NOTE

A Roma si fa la fede,
altrove ci si crede.

(prov. medievale)

 

I

(1) At, 5, 1-11. Gli assassini dei due ingenui fedeli, colpevoli, secondo il sospettoso san Pietro, di non avergli versato l’intero ricavo della vendita del loro piccolo fondo, condizione da lui imposta per evitare le pene dell’inferno, «erano angeli inviati dal cielo per punirli della loro scarsa fede». Essi «avvolsero in panni Anania e, portatolo fuori, lo inumarono». E il truce apostolo a Safira: «Ecco alla porta i piedi di quelli che seppellirono tuo marito. Adesso porteranno via anche te». I preti giustificano il nefando crimine di Pietro «per aver Anania mentito agli apostoli e nascosto l’ammontare esatto della vendita dei propri beni» (AA VV, Cento punti caldi della storia della Chiesa, ed. Paoline, 1986). Pietro, capostipite della gang che da 2000 anni si fa scudo del nome di Cristo per truffare e derubare il prossimo, ha sempre avuto zelanti imitatori, come i due reverendi del cimitero di Torino, i quali investivano «le offerte per aiutare i poveri» estorte ai parenti dei defunti, in immobili poi regolarmente intestati ai proprî (tutt’altro che poveri) famigliari (Il Giornale, 08-12-1993).

(2) At,
10,9-16. Sorpreso a Joppe nella crapula dopo aver predicato il più stretto digiuno, Pietro prontamente ribatte di aver avuto l’apparizione di quattro angeli che, reggendo una tovaglia colma di carni e pietanze succulente, lo invitavano a rimpinzarsi. E Paolo: «Se tu, giudeo, vivi come i gentili, perché costringi i gentili a vivere come i giudei?». Le continue gozzoviglie di Pietro & Co. finirono col far inaridire le fonti dell’allegra cuccagna. «La comunità piomba presto in miseria per il fatto che nessuno può vivere indefinitamente consumando il proprio capitale. E Paolo è costretto a organizzare una colletta in favore dei fedeli di Gerusalemme» (AA VV). Ma pure l’odierno clero è solidale con Pietro, perché l’evangelico «essere poveri non significa non possedere niente, ma prodigarsi fino a scomodarsi» (ib). Scomodarsi fino a sudare indefessamente per arricchirsi all’inverosimile invertendo il cristiano «Guai ai ricchi!» nel più ieratico e comodo «Guai ai poveri!». Del resto anche «Clemente Alessandrino mostra che la ricchezza non è d’impedimento alla vita eterna e afferma che la povertà evangelica consiste soprattutto nella povertà del cuore» (Degalli, «La storia della Chiesa», riveduta da mons. Parodi, Fabbri ed. 1962); mentre il famoso venerabile padre Moneta deride i Valdesi convinti che Pietro non fosse ricco, perché, egli sostiene, «non disse s. Pietro che non gli era lecito di avere oro e argento, ma che, per allora [soltanto in quel momento!], non ne aveva» (Del libero diritto della Chiesa di acquistare e di possedere beni temporali sì mobili, che stabili, Libri tre, Roma 1769). A parte le loro ciance ad usum Delphiny, ai preti piace tanto pensare a un Cristo come loro sordido avaro, giacché ­- ci tengono a precisarlo - secondo il suo verbo è sì «proibito SERVIRE a Mammona, ma non AVERE Mammona» (ib., maiuscole nel testo)

(3) L’imperatore Claudio Nerone non solo non appiccò alcun fuoco a Roma, ma organizzò le prime squadre antincendio della storia e con grande coraggio le guidò di persona nei tentativi di domarlo. Distruggere l’Urbe giovava solo ai mestatori sedicenti cristiani bramosi di abbattere i Cesari per sostituirsi sul loro trono, giovava solo ai terroristi che istigavano i «semplici» alla rivolta profetando l’«imminente fine del mondo e conseguente giudizio universale». «Per colmo, avevano l’impudenza di sostenere che la catastrofe era stata un castigo mandato dal loro dio per punire i pagani»
(Karl Grimberg, Storia universale, VIII, 1968). Così detti mestatori ricambiavano coloro che, «molto tolleranti in materia religiosa, accoglievano senza ostilità anche gli dèi stranieri, tant’è vero che pur ai cristiani era stato concesso d’introdurre il loro a Roma e di adorarlo liberamente» (ib.). L’improvvisa rovina della capitale del mondo (con oltre un milione di abitanti quando le odierne metropoli erano villaggi) accreditava i profeti di sventura che indicavano nel suo incenerimento «l’annuncio dell’avvento di un regno temporale e universale di Cristo, che doveva durare per mille anni» (Degalli). Anche s. Paolo si prestò al facile gioco di gabbare i creduli, assicurando che Cristo sarebbe sceso in terra a giudicarli addirittura mentr’egli stesso, Paolo, era ancor vivente (Tessal., I,4,17). La devastazione di Roma servì ad accelerare il proselitismo cristiano, e far sì che i «semplici», ossia gli allocchi, restassero sempre «in attesa del Signore», e per ingraziarselo facessero sempre più ricchi e grassi i preti, sedicenti suoi rappresentanti, sicché «ci volle loro una trentina d’anni per arrivare a capire che la Chiesa poteva durare per molto» (AA VV).

(4) Dice il clero che Pietro dimorò «molti anni in Roma». Ma Paolo, cittadino romano, per quanto lo desiderasse non lo vide mai (solo la matrona Priscilla capeggiava i cristiani dell’Urbe), né mai ebbe la ventura d’imbattersi in lui in alcun’altra parte d’Italia. Quando Pietro lasciò Gerusalemme fu solo per dirigersi verso l’Oriente, in direzione a noi diametralmente opposta. Per poter finalmente incontrarlo, Paolo dovette sobbarcarsi il fastidio di attraversare il mare. Ma per i preti, poiché Pietro spedì una lettera da Babilonia, doveva trovarsi a Roma. «Vale a dire, - commenta Voltaire – che se l’avesse spedita da Roma doveva trovarsi a Babilonia». Per meglio canzonarci, su una pietra del romano carcere Mamertino hanno inciso: «In questo sasso Pietro dà di testa /spinto da sbirri et il prodigio resta»; e in aggiunta: «Questa è la parete dove stando legati i santi apostoli Pietro e Paolo, convertirono i santi martiri custodi delle carceri». La smaccata derisione degli sprovveduti continua con le catene del primo apostolo conservate in S. Pietro in Vincoli, e col sasso con l’impressione delle sue ginocchia nella chiesa di Santa Francesca Romana in Foro. Per non dire della chiesa di Nereo e Achilleo in fasciola, così chiamata per la benda caduta da un piede ferito di Pietro in fuga dal Mamertino, e tante altre fanfaluche come il «Quo vadis?» pronunciato sulla via Appia. // Anche le cristiane esercitarono a lungo il sacerdozio, finché i preti celibatarî, che nel sinodo di Nimes del 394 (quello di Laodicea aveva già vietato ad esse di «avvicinarsi all’altare»), demonizzarono sia i priscillani, fedeli all’accertato primato storico di Priscilla, sia la vocazione femminile. Sulla presunta antichità del papato, fatto arbitrariamente risalire al I secolo, memorabile è il dibattito di Lipsia, tra il teologo Eck, «l’Achille del cattolicesimo» e Martin Lutero. «Di fronte a un Eck tonitruante e bellicoso, [...] il monaco apparve alla disputa con un mazzolino di fiori in mano, e mentre il suo avversario urlava da far tremare gli astanti, ne annusava imperturbabile il profumo. Uno degli argomenti fondamentali di Eck era che il potere del pontefice, fondato da Cristo, durava da s. Pietro. Lutero tacciò di falso l’affermazione, sostenendo che la Santa Sede era apparsa alcuni secoli dopo. Eck fece osservare trionfante che con queste parole il suo avversario si schierava al fianco dell’eretico Hus [arso vivo], la cui dottrina era stata condannata dal concilio di Costanza, e Lutero ribatté energicamente che la dottrina di Hus corrispondeva in molti punti alle parole di Dio: i concili potevano sbagliare, come i papi: anche i papi sono uomini e non dèi»
(Grimberg). Tuttavia in età avanzata il grande riformatore tedesco ebbe un ripensamento: «Se dovessi ricominciare a predicare il vangelo, rivolgerei parole di consolazione solo agli infelici e ai più sensibili, ma lascerei la massa, che non si migliora né fa buon uso della libertà, al regime papale».

(5) Si usò per molto tempo scolpire figure oscene sui sacri edifici, e con buona pace degli esagitati sessuofobi, alcune di esse tuttora fan bella vista di sé di fronte a tutti. Come il grosso membro proteso dal centro della facciata del duomo di Modena, che s’accompagna ad un’altrettanto rimarchevole vulva, la quale però, per il ruolo secondario attribuitole dai preti, si esibisce da una lesena laterale. O come l’inequivocabile coito anale tra due uomini nudi, presumibilmente due compunti reverendi, scolpiti in macroscopica dimensione su una parete esterna della cattedrale di Ortona. La prima figura è oggetto di più o meno allegoriche interpretazioni, come il criptico contrasto tra pensiero e materia espresso, secondo il modenese Maranelli, dagli antichi maestri muratori. Dotta intuizione, che tuttavia non esclude quella più semplice del minaccioso arnese sospeso sul portale a significare: entrate pure, o sempliciotti, entrate carichi di doni ed offerte: da noi in cambio avrete sempre soltanto ‘sto cazzone. // Dei primi vescovi di Roma si sa pochissimo. Di Lino si tramanda solo che «ordinò alle donne di entrare velate nelle chiese, uso perpetuatosi con gran profitto dei buoni costumi»
(Henrion, Storia dei papi, Torino, con permissione dei Superiori, 1840)

(6) La separazione dei cristiani in due categorie, superiore e inferiore, clero (gente eccelsa, di prima classe) e laicato (feccia, ciurmaglia, gentaglia), data dalla fine del primo secolo per iniziativa di s. Clemente, uno dei «papi» (si fa per dire, dato che non esisteva il papato) più venerati. Ancor oggi il prete radiato dalla trista congrega è deriso e compianto dagli ex consoci come «ridotto allo [spregevole] stato laicale».

