, di cui il ducato di Milano faceva parte e di cui anche lo stesso Borromeo era ovviamente suddito. (Si è preteso intravedere in ciò arcani intenti patriottici, ma l'interpretazione è arbitraria, non si fonda su alcun documento né su alcuna logica argomentazione, giacché tutti i fatti concordano nel provare che l'arricchitissimo Santo era solo interessato a riaffermare la supremazia del potere ecclesiastico, e che gratificava con identica alterigia senatori e giureconsulti, nobili e plebei, volendo sempre e ovunque prevalere su tutti, italiani o stranieri che fossero.)
  Quella verso la basilica della Scala non era una semplice marcia, ma un vero e proprio assalto impetuoso, tra la polvere, il clangore delle armi, le imprecazioni di una folla d'invasati. Era del resto abitudine del Santo scagliarsi sugli avversari con irresistibile foga. Il prete Baldassare Oltrocchi, suo fervente apologista, lo mostra mentre scende trotterellando da un monte in una rigida giornata invernale, per piombare su alcune casupole dove vivevano uomini sospettati di scarsa fede: preso da repentina frenesia, smonta dalla mula stanca, l'affida al seguito e scivola a valle sul sentiero ghiacciato così precipitosamente, da ridursi con le vesti a brandelli e tutto graffiato per i rovi e i cespugli a cui s'era aggrappato per rallentare la corsa. (14) Un comportamento convulsivo che associato alle sue note difficoltà di pronuncia, probabilmente dipendeva dalla sindrome neurologica di cui era affetto fin dall'infanzia.
  Una volta aggirato il Duomo, egli aveva divorato in pochi minuti il quarto di miglio che lo separava da S. Maria della Scala. Già gli sorrideva l'immagine dei canonici che, caduti tremanti ai suoi piedi, s'illudevano di ottenere il suo perdono, e già stava per varcare la soglia della basilica, quando vede che essi arditamente lo attendono con le spade sguainate: a tal vista il rigidissimo Carlo se la dà velocemente a gambe, tallonato dalla moltitudine dei seguaci disorientati e ansimanti.

  Il più orgoglioso (nonostante l'Humilitas troneggiante nello stemma) di tutti i santi non aveva mai subito prima di allora un simile affronto. E l'essersi coperto di ridicolo gli bruciava al sommo, tanto che dopo l'horrido attentato del Farina, non mancherà occasione per incolpare del rischio da lui corso le autorità sia civili che militari, per l'insufficiente assistenza prestata alla sua opera di sterminio preventivo dei suoi oppositori. E ciò solo per coinvolgere moralmente il Governatore e il Senato, che Carlo poteva ricattare perché contava (e ne menava vanto) sul fanatismo di 30.000 brianzoli armati, un esercito di catechisti organizzati e incombenti su una città venti volte meno popolata di adesso.
  Ai canonici della Scala non la perdonerà nemmeno quando, dopo averli ritenuti autori dell'archibugiata, che tanto lo atterrì, avrà in mano le prove tangibili della loro estraneità. Non lo fermeranno discorsi e obiezioni, non si chinerà ad ascoltare intercessori. E alla fine "l'ostinato vince: Roma lo fa arbitro della sorte di quei ribelli, egli li doma cogli esilî, colle confische, coi patiboli". (15) Per il baldanzoso assalto culminato in scattante fuga, il Borromeo la farà scontare anche al suo fedele prete comasco che aveva creduto ravvisare l'attentatore, non senza plausibili motivazioni, tra i canonici della Scala, e gli infliggerà una severa condanna: "…si manderà per qualche anno in galera, poiché si vede esser tale anche la mente di Sua Beatitudine". (16) Se così ricompensava gli amici, non c'è da meravigliarsi del suo illimitato rigore nei confronti degli avversari. 
  Di carattere ombroso, asociale, introverso, non simpatizzava neppure per gli attori e i saltimbanchi, che tempestava di proibizioni e di minacce, sfogando contro di loro il suo livore per ogni genere di divertimento popolare. Invano il Consiglio generale di Milano aveva interceduto per loro, per gli Umiliati, per i canonici della Scala, per le suore di clausura, per tanti nobili e plebei perseguitati come eretici. E ancor più vanamente era ricorso alla maggiore autorità del Papa, inviandogli varie ambascerie per informarlo con un cauto, edulcorato preambolo, che "sì bene [gli atti del cardinale] provengano da paterno affetto et desiderio dell'universale salute, si vede causato in questa città et sua diocesi scontento et perturbatione generale: si procede con tormenti exquisiti et insoliti, dalli quali molti ne sono stati storpiati et talvolta ancora morti". (17)

  Caeci vident, claudi ambulant, ecc. (Luca, 7,22). I ciechi vedono, gli storpi camminano, i morti risuscitano, per miracolo di Cristo. Carlo invece, sempre in suo nome, acceca i vedenti, azzoppa i camminanti, sotterra i vivi. Sono questi pure dei miracoli, almeno per la sfrontatezza con cui è capovolto il Vangelo. Ma è una distorsione solo apparente, rilevata solo dai superficiali e dagli ignoranti, dalla ciurma, per usare una tipica espressione del Cantù, l'ottocentesco fondatore della scuola storico-moralistica che alle soglie del Duemila mette sempre più germogli e fronde. Una scuola secondo la quale è facilissimo risolvere le contraddizioni: basta ignorarle; o inquadrarle cronologicamente - per chi voglia prendersi la briga di zittire i seccanti - con particolari angolazioni atte a produrre l'effetto letto di Procuste, comprensibile solo agli eletti. E tanto peggio per il popolo ragionacchiante (altra coniazione del venerato maestro clericale, il cui nome è ancora altamente risuonato nella conferenza collegiale tenuta il 26 marzo 1984 al Salone Pier Lombardo di Milano, dall'avv. Grassoni, dal prof. Rumi e da mons. Biffi).
  Con gli evangelici il santo non era per nulla tenero, anzi, li trattava come bestie da fiera prima di rinchiuderli, torturarli nelle sue segrete (alle quali mons. Biffi, oggi cardinale, ha fatto un fugace cenno ricordando le 'premurose visite' del Santo ai carcerati) e giustiziarli. Non aveva comprensione e pietà per alcuno: nessuna colpa era ai suoi occhi meritevole di perdono, ma se una volta nella vita fosse per assurdo stato costretto a mostrare clemenza, avrebbe forse eccezionalmente ceduto in favore di qualsiasi reo, ma mai di qualcuno macchiatosi di delitti d'opinione: "Mons. Arcivescovo fece mettere sopra una battresca in Duomo, a ciò si potessero vedere dal popolo, tre luterani, li quali poi di longo furono mandati in galera". (18)

  Contro le cosiddette streghe, o maliarde, addirittura allucinante (o magari encomiabile, secondo i punti di vista) era il suo accanimento. Le inceneriva singolarmente o a gruppi (fino a una decina per volta arse vive in sua presenza; e mentre lui attizzava il fuoco in un luogo, i suoi incaricati si affannavano ad imitarlo altrove. In effetti, era stato graziato dal buon Dio di tanti doni, che i preti enunciano in lunghissimi elenchi, fuorché quello dell'ubiquità: un'imperdonabile svista della Provvidenza per la quale egli dovette sobbarcarsi, in ordine successivo, arrancando per valli e monti, oltre mille eufemistiche 'visite pastorali'.
  Le povere donnette erano sacrificate all'ansia sacrosanta di ripulire il mondo, con credenze superstiziose sistematicamente alimentate dall'alto con un flusso di predicazioni e di scritti minacciosi, volti a addormentare il buon senso pubblico, non ancora del tutto sopito, con astruserie come questa: "Le streghe esistono, lo prova il fatto che ogni giorno ne sono condannate ed arse in quantità". Ma sarebbe far torto all'intelligenza del Borromeo, anche solo supporre che lui stesso credesse davvero alle fanfaluche che si sforzava d'inculcare negli altri.

  Famosa è la sua grande spedizione punitiva in Svizzera per migliorare la regione poi chiamata Canton Ticino, il territorio delle Tre leghe grigie e, di ritorno, tutta la Valtellina. Oltre far fuori il maggior numero possibile d'indemoniate, il Santo progettava d'abbrancare e distruggere coloro che con esse più odiava perché, conoscendolo bene, non potevano che dipingerlo, in quei paesi dove vigeva una certa tolleranza, se non come lui effettivamente era: "i profughi dall'Italia… sentina di vizj, eretici, apostati, facinorosi e perduti… che temendo essere sterminati daranno in furore" (19).
 
Presa la via più corta, a nord-est del Verbano, il Santo si piantò in posizione elevata e fortificata nella Val Mesolcina dedicandosi a processare un gran numero di donne, e infierendo particolarmente contro quelle sposate, a suo dire veri "mostri d'inferno". Quando però alcuni nobili, sostenuti dai fuorusciti d'ogni regione d'Italia, cominciarono a levare formali proteste, il Nostro scappò zelantemente al galoppo, seguito dal celebre predicatore Panigarola, dal gesuita Gagliardo, da molti ecclesiastici di virtù e saper grandi e dal solito enorme stuolo di famigli, birri, carnefici e manigoldi (nome dato allora agli aguzzini).

  Ripreso fiato al bivio della Val Calanca e imboccata questa nuova strada, ricominciò a purgare la peccaminosa umanità, e cammin facendo conobbe (= giustiziò) cinquanta famiglie cadute in eresia e ventidue maliarde, finché arrivò a Disentis, al di là dello spartiacque alpino, e da qui puntò il dito su Coira, la capitale dei Grigioni che, benché di religione mista, apparteneva in virtù di un trattato tra nazioni, alla sua giurisdizione episcopale. Ma non aveva ancora mosso il primo passo, quando gli giunse dalla Val Bregaglia, da cui lo separavano oltre cento miglia e intere catene di montagne, la lettera di un emissario (o missionario, secondo l'eufemistico Cantù), il gesuita Grattarola, con la notizia che, processato in un'osteria dai valligiani insorti, gli era stata imposta una multa, che poi i giudici gli avevano condonata contentandosi di farsi pagare la cena.
  A tal imprevisto lo Zelante per antonomasia con fervida sollecitudine rivalicò le Alpi, e non finì la sua precipitosa corsa che quando fu ridisceso nella familiare piana di Magadino, bagnata dalle acque del Verbano, dove godendo ogni garanzia di sicurezza non si sentiva più attanagliato dalla paura. Eppure il pericolo da lui corso non poteva esse più piccolo: quei buoni montanari non avrebbero mai osato torcergli un capello, non tanto per riverenza verso una conclamata santità che recisamente gli negavano, quanto perché sapevano che lui, tutto ligio alla Spagna, poteva contare sul potente esercito del Governatore di Milano e colpirli con terribili rappresaglie; come puntualmente si verificò poi in Valtellina con la strage festeggiata dai papisti col nome di Sacro macello, ispirata dal suo degno cugino e continuatore, il buon cardinal Federigo d'infausta manzoniana memoria.
  Nella turrita Bellinzona, dove ormai respirava un'aura casalinga, ben protetto da una fortissima cerchia di mura, Carlo non si sprecò in vanità lontane dalla sua vocazione di giustiziere, ma si sfogò infliggendo le solite punizioni alla città da lui trovata (come quasi tutti i luoghi onorati delle sue visite) folta d'ignoranza delle cose di Dio, di matrimoni incestuosi, ecc.

  Tornato a Milano, lasciò per il momento svaporare il sogno di guidare una nuova crociata moralizzatrice nei paesi elvetici. Rendeva così omaggio alla cristiana virtù della prudenza, sottraendo il mondo al rischio gravissimo - egli pensava - d'essere orbato della sua insostituibile persona. Senza però con questo rinunciare a vendicarsi almeno dell'empia Val Mesolcina, tanto a portata di mano, dove aveva dovuto piantare a mezzo, già inebriato dall'acre fumo di eretiche alla brace, la sua opera di purificazione spirituale. E sacrificando al bene pubblico il bramato piacere di partecipare all'ultimazione dei processi, inviò in sua vece il missionario padre barnabita Bescapè (o Bascapè), il futuro compilatore della sua prima biografia ufficiale, suo intimassimo e vero alter ego.
  Assolte con scrupolo le divine incombenze in obbedienza agli ordini arcivescovili, il sullodato si premurava di renderne edotto l'amico-superiore, non meno di lui furiosamente allergico a tutte le femmine. Ne fa testo una sua lettera dell'8 dicembre 1583, data alle stampe nel 1617 con tanto beneplacito curiale per edificazione del popolo. Benché satura di particolari poco allegri, il clero calcolava di trarne un terroristico vantaggio pubblicitario, giacché la rivolta delle coscienze, frenata dall'intimidazione e dall'ignoranza, non si era ancora tanto estesa da costringerlo al pudico occultamento dei fogli più scottanti:
  "In un vasto campo costrutto un rogo, ciascuna delle malefiche fu sopra una tavola dal carnefice distesa e legata, poi messa boccone sulla catasta, ai lati della quale fu appiccato il fuoco: e tanto ferveva l'incendio, che in poco d'ora apparvero le membra consunte, le ossa incenerite.
  "Dopo che il manigoldo l'ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfessò i suoi peccati, ed io le assolsi: altri sacerdoti le confortavano in morte, le affidavano al divino perdono…
  "Io non basto a spiegare con qual intimo cordoglio, e di quanto pronto animo abbiano incontrato il castigo. Confessate e comunicate, protestavano ricever tutto dalla mano di Quel lassù, in pena dei loro traviamenti, e con sicuri indizi di contrizione offrivangli il corpo e l'anima.
  "Brulicava la pianura di una turba infinita, stivata, intenerita a lacrime, gridante a gran voce: Gesù! E le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitar delle fiamme udivansi replicare quel santissimo nome, e pegno di salute avevano al collo il santo rosario.
  "Questo volli io che la tua riverenza sapesse, perché potesse ringraziare Iddio, e lodarlo per li preziosi manipoli da questa messe raccolti ". (20)

  Nel ricevere simili macabre nuove, tra l'altro riferite con un'eleganza verbale precorritrice dei tempi, (21) san Carlo provava un'intensa commozione, e con fremiti d'apostolico gaudio si gettava ginocchioni a manifestare la sua riconoscenza al sommo Creatore. Amava esprimere la sua soddisfazione con festose cantate, con cori accompagnati dalla musica di struggenti violoncelli, gli strumenti da lui preferiti, come in quella notte dell'ottobre 1569, quando il colpo d'archibugio del Farina gl'interruppe il mottetto Nolite timere, mentre s'intonava il gorgheggio del Non timetur cor vestrum neque formidet. (22)
 
Se si pensa che in quei giorni tutto il clero andava in visibilio per il grande massacro dei dissenzienti di Francia, come testimonia anche il Civitali (Anno 1569: adì 25 ottobre venne la nuova che gli Ugonotti, eretici e contrarî agli ecclesiastici di Roma, furono rotti e messi a fil di spada… di che si fece pubblica manifestazione di allegrezza in tutta Italia), non è difficile indovinare con che giubilo trillasse l'ugola cardinalizia. Lo sterminio totale anche dei prigionieri, suggerito dal Papa e caldeggiato da Carlo Borromeo, suscitava da una parte l'incomposto tripudio del clero e delle masse plagiate, dall'altra il disgusto di quanti possedevano ancora un minimo di raziocinio e di umanità, per il festeggiamento di un episodio feroce che preludeva la Notte di san Bartolomeo e al Sacro macello.

