PAPEIDE

O voi ch'avete l'intelletti sani,
mirate la dottrina che s'asconde 
sotto 'l velame de li versi strani.

(Inf., IX, 21-23)

I

  San Pietro, da la testa larga e piatta
ed al metal sensibil polpastrello,
succhiava sangue come ‘na mignatta
a’ poveri di spirto e di cervello.
A gente semplice, dal ciel attratta,
la casa sottraeva e l’orticello,
e per riempirsi di cibarie e vino
d’Anània e Safirina fu assassino.
  Da vil straccione fattosi padrone,
costrinse timidissimi fidenti
a far del poderetto alienazione
e viver d’elemosina e di stenti;
ma non bastandogli tant’oblazione,
a l’osso i due spremette penitenti 
e li privò de l’ultimi denari
facendoli sgozzare da sicarî. (1)
  San Paolo, che credeva in Gesù Cristo, 
solo perché per tutta la sua vita
non capitogli mai d’averlo visto,
sorprese Pietro che, con unte dita,
di pesci divorava a carni misto
capiente piatto e ‘na porca farcita,
proprio quel Pietro che l’anime pure 
forzava a piluccar solo verdure.
  San Pietro allor, la persona scomposta
e senz’alcun visibil imbarazzo,
rumoreggiò succhiando ‘na aragosta,
ché non fregavagli di Paolo un cazzo
pure degnandolo di ‘sta risposta:
«Se tanto io m’abbuffo e m’avvinazzo
e i creduloni fo morir di fame,
è in obbedienza a divino dettame.
  Mentre m’apparecchiavo a pio digiuno,
vidi apparire tra la nuvolaglia
divin segnal, tutt’altro che importuno:
quattr’angeli reggenti ‘na tovaglia,
due di pel biondo, due di pelo bruno,
e dirmi: A te, non a la maramaglia,
il Cielo vuol donar, per eccezione,
cibaria succulenta e libagione
». (2)
  I primi preti, tutti predicanti
l’imminente giudizio universale,
per spargere terror tra li abitanti
bruciaro de l’Imper la capitale
alti levando i lor funerei canti.
E l’almo Imperator, parando ‘l male,
fe’ spegner quei provvidenzialincendî
dai sadici attizzati reverendi. (3)
  Mai vide Pietro Roma, e fu Priscilla
prima papessa de la gran cittade. (4)
Lino passò qual rapida favilla, 
ed Anacleto offrì la libertade
a li cristiani, con idea mandrilla,
di far a meno de la castitade:
da allora preti, suore e confratelli
si diêr al culto dei terrestri uccelli.
  E tutti ai bischeri, contro ‘l malocchio,
si professaro tant’ossequïenti,
da venerarli, piegato ‘l ginocchio,
sia in erezione, sia mosci e pendenti,
e con scalpelli degni del Verocchio
turriti li sbalzarono e possenti,
in estasi mandando frati e preti,
di chiese su lesene e su pareti. (5)
  Clemente pose ‘l clero sopra tutti
e lo distinse da la gente rozza,
facendo ai miserelli poco istrutti
scansar sfrecciante cherico in carrozza:                                                          
li spirti belli separò dai brutti
sancendo aver la plebe l’alma mozza. (6)
Lascia Anacleto ai cherchi l’oro e orpelli,
ma fa loro tagliar barba e capelli. (7)
  Dopo Evaristo, papa Sandro venne
dal capo riccioluto e profumato:
eletto poco meno che ventenne
e da molte troiette desïato,
a loro cavalcion spesso si tenne;
sicché per aver egli discacciato
da li uteri ‘l demonio con l’incanto,
fu ritenuto grandissimo santo. (8)
  Dopo l’insulso Sisto, Telesforo,
d’aitante fisico e villoso petto,
fu detto ‘l papa da l’uccello d’oro:
del tempio avendo aperto per il tetto
di Vesta un varco, qual possente toro
le sette vergini stuprò nel letto.
Nel dir ele tre messe di Natale,
levava l’ostia con il genitale. (9)
  Pervenne poi ‘l pimpante Pïo Primo,
il drudo di Prassede e Prudenziana,
che pur lanciavasi tra polve e limo
d’Ermete rincorrendo la sottana,
un diacono più duttile d’un mimo;
ma in una rissa per una puttana
offese l’almo Lucio imperatore,
il qual di martir gli die’ lo splendore. (10)
  Anìceto, Sotero ed Eleuterio,
pare non fossero (caso imprevisto!)
né in furto coïnvolti né adulterio, (11) 
e san Vittore, che negò di Cristo
l’esser divino, non fu meno serio; (12) 
ma santo Zefirin, manesco e tristo,
su tutti pretendeva aver ragione
lisciandogli le schiene col bastone. (13)
  Calisto fu seguace di Cibele, (14)
e sant’Urbano, di Cecilia amante,
spinse ‘l marito, rigido fedele,
ad un pellegrinaggio assai distante
per smoccolar candele su candele
penitenziando come digiunante.
E mentre ‘l pio digiunava in Sicilia,
Urbano gli fotteva la Cecilia (15)