(7) È l’unica cosa memorabile di Anacleto, il quale secondo alcuni precede Clemente, il fasullo martire «crudelmente fatto decapitare da Traiano» (sic), l’imperatore contrario alla pena di morte che scrisse al proconsole d’Asia: «Se uno dimostra che i cristiani violano le leggi, puniscili secondo la gravità della colpa, ma se usa tale pretesto per calunniare, allora tanto duramente punirai l’accusatore quanto più è grave la sua calunnia». // Tra i primi cristiani che contestarono i caporioni ecclesiastici spiccano gli gnostici, che riconoscevano solo il vangelo di Tommaso (l’unico teste oculare) e rifiutavano tutti gli altri, assai posteriori e più volte manipolati e rimaneggiati dal clero che, adesso, irridendo apertamente i gonzi, giustifica le sue pesantissime adulterazioni come «elaborazione guidata dallo Spirito Santo e sviluppata sotto controllo dei legittimi pastori»
(AA VV).

(8) Tappato prudentemente nelle loro stanze, s. Alessandro
(105-15) guariva le donne sterili innaffiandole con prodigiosi getti di... «acqua benedetta». Agevolato in ciò dalla tolleranza di Traiano, la cui orribile persecuzione, dopo quella ancor più breve e blanda di Domiziano, «caratterizzerà per un secolo e mezzo i rapporti tra potere e cristiani», ai quali era concessa piena libertà di «svolgere opera di apostolato, celebrare le funzioni e riunirsi senza suscitare reazioni da parte delle autorità» (Rendina, I papi, Newton, 1993).

(9) Del «martire» s. Sisto (ora radiato con s. Anacleto dal Calendario universale della Chiesa) si sa che prescrisse la pezzuola di lino per avvolgere il calice, e che ai preti riservò in esclusiva il contatto coi «sacri» arredi. Di s. Telesforo
(125-36) le reiterate violenze, tra cui lo stupro delle sette vergini Vestali, sono bazzecole che non ne scalfiscono minimamente la cattolica reputazione. È perciò ritenuto santo ad ogni effetto, come tutti  i vescovi di Roma dei primi cinque secoli.

(10) Dopo il «martire» s. Iginio (ora anch’egli brutalmente depennato dal Calendario), istitutore dei padrini nel battesimo dei neonati, si attribuisce al focoso Pio I, amante di Prassede, Prudenziana e dell’aggraziatissimo Ermete, la stesura de Il pastore, prima guida ai rituali religiosi. Sembra tuttavia che ne fosse vero autore un suo fratello, «uomo più ispirato da Dio», benché... «non esente dal vizio della menzogna» [sic]
(Degalli). Per i begli occhi di una prostituta il geloso Pio I svillaneggiò in pubblico Lucio Vero, ritenendo che anche l’imperatore ne fosse invaghito. Dante con medievale ingenuità crede autentico il suo martirio (Par., XVII, 44), uno degli infiniti parti della furberia ecclesiastica. 

(11) S. Sotero proibì alle donne di bruciare incenso nelle adunanze religiose.

(12) I vescovi lo accusarono di aderire alle teorie di Teodato di Bisanzio, che negava con solidi argomenti, come più tardi Ario e tanti altri serî cristiani, la divinità del Cristo come menzogna costruita ad arte dalla trista gerarchia ecclesiastica.

(13) I manganellatori inquadrati in feroci squadre d’azione da s. Zefirino erano dichiarati, come i sicari di Pietro, «angeli mandati da Dio». Anche il suo supplizio, con quello degli altri martiri di cui spacciano la strabiliante cifra di «milioni» il gesuita Franco Secondo, s. Giovanni Bosco e tanti altri emeriti impostori, rientra nella solita pedestre propalazione di chiesastiche fregnacce. Anche l’odierno ridimensionamento del loro numero a centomila, è pur sempre una mostruosa esagerazione rispetto ai pochissimi, forse non più di qualche decina, che nel corso di ben tre secoli pagarono davvero con la vita le conseguenze dei loro atti, spesso effettivamente criminali, come gli incendiarî di Roma colti in flagrante delitto. Ora i nuovi abbindolatori, consorziati sotto il titolo di Autori Vari
(AA VV), per non essere del tutto smascherati preferiscono glissare elegantemente sulle tanto sbandierate «persecuzioni», nicchiare e barcamenarsi per ripiegare infine su un unico anodino episodio, attinto da Tertulliano: «Molti cristiani, nel 184, si autodenunciarono al tribunale del procuratore dell’Asia, con il risultato di farsi rispedire a casa».

(14) Copiando la festa della dea Cibele in onore del vino, dell’olio, della terra e del grano, s. Calisto nel
217 istituì il digiuno delle quattro tempora

(15) Sotto la protezione dell’imperatore Alessandro Severo, la cui madre cristiana aveva tappezzato le proprie stanze – lo testimonia Orosio, segretario di s. Agostino – d’immagini di Abramo e di Cristo, s. Urbano faceva il bello e il cattivo tempo. Per aver facile accesso al suo letto senza dar nell’occhio ai pii, tramutò in chiesa consacrata la casa della procace Cecilia, una molto arrendevole donna rifilataci come «santa e vergine martire» benché legalmente maritata e  papalmente pluripunzonata. Il disprezzo degli gnostici per il piacere, che tanto influenzò la morale cristiana, non faceva alcuna presa sul focoso pontefice, sordo anche alle veementi esortazioni del nemico d’ogni carnea soddisfazione tra i coniugi, Clemente Alessandrino. Questi, d’altra parte, con le sue omelie entusiasmerà i misogini s. Agostino, s. Ambrogio e soprattutto s. Girolamo, che col pensiero perennemente rivolto ai bei maschioni esclamava: «Il vero amore non ha regole!», e che, triste per l’esistenza della donna tuonava: «Compie adulterio chiunque, nel matrimonio, abbia rapporti sessuali con lei come con una puttana»
(Paedagogus, II, 10,99,3). I preti coerenti con la loro vantata castità sono (ammesso che ne esistano) rarissime mosche bianche, come Origene, il quale sfidò le leggi di Domiziano e di Adriano che a tutela dell’integrità fisica dei cristiani più fanatici,  in caso di grave autolesionismo comminavano la pena di morte e al castrato e al chirurgo. Egli eseguì su se stesso quel taglio radicale praticato dall’americana Bobbitt al tutt’altro che consenziente marito. «Ad un cristiano - narra il martire Giustino - nel 150 il prefetto pagano Felice negò il permesso di farsi evirare, ma egli visse egualmente da eunuco, con grande soddisfazione di tutti i fedeli». Idiozie relegate al passato? Forse no, se dall’humus dei clericalismo più gretto tuttora germogliano: un giovane romano per farsi prete ha imitato Origene autocastrandosi (Corsera, 15-02-94. p.15). Inutile sacrificio, perché non sapeva, poveretto, che santa madre chiesa respinge spietatamente dal sacerdozio gli aspiranti non dotati di ragguardevoli attributi.

II

(16) San Lucio (253-54) proibì la coabitazione tra non consanguinei e tra preti e diaconesse, benché queste usassero ospitarli da tempo immemorabile. Dopo un lungo periodo di quiete religiosa, accortosi che i cristiani erano «socialmente pericolosi perché erano riusciti a infiltrarsi al vertice del potere, Decio emanò un editto che imponeva ad ogni suddito di presentarsi a una commissione di cinque membri e offrire un sacrificio agli Dei per provare l’adesione al culto dello Stato» (Rendina).Visto che, all’opposto degli altri Imperatori, Decio non scherzava, papa, vescovi e preti abiurarono in massa (lapsi) e corsero a gara a sacrificare agli Dei. San L. «ordinò ai vescovi accusati di libidine di accompagnarsi sempre a due preti e tre diaconi come testimoni della loro vita» (Henrion)

(17) San Cornelio
(251-53), altro strano martire spirato quietamente nel proprio soffice letto di Civitavecchia, scomunicò il rivale Novaziano che aveva disapprovato la viltà di quanti avevano abiurato sotto Decio, l’Imperatore che, anche per impedire il bestiale sfruttamento ecclesiastico dei tanto derisi «semplici», come ammette persino lo stesso fanatico papista don Henrion, riteneva colpevoli «soprattutto i vescovi». C. perseguitò accanitamente i cristiani scismatici.

(18) San Eutichio fu il primo ad indossare la dalmatica. Si pavoneggiava nel lussuoso mantello di porpora fin allora riservato, per il suo costo proibitivo, al solo imperatore. (Poter indossare tale indumento provava che lo sfruttamento dei semplici, delle vedove e dei pupilli già costituiva per i gestori della chiesa, anche prima del rovesciamento del potere cesareo, un ottimo affare.) Tutti i successivi papi imiteranno nel vestirsi Eutichio fin al sec.
XVI, quando l’atroce s. Pio V rifiuterà di smettere, da papa, l’insanguinato saio bianco di Grande Inquisitore. // Nel 257 Valeriano, «convinto [...] che la chiesa si accaparra dei beni dello stato, emana un primo editto di persecuzione contro vescovi, preti e diaconi: s’impone loro di riconoscere le divinità pagane, con il permesso di praticare in privato la fede cristiana» (Rendina). Ma i saggi provvedimenti di Valeriano, caduto combattendo contro re Sapore, saranno presto cancellati dal figlio Gallieno, il quale, astutamente circuito dai preti, finirà col restituire loro tutta l’ingente refurtiva confiscata dal padre. E finché poi s. Caio fu vescovo di Roma (283-96), Diocleziano, che si valeva della collaborazione di molti cristiani, non solo «non mosse un dito contro la Chiesa» (ib.), ma permise loro di costruire nuove chiese e cimiteri (Eusebio). Il menzognero Liber pontificalis sostiene che C. fu decapitato «per aver suggerito alla cugina s. Susanna di votarsi alla verginità». Ma la chiesa smentisce se stessa col nuovo calendario, che afferma: «A nessun titolo i ss. Sotero e Caio sono da annoverare nel numero dei martiri». Chiude il secolo s. Marcellino, «che tradì la chiesa e offrì incenso agli Dei». Lo ammette addirittura il dotto gesuita Josef Gelmi, autore de I papi, ed. Rizzoli,1986, che astutamente di quando in quando sospende la sua sparatoria di frottole per rendersi credibile lasciando trapelare qualche piccola parte di vero, fino a concedersi, molto raramente, ardimenti come: «non si esclude che il suo comportamento sia stato tutt’altro che ineccepibile». 