  Dato che il cruento trionfo papista su minoranze colpevoli di leggere la Bibbia e il Vangelo (l'una inclusa nell'Indice dei libri proibiti, l'altro consultabile solo con speciale permesso) era giunta a Lucca solo il 25 ottobre, si può inferire che nello Stato di Milano le baldorie cominciassero almeno il giorno innanzi. A Gerolamo Donato, la cui simpatia non poteva andare che agli sconfitti (l'Anfosso ipotizza in molte pagine suoi legami con gli eretici transalpini), non era perciò mancato il tempo d'indignarsi fino a vincere (ammesso che ancora ne avesse) le ultime esitazioni.
  Sul Verbano i fatti europei erano conosciuti in anticipo rispetto alla capitale del Ducato, distante circa una giornata e mezzo: il Farina ebbe perciò modo di riflettere per più di un giorno intero, prima di cavalcare fino a Milano e scaricare il suo archibugio la notte del 26 in direzione dell'orante prelato.
  È indicativa peraltro la scelta del mottetto Nolite timere per ringraziare l'Altissimo: quella fresca notizia liberava il Santo dall'incubo degli eretici marci del nord, mentre il Non turbetur cor vestrum serviva a rincuorare più qualcuno dei suoi pavidi accoliti che lui stesso, che non andava soggetto (trattandosi di sangue altrui) al minimo turbamento. Quando, infatti, Pio IV ordinò agli Anziani della Repubblica di Lucca di premiare in danaro "chiunque gli ammazzerà" gli eretici rifugiati a Lione, san Carlo s'intrometterà con inimitabile zelo per mandare la cosa ad effetto. Così riassume il Civitali la sua lettera del 13 dicembre 1563: "…il Cardinal Borromeo, stretto parente del Papa et amicissimo di questa terra, scrivendo faceva grande istanza che si facesse provvigione e notabile impresa contro i lucchesi che erano in Francia e non vivevano cattolicamente, e tanto più sollecitava essendo terminato il concilio di Trento: per il che bisognò procedere severamente e senza rispetto contro que' tali, e si eseguì la volontà di Sua Santità appieno".

  Quell'impresa sanguinosa che gonfiava di gioia il cuore borromaico ripugnava a tutti i migliori spiriti della Rinascenza, che sulla traccia di Dante e Petrarca non potevano che bollare d'infamia il papato, e tra questi brillava Renata di Francia, duchessa di Ferrara, figlia di Luigi XII, protettrice dei letterati. Ma anche tra gli ecclesiastici non mancava chi preferiva la semplice religione di Cristo ai bislacchi dogmi fabbricati a Roma, come il Carnesecchi, l'Ochino, generale dei Cappuccini (i Francescani più aderenti alla regola), il grande filosofo Giordano Bruno (un domenicano che aveva gettato il saio alle ortiche), Pietro Paolo Vergerio, che 'mutò lo splendido posto di prelato romano, l'onore di nunzio papale, la mitra di vescovo, l'aspettazione della porpora contro le incertezze di un esule'. Tutti subirono incessanti persecuzioni e molti il martirio.
  Non mancavano comunque nemmeno popolani di spirito superiore e pronti anche a dare la vita per difendere la verità. Ce ne fornisce un nobile esempio l'umanista Olimpia Morata quando, rifugiata a Heidelberg, dichiara al Curione di non intendere rimpatriare: "Voi non ignorate quanto sia pericoloso il professare il cristianesimo dov'è sì gran potere dell'Anticristo. La rabbia dei Coricei si estese in tutta Italia; v'è nota la fine del Fanno, pio uomo e molto costante [era un fornaio, come probabilmente il padre o il nonno di Gerolamo Donato, il cui esatto soprannome era 'del Farina'], che dopo due anni di prigionia, senza che la minaccia di morte o l'amor della moglie e dei figliuoli lo staccassero dalla fede, fu strangolato e il suo cadavere arso, e quasi non bastasse, le sue ossa gettate nel Po".
  L'Ochino fu denunciato per la colpa di aver predicato il vangelo e quando, egli dice, "massime tra i Cappuccini di continuo moltiplicavano quelli che essi [i papisti] chiamano eretici perché credono veramente in Cristo: con furia mirabile fui citato da Anticristo [Paolo III] e comandato che subito andassi alla sua presenza…Costui ti perseguita a morte perché predichi la grazia, l'evangelio e quelle cose le quali, con l'esaltare il Figliuolo di Dio, distruggono il suo regno". Egli non si sentiva perciò tenuto ad ubbidirgli. Sfuggì due volte alla cattura, a Siena e a Firenze, e aiutato da Caterina Cibo duchessa di Camerino e da Renata di Ferrara, si portò a Ginevra, e continuò a lottare contro "quell'empie diaboliche superstizioni, ipocrisie, idolatrie, inganni e tradimenti di anime".
  Né temeva di dar scandalo con la fuga: "Cristo m'insegnò a fuggir più volte e in Egitto e alli Samaritani, e che andassi in altra città quando in una non ero ricevuto. Da poi, che farei più in Italia? Predicar sospetto, e predicar Cristo mascherato in gergo…La Chiesa romana, benché fuori risplenda agli occhi carnali, niente di meno essa è abominevole in cospetto di Dio". Se anche avesse proseguito l'intrapreso viaggio, provvidenzialmente interrotto per consiglio del priore agostiniano Vermiglio, anch'egli passato nelle file degli evangelici, a nulla sarebbe giovato: "Se anco andando a Roma m'avessero morto, i Farisei sarebbono stati di me scandolezzati. …Obbediresti tu ad Anticristo s'ei chiamasse per torti la vita, potendo preservarti a onore di Dio, esaltazione del suo regno e confusione, vergogna, morte, annichilazione di quella fetente e sporca meretrice chiamata dal cieco vulgo Chiesa romana, solo perché lisciata di colori mondani risplende negli occhi degli uomini carnali? …Colui che tiene il principato è esso Anticristo, e voi l'avete per vicario di Cristo. …Gli empi Farisei non solo l'hanno in onore, ma l'adorano per Dio in terra e l'hanno esaltato sopra Dio siccome predisse Paolo. …Sono innumerevoli gli errori che avete imparato nell'empia scuola d'Anticristo per esser la sua dottrina impura, falsa, diabolica, né avete altro scudo per difendervi se non col dire: Così ci hanno insegnato i nostri parenti… Il che se vi basta per scusarvi in cospetto di Dio, lo lascio giudicare a voi ".
  Grazie agli uomini che osarono combatterla, oggi la Chiesa di Roma, per non soccombere, è costretta a permettere la lettura dei testi sacri sia negli originali sia tradotti nelle lingue vive. Grazie all'Ochino, al Bruno, al Vergerio, alla Morata e a tanti altri scellerati eretici.

  Nella sua lotta contro li empi et vitiosi al Cardinale era di prezioso aiuto anche il rev. Francesco Bogatto, "che haveva pratica grandissima di queste materie d'eretici et streghe, per avervi posto studio grande et essere stato molti anni avvocato della Santa Inquisitione in Mantova, oltre che con la singolare sua dottrina aveva congiunta molta carità, prudenza et bontà et una incorrotta giustitia" (23)
 
Il Bescapè e il Bogatto tuttavia non gli giovarono molto nella sua ossessionante caccia all'autore dell'archibugiata. Ma gli sbirri, sia statali sia preteschi, stimolati da una lauta taglia, s'intrufolarono in tante abitazioni, arrestarono tante persone, torturarono tanti sospetti, che in breve il panico cominciò a dilagare e qualcuno perse la testa.
  Un'improvvisa irruzione dei ceffi arcivescovili nella casa-madre di Brera provoca scompiglio tra gli Umiliati. Poco dopo, uno di loro, il Nassino, andrà a gettarsi ai piedi del Santo, e nel segreto del "medesimo sigillo della confessione - per usare le stesse parole del Borromeo - con faccia turbata et che dava segno di un animo molto agitato", sarà per la prima volta pronunciato il nome del Farina.
  Per mostrare di non volersi approfittare dell'insperata opportunità tradendo il sacramento della confessione (il cui segreto la Chiesa dichiara intangibile per garanzia dello stesso Iddio) (24) il Cardinale, non dimenticando di rinnovare continuamente in pubblico il suo perdono all'attentatore, si astiene dal far imprigionare l'atterrito penitente, che fra l'altro ripeteva di aver fatto il possibile per dissuadere il Farina dall'effettuare il suo temerario progetto. E per alcuni giorni si limita ad intimargli di comparire più volte al palazzo, dove con dolci discorsi conditi di promesse d'impunità, riesce a strappargli anche il nome dell'umiliato Legnano come persona a conoscenza delle intenzioni del Donato: invitatili quindi a pranzo, l'Anfosso riferisce che entrambi "masticarono amaro", per nulla rassicurati dalle mielose parole dell'alto prelato. Ma ancor peggio essi digerirono quando il Borromeo, "temendo che con queste dilazioni non potessero nascer in loro qualche spavento che li mettesse in fuga", li trascinò brutalmente in tribunale a sottoscrivere come testimoni la sua deposizione, nella quale egli fece dettagliatamente registrare tutte le loro confidenze.
  I due sventurati, vilmente traditi dal Santo, finirono così nell'orrido carcere arcivescovile, un torrione di quattro piani (ora del tutto sventrati all'interno e ridotti a due) ed altri due corpi d'edificio cinti da un muro sul lato della stretta via delle Ore.

 Il comportamento disinvolto del cardinale Carlo Borromeo poteva vantare autorevoli esempi in famiglia, cominciando dallo zio Giovanangelo, un povero in canna addottoratosi in utroque jure e divenuto poi Pio IV (1559-65), il quale doveva la tiara al fratello Gio Giacomo, il famigerato Meneghino, noto grassatore e tagliaborse del lago di Como, che con l'ascesa della sua fortuna (portatosi con l'ingrossata banda nel Senese, uccise e rapinò migliaia di contadini, di cui moltissimi di sua propria mano a colpi di bastone di ferro), (25) lo premiò della sua stretta collaborazione giuridica agevolandogli in ogni modo la carriera ecclesiastica. Appena eletto papa, l'ilare buongustaio lombardo condannò a morte i nipoti di Paolo IV per punire il peccato di favoritismo e "per lezione de' futuri nipoti". (26) Subito dopo però attinse a piene mani dall'enorme tesoro della Chiesa (frutto di elemosine, testamenti, indulgenze, ecc.) per ricolmare sfacciatamente, come non osò mai fare alcun suo predecessore, di ricchissimi doni, benefici, commende e prebende i suoi stessi nipoti Borromei e Altemps, tutti beni presto quasi interamente finiti nelle sole mani di san Carlo. Che s'appropriò anche del magnifico principato d'Oria, avito feudo di due fratelli quietamente dediti agli studi, da cui furono strappati l'uno col veleno, l'altro con l'accusa d'eresia imperniata su futili pretesti, come quello di avere due donne turche al suo servizio: il superstite, ridotto in miseria, sfuggì al rogo riparando oltralpe, dove condusse una vita di stenti.
 Pio IV non fu in seguito dai preti, benché ammirati di tanta audacia, fatto santo come il suo celebre nipote, che si guadagnò l'aureola con colossali rapine associate all'ostentazione di conclamate rinunce. In effetti, almeno una volta, egli rinunciò a qualche cosa: ridusse il suo corteggio a settanta persone 'relegando i laici ai bassi servigi e restringendo la sua spesa domestica a 20.000 zecchini'. (27) Ci si domanda come potesse mai campare, poveretto, dovendo giostrare con sì misera somma, e sopportare, di conseguenza, sì duri sacrifici: le rendite di tutti i conventi, opifici, vigneti, boschi e terre coltivabili di tutti gli Umiliati d'Italia toccavano i 25.000 zecchini, cifra ritenuta, quando non era ancora stretta in suo pugno, esorbitante e scandalosa dall'indefettibile Santo. (28)

  Il carcere arcivescovile è stato di recente ristrutturato, ma nel suo complesso esteriore è ancora ben visibile dalla strada nella sua forma originaria, e i suoi lugubri sotterranei, ora ben ripuliti, fungono da accogliente cantina per le bottiglie d'annata dei canonici del Duomo. Tuttavia, non molto tempo fa esso era ancora quasi interamente intatto, e l'Anfosso, che in Arcivescovado era di casa, ci poteva descrivere un cortile angusto, una scala a chiocciola, uno stretto passaggio che portava ad un antro cupo, con infissa al centro della cupola la carrucola per dar tratti di corda e slogare le ossa. Ci poteva introdurre in bugigattoli separati da grossi muri, doppie inferriate e doppi usci massicci: laidi stanzini, alcuni dei quali privi non solo di finestre ma persino di fessure, eccetto quella indispensabile all'introduzione del cibo, tutti contrassegnati dal nome di un santo fuorché uno, che portava il numero 13, ritenuto dal volgo, e dal Borromeo in particolare, d'infausto augurio. Così il paterno Santo aveva voluto costruire il suo carcere, vero monumento di cristiana carità. (29)
 