II 

  Furo Ponziano e Antero papi oscuri
e Lucio ‘l moralista più vetusto, (16)
mentre Cornelio figura tra i duri
che nel prevaricar provava gusto:
contro i cristiani tiepidi ed abiuri
gonfiava prepotentemente ‘l busto,
ed un nodoso vibrava randello
su li esitanti a baciargli l’anello. (17)
  Stefano, Sisto, Dioniso e Felice
l’un dietro l’altro corrono veloci
entrando ai pii nel culo od in matrice
e trafficando con reliquie e croci.
L'Urbe chiamavano persecutrice
e lamentose levavano voci,
però leccavan lardo a tutto spiano 
piantando lama in schiena di pagano.
  Sui cosidetti martiri cristiani
un boccaccesco imbroglio fu imbastito:
moltiplicati come pesci e pani
dal cherco furbacchion ed avvertito,
inver non fûr che quattro scalzacani,
sebben li creda molti lo stordito
aduso a trangugiar qualunque fola,
dal basilisco a l’asino che vola.
  I santi Eutichio, Caio e i due Marcelli,
di tutto fuor che di modestia adorni,
per apparire più leggiadri e belli
passavan notti intere e interi giorni
a inghirlandarsi ‘ roridi capelli
e menar l’anca per Roma e dintorni.
Il molle Eutichio, da la voce asmatica,
fu ‘l primo ad indossare la dalmatica. (18)
  Al tempo stesso i semplici ed i pii,
scandalizzati dell’impudicizia 
de la corte imperiale, con urlii
a gara razzolâr ne la sporcizia.
Pregando con confusi biascichii,
di croste si coprirono a dovizia,
e per non fare peccato mortale
bandirono lavacro e serviziale.
  Son dessi quei famosi anacoreti,
i santi Antonio, Monica e Maria 
che, rintanati tra dune e palmeti,
alimentavan la sessuofobia.
Per evitar de l’Inferno i roveti
che ossessionavan la lor fantasia,
su le colonne e nelle buie grotte
maledicevan cazzi, culi e potte. (19)
  Eusebio venne quindi da Cassano,
e san Milziade che con Costantino
imperator spadroneggiò a Milano:
è lui che de la chiesa colmò ‘l tino
tendendo al birro la viscida mano
e inaugurando ‘l colossal festino
clero-statal, che da la donna i nati
riduce tutti a servi de’ prelati. (20)
  Quando l’Eterno consentì un mattino
che fosse apposta al labaro l’insegna
aureolata di lucor divino,
sì che di cherchi fu la reggia pregna,
al mondo giocò un tiro sopraffino
fornendolo davver di buona legna:
quel caro Costantino, tanto vispo
da strangolar sua moglie e ‘l figlio Crispo. (21)
  Il successore Costanzo Secondo
fu indotto da l’ineffabil Liberio,
un papa quasi sempre furibondo,
a rendere più rigido l’imperio
di Santa Sanguisuga sopra ‘l mondo;
e ‘l sire assecondò ‘l suo desiderio
con la promulgazione de l’editto
che legalizza ‘l pretesco delitto.
  È la famosa legge del febbraio
del trecentocinquantatre emanata
per far del papa un delinquente gaio.
Gesù dicea: Perdona la guanciata!,
ma non perdona mai chi ‘ndossa saio,
ché al reverendo la vendetta è grata.
Da allora chi non rinnegasse Giove
perseguitato fu per ogni dove. (22)
  E se bruciavi a Venere l’incenso,
se per Minerva agitavi la palma,
o se a madre Natura davi senso,
il prete tosto perdeva la calma 
e con un sorrisetto un po’ melenso
ti riduceva immantinente in salma.
Così perdona e sa spezzar la lancia
chi predica d’offrire l’altra guancia.
  Da allora gli avi nostri ‘nvisi ai preti
fuggiro da città, borghi e fortezze,
a la ricerca di luoghi segreti
dove schivar le esiziali carezze
di lama dei cattolici esegeti:
coi panni rattoppati e pien di pezze
nei pagi, tra le selve rintanati,
furo pagani soprannominati. (23)
  Ne l’anno del Signor settantasette
tutt’i vescovi, in Rimini adunati,
finiro de la morte ne le strette
pei terremoti dal ciel scatenati
mutandosi in cattoliche polpette.
Liberio allor placò li scoraggiati
contro la Provvidenza mormoranti,
inaugurando la festa de’ santi. (24)