(19) Famosi anacoreti furono i ss. Antonio abate, Paolo di Tebe, Monica e Maria egiziaca. La chiesa spiega la loro «corsa al deserto come fuga dal rigore di Decio e Valeriano», ma le leggi antieversive, sempre applicate assai blandamente (persino Diocleziano, che passa per il più duro, le promulgò solo dopo che i ferocissimi fanatici istigati dai preti, come adesso i terroristi islamici sobillati dagli imam, gli incendiarono il palazzo) erano sì volte a difendere lo Stato, ma ancor più i sempliciotti, gli sprovveduti, l’ariostesca «turba sciocca e senza ardire» da sempre spremuta all’osso dal clero. Che per nulla intimidito dai moderati interventi cesarei, li interpretava all’opposto come segni di debolezza e tripudiava pregustando l’approssimarsi del proprio sanguinoso trionfo. // Il luridume quotidiano che, imposto incessantemente dai pulpiti col divieto di lavarsi come rimedio al «peccato della carne», si stratificò per oltre un millennio sull’epidermide dei fedeli, derivava dal viscerale odio ecclesiastico contro la grandissima civiltà romana,  che teneva in gran conto la pulizia come foriera di salute fisica e psichica (mens sana in corpore sano), e profondeva ingenti somme nel costruire ovunque maestose terme pubbliche. Il luridume corporale era uno strumento di repressione della sessualità, spacciata come il più orribile dei vizî e demonizzata per sviare l’attenzione del gregge dalle incessanti truffe, estorsioni e rapine del clero. E il plagiato Luigi Gonzaga attingerà il culmine della santità non toccando e non guardando mai il proprio pene, nemmeno durante la minzione. In seguito il papato, per disporre gratis di materiale di costruzione per i propri suntuosi palazzi , farà demolire, tra i primi impareggiabili monumenti classici sacrificati alla sua vanagloria, proprio le salutari terme sparse in tutto l’Impero, additate come diabolici luoghi di perdizione. Tutti i bagni pubblici, sovente rivestiti di meravigliosi marmi policromi, saranno rasi al suolo con i templi, i fori, i teatri, gli stadî, le palestre e i mercati. Da tanta rovina sorgerà anche un’infinità di chiese e chiesone, fetide porcilaie gremite di sempre più maleodoranti creduloni. Gente che prima di convertirsi osservava sempre scrupolosamente le norme igieniche, orgogliosa di appartenere a una società civilissima, a quel meraviglioso mondo precristiano che un oratore greco ai tempi di Adriano così lodava: «Non si vive, fuori dell’Impero romano. Chi non vede l’Impero non vede il sole»
(Grimberg)

(20) Con l’editto di Milano del
313 (accordo tra Costantino e papa Milziade) inizia il trionfo della sanguinaria intolleranza cristiana all’insegna di una combutta clerico-poliziesca che non sarà mai più estirpata: prete, birro e spia rappresenterà per sempre il più calzante trinomio papista, tutto teso a consolidare il proprio predominio mediante l’inculcamento della rassegnazione. «Durante la lotta per il potere Costantino aveva nettamente compreso l’interesse di avere i fanatici cristiani dalla sua parte. Specialmente in Oriente essi erano presto cresciuti di numero e costituivano un decimo, se non più, della popolazione imperiale» (Grimberg). Era una minoranza di prepotenti e di criminali in continua espansione, che sgomitavano a più non posso in una società pagana ciecamente tollerante, guidati da caporioni soprattutto decisi, in nome di un dio fasullo, a fare della «chiesa uno stato nello stato» (ib.)

(21) Costantino, «il convertito mandato da Dio per il trionfo della Chiesa», assassinò il collega Licinio e persino alcuni dei suoi proprî famigliari (la moglie Fausta e il figlio Crispo), elevandosi nella considerazione dei preti, suoi istigatori, che in compenso dei da lui ottenuti grossi privilegî in oro e potere, e di altri favori come il massacro dei primi cristiani dissenzienti, o «eretici», gli fecero munifico dono delle croci dei due ladroni, di un frammento della roccia da cui Mosè avrebbe fatto scaturire le acque, e di un paniere di briciole dei pani moltiplicati da Cristo. Certamente avanzi dei loro sacerdotali orgiastici festini. Cose che il superstizioso Imperatore fece tutte interrare a Bisanzio, sotto la propria statua. I suoi due figli e i pochi parenti sopravvissuti alle faide familiari, si scannarono poi per la spartizione delle province. Unico superstite fu un giovane cugino di Costantino, l’umano e coltissimo Giuliano, durante il suo breve impero mortalmente odiato dai preti per la sua opposizione al traffico della più volgare paccottiglia da loro raffazzonata e venduta col nome di reliquie. La menzognera chiesa lo chiama con odio e disprezzo l’Apostata, ossia Rinnegato, pur non avendo egli mai rinnegato alcunché, per non essersi mai convertito al cristianesimo ma averlo anzi filosoficamente combattuto. 

(22) Con la legge del
353 Costanzo II, flaccido burattino del papa, si lascia indurre a comminare la pena di morte a chiunque non soggiaccia supinamente ai prepotentissimi diktàt del clero. Mirabile dunque la preveggenza di Tacito, che con tanto anticipo aveva individuato nei sedicenti cristiani i «nemici del genere umano». I quali cianciavano, per gabbarci, di un dio «infinitamente misericordioso», benché… feroce punitore e tormentatore delle sue deboli creature. Che bontà! Il peggiore degli uomini è sì infinitamente misericordioso a petto del  mostruoso dio dei preti

(23) La nuova legge, fatta emanare dalla «religione dell’amore», prescriveva la confisca dei beni e la pena capitale ai i renitenti alla forzata conversione. Per sottrarsi alle persecuzioni, caratterizzate da crudeltà senza precedenti nella storia, milioni di persone si rifugiarono nelle campagne e nelle selve, tra sperduti casolari (pagi, o villaggi, da cui: pagani). Non più abrogato, l’orribile editto del 353 è rimasto teoricamente in vigore fino al 1974, quando l’indignazione universale obbligherà Paolo VI a depennarlo dal codice penale vaticano. Ma dal 1992 il Nuovo catechismo del tracotantissimo Woitjla torna di fatto a legalizzarlo auspicando, anche in dispregio alle nostre leggi, il ripristino, nei casi previsti dal clero, della pena di morte. Dal 353 la violenza fisica contro i dissidenti diventerà la prima regola ecclesiastica, come la papale istigazione a delinquere anche in Italia nel maggio ‘98, già sperimentata in Usa con l’assassinio di donne incinte e di medici refrattarî ai capriccî vaticani. Ai delitti che trapuntano l’intera storia cattolica s’accompagnano spesso i beffardi commenti dei preti, come quando nella Svizzera del sec. XVI, «dopo che tutti i protestanti vennero banditi e i loro beni confiscati e un loro predicatore venne assassinato nel cantone di Schwiz, [...] dissero che l’assassinato aveva ricevuto quel che si meritava» (Grimberg). Altrettanto dissero quando fu fatto a pezzi e bruciato l’«empio eretico» Zuinglio, reo di aver dichiarato: «Il vangelo non ha bisogno della convalida di un papa o di un concilio, dato che è la verità». L’esigua combriccola di fanatici in combutta con Costantino fa pensare agli sparuti drappelli fascisti, che marceranno su Roma tra l’apatia delle masse. In effetti, pochi individui molto risoluti possono sopraffare pacifiche moltitudini, come regolarmente avviene per il clero, che fa leva sulla cieca obbedienza dell’immenso gregge. Con il pagano Giuliano, il clemente e coltissimo imperatore, tutti videro rifiorire per qualche anno l’antica ineguagliabile civiltà. Ma alla sua morte, rialzò immediatamente la cresta l’esiziale congrega. Tra gli innumerevoli trucidati dal clero risplende la figura di Ipazia, «saggia come Pallade Atena e bella come Afrodite». Insegnava scienze e filosofia in Alessandria, e «una folla di discepoli la circondava della sua ammirazione, ma i cristiani fanatici la odiavano: nel 415, durante una delle quotidiane sommosse, fu assalita da una turba di monaci che la trascinarono in una chiesa e [colpendola all’impazzata con appuntiti cocci d’anfora] la massacrarono atrocemente. Così finì la sua vita una delle donne più nobili che siano esistite sulla terra» (Grimberg). Giuliano restaurò i templi ancora recuperabili tra quelli gravemente danneggiati dai cristiani, ed abolì con una legge gli iniqui privilegî dei preti. Ma per eccesso di bontà e di tolleranza, non ardì sradicare la mala pianta: «Nonostante la follia dei galilei, causa di una quasi completa sovversione, desidero che non siano puniti con la morte e che non ricevano castighi fisici, ma che al contrario siano lasciati tranquilli. [...] I loro errori sono dovuti più all’ignoranza che alla malvagità. Compiangiamoli dunque, invece di odiarli». Questo, purtroppo fu il grandissimo errore di Giuliano, medico troppo pietoso ante litteram. A soli 32 anni egli cadeva combattendo, proprio mentre riportava una brillante vittoria contro gli invasori persiani. Spirò consolando così gli amici piangenti: «Muore giovane chi è amato dagli Dei». 