Le cure di cui in quelle fetide celle furono oggetto i due Umiliati per opera del nerboruto mons. Menichino, tanto caro al Pontefice e da lui caldamente raccomandato per la sua efficienza nell'estorcere confessioni, diedero presto i loro frutti, e altri uomini uscirono dal convento di Brera e oltrepassarono l'alto portale dell'Arcivescovado per sperimentare dolorosamente la sua rinomata destrezza.
  "La venuta di mons. Fabio Minichini - scrive il 15 marzo 1570 lo Scarampo, il gottoso vescovo di Lodi incaricato dal Santo del perdono di condurre ufficialmente l'inchiesta - non poteva essere più a tempo di quel che è stato… et bisognando proceder d'altra maniera che non s'era proceduto infino adesso, s'aveva apunto bisogno d'un aiuto tale". Un omaggio papale davvero gradito l'invio a Milano dell'energico sanguinolento ecclesiastico: "Da le mani del Nostro Signore [il papa] - prosegue lo Scarampo - non può uscire cosa che non sia di molta soddisfatione. …Mons. Fabio vide subito il processo et ha cominciato a menar le mani…".
  Frattanto, in una sala dell'attiguo palazzo, Il Santo, i timpani titillati dal rumoreggiare del manesco reverendo, addentava di buona lena, in compagnia del Governatore, duca di Albuquerque, un cappone lesso, un arrosto e una torta squisitissima. (30) Carlo Borromeo poteva dirsi contento, ché mons. Menichino non sudava inutilmente: in breve, come gli scrive il vescovo Scarampo, egli faceva "ratificare da [l'umiliato Gerolamo Legnano di] Vercelli quello ch'egli aveva già deposto, et accusare gli complici con un po' di corda… Io non mancarò di usargli [all'energumeno] ogni cortesia et servirlo come persona mandata da Nostro Signore etc.".
  Uguale soddisfazione riempiva per questo il cuore dell'uomo che occupava il trono di Pietro, che l'8 aprile faceva rispondere: "…si laude assai la molta diligentia usata da Mons. rev. Vescovo di Lodi et il rev. Arcidiacono… Si lauda similmente la diligentia usata da Mons. Fabio nell'esamine rigoroso che ha fatto contra li nominati…".

  Il 17 aprile 1570, lunedì, il vescovo Scarampo annuncia al card. Alessandrino (soprannome del Borromeo) la traduzione a Milano di Gerolamo Donato, che il duca di Savoja, prono alla volontà sacerdotale, a Chivasso aveva consegnato nelle mani dei birri arcivescovili: "…l'apostata è stato a Milano più presto che non credeva; egli giunse qua hieri circa hora di vespro, et messer Fabio li fu subito a torno…ma non si cavò niente da lui". Passata la sera e la notte domenicali a torturarlo ( in ossequio all'obbligo religioso del riposo festivo) senza riuscire ad estorcergli nulla, i due prelati, rivelatogli che il Legnano ed altri avevano parlato, colgono finalmente il frutto mattutino: "Questa mattina poi, senza tormento, ha confessato il fatto dell'archibuggiata".
  Sempre il 17 aprile il vescovo di Lodi scrive a mons. Ormaneto, vicario del Borromeo: "Me ne venni hieri sera a Milano, dove per la diligentia del sig. Gerolamo Scarampo, mio parente et vicario, arrivò anche il prigione… il quale è stato huomo da bene in questa parte: da non farci penare a cavarne la verità. In arrivando, mons. Fabio li diede un poco di corda… Questa mattina ha confessato il delitto senza tormento et dove lassò l'archibuggetto, il quale si è trovato accompagnato, et uno di essi è ancora carico, per il che si vede che lo scellerato andava provvisto per l'offesa et per la difesa. Sia lodato Iddio che non ha patito che questo da ben Signore [Carlo Borromeo] sia stato offeso, né che il delitto sia stato occulto! …Il ribaldo aveva tanto bene governati li doi archibuggetti in casa del fratello, che con tutto che avesse detto dove li aveva nascosti, il fiscale et il notaro hanno penato assai a trovarli".

Dopo molti mesi di prigionia e di sevizie nel carcere ecclesiastico, gli umiliati Nassino, Toso e Bianciano hanno la ventura di conservare almeno la vita, se non la libertà.
  L'esecuzione dei quattro confratelli compromessi nella congiura ha luogo il 2 agosto 1570 a pochi passi dall'Arcivescovado, nella piazza di S. Stefano in Brolo, che ancor oggi porta lo stesso nome: Gerolamo Legnano e Lorenzo Campagna, patrizî, sono decapitati; Clemente Mirisio e Gerolamo Donato appiccati a un'alta forca, previo taglio a quest'ultimo della sacrilega et parricida mano destra. La mutilazione è effettuata in mezzo alla piazza attualmente detta Fontana, dinanzi al portale del suntuoso palazzo abitato dal sedicente Perdonatore, per dar agio all'accalcato clero d'affacciarsi alle ventitre finestre della fronte e godersi lo spettacolo esilarante.
  Quattro giorni prima i condannati erano stati, sotto la volta del Duomo, pubblicamente degradati, ossia privati delle loro prerogative religiose. Il 2 agosto al Legnano, preposito di Vercelli, e al Campagna, preposito di Levate, furono mozzate le teste nelle prime ore del mattino sopra un catafalco rivestito di panno nero, simbolo dell'eguaglianza di tutti di fronte alla morte. "Li altri due [il Mirisio, preposito di Caravaggio, e il Donato, designato alla prepositura di Porta Comasina] poco prima de hora del desinare passarono sopra un carro menandoli intorno alla piatta [sic] del Duomo, et giunti dinanti alla porta del palatto [sic] del Arcivescovado, tagliarono la mano dritta che tirò l'archibusata al Cardinale. Gli menarono poi dove haveno fatto morir gli altri dui… tutti morsero contantissimamente" (31

  Secondo la citata Relatione (pubblicata anonimamente dal clero nella seconda metà del 1570 ma di cui è sicuramente autore il Borromeo) lo scellerato Farina, quando gli fu messo il cappio al collo, si sarebbe pentito e avrebbe rivolto alla folla un elaborato pistolotto moralistico, scagliandosi contro se stesso come abominevole esempio di turpitudine e chiedendo perdono dell'horrida archibugiata non solo a Dio, ma pure a tutti gli uomini della Terra, perché - gli mette in bocca il nascosto relatore - "se la cosa avesse avuto effetto, popoli miei, tutti ne hareste patito; et pigliate esempio da noi, imparate a viver bene et a fuggire quel spettacolo, che hora di noi vedete miseramente fare". Tanta, si voleva far credere, era la contrizione del condannato per aver fatto rischiare al mondo la perdita di sì santa e insostituibile persona! (32)
 
Filippo Besta, l'avvocato che per salvare le apparenze fu imposto d'ufficio al Donato, e a cui furono concessi solo tre giorni per scorrere gli atti processuali e imbastire la difesa, era stato ovviamente scelto tra i più tristi figuri asserviti al Borromeo. Si può perciò immaginare (giacché il Vaticano si ostina a non mollarla) il tenore di quella farsa che si è voluto far passare per sua arringa. È sufficiente a darcene un saggio, per analogia, il suo commento sulla perturbazione atmosferica seguita poco dopo l'esecuzione della condanna: "Levossi un tempo così terribile et aspro con un vento tanto horrendo, che pareva proprio che l'inferno si fosse aperto et fossero usciti fuori le migliaia di legioni di demoni per rapire quelle anime, tal che fu di mestieri che molti non potendo sopportar tanta furia, si ritirassero et andassero altrove" (33
  Altri preferisce invece dire con l'Anfosso, la cui coscienza di uomo e magistrato prevaleva nettamente sull'ottusa e acritica sottomissione del credente al clero, che "quell'uragano era una protesta del cielo contro una procedura iniziata col trasformare una confidenza in denuncia, e continuata con tutta la crudeltà che i tempi consentivano". I quali tempi consentivano pure, in una società mantenuta nella più bestiale ignoranza e totalmente succuba del terroristico potere religioso, a una Relatione con licentia de' Superiori di ostentare il più sguaiato compiacimento per il supplizio degli Umiliati, che - come annotò con evidente soddisfazione l'occulto Borromeo - "vacillando ne li esami, furono per sette mesi essaminati et horridamente tormentati".
  Il Legnano, che si sentiva innocente per non aver in alcun modo aderito alla congiura e aver anzi tentato, consapevole dei suoi troppo gravi rischi, di dissuadere molte volte il Donato, sperò fino all'ultimo nell'assoluzione o almeno in una lieve condanna. Ma per placare il trepido Perdonatore (ma detto dai compiaciuti preti, con boccuccia a cuore, anche il Rigoroso Santo) e per la miglior riuscita coreografica della cerimonia, non bastava dare in pasto alla plebaglia una sola vittima. Quando il Legnano fu tratto dalla cella, scoppiò in un gran pianto che durò lungo tutta la strada verso il patibolo. Il suo cadavere trovò sepoltura presso il cimitero della Pace, a pochi metri dall'antica Porta Tosa, ora Porta Vittoria; gli altri furono inumati in S. Giovanni alle Case rotte, presso la basilica di S. Maria della Scala. (34

  Per mostrare di non contravvenire al precetto dell'amore del prossimo (un cardine del cristianesimo che - per quanto si facesse - era impossibile cancellare) la Chiesa affidava il condannato, dopo le torture di prammatica, ai magistrati e ai boia che esigeva - sotto minaccia di scomunica - forniti dalle succube autorità civili, il cosiddetto Braccio secolare, sottomesso al superiore Braccio spirituale in cui modestamente essa incarna se stessa; "sottintendendo l'obbligo, osserva l'Anfosso, di tener per fermo il giudizio dato dal tribunale ecclesiastico, con il duplice vantaggio di ottenere lo stesso scopo e di riversare su altri l'odiosità del pronunciamento".
  I quali altri, nel caso di Gerolamo Donato detto il Farina, si dimostrarono come sempre meno feroci dell'assise ecclesiastica, respingendo e facendo un po' mitigare quella pena che gli ineffabili due santi perdonatori Pio V e Carlo Borromeo, tramite il loro prediletto vescovo Scarampo, avevano energicamente reclamato e già così pregustato: "Frà Geronimo si condurrà per la città sopra un carro, tormentandolo: nanti la porta dell'Arcivescovado se gli tagliarà la mano destra, poi si squartarà in piazza. Alli altri tre se li tagliarà la testa…" (35)

  Nemmeno lo storico Leopold von Ranke, grande esperto della Chiesa romana, riuscì a sviscerare a fondo (forse non disponendo di sufficienti documenti) le dolorose vicende qui toccate, e si contentò di concentrarle in poche righe di acritico riassunto della Relatione. Non poteva però sfuggire, a un uomo di tanto acume, la loro incommensurabile portata sul piano delle concrete conseguenze, per il vantaggio che il Perdonatore seppe abilmente trarne: "…Mentre egli pregava in una cappella, fu sparato su di lui. Mai tuttavia qualche cosa gli fu più utile di questo attentato. Il popolo considerò la sua salvezza un miracolo, e solo da questo momento incominciò ad avere venerazione per lui".
  L'attentato costituì soprattutto un comodo pretesto per giustificare la definitiva distruzione dell'unico nobile e umanitario antico ordine religioso. Con l'espropriazione dei beni degli Umiliati fino all'ultimo mattone e l'ultimo pollice di terra, san Carlo beneficava munificamente se stesso, la propria famiglia, i fidi Gesuiti e Barnabiti, e associandosi in tanta gloria san Pio V (36) elargiva alla città di Pavia, quasi fosse dono di cosa propria e non di cosa strappata agli Umiliati, l'almo collegio, che modestamente intitolò al proprio nome e che tutt'ora seleziona ed alleva alunni destinati a invecchiare nel suo culto. (37)

  In un suo esteso articolo su san Carlo il Corriere della Sera (38) presenta il facsimile della copertina dell'infame Relatione borromaica, quasi fosse cosa seria, sostenendo addirittura essere "di grande interesse la 'Vera relatione del successo dell'archibuggiata tirata a S. Carlo Borromeo et della conspiratione d'alcuni Prevosti Humiliati contro sua Persona'. Vi si racconta con abbondanza di particolari, come Gerolamo Donato detto il Farina abbia accettato la parte di killer per quaranta scudi, come si sia appostato sulla soglia della cappella dell'Arcivescovado e, appena il Cardinale vi si inginocchiò in preghiera, gli abbia sparato contro un colpo d'archibugio caricato a palla e pallini. Benché colpito alla schiena, il Santo non riportò alcuna ferita e fece cenno alla famiglia arcivescovile che era con lui di continuare le orazioni". 
  Inoltre, il più grosso quotidiano d'Italia non spiega le grossolane contraddizioni contenute nell'ignobile libello borromaico, come quella tra la descrizione delle immense ricchezze, dei cocchi rutilanti e della opulenta servitù di cui avrebbero, a detta del Santo, goduto gli Umiliati, e la raffigurazione del Donato (uno dei loro esponenti più in vista) come un pezzente, un ladruncolo costretto a praticare brecce nei muri e razziare e rivendere quattro straccetti di lino, per finanziare il suo tutt'altro che costoso attentato. (39)
 
"Di speciale suggestione, infine, - conclude l'articolo - i libretti che san Carlo confezionava per se stesso, riunendo i fogli che riempiva di appunti… e cucendoli insieme con una cordicella che faceva passare nel mezzo. Cordicella così bene conservata che la direttrice della Trivulziana, Giulia Bologna, nel toccarne le estremità dice di provare, e si può crederle, una sensazione arcana, quasi un contatto, per quanto astratto e indiretto, con la mano del Santo".