III

  Seguìto a san Liberio, san Damaso,
glorificato quale insigne dotto
per la sua testa di sapienza vaso,
solitamente piangeva a dirotto
quando ‘l suo drudo, sfinito rimaso,
tergiversava nel pigiarlo sotto:
a’ posteri è più noto di Gianduia
per i suoi gridolini d’alleluia. (25)
  Fin a Siricio i papi fero guerra
ai vescovi rivali ed ai pagani;
e la lor borsa che mai si disserra
per dar soccorso ai più miseri umani,
divenne pingue e su tutta la terra
come rastrelli corser le lor mani. (26)
Siricio pei capelli fu tirato
ad arbitrare tra un santo e un curato.
  Codesto prete, di nome Rufino,
tutte per sé volea Paola e Melania,
su cui Girolam puntava ‘l grissino.
Siricio, per uscire da la pania,
del reverendo favorì ‘l destino:
scelta azzardata, ritenuta insania 
dal vinto santo che, pien di furore,
augurò al papa cento ed un tumore.
  Ma quell’orribile maledizione,
scagliata dal gran Padre de la chiesa 
autor de la famosa Traduzione
su la coscienza clerical non pesa,
anzi fu messa tosto in oblivione,
per incensarlo poi, fuor di contesa,
attribuendo identico valore
a perseguitato e a persecutore. (27) 
  Allieva di Girolamo, Marcella,
matrona che fu poi santificata,
su le papali premette budella
perché l’offesa fosse vendicata;
e ‘l Santo Padre un po’ a la chetichella
maledì ‘l prete, ed in altra tornata
vietò dal tron, eretto tra li addobbi,
l’accesso al sacerdozio a zoppi e gobbi. (28)
  Sant’Innocenzo a la ribalta sale
mentre l’orde dei vandali e ostrogoti
convergono su Roma capitale.
Pronuncia quindi di vittoria voti
Cristo associando a Giove nazionale,
sebbene l’evangelio non l’annoti;
ma a l’apparir d’Alarico a le mura
se la dà a gambe in preda a la paura.
  Fu allora che, inseguito, Stilicone
(il prode e generoso condottiero),
dai congiurati in papal collusione,
d’aver immunità ebbe il pensiero
sotto la ferula del vescovone
il qual avea in Ravenna magistero;
ma fu da questi al boia consegnato
che gli mozzò la testa sul sagrato. (29) 
  Passati i buoni Anastasio ed Innoce,
cantarellanti ne le vaste sale
con la jeratica mellifua voce,
Zòsimo, papa dal grugno bestiale,
fu duro moralista: mise in croce
tutti i nati da union naturale
e li scacciò da’ templi e ritüali
qualificandoli immondi animali. (30) 
  Intorno a l’anno quattrocentotrenta,
san Celestino, de la fede alfiere
e protettor de la vita violenta
d’un tal mirante al foro del sedere,
ebbe la mente a dilaniar attenta
li allergici a papaliche chimere, (31)
e in una processione per la via,
santa Deipara proclamò Maria. (32)
  Da allora la genìa sacerdotale,
composta specialmente d’invertiti,
esorcizzando l’area ombelicale
de la Madonna con i suo’ pruriti,
fa convogliar la voglia sessuale
de’ maschi timorati ed inibiti
ad immolarsi, con pio saliscendi,
ne l’infiammati culi reverendi.
  È per questa ragion che l’osservante
separa le bernarde in buona e ria,
catalogando tra le gnocche sante
in primo luogo quella di Maria,
assimilabile, benché distante,
a quelle de la mamma, de la zia,
de la sorella, de la figlia e moglie,
i puri spirti mai soggetti a voglie.
  Di conseguenza si coniò la frase:
«Tutte quante le donne son puttane
fuorché le dimoranti in nostre case»;
sicché ‘l fedele convinto rimane
e tiene del pensier per ferma base
che sol le donne altrui, senza sottane
e proferendo motteggi indecenti,
lo prendon tra le natiche e tra i denti.
  Questo è servito a rendere i cristiani,
se non bastasse teologale truffa,
ferocemente ottusi e disumani,
intolleranti e proclivi a la zuffa,
sì che s’avventan da mastini cani,
senza considerar la cosa buffa,
a guerreggiare contro i genitali
classificati nemici mortali. (33)