(24) Dal
377 si cominciò a venerare come santi tutti i vescovi di Roma defunti, dal fasullissimo Pietro, arbitrariamente sostituito a Priscilla, fino a Giulio I. E sante furono ritenute anche le loro più famose amanti, come Cecilia, Prassede e Prudenziana. // Liberio (352-78) litigò col rivale Felice II, eletto dagli ariani, dal primo giudicati eretici perché in Gesù non vedevano Dio incarnato, ma soltanto un uomo, benché ispirato dal cielo. Frattanto Ambrogio, arcivescovo di Milano, fremeva d’ira contro l’imperatore Valentiniano I che, con la legge n.° 20 del 370 aveva disposto la protezione delle vedove e gli orfani dalla bestiale rapacità dei preti. Il prepotente santo non sopportava quella «offensiva legge [che] posponeva i ministri dell’altare alla gente più vile ed infame del mondo». Intimorito dai ricatti e dalle minacce, l’Imperatore si affrettò ad abrogarla. E da allora fino ad oggi nessuna autorità, per timore di perdere l’appoggio della nefasta congrega, si è mai opposta seriamente, perlomeno in Italia, allo scellerato affarismo ecclesiastico.

III

(25) Damaso (378-84), benché censurato dal concilio dei vescovi per la sua scandalosa corruzione, oggi è santo purissimo e vergine! Autorizzò il biblico alleluia, corrispondente al grido d’attacco delle falangi spartane eleleu ed al fascistico alalà. Per salire sul seggio, D. affrontò il rivale Ursino «in conflitti cruenti che causarono la morte di oltre cento persone: incriminato, dovette essere prosciolto da un tribunale imperiale», come riferisce persino il padre gesuita Gelmi, che non osa contraddire il grande storico Ammiano. Il quale ci tramanda: «La furia di Damiano e Ursino per occupare la sede episcopale superava qualsiasi ambizione umana: s’affrontarono come due fazioni politiche, fino a scontrasi a mano armata con morti e feriti, mentre il prefetto, per la sua incapacità ad impedirla, si asteneva dalla mischia. Dopo molti assalti Damiano ebbe la meglio. 137 furono i cadaveri ritrovati sul pavimento della basilica Liberiana, e passò molto tempo prima che gli animi si calmassero. Non ci si deve comunque stupire, considerando lo splendore di Roma, che un premio tanto ambito accendesse le brame di uomini maliziosi provocando tra loro le lotte più ostinate e feroci. Chi mira al seggio papale non bada a mezzi e fatiche perché, una volta installatosi, gode per sempre di una sistemazione invidiabile. Enormemente arricchito dalle offerte delle matrone, va a spasso in cocchio avviluppato in elegantissime vesti, e banchetta con cibi così squisiti che la sua tavola sorpassa quella dei re». Figlio del prete Antonio, D. edificò per lui la lussuosa chiesa di S. Lorenzo, affidandogliela in gestione, sull’area del teatro di Pompeo, di cui aveva fatto ignobile scempio proseguendo nella papale devastazione architettonica dell’Urbe, inaugurata con l’ingresso trionfale in Laterano del cencioso s. Silvestro. 

(26) Mentre di Giulio, Liberio e Damaso restano scarse tracce, molto si sa di santi non arrivati al soglio, come il linguacciuto Giovanni Crisostomo, detto Bocca d’oro, ed Agostino, entrambi acerrimi odiatori delle donne e degli ebrei, dal primo chiamati «carnali, lussuriosi e maledetti»
(Herr). Agostino, dopo la distruzione della sinagoga di Kallinikon, afferma spavaldo davanti all’imperatore Teodosio: «Sì, sono stato io a farla bruciare, perché al mondo non esista più luogo dove Cristo [di cui se ne fregava, ndr] sia negato»(Aepistulae, 40,11). E stabilisce che «Cristo fu concepito senza piacere carnale, esente dalla macchia derivante dal peccato originale» (Enchiridion). Con lui la chiesa comincia a giudicare il coito la peggiore delle colpe, e a destinare all’inferno (il limbo è invenzione postuma) tutti i bambini morti senza battesimo, «insudiciati» dal peccato di Eva. Ancora nel 1861, il teologo cattolico Beleth «proibiva di portare in chiesa le defunte incinte perché il nascituro non era stato ancora battezzato: faceva togliere il bambino dal cadavere della madre, per seppellirlo fuori del cimitero» (Ranke-Heinemann). Inorridito, Giuliano, vescovo di Eclanus, così investiva il suo bieco collega: «Tu, Agostino, sei molto lontano dal sentimento religioso, [...] se pensi che Dio possa commettere atti criminali contro la giustizia, tu, persecutore di neonati, che getti piccolissimi lattanti nel fuoco eterno». Parole tramandate, con incredibile improntitudine, dallo stesso Agostino. Che stinco di santo! L’eretico vescovo Giuliano, che fu scacciato dalla sua sede e perseguitato fino alla morte per la sua umanità, disprezzava il boia di Tagaste: «Per lui Agostino era sempre e soltanto l’africano» (Ranke-Heinemann).

(27) Per s. Girolamo, segretario di Damaso e primo traduttore della Bibbia, «solo
22 sono i libri ispirati da Dio e ogni aggiunta è apocrifa». Ma in seguito, travolto dall’invidia sessuale, lui pure li falsifica introducendo in Tobia alcuni passi del tutto inventati (8,7). Allo scopo di spegnere l’ardore coniugale sono imposti dalla chiesa tre giorni di astinenza dopo le nozze, poi allungati a trenta, che col coito proibito prima, durante e dopo ogni dì festivo (oltre i 20 giorni prima di Natale, durante la Quaresima, ecc.) obbligano alla castità cinque mesi l’anno, sotto pena ai trasgressori dell’intera vita a pane ed acqua, non escluse più terribili condanne. Finalmente il concilio di Trento, tanto ben predicante e mal razzolante, inserirà nelle Scritture altri nove testi di pura fantasia. // Sotto s. Siricio, la famosa biblioteca di Alessandria con i suoi inestimabili tesori rappresentava ancora, nell’oceanica putredine dell’ignoranza cristiana, l’ultima gloriosa roccaforte della scienza, dell'arte e della civiltà, l’'ultima dimora dello scibile umano, rimasta indenne nel marasma delle distruzioni dei fanatici e sempre scrupolosamente rispettata perfino dai barbari invasori. Ma quell’incomparabile tempio dello spirito, testimone della tolleranza pagana di «un Impero dove ovunque ciascuno poteva pensare e insegnare con la più sconfinata libertà, [dove] per disposizione di Vespasiano e di Adriano i retori, i filosofi, i filologi e persino i medici erano esentati da tutti gli oneri cittadini» (Gregorovius, Vita di Adriano), dove Enomao era libero di pubblicare uno Smascheramento dei ciarlatani che nega l’esistenza di ogni dio e disprezza apertamente la religione di Stato, quel santuario del sapere in stridente contrasto col bassissimo profilo culturale dei preti, non poteva non essere oggetto della loro iraconda avversione. Nel 391 «la celebre biblioteca, con il suo Serapeion [l’annessa scuola scientifica], finì completamente distrutta dal fanatismo cristiano» (Gregorovius). Distrutta e mai più ricostruita. Da allora il mondo precipiterà nell’abisso della più nera stupidità ed ignoranza, e non basteranno duemila anni al parziale ricupero della perduta civiltà. Nonostante i progressi tecnici degli ultimi tempi, ben pochi passi avanti hanno fatto la dignità e la libertà individuale, mentre l’autocrazia papista s’intrufola con le sue manipolazioni in tutti gli organi d’informazione. Se una trasmissione culturale laica incontra qualche punto caldo (eufemismo in sostituzione di scomodo), entra immediatamente in gioco la sacra censura a farne scempio. Della biblioteca d’Alessandria ha diffusamente parlato Tele Montecarlo, in ‘Stargate’, 17-6-2001. Accennato al suo primo fortuito incendio durante lo sbarco di Cesare, e la sua immediata ricostruzione e reintegrazione per ordine di Cleopatra di 200.000 opere perdute (erano in origine 800.000), TMC salta a piè pari l’anno 391 e piomba acrobaticamente nel 642 per incolpare i maomettani, appena giunti in Egitto, del crimine ecclesiastico consumato con duecento anni d’anticipo. Se a spararla tanto grossa TMC avrà avuto un po’ d’esitazione, certamente sarà intervenuto qualche prete a dissiparne i timori, con un «Tanto, le teste di cazzo bevono tutto!». Il clero ci deride impunemente, sparge allegramente il suo calunnioso liquame come don Ferdinando Colombo, che da Radio Maria annuncia: «Noi non facciamo come gli storici, che la raccontano a modo loro per allettare i lettori. Mai la menzogna si addice a noi!» (26-6-2001, h. 22). È possibile maggior impudenza?

