VI

  Gregorio Terzo e l’abil Zaccaria
in affaristici versati acquisti,
cianciavan di Gesù, Beppe e Maria
ma strafottendosi de li sprovvisti;
ed il secondo decretò: «Per via
non girino epilettici frammisti 
a l’altra gente, ma com’appestati
da Roma siano tutti discacciati».
  Diceva ‘l clero, nel buon tempo antico,
che li epilettici e li altri malati
il Padreterno avessero nemico
e punitore de’ loro peccati:
bastava starnutir, cader dal fico,
tossir, per esser dal gregge radiati,
ed ogni adolescente pustoloso
era scansato siccome lebbroso. (66)
  Stefano Terzo dichiarò solenne
essere onesto ripudiar la schiava
e risposarsi con libera e indenne. (67)
Profuse Paolo Primo tanta bava
e fece scricchiolare tante penne
per propalar che ‘l regno gli spettava,
e ciò che lui sottraeva al vicino
era una… donazion di Costantino. (68)
  Elesser poi tre papi in una volta:
un titolato, un frate, un arciprete.
Mai s’era vista accolita sì folta
d’imperio divorata da la sete;
ma durò poco l’ibrida raccolta
triplicemente fisa a l’auree mete:
a due la barba fu nel fango intinta
e l’arciprete infine l’ebbe vinta. (69)
  Il forte siculo Stefano Quarto
premette ‘l piè sul vinto papa-frate
e ‘l titolato ridusse a ‘no scarto:
dapprima lo rinchiuse tra le grate,
quindi lo consegnò ad un vil riparto
d’osti e facchini che, tra le risate,
lo malmenâr per tutte le contrade
e l’accecâr pria di spedirlo a l’Ade. (70) 
  Ne l’anno settecento ed ottantotto
Primo Adrïano, papa strafottente,
passa a la storia pel suo doppio motto,
ché al fin d’accrescer reddito e cliente
egli colpiva con duplice botto:
le immagini permise in Occidente, 
ma poi rimescolò la vecchia pasta
dicendosi in Oriente iconoclasta. (71)
  Egli ammucchiò così tant’oro e soldi,
e tanto rubacchiò dal basso a l’alto,
senza far distinzion tra Paoli e Poldi,
che più di Creso misesi in risalto;
e a tutti quanti i santi manigoldi (72)
de la pretal congrega diede smalto        
con l’erezion d’un aureo monumento
e un impiantito coprendo d’argento. (73)
  Chi mai potrà negare che sia degno
Terzo Leon d’alloro imperituro?
Chi più di lui mai misesi d’impegno
ne l’accertar se ce l’aveva duro
lo Spirto Santo, quando rese pregno
il ventre di Maria sì casto e puro? 
Fu proprio lui che dopo aver ponzato 
scoprì che Santo Spirto era castrato. (74)
  Di sangue poi trovò capiente vaso
sgorgato di Gesù fuor da le nari,
che a Mantova spedì perché pel naso
santissimo sborsassero denari. (75)
Lo dicono a ragion, e non a caso,
l’avar più avaro tra li avar più avari,
il qual pel suo monetario interesse
al giorno recitava sette messe. (76)
  Nell’an settecentonovantanove,
il venticinque april Terzo Leone
d’incoronare Carlo fa le prove. (77)
Assiso d’un somaro sul groppone,
va pencolando un po’ per ogni dove
a capo di pomposa processione
che uscita da Giovanni ‘n Laterano (78)
per Campo Marzio va incedendo piano.
  Ma presso San Lorenzo di Lucina
a un tratto, malmenato da la folla,
finisce a sbatter contro ‘na latrina;
e ‘l cul suo sacro di sella si scolla
piombando su la ghiaia tiberina
con traballio de la pancia satolla:
ei ricevé così un monito serio
a smettere spergiuro ed adulterio. (79)
  A tant’umiliazion trovò conforto
scorrendo le notizie d’Alemagna 
che i messaggeri, con il fiato corto,
recavan divorando la campagna:
per ogni uom per man di Carlo morto
godeva quanto un’infoiata cagna, 
e quante più tagliate eran le teste
più gavazzava in papistiche feste. (80)