  La stessa sensazione deve aver provato anche l'assessore alla cultura (si fa per dire) del Comune di Milano Lino Montagna, alla cui commossa rievocazione del più famoso Cardinale cittadino s'ispira la Direttrice nel ripubblicare nel 1995, abbracciandone ciecamente le tesi, la Vera Relatione di borromaico pugno. Nell'introduzione, pur ricalcando il logoro tessuto di calunnie contro gli Umiliati e di celebrazioni della santo Perdonatore, essa è lontana dall'eguagliare il pathos, l'intensità d'affetto esternato dall'Assessore per il secondo, tanto da preferire chiudere il discorso introduttivo non con proprie valutazioni, ma con una pagina di alate parole del Montagna, cosparsa dei seguenti fiori: 
  "[San Carlo], la voce del Vangelo sulle labbra, la spada dell'esempio nel pugno, il sandalo della carità agli inesausti malleoli, le stimmate della volontà dentro il cuore… 
E nel gesto, l'impeto sempre del furore buono di chi sa il bene e vi crede, e scuote gli ignavi e convince i ribelli… con l'orazione, con l'omelia, con le epistole, con l'esempio. Chi non lo teme, lo rispetta, chi consente ad ascoltarlo, finisce poi con l'amarlo. Vent'anni di raccomandazioni e di moniti, di viaggi e di esempi, di carità e di fermezza, di penitenza e di battaglie. 
  …dà la stessa emozione sacra che c'invade e ci travolge… 
  L'arcivescovo è dappertutto: febbricitante, affaticato, irriducibile, tonante, benedicente, soccorrevole, forte e buono, clemente e severo
".

***

  Per il raffinato Gustave Flaubert (che non immaginava le tumultuanti masse oggi sobillate in Francia e Italia a sostegno della scuola confessionale) non era chic, dopo la Rivoluzione, tener vivo il ricordo delle atrocità della Chiesa romana, dato che il clero recitava, o comunque fingeva di recitare, il mea culpa. All'opposto, Leopardi, che vivendo nello Stato pontificio vedeva più chiaro, non solo non abboccò all'amo pretesco, ma bollò l'Ottocento un secolo di regresso in confronto al precedente, un'era di oscurantismo caratterizzato, secondo la legge dei corsi e ricorsi vichiani, da una nuova serie di papi ferocemente reazionari. E con lui anche Garibaldi, geniale forgiatore d'una calzante definizione di Pio IX, (40) si guardò bene dall'aderire all'ipocrita pietismo filoclericale tornato in gran voga. (41) Ma quanti li schernirono ritenendosi più moderni, più longanimi, più à la page, dovettero poi amaramente ricredersi davanti alla sfacciata erezione d'altri patiboli pontifici, del resto preannunciati da episodi inquietanti verificatisi già all'inizio del secolo laico (che credeva d'essersi lasciato alle spalle ogni bruttura medievale), come quello (reso noto nel 1845 a Parigi da Boizard) registrato da Loumanousky, colonnello polacco dell'esercito imperiale. Avvenimento di fondamentale importanza storica, che per snebbiare le menti dovrebbe essere d'obbligo inserito, ma non lo è mai stato, nei programmi delle scuole d'ogni specie e grado:
  "Trovandomi in Madrid nel 1809, portai le mie riflessioni sulla Casa dell'Inquisizione. Napoleone aveva già pubblicato un editto circa la sua soppressione ovunque si stendessero le sue armi. Io ne resi edotto il maresciallo Soult, allora governatore e tuttora vivente pieno di gloria, il quale mi ordinò di distruggere il palazzo dell'Inquisizione. Gli feci osservare che il mio reggimento di lancieri polacchi non bastava, ed egli ne aggiunse due altri, di cui uno, il 117°, era sotto il comando del colonnello Delille.
  Con questa scorta mi portai alla Casa dell'Inquisizione, circondata da una muraglia fortissima e difesa da circa quattrocento guardie. Giunto sul posto, ordinai a una delle sentinelle e ai padri di arrendersi all'armata imperiale e di aprire le porte. La sentinella, dopo aver parlato con qualcuno all'interno, fece fuoco uccidendo un mio soldato, e ciò fu il segnale dell'attacco, onde ordinai alla truppa di sparare su quanti si affacciavano ai muri. I quali erano coperti di armati, avendo un parapetto all'interno, da cui potevano tirare su di noi e nascondersi con nostro danno perché la mia forza si trovava su un piano aperto, esposta ad un fuoco sterminatore e senza un pezzo d'artiglieria. Era impossibile scalare le mura, e le porte non cedevano. Ordinai perciò di tagliare molti alberi e di usarli come arieti. Due di questi portarono spaventosi colpi alla muraglia senza paura dei proiettili tirati dall'alto. La muraglia tremando cedette e fu aperta una breccia per la quale la truppa imperiale irruppe nell'Inquisizione.
  E qui avemmo sùbito la prova di dove può giungere la sfrontatezza gesuitica. L'inquisitore generale e i padri confessori con le vesti sacerdotali e le braccia incrociate sul petto, ci vennero incontro affermando che non sapevano nulla del nostro attacco, e sgridarono i loro servi dicendo: 'Perché mai vi battete con i francesi nostri amici?'. Con ciò credevano d'ingannarci per svignarsela approfittando della confusione che si era sparsa nella Casa. Artificio inutile. Io li feci guardare a vista e tutti le loro guardie furono fatte prigioniere.
  Allora cominciammo ad esaminare quella prigione d'inferno, e trovammo camere sopra camere, altari, crocifissi, candelabri in abbondanza, ma non ci fu possibile scoprire alcuna traccia della loro iniquità, nessun segno dello spavento che ci dava il nome d'Inquisizione; anzi, vedevamo in ogni luogo la bellezza, lo splendore, l'ordine più perfetto, le mirabili architetture, i soffitti e i palchi d'una pulitezza a specchio e tribunali di marmo di gusto squisito. Vi era insomma tutto ciò che può piacere all'occhio e allo spirito colto. Dov'erano dunque quegli strumenti di tortura e di carneficina di cui tanto si parlava? Dove quei fondi di carcere, sepolcri dei vivi? Li cercavamo invano, mentre quei padri santi giuravano di essere stati calunniati e che noi avevamo veduto tutto.
  Stavo per andarmene e abbandonare le ricerche, lasciandomi persuadere che quell'Inquisizione era diversa dalle altre di cui mi avevano parlato, quando il cavaliere Delille, non volendo rinunciare così facilmente alle indagini, mi disse: 'Colonnello, voi siete comandante come lo sono io, e devo fare ciò che mi ordinate; ma se vi piace seguire il mio consiglio, vorrei che esaminaste meglio quel tribunale di marmo, versando dell'acqua per vedere se penetra in qualche crepa'. Io gli risposi: 'Fate ciò che vi piace'. E feci portare dell'acqua.
  I larghi lastroni di marmo erano superbamente forbiti. Dopo che l'acqua fu versata sul pavimento, con gran disappunto degli inquisitori, esaminammo attentamente ogni minima fessura per vedere se l'acqua vi s'infiltrava. Poco dopo il colonnello Delille gridò che aveva scoperto quanto cercava. Da una parte di quei lastroni l'acqua colava con grande rapidità come se di sotto vi fosse del vuoto. Tutte le mani allora si misero all'opera per scoprire altre cose. Tutti gli ufficiali con le loro spade e i soldati con le baionette tentarono di sollevare la lastra. Altri battevano tremendi colpi col calcio delle carabine per rompere qualche marmo, mentre i preti gridavano alla profanazione della loro bella e santa casa. Un soldato colpì col calcio del fucile un punto che celava una molla, e allora la lastra si alzò da sé. I visi degli inquisitori impallidirono come la faccia di Baldassarre quando apparve improvvisamente la mano divina a scrivere sulla parete le memorabili parole. Quegli uomini di Belial, ossia del Demonio, si misero a tremare in tutta la persona.
  Guardammo sotto quella pietra rialzata e vedemmo una scala. Mi avvicinai a un tavolo per prendere un candeliere con un cero. Nell'afferrarlo, fui impedito dagli inquisitori, che ponendomi dolcemente le mani sul braccio mi dicevano in tono devoto: 'Figliuolo mio, guardatevi dal toccare questi oggetti con le mani insanguinate, perché sarebbe un sacrilegio'. Io risposi: 'Ho appunto bisogno di un cero sacro per verificare dove arriva la malvagità umana. Me ne assumo la responsabilità'. E preso il cero e discesa la scala, vidi come l'acqua ci aveva rivelato quel passo. Sotto il palco della sala vi era un forte soffitto, eccetto il luogo dove si trovava la truppa. Ed ecco come trionfò l'accortezza del colonnello Delille.
  Arrivati in fondo alla scala, raggiungemmo una grande camera quadrata, chiamata la sala del giudizio. Nel mezzo vi era un grosso blocco, a cui era fissata una sedia, dove si collocava, legato, l'accusato. Vi era pure, sopraelevato, un altro seggio detto il trono del giudizio, destinato all'inquisitore generale, e intorno vi erano i sedili per i giudici delle cause inquisitorie. Da questa sala passammo a destra, dove trovammo una quantità di piccole celle per l'estensione di tutta la lunghezza dell'edificio. E qui quale orribile spettacolo si offrì ai nostri occhi! Come della benefica religione del Salvatore si facevano beffe quei medesimi che la professavano! Dentro quelle celle le infelici vittime dell'ira inquisitoriale erano rinchiuse finché la morte non veniva a liberarle dai loro carnefici. E i loro corpi erano lasciati là fino alla decomposizione e finché le celle non erano occupate da altri. E affinché quelle putrefazioni non disturbassero i padri inquisitori, essi avevano fatto risalire grandi tubi per portar fuori le infette esalazioni cadaveriche. In quest'ergastolo trovammo i resti di alcuni che erano spirati da molto tempo, altri che erano morti da poco e scheletri incatenati al palco. E scoprimmo prigionieri ancor vivi, vittime d'ogni età e sesso, dalla giovinetta al vecchio settantenne, tutti nudi come nacquero.
  I nostri soldati sciolsero subito i disgraziati dalle catene e si tolsero parte delle loro divise per coprirli. Ardevano dal desiderio di restituirli alla luce del giorno, ma io, consapevole del pericolo di far loro vedere a un tratto il sole, mi opposi insistendo perché innanzi tutto fossero aiutati nelle loro prime necessità, per fargli poi vedere gradualmente la luce. Entrammo allora in un'altra sala, a sinistra, e là trovammo tutti gli strumenti che la scelleratezza degli uomini e l'ispirazione del Demonio hanno potuto inventare. A tale vista il furore dei nostri soldati non ebbe più freno: gridarono che inquisitori e frati e guardie dovevano essere messi tutti alla tortura, e cominciarono immediatamente ad operare sui corpi dei frati. Io non potetti assistere a quella spaventosa vendetta.
  Appena le povere vittime, uscite dalle celle, furono al sicuro e condotte alla luce del giorno, sparsasi la notizia che un gran numero di quegli sventurati era stato tratto in salvo, accorsero in folla i parenti e gli amici che avevano perduto qualcuno, nella speranza di ritrovarlo. E quello fu certamente un incontro e un abbraccio di vera tenerezza. Un centinaio di persone che erano state sepolte colà per molti anni, erano restituite alla società. E chi ritrovava un figlio, chi una figlia, chi una sorella, chi un fratello, e taluni, ahimè, non riconoscevano più i loro amici.
  Dopo essere stato testimone di quanto sopra, volendo terminare l'impresa corsi a Madrid e ottenni una grande quantità di polvere, che posi alla base e nei sotterranei dell'edificio. Migliaia di spettatori assistevano all'accensione delle micce. Le mura e le torri dell'orgogliosa fortezza saltarono in pezzi. L'Inquisizione di Madrid non esisteva più. Noi abbiamo dato allora un esempio umanitario e potemmo congratularci quando poi, il 12 febbraio 1813, le stesse Cortes generali di Spagna rinnovarono il decreto di abolizione del Sant'Uffizio".

  Soprattutto per le "indebite ingerenze negli affari della Chiesa" e le "ficcanasate" di "curiosini-curiosetti" (spregiativi di conio curiale) come Loumanousky e Delille, Pio VI e Pio VII, piagnucolosi 'martiri di Bonaparte', maledirono senza posa il laicismo e le libertà civili portate dalla Rivoluzione francese, e accucciati sotto l'ombrello protettivo dell'Impero napoleonico, venuto a patti con loro sotto ricatto di sconvolgimenti interni, prepararono sordamente la rivincita oscurantista. La sacra congrega non ha mai tollerato che i suoi misfatti passassero al vaglio dell'autorità civile, ed ha sempre condannato ogni idea umanitaria. Anche il grande e giusto imperatore Federico II di Svevia si attirò i suoi pericolosi fulmini e dovette pagare ben duramente il suo ardire, per aver fatto arrestare - come scrisse all'inferocito Gregorio IX nell'illusione d'ammansirlo - il vescovo di Cefalù ed altri preti, la cui "licenza è così sfrenata che, come abbiamo appreso da una relazione fatta dai nostri funzionari per ordine nostro, vi sono stati cento ottanta omicidi da loro perpetrati, oltre ad altre violenze che essi commettono ovunque continuamente. E poiché noi li puniamo come è nostro dovere, ora ci toccano per compenso i Vostri reclami contro di noi". (42) Il giovane monarca sperava in una Chiesa sensibile alle ragioni umane! Fu invece scomunicato e condannato a morte come eretico. Nella speranza di essere perdonato e di scongiurare una guerra fratricida sul nostro suolo (come quella scoppiata ieri nei Balcani soprattutto per istigazione di Woitjla), andò in Palestina e trattò tanto abilmente col Saladino da riconquistare senza colpo ferire Gerusalemme, perduta dai tempi del Buglione, e ne fece devoto omaggio al Papa. Che lo ringraziò "lanciando l'interdetto anche sulla chiesa del Santo Sepolcro. L'odio della Chiesa contro l'Impero aveva raggiunto l'apogeo della follia". (43) Tanta prepotenza erompeva da una sbandierata preziosissima pezza d'appoggio (la poi dimostrata falsa Donazione di Costantino, grossolanamente manipolata dal bugiardo sant'Isidoro), con cui il clero si arrogava il diritto di spadroneggiare senza limiti. Così si rivolse infatti a Federico il papa Gregorio "rivendicando l'Impero della Chiesa, le terre d'Italia al suo dominio: 'È noto e manifesto che Costantino, detentore della monarchia universale, ha voluto con consenso non solo del popolo romano, ma di tutto quanto l'Impero romano, che il successore del Principe degli Apostoli, che aveva il dominio sul sacerdozio e sulle anime in tutto il mondo, avesse pure il governo delle cose e dei corpi in tutto l'Universo, pensando che dovesse reggere le cose terrene solo Colui che aveva da Dio avuto la cura delle cose celesti sulla terra. È perciò che sono state affidati al romano Pontefice lo scettro e le insegne imperiali, assieme a Roma, alle sue terre e all'Impero tutto, considerando infame che, nel luogo dove il Capo della religione cristiana è posto dal Divino Signore, un signore terrestre possa esercitare un qualsiasi potere. …Tu dimentichi che i sacerdoti di Cristo sono padri e padroni di tutti i re e di tutti i principi cristiani. Dove attingi l'audacia di giudicare le decisioni nostre, delle quali solo giudice è il cielo, quando tu vedi le teste dei re e dei principi inchinarsi alle ginocchia del prete, quando sai che l'Imperatore cristiano deve sottomettersi nei suoi atti non solo al romano Pontefice, ma ai semplici Vescovi?'". (44
Pur non sapendo nulla della falsità (che sarà dimostrata con prove schiaccianti solo sec. XV) della vantata Donazione, Federico non solo rifiutò d'inchinarsi a Gregorio, ma lo definì, in una lettera a lui indirizzata, "persona indegna di essere presa in considerazione dalla dignità imperiale". Noi, all'opposto, benché tanto ben informati, sopportiamo bovinamente l'indignitoso cerimoniale imposto alla nostra 'laica' Repubblica, secondo il quale il Capo del governo e i Presidenti del Senato, della Camera e della Corte costituzionale devono sempre cedere il passo ad ogni porporato pavone. 