(28) Investito dalle accuse di s. Silicio e accompagnato da due ricche vedove, Paola e Melania, s. Girolamo fugge in Oriente, dove fonda monasteri femminili. Egli spilla quattrini anche a molte vergini ad maiorem Dei gloriam, mentre S. modestamente si fregia per primo del titolo di papa (gr. papas = padre). E da allora, in barba al vangelo che intima: «Non chiamate nessuno padre, perché uno solo è il padre vostro, che è nel cielo» (Mt., 23,9), i papi si fanno chiamare addirittura anche Santi Padri, con tanto d’iniziali maiuscole obbligatorie. In aggiunta, sempre contro il vangelo che vuole Gesù figlio naturale di Giuseppe e perciò diretto discendente di Davide, S. così sproloquia: «Gesù non avrebbe mai scelto di nascere da una vergine, se avesse dovuto ritenerla così poco casta da farsi innaffiare da sacrileghi spruzzi di sperma». La tanto casta fanciulla si sposò già incinta di un centurione romano, o di un sacerdote secondo altre testimonianze,  e partorì, oltre Gesù, ben altri quattro figli: Giacomo, Matteo, Simone e Giuda, senza contare le femmine (Mt., 1,25; 13, 55-56). // Quanto alla legge valentiniana in difesa delle vedove e degli orfani, essa è «ingiuriosa per il clero» anche secondo s. Girolamo che, assieme ad Agostino, gioisce dei nostri avi scannati dai barbari e benedice le stragi degli Italiani come celesti messaggî, segni «provvidi a servire d’avviso a’ Romani per placare Dio» (Del diritto libero della Chiesa...). Circa le leggi valentiniana e teodosiana (anche questa a difesa dei deboli, dopo l’episodio d’una donna violentata in chiesa), ancora nel 1769, in pieno secolo della ragione, il «buon papa» Lambertini si compiace della loro inosservanza: «Non veggo come si pretenda che esse possano stabilire diritto, se furono rivocate con GIUSTA [maiuscole nel testo] e ragionevole penitenza [...] da Marciano imperatore che volle, rivocandole di nuovo solennemente, provvedere alla sicurezza de’ pii lasciti». (ib.). Leggi che «ingannano i lettori per arrivare a qualche malvagio loro fine» (ib.). Interpreta inoltre il Date a Cesare come invito ai preti a non pagare mai, e per nessuna ragione, alcuna tassa, aborrendo l’idea che «il dominio delle temporali cose ecclesiastiche appartenga a Cesare» (ib.) E per giustificare la sua cupidigia cita lo schiavista s. Girolamo, che condannava gli altrui possessi senza rinunciare ai proprî, giacché «lui stesso, monaco e prete, [non solo] non vendé il suo patrimonio» (ib.), anzi, per consolidarlo «onestamente e santamente conviveva con una [ricca] vedova «(ib.). Alla faccia dello spiantato Nazzareno!  Il concilio di Cartagine autorizza il clero ad acquistare senza restrizioni mobili e immobili, a possederli, goderli e lasciarli in eredità a chicchessia (Concilior., can.XIII, XLIX,I, p.962-68, Parigi1714). E il VI concilio di Toledo (a. 638) sancisce che «i possessi dei preti sono tutti di diritto divino, e nessun laico potrà mai privarli dei loro acquisti» (can: XV), scomunicando col can. XIV «il perfido che osasse proporre ad un prete il pagamento di una qualsiasi tassa». Adesso, i preti, tutti ricchi sfondati, si divertono a cianciare della povertà della chiesa (es.: Radio Maria, 21-10-96).

(29) Il diritto d’immunità e d’asilo nelle chiese e nei conventi, era già da allora largamente applicato a favore dei ladri e assassini disposti a spartire il bottino col clero. Umana e soprattutto assai proficua usanza tuttora in auge nelle vaste aree mafiose, ‘ndranghetose e camorriste. Che spiega perché un piamente (leggi: generosamente sborsante) defunto pezzo da novanta possa librarsi in aria, in giacca e cravatta (e intuibile pistola carica sotto l’ascella), tra nuvole e cori degli angeli, splendidamente affrescato in una chiesa cattolica di New York.

(30) San Zosimo esclude i figli illegittimi dal diritto di accedere al sacerdozio. «Nel
418 ottiene dall’imperatore Onorio un rescritto per scacciare da Roma i cristiani pelagiani, testimoniando così davanti a tutti il suo orrore per l’eresia, e permette ad ogni singola parrocchia di benedire i ceri pasquali» (Henrion). Pelagio, monaco retto e di vita ascetica, per aver stigmatizzato la degenerazione del clero era odiato dai ss. Agostino e Girolamo. Era antipatico pure al truce s. Ambrogio, già in guerra col vescovo Gioviniano, da lui fatto fustigare, per aver dubitato della tanto decantata quanto fasulla integrità di Maria, coi flagelli di piombo, che spesso scarnificavano la vittima fino a metterne a nudo tendini ed ossa. Assai malconcio, l’eretico, morì di stenti esiliato sull’arida isola di Boa. E anche defunto, fu ingiuriato e infangato dall’avido e turpe calunniatore sant’Ambrogio come «vissuto nella dissipazione e morto eruttando lo spirito tra fagiani e carne di maiale». 

(31) Inflessibile con gli eretici (gr.: hairesis = scelta, discernere, pensare con la propria testa), da lui sempre perseguitati senza tregua, Celestino I protesse il dissoluto Apiario e il famigerato vescovo Jussale, tenuto a distanza perfino da Agostino, lo stesso ecclesiastico che gettò il seme dell’Inquisizione spronando al proselitismo violento (compelle intrare). Ma C. è molto amato dai più anguilleschi vaticanisti: «saggio e prudente occupò degnamente la sedia pontificia, perché si levò con forza contro l’eresia di Nestorio, vescovo di Costantinopoli, che sosteneva non essere Maria madre di Dio ma dell’uomo Gesù». 
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(32) Deipara (gr.: procreatrice di dio). Nessuno prima di lui si sognava, eccetto forse il viscido e contorto Agostino, d’ipotizzare qualità soprannaturali in una vergine... madre di tanti pupi, come nessuno prima del
325 parlava di divina Trinità, tardiva copia della Trimurti indiana. Il tanto esaltato candore mariano ripete banalmente quello di Inanna, dea sumerica dell’amore, vergine madre adorata ad Uruk e agghindata come la fenicio-cananea Aschera (VII sec. a.C.), che allatta un bambino, ha il capo circondato da una corona di stelle e dagli adoratori di Baal è chiamata «regina dei cieli». Aschera è capostipite della greca Afrodite, della romana Venere e finalmente della nostrana Madonna. Anche alla figlia di Maometto, Fatima, ultima arrivata tra le donne circonfuse di luce, è riconosciuta l’immunità, d’origine pagana, dal peccato (Rotter). Sublimando Maria, terrifica glaciale supervergine, i più accaniti misogini sbaragliano ogni residua resistenza pagana imponendo il disumano modello della cosiddetta Madonna a tutte le donne, maritate comprese, per costringerle, pena l’inferno, a macerarsi nella penitenza e nell’astensione sessuale. Ma il vangelo di Marco, dopo quello di Tommaso uno dei meno rifatti e rimaneggiati (in totale più di sessanta), non accenna ad alcun concepimento virginale, e persino secondo quello di Giovanni, il più fantasioso e manipolato di tutti, Gesù è vero figlio di Giuseppe (Gv. 45; 6,42). Il concepimento virginale, assente anche nelle prime versioni di Matteo e Luca, è copiato dalla nascita di Budda e fatto circolare con le interpolazioni dei sec. II e III. Anche Matteo, per i preti l’evangelista più integro, esordisce con una genealogia di ben 42 generazioni solo per vantare Gesù figlio effettivo del davidico Giuseppe. Prima dei pesanti cincischiamenti ieratici, eventuali ciarle sulla verginità mariana e sulla paternità putativa di Giuseppe sarebbero state respinte da tutti gli stessi cristiani come ridicole e cervellotiche elucubrazioni. 

(33) L’odio feroce contro la donna è largamente condiviso dai padri della chiesa. Anche la giovanile eterosessualità di Agostino, ammesso che sia mai esistita, si era evoluta, per imperscrutabili motivi, in un’invincibile repulsione fisica per la donna, da lui caritatevolmente definita «cloaca». E misogini a prova di bomba sono rimasti in genere i preti, come il livido don Livio, direttore e sfavillante starlet di Radio Maria, il quale racconta, torcendosi dalle risa, di un tale che fingendo di non vedere per strada la sua compagna, da lei apostrofato con un «Io sono quella!», ribatte strafottente: «Ma io non sono più quello!»
(02-11-96). Bel modo di promuovere la coesione di coppia! Ma la chiesa, costretta a riconoscere nelle donne gli strumenti della procreazione, dovette (eccetto dei mentecatti come Innocenzo III, Innocenzo VIII, s. Carlo e Federico Borromeo, smaniosi di farne totale sterminio) contentarsi di un loro drastico sfoltimento. E prima di abbandonarsi all’orgia di milioni di roghi, si limitava a dissuaderle in ogni modo dal matrimonio per rinchiuderle in massa in sepolcrali monasteri, tanto che ancora nel sec. XVIII ogni città cattolica ne contava almeno uno in ogni strada. Saputo del sacerdozio conferito alle donne inglesi, ora Woitjla emette l’angoscioso grido: «È un’offesa a Gesù Cristo!» (Rai Due, Prima pagina, 13-04-94). Offesa a Cristo, egli specifica arrampicandosi disperatamente sugli specchi, perché Gesù non era femmina, e «tra i dodici non ce n’erano durante l’ultima cena» (Corsera, 28-05-94). Mancavano anche i negri, eppure Woitjla scodella a rotta di collo cardinali e presuli abbronzatissimi, come l’allegro saltimbanco Milingo. Ma il Santo Padre non ha pregiudizi di razza. Solo di sesso! Anche nella devota escrescenza mafiosa sopravvive l’idea medievale d’onestà correlata solo all’astinenza eterosessuale. Onesto, per gli uomini d’onore, è chi non ha rapporti extraconiugali e porta sotto la camicia, accanto alla pistola, una crociona d’oro, magari tempestata di diamanti, come il noto boss Riina e tanti altri specializzati in sequestri di persona e affogamenti nel cemento liquido. Ed onestissimo è, ovviamente, chiunque passi consistenti e regolari mazzette al clero.