VII

  Prevaricando la chiesa romana 
in ogni luogo allora conosciuto,
faceva ‘l clero vita luculliana
rendendo ‘l gregge sempre men polputo; 
e se un pagano, in foresta lontana,
era per caso mai sopravvissuto,
per evitare ‘l fil de la pia lama
di convertirsi palesava brama.
  I papi di reliquie ‘na caterva
a li sborsanti esibiro fedeli,
dal tovagliolo de la vecchia serva
di sant'Eustorgio a’ reconditi peli
di Maria Maddalena, che in conserva
eran dal clero coperti da veli;
e sventolato da l’alto terrazzo
di Gesù Cristo la punta del cazzo. (81)
  I reverendi poi tutti allungaro
le mani al ciel, e da le enormi tette
de la Madonna tanto latte caro
spremettero settanta volte sette;
che al cler fruttò montagne di danaro, 
botti di vino, pesci e cotolette
quando, versato in migliaia d’ampolle,
fu fatto venerare dalle folle.
  Stefano Quinto, umìle co’ potenti,
i sandali scoprì del Salvatore, 
che poi espose in Ravenna a’ credenti. (82)
Pasquale, che sgozzò ‘l Nomenclatore
e che dal voto escluse li indigenti, 
di singolare santità è in odore,
ma allor del suo cadaver fuor del tempio
la gente esasperata fece scempio. (83)
  Eugenio invece era gentile e retto:
tutt’altro che assassino e grassatore,
il popol non privò di pane e tetto.
Di vera fratellanza banditore, (84)
la spada non portava, né l’elmetto,
e non impose la col terrore; 
perciò dové aguzzare ben il dente
a scanso del pretame delinquente. (85)
  Fremeva nel veder i moralisti
de la chiesa cattolica romana
scandalizzarsi de li impuri tristi,
ma lor succhiare la carnea banana
ed atteggiarsi a dei poveri cristi
abbindolando per fare più grana.
A la sua morte ‘l clero scoppiò in pianto,
però si guardò ben dal farlo santo.
  Dopo ‘l vanesio papa Valentino, (86)
Gregorio, Sergio Due e Leone Quarto
in testa si piantarono ‘l catino
e armarono di mazza e spada l’arto.
Con lo svuotar le tasche del vicino
accumulâr di provviste riparto,
e ‘l primo nel razziar mobili e quadri
istigava i figlioli contro i padri. (87)
  Decise quindi di batter i turchi,
e formidabil approntò ‘na armata
composta di bigotti itali e lurchi,
ma invan tentò allungare la graffiata
verso levante dirigendo i burchi:
dopo precipitosa ritirata,
dovette sorseggiar l’amara secchia
del sacco turco di Civitavecchia. (88)
  Al buon Leone Quarto ‘l prete è grato
non sol perché egli edificò le mura
che Città leonina han battezzato,
ma pur per la proficua sua ventura
d’essersi tante volte spolmonato
per l’acqua santa, che tant’or procura.
Or pensa a lui, con gesto rotatorio,
il prete quand’impugna l’aspersorio. (89)
  Morto Leon, sul cler discende manna
da quando, in veste di Giovanni Ottavo,
sale su tron la papessa Giovanna:
ora ‘l pio pirla protendendo pravo
può prete pompar papa pura panna.
Ma a lungo andar però si spezza ‘l cavo, 
ché mai potrà impedire barba finta
a ‘na papessa d’esser messa incinta.
  Durante una solenne processione
Giovanni Ottavo, vinto da’ dolori, 
disteso a terra e partorì pupone,
e mentre ‘l popol levava clamori
i cherchi si sbiancâr per l’emozione. (90)
A scanso d’altri gelidi sudori,
decisa fu in conclave, fin adesso,
la preventiva palpazion del sesso. (91)
  Il Terzo Benedetto, poco amato
da due forzuti pretazzoni anziani
fu preso e lungamente malmenato. (92)
Nicolò, grato a fratoni e pievani
per la sua smania d’ingrandir lo Stato,
per quanto prete mostrò sensi umani, 
e fece su la soglia de le chiese
distribuir brodaglia a più riprese. (93) 