  Caduto Bonaparte, per prima cosa fu risuscitato il Sant'Uffizio, e con esso la vile delazione, la tortura e la mannaia tornarono in auge nello Stato pontificio fino al 1870, quando l'unità d'Italia e la vittoria del libero pensiero posero fine alle rinnovate atrocità dei preti. Che da allora si contentarono di sfogare il loro odio verso il genere umano fomentando guerre con manovre più o meno sotterranee, e con valanghe di aperte calunnie e invettive, come quelle che poté pronunciare nel 1889 Leone XIII (senza che, per il nostro cedimento iniziato con la 'legge delle guarentigie', nessuno gli riempisse la gola con un pugno di fango) contro l'erezione in Campo dei fiori del monumento a Giordano Bruno e a tutti gli altri martiri dell'Inquisizione: "Dopo i pubblici rivolgimenti d'Italia e la violenta occupazione di Roma… si profondono onoranze a un uomo doppiamente apostata, convinto eretico, ribelle fino alla morte all'autorità della Chiesa… conciossiacché doti veramente pregevoli in lui non riconosce la storia, non altro valore scientifico". (45
  Se comunque a tutt'oggi il Sant'Uffizio (46) non ha ancora piantato il suo funebre drappo in tutte le piazze d'Italia, lo dobbiamo ai sacrifici e al sangue degli eretici marci, dei pretensiosi illuministi, dei tenebrosi carbonari, dei pazzi garibaldini, di tutti i visionari derisi dai benpensanti metafisicamente assorti in funzioni vegetative e fisiologiche. E non è certo merito di ieratico pentimento se agli estimatori del Medeghino ora non resta da riverire che la sua pallida ombra, Marcinkus, l'atletico monsignore elevato dal Papa al rango vescovile per aver con un magistrale colpo di lingua prosciugato le tasche di centinaia di migliaia di creduli risparmiatori. (47)
 
Imbaldanziti dall'ignoranza popolare accresciuta nonostante il generale progresso tecnologico, i nostalgici della corda e degli uncini tendono a tirar botte (per ora quasi solo verbali) sempre più sode: in attesa di menechinici tempi migliori, che gli consentano ampia libertà di menar le mani, tessono panegirici in gloria del Sant'Uffizio (quando non ne fanno risalire l'invenzione addirittura… ai laici!) e in particolare lo apprezzano per aver costretto all'abiura Galileo, colpevole di troppo anticipate verità. In compenso della ritrattazione (estortagli con sevizie fatte passare per docile acquiescenza), beffardamente lo affiancano al Borromeo circondandogli il capo con un'aureola di quasi ugual misura. (48) E stesa una ragnatela di censure sui rotocalchi e i mezzi audiovisivi, contano sull'irreversibile assopimento dei laici zichichizzati (49), per innalzare alle stelle san Carlo come "quintessenza d'ogni virtù e supremo modello di capo politico-religioso, che tutti i moderni reggitori della cosa pubblica dovrebbero imitare".
  Nel 1984, al rullio filoborromaico durato sette mesi di fila hanno massicciamente preso parte TV, giornali e riviste d'ogni colore e tendenza. (50) E va da sé che con i cattolici, anche i clerico-fascisti e i catto-comunisti abbiano partecipato entusiasticamente all'agiografico tambureggiamento. 

  Da un servizio di sedici pagine su FAMIGLIA CRISTIANA, (51) s'evince che la soppressione degli Umiliati fu motivata dal loro "esercizio del credito, (52) e che il Farina fu condannato e messo a morte con tre dei suoi mandanti, nonostante il perdono del Cardinale, dalle autorità spagnole, che furono diligentissime nelle indagini temendo di apparire complici" (sic). Circa l'arsione delle undici 'streghe' della svizzera Roveredo, esse sono arbitrariamente ridotte a dieci, nonostante il primo numero riconfermato anche dall'Unione Cattolica Popolare Ticinese. (53) Ultima furbizia volta a una ben meschina diminuzione della gravità di un crimine, che tra l'altro si pretende circoscritto ad un unico luogo, quasi non contassero nulla le migliaia e migliaia di altre donne arse vive dal Santo in ogni terra a lui soggetta. Vittime di cui FAMIGLIA CRISTIANA, come tutti gli altri fogli apertamente cattolici e sordidamente pseudolaici entrati in lizza, si premura di tacere, tutta impegnata a farci solo sapere che, sempre a Roveredo, il Santo le fece sì bellamente arrostire ma, in fondo, senza vera partecipazione, anzi quasi di malavoglia, per eccesso di bontà, per non saper dir di no, per non deludere l'aspettativa di un gruppuscolo di devoti andatigli incontro, che magari avrebbero, diversamente, potuto mormorare e tacciarlo di "scarsa energia". 
  Tuttavia la Santa Madre Chiesa, che ci dipinge un Borromeo d'ineguagliabile dolcezza, lontanissimo dall'idea di compiere delle atrocità, si rifiuta poi di spiegare perché il Santo perché in effetti poi le compisse, anche se, a suo dire, a fin di bene, e se ne compiacesse fino a scrivere al vescovo di Parma d'essersi dato "a purgare la valle di tutti gli apostati e fuggitivi, che quivi erano recapitati, e… a sradicare più che si è potuto la peste delle streghe, onde era quasi piena questa valle con tanta perdizione e rovina di molte anime; e vi ci sono condotti buoni sacerdoti…che attenderanno con zelo ed affetto di carità a promuovere innanzi il servizio di Dio e il frutto spirituale di quelle anime" (54)

  Anche nei confronti dei canonici della Scala FAMIGLIA CRISTIANA edulcora e falsifica a suo libito gli eventi: ci mostra un Borromeo umile e paterno che si reca da loro in benigna "visita pastorale, [ma essi, i cattivoni,] gli si buttarono addosso con calci e pugni mandandolo via". Sull'ululante massa di fanatici assetati di sangue che lo seguivano minacciando di morte i canonici e agitando falci e tridenti, non una parola. Uguale ermetismo sugli infiniti supplizî di 'streghe' ed eretici. Idem sugli Umiliati combusti alcuni mesi prima dell'horrido attentato. In compenso, tra molte frottole sparate assieme allo Sputasentenze Santo Padre, lo stesso foglio per distrarci dai fatti basilari e vantare la 'coraggiosa libertà' della sua critica, dà gran rilievo a qualche ininfluente particolare fisico del Santo che, "non bello con quel naso, aveva anche il parlare accidentato, con le parole che gli uscivano a precipizio".
  Anche il non dire, il nascondere sotto banalità gli episodi essenziali, tagliarli e distorcerli a proprio ghiribizzo è pacchiana falsificazione. E a furia di bombardarci con soppressioni e mistificazioni, si annulla il concetto di storia regina delle scienze, sicché noi si finisce col dire sempre più di frequente storie per fandonie, balle, prese per i fondelli, se non peggio. Ma se oggi i grossi media sono ridotti a pieghevoli strumenti di potere ecclesiastico e politico, a scapito dell'informazione genuina, noi vogliamo ostinarci a credere, come Paolo Valera, che "la storia è storia e nessuno ha diritto di negarla", e che "nessuno può a suo capriccio stabilire per gli altri ciò che è vero e ciò che è falso".

P.S.

  Questi materiali sono comparsi, anticipando la loro prima edizione in opuscolo, sul settimanale L'Eco del Varesotto da marzo a giugno 1984. Subito dopo le prime puntate sono fioccate lamentele e mugugni di anonimi, e persino gli strani suggerimenti di un certo mago di Laveno. Il direttore del piccolo foglio di provincia dapprima ha retto bene ai flutti procellosi, ma poi, minacciosamente premuto dal prevosto di Luino, da un mal camuffati birri e da un ex eroico partigiano democristiano (sedicente combattente della libertà, ma con insopprimibile vocazione a tappar le bocche altrui), tutt'a un tratto mi chiese, anzi quasi mi scongiurò, di "scrivere, dopo tante cose un po' aspre, anche qualcosa di buono compiuto dal Borromeo". Gli risposi promettendo, giacché nessuno più di me è felice di accontentare il prossimo, di fornirgli un elenco delle sue più encomiabili azioni.
  Non mi fu comunque possibile mantenere la promessa, non essendomi mai imbattuto nelle mie pur lunghe e coscienziose indagini, confortate da rigorosissime verifiche, in alcunché di bene mai operato dal Santo. A quanto mi consta, egli prese sempre, non diede mai.
  La pubblicazione del Farina fu troncata di botto, alla penultima puntata. In sua vece, quasi ad esorcizzare le precedenti, l'Eco uscì con la prima pagina satura di sviolinate in gloria di Santi e di Madonne.

MISTIFICAZIONI E STORIA

  Non ero propenso alla ristampa, nonostante le sollecitazioni a volte pressanti, del breve saggio sul Farina e il Borromeo. Ho pensato, per anni, che l'interesse per la cosa si sarebbe esaurito con la chiusura delle manifestazioni per il centenario del 1984. Ma il tempo ha lavorato in senso opposto, e qualche docente ha dovuto ricorrere alla fotocopiatrice su richiesta dei suoi studenti.
  Nemmeno ciò mi spingeva comunque al nuovo passo. Mi tratteneva più che altro il pensiero di non aggravare l'offesa, involontariamente arrecata, ai tutt'altro che pacifici perdonatori di professione, già dimostratisi abbastanza suscettibili e irosi nell'anno dell'apoteosi del Santo.
  Ma un giorno mi fu segnalato un libro che, pur non citando la fonte per paura di fornirmi gratis una briciola di pubblicità, cita virgolettandolo qualche brano del FARINA e attacca la riabilitazione di Gerolamo Donato proponendosi di smantellarla. Non fu tuttavia l'amor proprio a farmi uscire dal guscio del silenzio. Contrariamente all'abitudine dei reverendi, non mi adonto per la divergenza d'opinioni che può scaturire da discorsi sui casi della storia, né sento per i contradditori l'impulso d'impugnare la clava. All'opposto, non mi sarebbe per nulla dispiaciuto riconoscermi caduto in errore. Avrebbe significato che i nostri sventurati avi non patirono quanto purtroppo, in effetti, dovettero patire. 
  Conseguentemente, nel leggere con attenzione quel volume corredato da tutti i crismi dell'ufficialità papale, mi attendevo quelle novità scientifiche in favore ed esaltazione delle opere di san Carlo che l'Accademia Borromaica, a tale scopo solennemente fondata a Milano, continua a promettere da molti anni. Ma non trovai che la solita girandola di pomposi arzigogoli e sofismi elaborati per mascherare o negare impudentemente il vero. Mi parve dunque giusto rispondere a chi continuava a ciurlare nel manico e a far balenare, a difesa e conservazione di un illegittimo potere, una santità tanto conclamata quanto discutibile.