IV

  San Sisto Terzo, di femmine lenza,
fu trascinato innanzi al tribunale
con pontificia avendo prepotenza
sfondato stretto tubo vaginale;
ma i giudici emanâr una sentenza
minimizzante stupro se papale,
ed egli, ritornate l’acque chete,
rimartellò col fungiforme abete.
  Con ugual zel di clericale cazzo
il qual punzona come e quando vuole,
ed orgogliosamente paonazzo
scandaglia in cul a credulo che duole
per il pretesco stantuffare pazzo,
così risollevò le vecchie suole
l’assolto papa e corse a far cagnara
fottendo al vol perfino ‘na zanzara. (34)
  Poiché disse Gesù: «Non è ‘l mio regno
di questo mondo, tutti siam fratelli
e chi s’esalta del ciel non è degno»,
Leone Primo decretò: «I cervelli
sian tutti sottomessi a suon di legno
a me che, ventilato da flabelli,
m’ergo impettito sopra ‘l trono mio,
temuto e idolatrato più di Dio».
  Sta circolando ancora l’invenzione
del papa che, con un semplice gesto,
fa d’Attila arrestare l’invasione.
Favola utilizzata da pretesto
per proclamare Magno quel papone
dallo sfintere santo ma in dissesto,
quel gran nocchier de la cristiana barca
notissimo prendìnculo monarca. (35) 
  Eccelso di culani mandrïano,
odiava con furor le donne tutte,
sì che quand’una gli baciò la mano
se la tagliò gridando cose brutte. (36)
D’Ilario ‘l rude e di Simplicio ‘l nano
mancano tracce di loro combutte,
mentre Felice, con moglie e figlioli,
è menzionato tra i santi pignoli. (37)
  Gelasio nell’ottenebrato gregge
più d’Anastasio è tuttora famoso 
per il divieto di sparar scoregge. (38)
Egli è proprio colui che nel fumoso
giron dantesco incarognito segge
a lato del Farinata sdegnoso,
e fu martirizzato non dal brando
ma dagli sforzi fatti defecando. (39)
  In nome del buon Dio che ci protegge
si fece scudo forte e premuroso
al cler intento a rapinare ‘l gregge, 
Simmaco, il santo che mai stava ozioso
ne l’applicare la vetusta legge
di cornificare ‘l pio fiducioso;
ma pur montando più di sei conigli
non ebbe come Ormisda tanti figli. (40)
  Aveva nondimen tenero cuore,
e se consolidò ‘l curiale furto
(de’ Beni stabili fu istitutore),
è tuttavia pei laici ‘n ciel assurto
quale di schiavitù sradicatore;
perciò a lo stomaco provan un urto
e per scongiuro si toccan l’addome
i reverendi al sol udirne ‘l nome. (41)
  Giovàn, di Teodorico traditore,
morì prigione, e santo Bonifacio
ardì insultar un morto da due ore. (42)
Papa Mercurio, dedito al mendacio
nonché di Mago Simone fautore,
pretese dai fedeli ai piedi ‘l bacio. (43)
Erano tristi Agapito e Silverio,
ma san Vigilio ancor più deleterio.
  Si narra che quel papa molle e duro
fosse tanto anguillesco ed intrigante,
da spergiurar con triplice spergiuro. (44)
Pelagio aveva taccia di brigante,
di delatore rasentante muro, (45)
e Giovàn Terzo, di lingotti amante,
giunse al livello di san Benedetto,
le cui monete traboccâr dal tetto. (46)
   Ma ‘l più brillante fu santo Gregorio, 
che alleggerì le greggi del danaro 
mediante l’invenzion del Purgatorio:
per abbreviar le pene al morto caro
fece pagare salato ‘l mortorio.
Avendo quindi grazie a papa baro
moltiplicato i preti ‘l lor guadagno,
gli conferiro ‘l titolo di Magno. (47)
  A cominciare da l’anno seicento,
nel favellare a schiavo e contadino
usâr i sacerdoti arcaico accento
per circondarsi d’alone divino: 
non si degnavan di muovere ‘l mento
se non per proferir motti ‘n latino,
di strafalcioni mescendo tal mazzo
che più nessuno ci capiva un cazzo.
  Un’altra idea genial di papa Magno
fu quella di confondere ‘l bifolco
e fargli smetter lamentoso lagno
dicendogli: «Con cabale ti molco»:
e avviluppandolo in rete di ragno
catapultar lo faceva nel solco
dal quale uscire il tentativo è vano
per chi stordito sia da un gregoriano. (48)
  Il papa, ch’era assai furbetto e colto,
aveva infatti diramato un canto
volto a intontire ‘l credulo sconvolto
pel gruzzolo sottrattogli e ‘l rimpianto
del con destrezza papalmente tolto:
inver, se ‘l prete con o senza schianto 
t’arpiona la monetaria sostanza,
di rivederla lascia ogni speranza.