IV

(34) San Sisto III (435-40) abbatte una quantità di marmorei palazzi e monumenti dell’antica Roma cavandone materiale per «costruire e abbellire molte chiese». E sfoga la sua esuberanza compiendo varie prepotenze, finché sotto il console Anicio Basso è processato per lo stupro di una giovane cristiana. Ma ormai prevale il potere ecclesiastico e il processo laico, esattamente come oggi (v. le buffonate giudiziarie De Gasperi-Guareschi, Melluso-Tortora, «Usura cardinalizia napoletana», ecc.), finisce in una farsa, con l’accettazione incondizionata di un «certificato d’innocenza» del santo redatto dai suoi colleghi vescovi. Non appena assolto, S. assassina la sua accusatrice e ne strazia selvaggiamente il cadavere, e ancora nel sec. XIX l’ipocrisia e l’eufemismo serviranno a mascherare il suo crimine: «Egli fu sì pieno di carità da imbalsamare e seppellire con le sue stesse mani la persona che l’aveva incolpato di un sacrilego adulterio» (Henrion). In un caso analogo un altro gesuita scriverà che se gli sgherri papalini assassinarono una giovinetta nella sua casa, poi però, pieni di cristiana compassione, «sollevarono l’infelice da terra, posaronla sopra un letto, la composero sui guanciali». E il De Sanctis di rimando: «Piangevano quei buoni Svizzeri! [...] Egregiamente, padre Bresciani; voi sapete ben giustificare e soprattutto sapete ben tacere. Congratulazioni: non vi manca la malizia. Voi che ficcate il naso in tutti i caffè e in tutti i ritrovi, quando si tratta di libertini, non vi attentate mai di gettare un’occhiata curiosa nel Vaticano, nel congresso di Gaeta. Avete saputo ben tacere. Possiamo gridare in coro Sanctus, sanctus, sanctus!».

(35) San Leone il Grande
(440-61) fu il primo ad avanzare pretese di supremazia su tutti gli altri vescovi. Le parole e il gesto imperioso con cui si favoleggia che egli avrebbe arrestato l’invasione degli Unni, non hanno il benché minimo fondamento storico. L. tremava come una verga tappato in Laterano, mentre le orde di Attila, battute in Gallia da Ezio e sconfinate nella pianura veneta, si ritiravano in Pannonia decimate da un’epidemia e incalzate dall’imperatore Marciano, che avanzava a tappe forzate dall’Illiria per attaccarle alle spalle.

(36) Ancora ai tempi di Clemente VIII, il papa che fece bruciare Giordano Bruno, un dipinto di una chiesa di Roma mostrava la beata Vergine discesa dal cielo a riattaccare la mutila mano di uno dei papi più frocî
(Monticelli).

(37) San Felice III (
483-92), nonno di s. Gregorio I, passava il tempo litigando col vescovo di Costantinopoli, maledicendolo e scomunicandolo per futili motivi, come la bambinesca preghiera detta il Trisagio, motivo d’infinite diatribe sull’inserirvi o no il vocabolo sabaoth. Il suo predecessore, s. Simplicio, si era opposto a un editto di tolleranza religiosa dell’imperatore Antemio, obbligandolo a revocarlo, e s. Ilario ordinò di dividere «le rendite dei beneficî in quattro parti: la prima per l’ecclesiastico beneficiato, la seconda per la manutenzione delle chiese, la terza per i poveri, la quarta per gli altri ecclesiastici» (Henrion)

(38) S. Gelasio
(492-96) condannò i lupercali, feste della fecondità in onore di Pan precorritrici del cristiano carnevale, durante le quali i passanti erano gioiosamente assaliti e percossi con interiora di capra gonfie d’aria. «I costumi di questo Papa di rara pietà onorano il suo zelo e sapere: fece bruciare i libri dei manichei, che espulse da Roma» (Henrion). Dal V sec. il clero, stroncata nel sangue ogni opposizione, se la spassa alla grande, irritando persino s. Girolamo: «...brigano per farsi preti o diaconi e avvicinare le donne più liberamente; tutte le loro fatiche consistono nel vestire, calzare con eleganza e profumarsi. Arricciano i capelli col ferro, hanno anelli sfavillanti alle dita e camminano in punta di piede: sembrano giovani fidanzati, più che ecclesiastici». Il rigoroso moralista ambisex non vedeva però la trave ficcata nel proprio occhio, né la dilagante omosessualità sacerdotale.

(39) Anastasio II
(496-98) per la sua tolleranza verso gli eretici era inviso ai preti (Inf., XI, 8-9). È il primo papa non fatto santo, del quale anzi infangarono ferocemente la memoria fino al sec.XV., quando si compiacquero immaginarlo agonizzante, «per volere e judicio divino», nel fondo di un lurido cesso (An. Fior.). Ma ora si sono magnanimamente degnati di concedere a lui pure l’aureola, in sintonia con la risibile pantomima dell’apertura cattolica ai cristiani separati, sempre ben ancorata alla gesuitica riserva mentale di un mondo asservito al papato. 

(40) Successore di Simmaco, il prolifico s. Ormisda
(514-23) approvò la fondazione dell’ordine benedettino.

(41) Simmaco guadagna la santità consolidando le colossali rapine della chiesa e costituendole in beni stabili ad usufrutto ecclesiastico. Col sinodo del
499 decreta che nessuno, vivente un papa, ardisca salire al soglio, mentre lui stesso aveva detronizzato il rivale Lorenzo, a prova che anche lo Spirito Santo è fallace. E nel 501 sancisce che nessun papa possa essere giudicato da tribunali laici. Arrogante privilegio, poi esteso a tutto il clero,e che tuttora è vigente in barba alle rivoluzioni liberali e alla tanto conclamata uguaglianza. Postosi sopra la legge, il clero - come osserva Montesquieu - ha imitato Cesare mettendosi fuori portata di qualsiasi punizione. Per quest’immenso merito S. è stato fatto santo, ma al contempo è tanto odiatio per aver liberato alcuni schiavi, che dopo di lui i papi hanno giurato di non assumere mai più il suo nome. Ribadendo che Gesù voleva tutti poveri, eccetto i preti (Del diritto libero della Chiesa... I, pp. 293-94), il papato ancora nel sec. XVIII difendeva lo schiavismo perché «Filemone, ministro del santo evangelio, avea e casa e schiavi, [...] come Archippo vescovo» (ib.), Solo nel sec. XIII il laico comune di Bologna cominciò ad affrancare gli schiavi (servi della gleba), e solo nel 1782 i contadini siciliani furono liberati dall’illuminista viceré Domenico Caracciolo (poi impiccato dagli Inglesi  istigati dai preti), il quale soppresse il Sant’Uffizio e restituì ai poveri 45.000 ettari di buona terra rapinata dai gesuiti. Il cattolicismo consolidò la schiavitù mentre essa era già tanto in forte declino tra i pagani da esser già «avviata a scomparire fin dal I sec. per influenza della filosofia stoica, che ai tempi di Epitteto era più forte delle idee cristiane» (Gregorovius). Anche adesso la chiesa, infischiandosi sommamente di Cristo, prende a modelli solo gli apostoli:, cominciando da «s. Paolo, [che] non esige affatto l’abolizione della schiavitù» (AA VV). Anzi, sempre Paolo, «ossia Dio, parlando egli in suo nome», come recita la n. 12 della Sacra Bibbia (Ed. Paoline 1962) comanda agli schiavi di rimanere sempre nel loro stato di soggezione, respingendo ogni occasione d’essere affrancati (1 Cor., 7, 20-21). Se un cittadino offriva la libertà ai suoi schiavi, essi, «da buoni cristiani», dovevano rifiutarla. Ma Paolo, da buon padrone, pensava solo ed unicamente al proprio interesse, secondo l’aulico motto «pancia piena non pensa alla vuota». Ovvio dunque che Woitjla voglia far santo «il fervido protettore degli indios frà Bartolomé las Casas», il devotissimo alla Madonna che per primo suggerì l’idea della tratta dei negri, più robusti degli indios. // Sotto S., il franco Clodoveo, che come Costantino aveva massacrato amici e parenti (s. Gregorio di Tours, Chron.), mentre stava per soccombere in battaglia, «levati al cielo gli occhi lacrimosi e invocato Cristo, gli promise di farsi battezzare se gli avesse concesso la vittoria. Da quell’istante la fortuna cambiò parte e la battaglia fu vinta» (Grimberg). Nel 506 egli si battezzò a Reims e fagocitò la Francia. Benedetto dal clero, che sempre scodinzola al più forte e se gli conviene se ne frega nel modo più assoluto dell’indissolubilità del matrimonio, egli ripudiò la prima moglie per sposare una visigota, «che amava molto perché gli portava in dote ricchi tesori» (s. Gregorio di Tours). «Ma il suo amore s’intiepidì ben presto..La vecchia concubina Fredegonda seppe attrarlo nuovamente nelle sue reti, e un mattino la regina fu trovata strangolata nel suo letto» (Grimberg). «Il re pianse la sua morte, e qualche giorno dopo contrasse matrimonio con Fredegonda» dice il santo di Tours nel «presentarci una galleria di vescovi, abati e preti che non la cedevano in nulla ai potenti laici in fatto di ghiottoneria, ubriachezza, sete di potere ed altri vizî non  meno rivoltanti» (Grimberg). Nel 1996 Woitjla volò in Vandea (come sempre a nostre spese), visitò trepidante la cara chiesetta dove preti e devoti avevano inaugurato, inchiodando al portone un giacobino, una serie di orribili atrocità (centinaia di repubblicani furono sepolti vivi), e dal pulpito di Reims da una esaltò i «grandi ideali di libertà, fraternità ed eguaglianza» dall’altra esortò i Francesi a riconoscere nel criminale cristiano Clodoveo, anziché nel generoso patriota pagano Vercingetorige, «le proprie nobili radici» (La Stampa, «Il papa ribattezza la Francia», «Un trionfo la cerimonia per Clodoveo», 23-09-96).