  Tra i propugnatori della morale cristiana ertisi a paladini del santo di Arona, il più autorevole è dunque padre Fernando-Vittorino Joannes, firmatario del suddetto volume, di ben 360 pagine. (55)
 
Il suo curriculum letterario è, a dir poco, impressionante:
  "Fernando Vittorino-Joannes, francescano, è nato a Gavardo (Brescia) nel 1931. Dottore in teologia cattolica e protestante, studioso di religioni orientali, dopo aver partecipato al Concilio Vaticano II in qualità di perito, ha lavorato per vent'anni nell'IDOC, Centro di documentazione internazionale e interconfessionale, con incarichi di collegamento con le Università teologiche protestanti e ortodosse. Tra il 1964 e il 1976 ha diretto per Mondatori la collana di opere saggistiche IDOC - Documenti nuovi (52 volumi tradotti in otto lingue); in seguito ha diretto per Rizzoli la collana in 12 volumi Le grandi religioni. Tra le sue opere organiche ricorderemo: Per conoscere sant'Agostino, Sinai, L'ebraismo, L'uomo del Medioevo, I. S. Bach il Cantor. Ha collaborato e collabora a quotidiani, riviste e periodici, tra cui, Amica, Tempo, Settegiorni, La Domenica del Corriere, Le Monde de la Musique (con interventi sulla musica religiosa del 1300-1400, di Bach e Mozart). Ha curato speciali serial televisivi sulla storia e archeologia biblica". 
  Come dunque non inchinarsi dinanzi a tal colosso? Come non prestargli fede? Come non approvare riverentemente quei concetti da lui formulati allo scopo di demolire le critiche, a suo dire avventate e temerarie, mosse ai turibolatori di san Carlo?
  "Di durezza si poteva prevederne in abbondanza, - condiscende a spiegarci - conoscendo i sistemi giudiziari e le pene, ritenuti esemplari all'epoca. Ma, occorrerebbe ricordarlo, siamo quasi duecento anni prima di Cesare Beccarla, quello Dei delitti e delle pene. Il primo a precedere è il Borromeo, che si dà da fare in ogni modo per persuadere l'inflessibile Pio V, il governatore, il tribunale milanese a non incrudelire contro i delinquenti. Le leggi lasciavano, quando non lo imponevano, molto spazio per incrudelire. La lettera di Carlo all'Ormaneto (56) che è a Roma sarebbe da citare e postillare tutta, in questa ottica e nella situazione creatasi. E non si capisce come, durante il quarto centenario del Borromeo, si sia potuto scrivere un libriccino che si dà ogni aria di probità scientifica, parlando di 'orrori borromaici', e soprattutto ponendo in dubbio il comportamento chiarissimo del Borromeo, attribuendogli delle intenzioni che per nulla saltano fuori dai documenti sia già conosciuti sia recentemente acquisiti. Del resto, l'autore premette già in copertina che 'purtroppo il fallì colpo'. E poi non fa che parlare degli innegabili 'orrori' dell'epoca facendoli diventare senz'altro 'borromaici'. (57
  Anche se si volesse pretendere dal Borromeo che si opponesse non solo alle leggi vigenti ma pure ad ogni mentalità e costume dell'epoca sua - ci si chiede però con quale 'coscienza storica' si potrebbe farlo - non si può negare che Carlo andò molto più in là di quanto ci si possa attendere da un uomo illuminato, ma di quel secolo.
  Nella lunga lettera all'Ormaneto, e per quanto riguarda il foro ecclesiastico più specificamente dice: 'Essi poi i colpevoli, confessando la propria colpa, divengono in parte innocenti, e ne sono anche pentiti. D'altra parte, inoltre, io li trovo meno colpevoli dei canonici della Scala che si opposero all'autorità a mano armata e di pieno giorno. Il Farina stesso, poi, è stato un disgraziato che sperava di rimanere nascosto
'. E segue tutta una serie di altre ragioni. La stessa cosa fa presso il governatore e presso il tribunale". (58)

  Con la stessa coerenza con cui si fa chiamare Padre, (59) l'eminente religioso tesse sul telaio predisposto da Francesco, il santo dell'amore subito tradito dai suoi confratelli, una calorosa apologia del santo dell'odio. Fino a ribadire, con lo "stile semplice, grave, commosso" suggeritogli dal "celebre vescovo Félix-Antoine Dupanloup", la sua "ammirazione […] a volte preda di qualche sgomento, per Carlo Borromeo, e anche l'amore per lui, per la sua mano pesante, un amore un tempo fanciullo e ora forse più maturo" (60), amore che il dotto francescano generosamente profonde sulle nocchiute dita caroline e interamente nega ai malmenati dal micidiale smanacciatore.
  La molla che lo ha spinto alla stesura di un "racconto storico di grande fascino" è la constatazione - recita il retro della copertina - che "la fisionomia di san Carlo Borromeo la conosciamo ancor oggi poco". Così il Nostro ci ha donato una biografia che finalmente "colma, realizzando un magistrale ritratto critico, la secolare lacuna". A convalida di ciò il sapiente reverendo asserisce di attingere a "documenti, sia già conosciuti sia recentemente acquisiti", che ribalterebbero il giudizio negativo del celebre storico Formentini, senza con questo osar intaccarne la validità scientifica, pur appellandosi al sedicente 'laico' Federico Chabod, il quale, magnanimo, "riconosce sì che le opere di Marco Formentini rimangono sempre importanti, ma osserva che sono nutrite da un eccessivo spirito polemico antiborromeiano". (61)

  Padre Fernando non può dunque smentire il Formentini, anche se non gli garba per nulla, come non garba per nulla al compiacente (solo nei riguardi del clero) Chabod, il suo modo di esprimersi assolutamente disapprovato dall'adontata Santa Sede. In sostanza, è solo questione d'involucro, ma resta fermissima l'autenticità dei documenti ritrovati dal primo. Il che, ciance a parte, è l'unica cosa che veramente conti per veder chiaro oltre la cortina di fumo agiografico. Ma il buon francescano, perché non si diradino le sacre nebbie, giura di avere un formidabile asso nella manica e di poter mettere in tavola 'documenti di recente acquisizione', quei documenti che gli studiosi invano ricercano affannosamente da generazioni. Peccato però che li menzioni di continuo senza però mai citarne uno, nemmeno in minima parte. Perché la da lui vantata e sventolata 'lettera all'Ormaneto' dimostra, a parte la secolare antichità del suo ritrovamento, soltanto una cosa: l'ignobile doppiezza del Santo, che astutamente allegava alle lettere ufficiali degli avvisi di suo pugno (scoperti appunto dal Formentini) con la raccomandazione al destinatario di eseguire l'esatto opposto di quanto in esse comandato.
  Ma ben altro sembra confermare la santità del più famoso cardinale di Milano. Come disconoscere infatti la "probità scientifica" dell'oscuro prete che nel 1610, al processo di canonizzazione di Carlo, riferisce di "una fascia luminosa apparsa improvvisamente", il cosiddetto "miracolo dello splendore", una specie di stella cometa arrivata sul presepe di Arona, dove una devota, che si suppone almeno semivergine, regala al mondo il santo infante Borromeo? (62) Abbiamo anche l'adorazione dei notabili verbanesi. Ci manca solo il bue e l'asinello.
  A p. 138 il gregge è ammonito a non prestare ascolto ai "facili biografi di lui", che negano "la profonda consuetudine di Carlo per il Vangelo" e ritengono "certi metodi, certi interventi del Borromeo [···] sospetti d'intransigenza e mancanza di misericordia", tanto che "si parla a volte di uomo 'vendicativo'". Vendicativo l'amoroso Perdonatore? Un Gran Santo, invece, universalmente acclamato come "Commiserante, Vivente l'Evangelo, Misericorde e Compassionevole, Pieno di grande amore et affettione a tutti, Comprensivo delle debolezze altrui, Più volte piangente forte", (63) il quale "alle estreme misure ci arrivò sempre dopo tentativi ripetuti, e di tutt'altro genere che le imposizioni penitenziali e le correzioni canoniche. Ma si sa, le leggende storiche resistono anche contro le evidenze storiche". (64)

  Il Misericorde nonché Compassionevole non avrebbe dunque mai usato alcuna coercizione fisica, e le sue delicate tiratine d'orecchi, sempre improntate a straordinaria moderazione, sarebbero state soltanto, sempre a detta del Nostro, d'ordine squisitamente spirituale. A sostegno di sì benevola tesi, il dotto francescano finalmente si degna di addurre almeno un esempio concreto: il provvidenziale intervento del Santo a Mantova, per portare la pace dopo un grave fatto di sangue lesivo della dignità della Chiesa.
  Nel 1568, "ecco che a Mantova, a causa della clamorosa predicazione ereticale di un frate che si spacciava sostenuto dal Duca, succede un pandemonio, durante il quale due domenicani vengono assassinati, tanto gli spiriti erano eccitati, e le autorità interessate a che ci fosse polverone per approfittarne in politica. Papa [san] Pio V, allarmato, dice: 'Qui ci vuole il Borromeo!'. E gli scrive: 'Il Signore vi ha arricchito di doti così eminenti e noi conosciamo tanto la vostra integrità, la vostra prudenza, la vostra abilità, il vostro zelo per la Chiesa, che abbiamo la ferma speranza, mandandovi a Mantova, di vedervi corrispondere pienamente ai nostri desideri'. Elogi e complimenti impegnativi, perché disseminati in una bolla pontificia, e da un uomo poco proclive ad elogi e aggettivi quale è papa Ghislieri. A Mantova infatti Carlo riesce a comporre la vicenda senza ricorrere a mezzi forti, persuade il Duca a mostrarsi più attento ed energico: gli dà insomma qualche buona lezione di buon governo: lascia discretamente contenti persino gli avversari. Tanto che da Roma il Papa insiste perché si fermi più a lungo a Mantova…". (65)

  Pandemonio…polverone… Avversari persino contenti! Termini iperbolici e al contempo un po' troppo vaghi per poter appagare la curiosità del lettore. E poi un Borromeo esaltato per quattro secoli come il Duro, l'Inflessibile, che tutt'a un tratto rinuncia, per avvalorare la mielosa biografia di frà Fernando, al suo abituale ricorso alla forza bruta, stimola alla verifica delle fonti per scoprire se mai quel polverone, di cui il Nostro incolpa la predicazione ereticale, non sia invece a bella posta sollevato da lui stesso per spiegare tutto senza dire niente.
  E in primo luogo si trova che a suscitare detto pandemonio, non sono stati assolutamente gli eretici, né le autorità civili e tanto meno il duca Guglielmo Gonzaga, unicamente interessato a spassarsela tra balli e feste, ma il prepotente san Pio V che, come il Borromeo, non ammette repliche ad alcuna delle sue spietate imposizioni. Violenze e crimini di cui la Chiesa si dimostrerà tanto grata a quel papa, tra l'altro assai devoto alla Madonna del rosario, da innalzarlo alla gloria degli altari tra i pochissimi pontefici fatti santi nell'ultimo millennio.

  Il tutto comincia molto tempo prima (ma il frate lo tace) dell'uccisione dei due biechi torturatori domenicani, con l'affissione alla porta di tutte le chiese dell'atroce bolla del 1° aprile 1566 Cum primum apostolatum, che favorisce con la garanzia d'anonimato, come d'uso ecclesiastico, la delazione incentrata sulle spiate e le denunce, e commina pene terribili ai dissenzienti. (66)
 
All'apparire della bolla, cominciano a fioccare le incriminazioni segrete da parte dei più devoti, ma gli arresti eseguiti dall'inquisitore padre Ambrogio fanno montare in furore san Pio V, che lo accusa d'insufficiente zelo e attività, soprattutto per essersi mostrato timoroso di una possibile sollevazione popolare. E ancor più il Papa va in bestia venendo a sapere che il Duca, invece di dar man forte al clero, ha ordinato di sospendere gli arresti. (67) Con un breve incita quindi il Duca a collaborare e a "comprimere con la sua autorità una tanta scellerataggine, [partecipandogli] che avendo ravvisato troppa freddezza nel padre inquisitore nell'esercizio del suo ministero [···] lo solleva da tale ufficio e nomina in sua vece il frate padre Camillo Campeggio, dottore in teologia, che già in Roma diede prova di molta energia". (68
  Padre Campeggio arriva da Roma con un elenco di nomi forniti dai delatori di Mantova e non si perde in convenevoli. Cadono immediatamente nella sua rete decine di notabili, come Antonio Valerio, procuratore fiscale del Duca, Esimio Calabra, segretario ducale, l'architetto Giambattista Vertano, l'ingegnere Pompeo Pedemonte e suo fratello Cesare, Antonio Pedoca, medico di S. Benedetto, il dottor Pelizzaro, medico di Ostiglia, e numerosi plebei, in specie gli appartenenti alle corporazioni dei fornai e dei portatori di vino. (69) Oltre a molte popolane, iscritte nella lista dell'inquisitore raccomandato dal Santo Padre, figurano anche delle donne nobili, come Lucrezia Monfroni e Vittoria Gonzaga. E la prigione del convento di S. Domenico si gremisce al punto che l'inquisitore ordina di ampliarla, ma prevedendo che in ogni caso essa sarà inadeguata, ordina ai confratelli di mettergli a disposizione tutte le carceri annesse agli altri conventi. (70)
 
Con una lettera insolente al duca Guglielmo, il 14 ottobre padre Campeggio si vanta di fare, mandando al patibolo i cittadini dissenzienti secondo le disposizioni papali contro gli eretici, un "gran servitio a Nostro Signore Dio". E mostrandosi turbato per le opinioni di quanti non si assoggettino docilmente al clero, aggiunge: "Si udirono sì brutti e sì lordi errori, che chi ha a cuore l'onor di Dio…non potrà mai dire che le pene della Santa Chiesa date a simili delinquenti siano troppo severe". (71)
 
Troppo severe se inquadrate nell'ottica di uomini affetti da "sordido anticlericalismo", (72) ma certamente non in quella del dotto frà Fernando, che accuratamente tace, per non cadere, stigmatizzandolo, nel peccato mortale di anacronismo, l'autodafè del 3 agosto, quando i domenicani fanno salire dieci prigionieri su un palco nel recinto del convento, "li immitrano, li chiamano in colpa, li fanno abbruciare". E l'autodafè del 26 ottobre, sempre dinanzi alla chiesa di S. Domenico, dove "si abbruciarono alquanti di quelli reputati eretici, ai quali ed ai calunniatori Nostro Signore Iddio perdoni…".
  Pur dicendosi soddisfatto dell'operosità del nuovo inquisitore, san Pio V si lamenta col duca Guglielmo della scarsa sorveglianza contro gli eretici da parte dei birri governativi. La sua lugubre e lunga esperienza di domenicano seviziatore gli fa captare nell'aria qualche avvisaglia di sedizione; (73) ma gli tocca nondimeno dare atto, e onestamente lo ammette, che nonostante lo scarso fervore della corte ducale non si è verificato alcun grosso e pericoloso tumulto. Si compiace "che l'esecuzione [dei rei su molti roghi] non sia stata impedita, ma vi è stato disordine e molta confusione e con poca reputazione del Sant'Uffizio" (74)

  Mentre san Carlo menava gagliardamente le mani nella Milano spagnola, san Pio non voleva assolutamente essere da meno nel Ducato dei Gonzaga. E non dava pace al padre inquisitore, il cui feroce attivismo era però frenato dall'indolenza di Guglielmo e della sua polizia. La loro poco zelante cooperazione rendeva meno efficienti e sbrigativi, quando non rischiava addirittura d'incepparli, gli arresti in massa, che con la confisca dei beni dei condannati tanto fruttavano all'insaziabile sacra gang. Scrive quindi al Duca, contando sulla superstiziosa vigliaccheria dei creduli, e tira fuori dal cappello pontificio gli stravecchi spauracchi magici, gli infallibili arnesi del mestiere papale: " …Se vostra Eccellenza non si risolve di favorire questo Officio Santo con più ardore e con maggiore celerità, temo che Dio Nostro Signore non s'adiri con lei e mandi qualche gran flagello sopra della persona sua e dei suoi figliuoli, e sopra lo stato suo… Lasci che la Santa Chiesa usi la potestà sua liberamente… Se V. Ecc. è buon cristiano e teme Dio come in altre buone opere dimostra, lo facci conoscere anche in questo…". (75
  Dopo due settimane, il 20 dicembre 1567, san Pio fa scrivere al Duca anche dal cardinale Correggio, che esordisce con tono tra l'untuoso e l'intimidatorio: "Non son sudditi di V. Ecc. quelli che abbandonano il vero et antico culto della religione, ma nemici del naturale loro principe e soggetti del diavolo…". (76)

  Ed ecco il fatidico 25 dicembre. Due frati usciti furtivamente da S. Domenico, s'incamminano silenziosi verso la chiesa delle monache di S. Vincenzo. È notte fonda, e avanzano per stradine immerse nel buio. Il capitano di giustizia che ha steso la laconica relazione del fatto sorvola sul motivo della loro escursione, del resto non difficile da immaginare. Ormai prossimi a guadagnare l'agognata meta, "essi frati sono stati assaliti da persone incognite, et hanno ferito uno di due ferite sulla testa e due sulle mani, et l'altro di una grave ferita sul collo. Il primo è stato condotto al monastero loro e si è ritrovato morto, il secondo è stato ritrovato morto su la via…" (77)
 
Il giorno innanzi, il conte di S. Giorgio, ambasciatore del duca di Mantova presso la Santa Sede, lo aveva informato della "buona opinione che ha Sua Santità di questo padre inquisitore", pur essendo "in tanta collera" per avere il Duca "tre o quattro consiglieri eretici marci, et che non dà gli aiuti che dovrebbe alla Santa Inquisizione. [···] Che sua Ecc. lasci fare l'ufficio suo all'Inquisitore sia contro i servitori suoi [dello stesso Duca] et chi si voglia, et attenda a dargli aiuto, che è obbligato…" (78).
 