V

  Per attirare sempre popol novo
il viterbese papa Sabiniano
al loco designato qual ritrovo (49)
de’ desïosi di colmargli mano,
trovò per primo di Colombo l’ovo
la voce amplificando del pievano,
ché per abbindolar greggi lontane 
usò l’artato suon de le campane. (50)
  L’irsuto Sabinian era sì avaro
e la sua avidità cotanto nota,
che ne volò nomea dal Sel al Taro.
Per impinguare la già enfiata gota
suggeva a viva forza ogni denaro
finché la borsa altrui restava vuota:
perciò chi s’imbatteva nei suoi passi
fuggiva incespicando in tutt’i sassi. (51)
  Il Terzo Bonifacio, contegnoso,
si proclamò su tutti onnipossente (52)
contrariamente al Quarto, che riposo 
non ebbe mai spremendosi la mente
tentando d’attenuare l’astio esploso
tra preti e frati che, insaziabilmente,
nel far incetta de li altrui tesori
si disputavano li argenti e li ori. (53)
  Morto Adeodato, Bonifacio Quinto
si fece complice de l’assassino
che ne la pila dito avesse intinto. (54)
Onorio stabilì Cristo divino 
essere solo, da l’uman distinto;
e i vescovi ingoiâr a capo chino,
ma non appena l’ebbero sepolto
l’apostrofâr eretico ed incolto. (55)
  Passati Severino e ‘l Quarto Gianni,
non meno de le nuvole fugaci,
Teodoro rivestì ‘ suntuosi panni 
non lesinando a Pirro dolci baci;
ma quando ‘l patrïarca con inganni
la zuppa riscaldò su vecchie braci (56)
Teodoro, de la fede con dispregio,
non esitò a compire sacrilegio.
  Infatti, con il vino consacrato, 
spacciato al popol per sangue di Cristo,
dopo un’epistola avere vergato
contro ‘l volubil Pirro (ora malvisto
dacché mandò a cagar papal legato), 
stupì li astanti con altro imprevisto 
contaminando ‘l calice d’amore
col bere ‘l sacro residuo licore. (57)
  I santi Eugè, Martino e Vitaliano, (58)
sempre invischiati in liti e beghe vane,
per insulsaggine si dan la mano;
però primeggia tra le lor sottane
l’originalità del men lontano, 
che imbambolò matrone e popolane
e ritemprò lo spirto de’ cornuti
facendo strimpellar organi e liuti. (59) 
  Deodato Due pel bene de la chiesa
fissò la congrua somma di monete
da scodellar, qualora la pretesa 
di farsi papa mai covasse prete.
Rendendo prevedibile la spesa
furo le spemi inadeguate viete:
lui stesso avea versato, pel demonio,
salendo al trono un grosso patrimonio! (60)
  Domnone demolì, da cretinetto,
piramide vetusta. Ad Agatone 
seguirono Leone, Benedetto,
Giovanni Quinto col trace Conone, (61)
Sergio, i due Gianni, Sisinio ‘l pirletto
e Costantino, che cacciò un tizzone
ne l’occhio all’arcivescovo Felice
per le sue idee d’eretica radice. (62)
  Come nel tenebrore de la sera
s’aggira prete con furtivo piede
la man facendo brancicar leggera
per agguantare quanto s’intravede,
così sfruttando i fessi qual miniera
Gregorio rimpinguò la Santa Sede.
È noto che chi ha mani reverende
arraffa sempre tutto e nulla rende. (63)
  Fu lui quel che, insinuante qual pitone,
riuscì con lagne, preci e imprecazioni
a farsi regalar da un re coglione
Sutri ed alcune fortificazioni:
con l’imperiale prima donazione
di terra ai papi, sazî di dobloni,
fu da quel dì la mira de la chiesa
all’annession territoriale tesa. (64)
 Per tal acquisto il papa imbaldanzito,
riunì con magna pompa ‘l concistoro
ed agitando minaccioso ‘l dito
scomunicò, tra l’osannante coro,
chi non l’avesse a l’istante obbedito
e chi offendendo ‘l clerical decoro
sposasse donne, contro i suoi divieti,
abbandonate da spompati preti. (65)