(42) San Giovanni I (523-36) va a Bisanzio a promuovere la pace con gli ariani per incarico di Teodorico, il re che «meritò non mediocre lode, sendo stato il primo che facesse quietare tanti mali, talché per 38 anni che regnò in Italia la ridusse in tale grandezza, che l’antiche battiture più in lei non si conoscevano» (Machiavelli). All'imperatore però G. non solo parla di pace, ma lo aizza ad odiare e perseguitare gli avversari del papato. Lo squallido individuo però non la fa franca: tornato a Roma, è imprigionato. Lo seguono Felice III, Dioscuro e s. Bonifacio II, che ingiuria il defunto rivale Dioscuro. // Riferisce s. Gregorio che nel 529 s. Benedetto demolì, sul Montecassino, due tempietti pagani di candido marmo e abbatté il bosco sacro che li circondava. Non più popolato di fauni e di ninfe, l’incantevole luogo divenne un’arida spianata dominata da un monastero che col tempo assumerà dimensioni cupamente ciclopiche. Nel 1944 finirà polverizzato da 130 tonnellate di bombe sganciate dagli Americani. Anche se subito ricostruito con indescrivibili sacrifici dagli Italiani affamati e ridotti a miserabili servi del Vaticano, dalla sua storia pare che il cielo non inclini eccessivamente per il cattolicesimo: dopo le bombe americane, ogni anno il buon Dio fulmina campanili, sgretola chiese, brucia figlie di Maria, mutila oranti, affonda barche gremite di bigotti, falcia processioni con automobili impazzite e precipita corriere di pellegrini dai dirupi. In una «preghiera elettorale» tesa a «renderci degni del passato», Woitjla esalta «il grande italiano s. Benedetto», ottuso distruttore del bello, e strumentalizza, profittando della loro impossibilità a protestare, Dante Alighieri (benché tre volte scomunicato e condannato al rogo in contumacia), Michelangelo (benché autore di fierissime rime antipapiste), e l’accecato sotto tortura Galileo, benché svillaneggiato dallo stesso Woitjla come meritevole delle sue disgrazie, perché causategli dalla sua... «arroganza» (L'Opinione, 16-03-94, p.8). E il presidente della Repubblica Scalfaro ha calorosamente ringraziato l’impudente ex scalcagnato polacco a nome di tutti gli Italiani, di tutti quei «semplici» ora apertamente denominati «teste di cazzo» dai preti e dai loro manutengoli. 

(43) Mercurio è il primo a adottare uno pseudonimo (Giovanni II) e ad obbligare gli acefali creduloni a baciargli i piedi. Il bacio ad entrambi i piedi papali è durato fino a tutto il sec.
XIX, e solo ora, volendo astutamente sembrare «democratici», i pontefici s’accontentano del pur sempre servilissimo bacio alla mano. 

(44) L’infame s. Silverio, traditore di Belisario («Dimmi, o Silverio - gli chiederà la moglie del valoroso generale - che male abbiamo commesso, da farci consegnare nelle mani dei Goti?»), finisce a sua volta esiliato nell’isola Palmaria dal papa Vigilio, suo rivale. Che tre volte discute, approva, sottoscrive, rifiuta e sconfessa i Tre capitoli, dichiarazione di fede del concilio di Calcedonia. «Vigilio è legittimo, benché usurpatore della sedia apostolica a prezzo di soldo: governò
15 anni con tanto di pietà, di zelo e di fede, quanto aveva mostrato violenza, crudeltà e avarizia durante lo scisma: prova certa che la ricerca di onori, ricchezza e vantaggi incattivisce e che, al contrario, il loro possesso rende buoni e a volte eccellenti» (Henrion). // Il V sinodo d’Orleans (541) prescrive che «i preti e diaconi non dividano la stessa camera con le proprie mogli, per non essere sospettati di rapporti carnali» (can. 17). I coniugi, già costretti alla castità oltre cinque mesi l’anno, erano per di più così minacciati dal vescovo Cesario di Arles ( 542): «a chi, prima di una domenica o di altre feste non si astiene dal coito, nasceranno figli lebbrosi, o epilettici, o posseduti dal demonio» (Browe).

(45) Pelagio I
(556-61), eletto prima dell’assassinio, «si dice per veleno» (Henrion), di Vigilio, giura sui vangeli (come in uso nonostante il tassativo divieto evangelico di giurare) di essere innocente di tale delitto, ma gli è «tremendamente difficile superare la sfiducia che l’episcopato coltivava nei suoi confronti» (Gelmi). // Il sinodo di Tours (567) ordina che «il vescovo consideri la propria moglie come una sorella. Sempre circondato da chierici, separi la sua abitazione da quella della moglie» (can. 12), «e giacché moltissimi arcipreti di campagna, diaconi e suddiaconi sono sospetti di mantenere ancora rapporti con le proprie mogli, l’arciprete vada ovunque accompagnato da un chierico, che dorma nella sua stessa camera» (can. 19).

(46) Giovanni III
(571-74) e Benedetto I (575-79) fecero combutta con i barbari invasori per la comune spartizione del bottino e l’accumulo d’ingenti ricchezze. Ma il Liber pontificalis pretende che B. sia «morto tra gli stenti» (Gelmi). // Il III sinodo di Toledo (589) prescrive che, «puniti i preti che ospitino femmine, il vescovo se ne impadronisca per venderle come schiave». Disposizione ripetuta solennemente dal sinodo di Siviglia (590) e dal IV di Toledo (633). Nel frattempo, s’intensificano le misure terroristiche ecclesiastiche per impedire, o almeno ridurre al massimo, gli amplessi coniugali. «A una donna, che in lacrime mi aveva mostrato un figlio cieco e storpio, confessando di averlo concepito una domenica, dissi che ciò era la punizione del suo peccato commesso nella notte di una festività profanata» (s. Gregorio di Tours cit. da Browe)

(47) San Gregorio I
(590-604), dalle cui colossali rapine tuttora i preti traggono beneficio, si definì umilmente Servus servorum Dei. Raffinata ipocrisia tuttora in auge per «l’impulso che conferisce al prestigio del papato» (Gelmi), ed ottimo motivo per far santo un incallito criminale dopo cinque papi non più canonizzati. G. incrementò il sacro business rinnovando l’annuncio della prossima fine del mondo, e «moltiplicando le reliquie, con l’accostare lane e pezzi di legno ai corpi dei santi». Ma nemmeno, in pratica, si scomodava ad accostarle. Tanto, le «teste di cazzo» credono sempre. «Molto sapiente», secondo Henrion, G. fu chiamato il Grande per le sue elucubrazioni sul sesso e per aver fatto incendiare, quasi non bastasse la distruzione della biblioteca d’Alessandria, anche quella riccamente rifornita di Augusto sul Palatino, che era sempre stata risparmiata dai barbari saccheggiatori di Roma. Non esitò a polverizzarla perché conteneva anche... «demoniaci libri di astrologia». E poi ci scandalizziamo dei talibani! Pensava che «il flusso mestruale [fosse] conseguenza di una colpa, tuttavia, pur lodando le donne che durante il ciclo non si comunicavano, non proibì alle mestruate di entrare in chiesa o di ricevere la comunione» (Ranke-H.). Che bontà! Ancora alla fine del sec. XVII a Dekenpfronn, nella Foresta Nera, «le mestruate dovevano star fuori del tempio, non potevano entrare ed erano schernite» (Browe). Le puerpere erano «impure»e dovevano «riconciliarsi con la Chiesa», mentre le bare delle morte prima del rito erano interrate in luoghi segreti: discriminazione finita solo nel sec. XVIII con la vittoria dell’illuminismo (Ranke- H.). Per G. «il piacere non può essere mai senza peccato», e i coniugi «sporcano la bella immagine del matrimonio mescolandola al piacere del sesso» contro il volere di Dio, che ci fece nascere «senza provare il piacere del peccato carnale, come le piante producono i loro frutti senza godere».

(48) Entrando, s’intende, al servizio della lugubre accolita. I canti liturgici gregoriani, miscuglio di elementi ebraici, orientali, greci e romani, furono raccolti nell’Antiphonarium. Sotto Gregorio I la Chiesa spadroneggiò dalle Alpi Cozie alla Sicilia, dalla Corsica all’Illiria, arrogandosi il diritto di tassare e di punire. Ma «chi parlasse di avidità religiosa, avarizia, influenza sacerdotale» nulla ha capito - sentenzia l’arcilacchè De Maistre - della santità pontificia: «è concepibile una santità senza ricchezze? Quelle della Chiesa Romana sono dunque segno della sua dignità e strumento d’azione legittima, sono l’opera della Provvidenza che la marcò fin dall’inizio del sigillo della legittimità: esse si vedono, se ne sa la loro provenienza, si vedono, e nessuno se ne dispiace».

V

(49) Il tempio cattolico.

(50) Sabiniano, di Bieda presso Volterra
(604-06), regola il suono delle campane per meglio attirare i pii. E accennando alla sua borsa don Henrion si appaia al De Maistre (il mastino dal motto: qui mange du pape meurt) nell’apologia delle spropositate ricchezze ecclesiastiche, «perché il potere papale legittima la sua opulenza con l’uso che ne fa». Ma ammette che S. durante una grave carestia «non praticò all’eccesso le virtù del suo predecessore, perché aprì i granai ma invece di distribuire il frumento se non proprio gratis, almeno a modico prezzo, lo vendette ad uno assolutamente inaccessibile ai poveri. Allora i più miserabili si recarono in massa sotto il suo palazzo, e lo supplicarono gridando di non lasciare morire di fame gli stessi che Gregorio aveva conservati in vita. E lui, affacciatosi alla finestra: Cessate di fare schiamazzo; se quello ha comprato i vostri elogi con un po’ di pane, io non posso satollarvi al suo stesso prezzo».