Il Papa è sorpreso della tenacia di Guglielmo nel non consentire altri arresti ed esecuzioni. Cristianamente inviperito, egli non si contenta di far incatenare al remo e di mandare 'ad perpetuos carceres', o 'ad essere murati', gli eretici di Faenza, di Forlì, di Bologna, tra cui uomini 'delle buone case', come i Luppoli e i Lodisi, e l'umanista fiorentino Carnesecchi, fatto arrostire sulla pubblica piazza. (79) Vuole ad ogni costo schiacciare tutti gli eretici di Mantova spegnendo così ogni residuo focolaio di libero pensiero, anzi di pensiero tout court. E risollevare al contempo il vacillante prestigio del Sant'Uffizio, vendicando ad usura i due eroici martiri della fede, che avevano tinto del loro sangue il viottolo per la casa delle suorine in trepida attesa.

  Nessun trascinatore di popolo come il novello "Mosè, un angelo di tale tempra" (80) reincarnato nel Borromeo, che spesso si firma modestamente Buon Romeo, buon pellegrino, alludendo alle proprie angeliche visite pastorali e prefigurando un proprio "felice e simpatico profilo spirituale", (81) per quanto si cerchi nell'orbe cattolico potrà mai soddisfare del tutto gli ardenti desideri di san Pio V. (Che cominciò ad esser detto anche Bianco Padre, per voler egli continuare ad indossare a monito e terrore dei dissenzienti, invece della tradizionale veste rossa ambita dagli eletti al soglio, il suo grembiulone di macellaio domenicano.) Competerebbe solo al vescovo di Mantova sopperire al provvisorio inceppamento dell'attività repressiva di padre Campeggio, perché la giurisdizione del Borromeo, benché molto ampia, non dovrebbe travalicare i confini del Ducato di Milano. Ma se deve prodigarsi per fare del bene, il Santo non ci pensa due volte. Che razza di buon romeo e d'indefesso camminatore sarebbe egli mai, se si rifiutasse d'intraprendere un lungo viaggio? Il Papa è sicurissimo che di lui non rimarrà deluso.

  Prima ancora d'infilarsi, a Milano, nel suo lussuoso cocchio, il Cardinale, sempre ansioso di migliorare ed elevare gli altrui spiriti, si fa precedere dalla solenne ingiunzione ai cittadini di Mantova di passare giorno e notte in preghiera, stabilendo dei turni sotto stretta sorveglianza, per impetrare la misericordia di Dio.
  "A Mantova infatti Carlo riesce a comporre la vicenda senza dover ricorrere ai mezzi forti", ci fa sapere col tono di voler rassicurarci padre Fernando, e almeno circa l'inizio del suo nuovo soggiorno non si può dargli torto. Tra riverenze, cerimonie, salamelecchi, suonatine di violoncello alle quali lo stesso Borromeo amava partecipare producendo strazianti lai, (82) tra pranzi suntuosi e giocondi festini intercalati da saltellanti carole e contraddanze al braccio del pettoruto duca Guglielmo, il grande Santo, sempre a detta del buon francescano all'occasione capace di mostrarsi un perfetto signore à la page, (83) ottiene un solido successo diplomatico. Riesce infatti a "comporre la vicenda" con soddisfazione del Duca, al quale, offrendo la garanzia di non infierire contro i sospetti d'eresia blasonati e legati alla corte, strappa il decreto dell'8 marzo 1568, che dà carta bianca al "religioso uomo frate Camillo Campeggio pavese dell'ordine dei predicatori, dottore in teologia, nell'estirpare le eresie per la conservazione della fede cattolica sia in questa città che in ogni parte del nostro dominio…" (84)
 
Un decreto che è il risultato, ricorda con soddisfazione il Nostro, degli incitamenti carolini al Duca "a mostrarsi più attento ed energico" e di "qualche lezione di buon governo" impartitagli con l'aggiunta, in premio della sua cieca obbedienza, dello sgravio dall'incubo delle maledizioni e delle vendette clerico-divine.
  È invece piuttosto dubbio che in effetti Carlo - come frà Fernando chiama confidenzialmente il Borromeo -"lasci discretamente contenti persino gli avversari", eccetto l'esigua minoranza dei privilegiati cortigiani coperti dal patto di tregua. Come tutti gli altri numerosi sospetti di "marcia eresia" potessero davvero rallegrarsi di essere ricacciati, dal borromaico "pio sadismo", (85) nella macina dei processi inquisitoriali, resta un enigma per noi inestricabile, di cui sia il dotto frate che il sedicente Infallibile assiso in riva al Tevere s'incaponiscono caparbiamente a non fornirci la soluzione.
  A un solo eretico, l'Endimio, è concessa in via eccezionale l'abiura segreta, mentre pochissimi hanno la ventura di cavarsela, come il fiscale Valerio e il prefetto delle fabbriche Vertano, trascinati in una chiesa affollata a prosternarsi umilmente ai piedi del tronfio Santo e dei membri in subordine del Sant'Uffizio riuniti in gran pompa. Tutti gli altri, al termine di una trafila di barbariche violenze e di torture, si ritrovano spogliati di ogni avere, esiliati o con molti anni di carcere duro da scontare, quando non condannati alla galera perpetua. Frattanto, i devoti riprendono ad accatastar legna, perché il Misericorde e Compassionevole certamente perdona, ma perdona ammazzando, affinché si sappia essere sì la Chiesa madre pietosa, ma inflessibilmente severa con i figli che discutono i suoi dogmi. 

  Già l'8 marzo la benefica missione del Borromeo può dirsi compiuta. Per reintegrare l'Inquisizione di Mantova nei suoi pieni poteri egli ha dovuto rinviare il Concilio provinciale di Milano. Ma di settimana in settimana rimanda il proprio rientro nella metropoli lombarda, per non privarsi della gioia ineffabile di presiedere il Tribunale nelle nuova ondata di processi e di condanne. Qualcosa in ogni modo lo amareggia, è una spina nel fianco che lo tormenta da sempre: il pensiero di dover in qualche modo fare i conti con l'autorità civile, spesso troppo debole di stomaco, incapace di resistere alla vista dei supplizî, a volte persino più propensa a muovere obiezioni che ad agevolarlo. E ciò, a gran dispetto del Santo, nonostante tutte le minacce e le solenni dichiarazioni degli Infallibili sulla supremazia del potere spirituale, politico e materiale della Chiesa.

  Se lo lasciassero sempre far di testa sua, in piena ed assoluta libertà, come egli crede che dovrebbero, non si accontenterebbe di bruciare gli eretici, ma 'a fin di bene' dopo atroci torture li squarterebbe vivi ad uno ad uno tagliuzzandoli a fior di pelle, e quindi lacerandoli lentamente sotto il tiro di quattro cavalli spinti in opposte direzioni, come poco dopo farà proporre con piagnisteica petulanza dal vescovo Scarampo anche al governatore di Milano per vendicare l'"horrido attentato". Non raccoglie però la maggioranza dei consensi dei magistrati laici, per lui troppo poco zelanti, troppo tiepidi nella fede, che gli consentono sì d'incarcerare, di seviziare e di attizzare roghi, ma che impudentemente si oppongono all'umile richiesta di sconcretizzare il suo sogno proibito. 
  Col passar delle settimane si dilegua del tutto la sua premura di convocare il Concilio, e il 4 aprile lo troviamo ancora in S. Domenico a orchestrare la cerimonia dell'abiura di una dozzina di sventurati. "Alla quale abiuratione S. Ecc. [il Duca] non andrà per un poco di podagretta che le è sopraggiunta" (86
  E l'indomani, sempre nel quartier generale dei Predicatori domenicani (i canes Domini), il Santo sbatte sul palco sette mantovani condannati a pene varie, dopo aver per dileggio fatto loro calcare in testa il cappello a cono ed indossare il rituale sanbenito, e "tre veronesi con le fiamme [dipinte] a dosso, i quali furono condannati al fuoco, (87). L'uno di questi è il medico di S. Benedetto, l'altro il [dottor] Pelizzaro di Ostiglia, et il terzo è quello che vendeva gli occhiali in Mantova. I loro processi furono longhi, ma quello del medico longhissimo. (88) Costui per un accidente che lo assalì, non parlò mai e stava come sognato, quel degli occhiali crollava la testa, et il Pelizzaro negava. Finito il processo, [il Pelizzaro] cominciò per ragionare col cardinale Borromeo, et per due volte volle parlare al popolo, ma non gli fu mai concesso…" (89)
 
Pochi giorni dopo, lunedì 14 aprile, altri tre rei d'insubordinazione al clero sono trascinati dal Misericorde nonché Compassionevole "su la piazza S. Pietro, et poi ivi abruciarono li tre relapsi furfanti, pel quale arrosto fu tanto il fetore che nessuno poté uscire di casa…". (90) Il lezzo nauseabondo emanato dai corpi bruciati derivava, come effetto secondario, dal procedimento preferito nei supplizî dal grande Santo che, per goderne più intensamente, utilizzava legna imbevuta d'olio e poco stagionata, quasi ancora verde, che rallentava la combustione prolungando gli spasimi e l'agonia delle vittime.

  Non è necessario ricordare queste e consimili prodezze borromaiche al sapiente padre Fernando. Le conosce a menadito, e non se ne sente per nulla turbato, perché sia lui che l'Infallibile tronfiamente appollaiato sulla riva destra del Tevere godono del privilegio di sapere, per rivelazione divina, che san Carlo possedeva un "intuito psicologico raffinato e attento, [ed aveva] fiducia negli uomini per quanto diversi siano". (91) E ciò, sommato alle altre solo a loro note straordinarie sue virtù, basta a farli sorridere con sufficienza delle bazzecole di cui sopra. Nel loro superiore metafisica bontà infinita, essi non sono affatto propensi, come i malevoli "storiografi in vena denigratoria", (92) a dare del Santo "un quadro fosco e drammatico". (93) Anzi, tocchi nel profondo "dal grande fascino dell'uomo", (94) lo comprendono e giustificano in tutto e per tutto, e specialmente ammirano in lui il "manager d'alta classe, rigido, intransigente, persino duro e in certi casi crudele", (95) ma oltremodo seducente agli occhi di chi lo guardi con spesse lenti bianco-gialle made in Vatican. E ogni credente che inforchi tali cristalli trattati papisticamente, vedrà trasparire in lui "una finezza d'intuito, un'attenzione cordiale, e dopo tutto un amore sincero per il singolo che finiscono per stupire". (96)
 
E finiscono per stupire sì certe affermazioni del tutto campate in aria, non appoggiate ad alcun dato reale! Come stupisce che si dica che "peccano troppo di mancanza di un giudizio di spessore, di coscienza storica", quanti neghino la spacciata grande bontà del Borromeo, e che si arrivi a mentire, sapendo di mentire, fino a sostenere che il Perdonatore non solo non favoriva, ma addirittura "allontanava sdegnosamente le denunce". (97) Stupisce anche vedere un fratacchione che mentre si fa vanto dell'asserito proprio rigore scientifico non tollera il minimo dissenso, che ciancia di possedere, senza possederle, prove sicure, ma respinge tutte quelle sicurissime se discordanti con le sue sballatissime tesi, e che sdegnosamente s'inalbera contro chi neghi la millantata clemenza del Santo domandandosi risentito: "Ma si conoscono un poco, sì o no, quei suoi tempi?", per poi giustificare le sue atrocità con la logora bacchetta magica dell'inquadratura nel tempo, e quindi inaugurare la sbracata apologia di una "severità che aveva tutte le buone e obiettive ragioni di essere". (98) Buone e obiettive ragioni che dovremmo, solo perché asserite dalla Chiesa, accettare supinamente, anche se nel corposo libro di padre Joannes, per quanto affannosamente si cerchi, non se ne troverà mai una minimamente accertata.
  Ma ciò rientra nell'inveterata prassi della mistificazione cattolica, abbondantemente sovvenzionata dall'obolo dei vogliosi d'essere frodati, che tanto fanno pensare al capolavoro di Ensor: Sua Santità l'Infallibile librato in aria a natiche divaricate, che svolazza su piazza S. Pietro sventagliando le sue non commestibili scorie nelle spalancate voraci bocche. Immagine sublime, vivamente segnata dal marchio del genio, che da sola vale più di mille discorsi.

  Non siamo tuttavia in disaccordo su tutto. Come, per es., negare la qualità di grande manager del Borromeo, anche se non è proprio il caso di parlare, come il di lui innamorato padre Joannes, della sua classe? O l'abilità nel tessere quella rete d'infermieri tanto ammirata dallo stesso francescano, direttamente istruiti dal Santo nell'arte di estorcere ai moribondi sostanziosi donativi e legati a suo favore? Bisogna però ammettere che in sì nobile operazione buona parte del merito va attribuito a un altro grande santo, suo amico carissimo, Pio V, che facilitava la missione dei pii estorsori vietando tassativamente ai medici di curare i malati che non si confessassero entro tre giorni dall'insorgere dell'infermità. (99
  D'altra parte, tanta franchezza ecclesiale nel riconoscere certe sante ma losche manovre, discorda col silenzio di fervoroso padre Joannes sull'altra singolare bravura del Manager, nell'arte, di cui si dimostrò incontrastato maestro, nel fare grossissimi prelievi e insuperabili creste sulle elemosine destinate ai poveri. 
  Grande manager dunque il Borromeo e soprattutto grande affarista, oltre che - come disse un altro suo eccelso estimatore, san Pio X, "esempio dei ricchi e dei poveri, fatto tutto a tutti", per far tutti fessi. Vero genio, inoltre, della pubblicità pro domo sua. Quando sputando sangue dal dispiacere doveva forzatamente fare qualche stentata elemosina, attingendo con le lacrime agli occhi a una microscopica parte delle generose offerte dei fedeli, si premurava di farla precedere e seguire da proclami tanto ampollosi e da squilli di tromba tanto altisonanti, che ancor oggi sulla scia della loro potentissima eco procurano ai preti un torrente di redditizî profitti.

  È del resto assodato che di suo, ossia dalla propria tasca, benché gonfiata a dismisura dalle beneficenze da lui sistematicamente deviate a beneficio di se stesso, nessuno vide mai spuntare il becco di un quattrino. Persino durante la pestilenza del 1576-77 egli trovò modo di segnalarsi per la sua proverbiale "spilorceria", per usare un termine crudo scelto dallo stesso frà Fernando una tantum stranamente sincero, per etichettare l'insaziabile brama di roba e di danaro che fino all'ultimo respiro divorò sempre il grande Santo. Quando con l'inasprirsi della carestia tutte le famiglie abbienti, già gravate da pesantissime imposte, si dissanguano per sfamare migliaia di miserabili affluiti a Milano dalle inaridite campagne, l'esentasse san Carlo, l'uomo più ricco della città, volta la schiena all'esterrefatto messo comunale incaricato della colletta, che bruscamente riaccompagnato alla porta dai valletti arcivescovili, annota sulla lista tramandataci, fittissima di nomi e cifre, sotto il nome di Carlo Borromeo: "Non diè del suo". Bisogna pure convenire sulla sua abilità nel servirsi delle scuole di dottrina cattolica, da lui capillarmente moltiplicate, per forzare ogni insegnante, da cui dipendevano non più di cinque o sei alunni, a collaborare servilmente con l'Inquisizione: "Conosca i loro padri e sappia dove abitano, per potersi informare come si portino ne i costumi, et che vita tengono". (100) Ma il buon frate non aggiunge che il Perdonatore raccomanda - e i suoi desideri sono ordini che inflessibilmente vuole eseguiti - l'assiduo spionaggio anche all'interno di ogni famiglia: "Molto gioverà avere una persona fidata et sicura, di casa o della vicinanza, che sia come censore segreto de i costumi, che osservi tutto et riferisca tutti i disordini et i pericoli spirituali che in loro veda et intenda". (101
  Ma chi poteva garantire al Santo l'integrità degli ineffabili pii Catoni che per accaparrarsi mucchi di godurie nel paese di Bengodi ultraterreno, correvano a denunciare per mandare alla corda, al cavalletto e alla morte i propri genitori, figli e fratelli? Di questo però all'uomo di Dio non fregava proprio niente. Gli premeva solo far piovere una grandinata di denunce che, vere o false che fossero, prendeva tutte per buone. 

  Circa la sanguinosissima caccia alle streghe praticata con forsennato accanimento dal Compassionevole e Misericorde, la quale, molto più dei "processi - diremmo oggi - per i reati d'opinione e l'uso d'ogni durezza per ripristinare la disciplina e punire il pubblico peccato", (102) occupò la massima parte della sua vita, tanto che nemmeno storiografi di chiara matrice papista come Frigerio e Pisoni tentano di minimizzarla se non inquadrandola in un nebuloso "vasto, sconcertante, tragico fenomeno della lotta contro la stregoneria", (103) hai un bello sfogliare il volumone che il buon frate ha compilato e proposto come compiuto ed esauriente. Perderai solamente del tempo e non troverai proprio nulla, salvo qualche accenno talmente vago, oscuro e sibillino, da far impazzire un campione di rebus.
  L'unica volta in cui il Nostro sembra dar l'illusione d'entrare davvero in argomento, è quando trionfalmente annunzia che don Quattrini, parroco della svizzera Roveredo, era ancor vivo quattro anni dopo la sua condanna. E con questo, dopo aver ignorato saltando a piè pari tutti gli orribili supplizî di Mantova e tantissimi altri luoghi, con l'aria di volerci paternamente dire: "Pensate, figliuoli cari, quanto era buono, quanto era generoso il Misericorde e Compassionevole: lasciò magnanimamente in vita tutti i colpevoli caduti nelle sue mani, persino un parroco meritevole di morte per i suoi dubbî sull'utilità dei roghi!".
  A parte il goffo tentativo di deviare l'attenzione del lettore dalle innumerevoli arsioni a quello, in confronto assolutamente futile e marginale, della più o meno eseguita condanna a morte di don Quattrini (del resto cane non mangia cane), questa stiracchiata questione di lana caprina fu già brillantemente risolta appunto dal Formentini, che poté ascrivere il mancato rogo del prete a circostanze del tutto estranee alla volontà del Borromeo. 
  Possibile dunque che nel Virtuosissimo non vi fosse proprio nulla di buono? E le conclamate doti di abnegazione e pietà di cui avrebbe dato prova durante l'"horribile esterminio" (104) della peste milanese? Frottole come la montatura borromaica della VERA RELATIONE DEL SUCCESSO DELL'ARCHIBUGGIATA TIRATA A S. CARLO BORROMEO, fondata su grossolane calunnie partorite malignamente dallo stesso Perdonatore al fine di screditare il Farina come 'scellerato delinquente' e quindi impadronirsi d'ogni sostanza degli Umiliati, ridotti anche per le precedenti persecuzioni a "soltanto centosettanta frati [che] dilapidavano i beni di più di un centinaio di chiostri, [dove] con tutti i loro beni accumulati […] i loro prevosti vivevano poi da gran signori del Cinquecento, con evidente sfrenatezza nei loro lussi… " (105). Intendendo inoltre vendicarsi dell'innocuo botto che lo aveva atterrito irrigidendolo come uno stoccafisso, nel suo infame libercolo san Carlo, contraddicendosi, dipinge l'ardito attentatore come un ladro incapace di raggranellare, nemmeno col concorso di tre danarosi prevosti, gli spiccioli per l'acquisto di un pugno di polvere da sparo. Rientra nei metodi della Chiesa, sperimentati migliaia di volte, ricoprire anche d'insulti e calunnie gli oppositori dopo averli distrutti fisicamente, assaporando così il piacere di annientarli due volte. Sulle orme di Carlo Borromeo, anche il suo degno successore e cugino, il buon Federigo immortalato nei Promessi sposi, dopo aver incarcerato per punirlo della sua indipendenza di giudizio, l'eminente storico del Comune di Milano Giuseppe Ripamonti, anch'egli più volte citato dal Manzoni, farà di tutto per insudiciarlo e guadagnarsi a buon mercato il doppio plauso dei benpensanti. (106)

  All'opposto, per trasformare un fifone come san Carlo addirittura nel grande Eroe della peste, hanno messo in piedi una grossa operazione alla rovescia: sperticate lodi gratuite invece di meritata disistima. Così proclamano che il Prode "scelse, mentre tutti fuggivano, di restare audacemente a Milano", ma non dicono che quella fasulla peste, in realtà solo un'epidemia influenzale assimilabile alla spagnola del primo dopoguerra, mieteva assai più vittime tra i miserabili sparsi nelle campagne. (107) E non dicono che il Governatore si trasferì a Vigevano per non viltà (come sostengono i bugiardi preti), ma proprio per meglio provvedere agli impellenti bisogni del Ducato, mentre per i bisogni dei cittadini rimasti a Milano continuavano a prodigarsi il Senato, il Vicario di provvisione e l'Assemblea dei sessanta decurioni. E avranno altresì cura di non far sapere che l'eroico Santo, dopo aver dapprima preso alla leggera l'annuncio della pestilenza come un falso allarme pur approfittandone per ordinare lucrose processioni, tutt'a un tratto s'impaurisce, si barrica in Arcivescovado e si isola da tutti cacciandosi in un gabbione di legno ad annusare aglio e spremere spugne imbevute d'aceto. Attraverso le cui sbarre si faceva passare prelibati cibi, restando però rannicchiato nel centro per evitare contatti fisici con chicchessia. Ne usciva assai raramente, come per la sua tuttora tanto decantata 'pericolosissima visita al Lazzaretto'. Sempre che si possa dire seriamente visita uscire da Porta Orientale, protetto da uno squadrone di ben distanziati sgherri che a bastonate discostavano i passanti, e a cavallo di una mula fissare impavidamente un lontano ospedale attraverso un'amena distesa di prati. 
  Non era tuttavia la paura a trattenerlo - sussurrano i preti - ma una santa prudenza, la prima delle sette virtù cardinali, che il Virtuosissimo, per di più porporato, aveva l'obbligo di usare in abbondanza. Forse persino un po' oltre i limiti, dato che grazie alle grandi abbuffate nei bagordi con gli accoliti della Compagnia di Gesù mentre infuriava un morbo che abbatteva solo gli affamati, non aveva certamente molti motivi per tremare. Ne sapeva qualcosa l'Erario, con lui sempre perdente per riguardo religioso, nell'annosa controversia dell'esenzione dal dazio sui carriaggi stracolmi di ogni ben di Dio diretti alla sua tavola. Consumava tanta carne, che a un certo punto trovò conveniente, per sé e per i suoi selezionati commensali, gestire in proprio una macelleria, a cui fece aprire i battenti nel cortile dell'Arcivescovado. Ed è risaputo il suo pubblico vittorioso scontro contro il Comune per renderla anch'essa immune da ogni e qualsivoglia tributo.
  Bisogna però riconoscere che, solerte com'era del bene pubblico, il Santo bilanciava le sue memorabili scorpacciate, dai Gesuiti per gabbare i babbei argutamente battezzate digiuni, con gli effettivi digiuni da lui caldamente raccomandati a tutti gli altri, persino ai sacerdoti di campagna, come risulta dal "racconto del prevosto di Biasca, lassù nelle valli svizzere: 'Mi fece una fervida esortazione a spogliarmi d'ogni attaccamento e riporre tutta la mia confidenza in Dio. Io, diceva, non dovevo temere nulla; dopotutto, pane e acqua non mi sarebbero mai mancati". (108) E dopo accorati pistolotti come questo, il Cardinale si ritirava a far penitenza nella sua lussuosa magione, dove le voci dei chierici salmodianti salivano al cielo confuse coi muggiti delle giovenche tratte al macello.

  Tutte cose che non possono per nulla scalfire l'indefettibile affetto per il Borromeo sia di frà Fernando sia d'ogni altro gerarca spirituale, tutti assorbiti nella sconfinata ammirazione dei suoi "gesti clamorosi di castigo e di repressione", (109) e nello sforzo comune di giustificare la sua santa "severità" con del tutto fantomatiche "buone ragioni".
  Ispirato all'abbondante ritrattistica di un Borromeo lacrimante che accarezza appestati (con carezze sì, ma in effetti solo di bastone, e con lisciate di schiena distribuiti da randelli dipinti di bianco a richiamo della castità borromaica - dal Bescapè ingentiliti in canne - manovrati dai manigoldi per fendere l'ignobile folla al passaggio del corteo carolino), padre Fernando sembra avere un occhio di riguardo per i delicati di stomaco, e a loro beneficio imbocca con decisione la strada dell'eufemismo a tutto campo. Può infastidirli il pensiero dell'atrocità borromaica? Poco male: chiamiamola "terapia". (110) Cambio di termini estremamente facile, soprattutto inforcando occhiali di fine fattura prelatizia, che hanno la singolare qualità di assolvere dal "peccato mortale di anacronismo" e tingere di rosa anche il panorama più fosco. Che fa dunque il santo Terapeuta? Ti viene incontro sorridente, ma certo non per praticarti un clistere. È un Medico di eccezione, che incede maestoso, ben "inquadrato nel contesto storico", e subito sferraglia con gli arnesi inquisitoriali proponendoti la sua "terapia d'urto", (111) una "terapia d'urto benefico" (112) che "si traduce nella visita". (113) E hai un bel gridare che ne faresti volentieri a meno. Più strepiti, più lo convinci della bontà del suo toccasana. Ecco perché ai suoi pazienti "anzitutto egli chiede… chiede e sollecita la dolorosa terapia". (114) E non lo farai contento se non consentendogli, dopo la propinazione "pubblice et rigide" (115) della sua singolare panacea, di "riprendere da capo la terapia iniziale d'urto". (116)

  Ma la storia non finisce qui. Ad incapricciarsi di migliorare il mondo a modo suo non basta il Borromeo. Ci si mette anche frà Fernando, benché dispiaciuto che non tutti condividano il suo grande entusiasmo per un Terapeuta così "pratico, portato anche temperamentalmente all'azione" (117) con un'"attività [della sua] longa manus tra le più impressionanti". (118)

   Circa la sincerità delle reiterate richieste di perdono per i crimini del clero clamorosamente espresse da Sua Santità Sputasentenze, valgano le parole del suo autorevolissimo portavoce Joannes, che a p. 385 dell'impudente apologia del Santo torturatore, si appella al detto del "grande padre cappadoce Gregorio da Nissa: LA TRADIZIONE È LA MEMORIA DEL FUTURO", per affermare esultante che "Carlo Borromeo è la nostra Tradizione, e per questo è memoria del nostro Futuro". 

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