(51) Santo sì, ma troppo avaro, era fatto segno di continue contumelie e violenze: Per risparmiargliele almeno da morto, fu drasticamente abbreviato l’itinerario del suo funerale.

(52) Bonifacio III
(697) si fa nominare patriarca ecumenico da Phoca: chiara dimostrazione della sudditanza dei vescovi di Roma che, già in difficoltà nei loro primi tentativi di primeggiare sui colleghi, non osavano ancora pareggiarsi addirittura all’Imperatore.

(53) San Bonifacio IV (
608-15) ottiene da Phoca il consenso di trasformare il Pantheon, l’ultimo grande monumento che i laici difendevano dalla furia devastatrice e demolitrice dei preti, in una chiesa cattolica. Come erano allora prematuri certi ieratici imbrogli, di cui il più clamoroso sarà la falsa donazione di Costantino, così per demolire i gloriosi edificî pagani, o anche solo per servirsene, i papi - agli occhi dell’Imperatore ancora semplici vescovi - dovevano chiedergli quell’assenso che purtroppo fu loro sempre più facilmente accordato. B. protesse i monaci a cui, per gelosia, i preti precludevano la carriera ecclesiastica. E i primi, grati, esigettero poi che fosse santificato. // A giustificazione della sacrilega fame dell’oro (auri sacra fames) che divorava il clero, useranno i più pretestuosi cavilli gli avidissimi padri della chiesa Giustino, Cipriano, Ilario, Crisostomo, Agostino, Isidoro Pelusiota e l’aperto adoratore di Mammona Clemente Alessandrino(sunt habendae divitiae), tutti concordi nell’ignorare i comandamenti «Non tesaurizzare» (Mt, 6,19), «Vendi i tuoi beni…» (Mt, 19,21), «È più facile che un cammello...» (Mt, 19,24).

(54) Sant’Adeodato
(615-18) per primo appone il sigillo sulle bolle pontificie, mentre il napoletano Bonifacio V (619-25) estende ai conventi l’immunità d’asilo delle chiese, per favorire i ladri e gli assassini ed appropriarsi gran parte del loro bottino.

(55) Onorio I
(625-38) è per la chiesa legittimo a tutti gli effetti, benché bollato eretico monoteista dal concilio del 680 e condannato alle pene dell’inferno da Leone II. I papi abiurarono l’eresia di Eutiche, il monofisismo, che riconosce in Cristo la sola natura divina (ha tuttora seguaci in Egitto, Armenia, Etiopia) e modificarono a proprio favore il principio giuridico che «un papa non può essere citato in giudizio, a meno ch’egli non devii dalla fede». Sicché i pontefici, dal 1870 proclamatisi infallibili nella fede, pare che prima di allora potessero fallire in tutto, fede compresa. 

(56) Teodoro I
(642-49), figlio del vescovo di Gerusalemme, flirtò politicamente con Pirro, patriarca di Costantinopoli, allontanandosene poi per divergenze sul monoteismo, non riconoscendo in Gesù conflitti tra due volontà contrarie, come nei comuni peccatori. 

(57) Duplice il sacrilegio del papa, che bevve il sangue di Cristo fuori della messa e lo usò come volgare inchiostro. Egli morì, a detta dei preti, avvelenato dai... preti.

(58) Più esattamente, dal
649 al 672 si succedono Marino (o Martino), Eugenio e Vitaliano. Il sinodo di Nantes (658) sancisce che «l’ecclesiastico non può vivere in casa neppure con la madre, la sorella e la zia, essendosi già verificati orribili incesti».

(59) San Vitaliano
(657-62) introduce nelle chiese l’accompagnamento di organi e liuti durante le funzioni liturgiche.

(60) Oggi di Adeodato II
(672-76) la chiesa non ricorda che la formula Salutem et apostolicam beneditionem.

(61) Domnone
(676-78) smantella dei suoi preziosi marmi una piramide dell’antica Roma per pavimentare il cortile del suo palazzo. La distruttrice furia papale contagiava tutti gli ordini religiosi. Secoli dopo, persino i «colti e moderni soldati del papa», i gesuiti dalla duplice faccia (predicando la pace fabbricavano cannoni a Goa), abuseranno della bontà dell’Imperatore e dei sacerdoti del Giappone per compiervi barbariche devastazioni. Credendosi al sicuro, «abbandonarono la tattica della cautele e distrussero gran numero di templi e d’opere d’arte buddiste. Allora il governo mutò atteggiamento e anche la popolazione prese a considerare i cristiani con diffidenza» (Grimberg). I pagani del Sol levante risposero colpo per colpo e la chiesa pianse i suoi «diletti figli martirizzati. [...] Nel 1538 un editto imperiale fece cessare le persecuzioni, ma ormai si proibiva a qualunque cristiano di calcare il suolo nipponico e soltanto nel 1873 la proibizione fu ufficialmente revocata» (ib.). // Conone muore nel 687 «con sospetto di veleno». Leone II, succeduto ad Agatone, «scagliò l’anatema anche contro il papa Onorio che non aveva voluto spegnere sul nascere la fiamma della dottrina eretica, come conveniva alla sua cattedra» (Henrion). Dopo Giovanni VI e VII, Sisinnio «sparì misteriosamente» per ingestione di cibo avvelenato a venti giorni dall’elezione.

(62) Oggi papa Costantino
(708-15), per compiacere il quale Giustiniano II accecò il vescovo di Ravenna Felice, è detto dai preti «portatore di pace tra la Chiesa e l’Impero». 

(63) San Gregorio II
(713-15) odiava le donne e amava l’oro. Dopo lunghi maneggi tra il clero romano e il re Pipino il Breve, G. implora Carlo Martello d’invadere l’Italia e sterminare quanti tentassero moderare l’ingordigia ecclesiastica. È peculiare della chiesa prendere sempre e non dare mai. Dalla maxitruffa del Banco Ambrosiano (colpo di circa 2.000 miliardi del 1982 eseguito con destrezza da mons. Marcinkus, poi premiato da Woitjla con la mitra arcivescovile) la spiritual gang ha tratto «profitti altissimi attraverso [anche altre] operazioni spericolate» (Il Giornale, 17-10-93). Notevole pure il sacro riciclaggio di valuta mafiosa, per non dire del prestito usurario fatto al poi suicidatosi industriale Carlo Pesenti, e della combriccola di gangster mafiosi di Los Angeles incaricati dal Vaticano di stampare titoli falsi (Vatican connexion). È del ‘93 la scoperta della complicità della Santa Sede (che tanto si scandalizza dei «politici corrotti»!) nel riciclaggio del denaro illegittimo dei partiti, ai quali estorceva tangenti fino ad un importo del 25 %. «Certo che il Vaticano ne traeva profitto!», replica arditamente il clero, «ma incassava senza contropartita!». E£ se ne vanta pure! Al solito, prendeva, prendeva e non dava. Che santità! La beffarda giustificazione influì sul gettito Irpef, e Woitjla gioì per l’introito superiore alle sue attese («Chiesa cattolica soddisfatta», Corsera, 12-04-1994). Egli infatti inglobò, grazie a un truffaldino codicillo inserito nel Nuovo concordato e nella prassi mantenuto segreto, ben il 75 % del gettito complessivo, pur avendo ottenuto solo il 41 % dei consensi. (L’Incontro, Torino, N.° 4, a. XLVIII, 1996). Dopo lo scippo dell’Ambrosiano, l’assassinio di Roberto Calvi e la defenestrazione dal quinto piano della sua vecchia segretaria, l’erculeo monsignore andò a spassarsela con due segretarie sedicenni danzanti in tanga sulle sabbie dorate delle Bahamas, alla facciaccia dei 360.000 azionisti da lui brutalmente buggerati. E il gregge non batté ciglio, ormai avvezzo e rassegnato a farsi quotidianamente buscherare dal clero. // Al tempo di G. il vescovo Bonifacio diede impulso alle missioni in Germania, specie tra i Frisoni, restii a convertirsi, come «un loro capo [che] in procinto di ricevere il battesimo, con un piede già nel fonte chiese dove potessero trovarsi i suoi avi non battezzati. All’inferno come tutti i pagani, rispose il prete. Allora, - replicò il frisone - preferisco bruciare all’inferno con quei valorosi che andare in cielo con i preti. Così dicendo ritirò il piede dalla vasca benedetta e restò pagano» (Grimberg).

(64) Abilmente raggirato dal papa, nel
728 il re Liutprando gli affida in feudo il borgo di Sutri. Donazione di carattere puramente patrimoniale, non implicante alcuna attribuzione di sovranità, che però offrirà pretesto a Paolo I (757-67) per giustificare, con l’appoggio di documenti rozzamente falsificati, l’istituzione dello Stato pontificio. La grossolana truffa faciliterà al clero l’annessione, con l’inganno e la violenza, di sempre più vasti territorî. Quando nel 1440 l’imbroglio sarà clamorosamente smascherato dal grande umanista Lorenzo Valla, sarà ormai troppo tardi: il dispotico dominio sacerdotale si sarà tanto radicato, che nessuno riuscirà più a farlo vacillare fino ai gloriosissimi giorni del nostro Risorgimento. 

(65) Gregorio gettò sul lastrico migliaia di mogli di sacerdoti obbligati, con le solite misure terroristiche, a convertirsi al celibato. E perché non fosse intaccato il prestigio del clero con un’offesa alla sacralità dei suoi testicoli, minacciando la scomunica impedì in perpetuo alle sventurate di ricostituire assieme a un laico un focolare domestico. «Le grandi virtù [di tanto papa] non furono comunque di alcun ostacolo all’abate Vertot nel calunniarne in modo indegno la memoria» (Henrion).