VIII

  Sant’Adriano, re de’ giocolieri,
compì i miracoli più belli e strani
facendo scomparir piatti, bicchieri,
vini, verdure, carni, pesci e pani.
La moglie e i figli suoi n’erano fieri
e visser sempre allegri, grassi e sani
pregando Dio che papà-papa caro
addizionasse sempre più danaro.
  Dal cielo ricevuto aveva ‘l dono
di provocare cose portentose,
ed ordinò di far udire ‘l suono 
de le campane in ben massiccia dose
dopo aver di Clemente patrono
ritrovato le ceneri preziose,
che in mille chiese fûr accatastate
per complessive molte tonnellate. (94)
  Giovanni Nono da le rosee dita (95) 
e mutandina traforata nera, 
fu un eminente papa sodomita
riconoscibile dal cul a pera.
Benché egli fosse di bontà infinita
e d’indole plasmabil come cera, 
in mezzo al capo da un german fratello
buscò esiziale colpo di martello. (96)
  Mandante del suo congiunto assassino
fu un reverendo dal lato sedere,
iche rimpiazzollo col nom di Marino:
per farsi papa senza tiritere
prezzolato sicario avea mancino
dietro promessa di ricco paniere.
Ma ‘l bir non gli bastò né lo spïone
a cautelarsi da la pozïone. (97)
  Il nuovo papa, dal passo felino, 
proprio colui che in veste di coppiere
avea ‘l veleno versato a Marino,
trovando vuoto il bramato forziere
ringhiò come un bavoso can mastino 
ed ambi li occhi cavò al tesoriere. (98)
A Stefano seguì papa Formoso,
il qual neppur da morto avrà riposo. (99)
  Come quando tra preti avvinazzati 
scoppia ad un tratto rissa furibonda,
e accorrono da lungi suore e frati
ad agitare la già torbida onda,
di matterelli e di bipenni armati,
nonché di scopa, battipanni e fionda,
così tra schiaffi, sputi e imprecazioni
le pontificie avvengono elezioni. (100)
  Infatti, dopo Bonifacio Sesto,
che ‘l tron godette poco men d’un mese, (101)
Stefano Sesto, appena eletto, lesto
di processar Formoso morto chiese. 
Ed ordinò che dalla forca pesto
egli pendesse e quindi, a più riprese
trascinato per via nel sudiciume,
fosse gettato nei gorghi del fiume. 
  Avvenne ciò per compiacer Gertrude,
la vedova del duca di Spoleto,
che carezzandolo dove più prude
(chiara allusion al batacchion inquieto),
spinse quel papa succubo ma rude
a indire, senza l’ombra di segreto,
l’orribile concilio cadaverico
propagator di contagio batterico. (102)
  Ardì quel Vicedio toccare ‘l morto
gli stinti e fetidi pontificali
bendaggi lacerando, per diporto
anche de li annoiati cardinali,
che al soccombente danno sempre torto.
Ma poi dirà ‘l Baronio, ne li Annali,
che «pur Stefano Sesto, ladro destro, 
finì col ciondolare dal capestro». (103)
  Se tuttavia pendette da la forca
anche ‘l pontefice che tanto offese, 
mai si vedrà fedel che ‘l naso torca;
anzi, papisti e cler d’ogni paese
dicono santa la sua vita sporca,
perché a la cricca gran profitto rese
quand’egli tanto fomentare seppe
il culto del cornuto san Giuseppe. (104)
  Or vengon quattro papi, ma ‘l monarca
che come scimunite marionette 
li tenne in pugno e governò la barca,
fu Tëodora da le grosse tette,
la qual, sebben di quattro fosse carca,
ne avrebbe alimentati pure sette:
quale poter ha sul beon le coppe
tale sui papi avean le grosse poppe. (105)
  La moglie del patrizio Teofilatto
trattò papa Romano con ricette
che lo ridusser tosto mentecatto.
Il successor mise quindi a le strette,
e lui pur rese docil al ricatto
ed incapace di notar chi mette
verdognolo licor ne la pietanza:
il prete che s’annida ne la stanza. (106)
  Leone Quinto ascese l’aureo altare
tra ‘l giubilo e li osanna de la folla
mugghiante come procelloso mare.
Appena assiso in trono, come molla 
se ne scostò per correre a cacare
col pastorale e la tiara a tracolla,
ma appena s’accucciò scoprendo l’ano,
accoltellato fu da un cappellano.

IX

  Cristoforo, che assassinò Leone, (107)
pontifica vivendo pïamente
finché, scoppiata acerba ‘na tenzone
col duca di Toscana, che potente 
era ne l’armi e pur ne l’ambizione,
è vinto in campo ignominiosamente,
e a scanso d’incassar altre legnate
da papa si dimette e si fa frate. 
  Il terzo Sergio, devoto a Maria,
di nuovo processò papa Formoso
e replicò la lugubre angheria:
il ripescato scheletro melmoso
fe’ trascinar ancora per la via 
decapitato da un pretone astioso,
e si placò sol quando si compiacque
di sbatterlo di nuovo dentro l’acque. (108)
  Se d’Anastasio Terzo si sa poco
e molto meno del sabin montone,
par assodato che Giovàn per gioco
bussasse in Teodora col biscione
che inturgidendo tingesi di croco.
  Dei papi Gianni, Nastasio e Landone,
secondo ‘l clero stesso c’è sospetto
d’esser defunti con veleno in petto. (109)
  Marozia, di papessa Teodora 
figlia ambiziosa, non men de la madre
di santa chiesa potente signora,
con le manine morbide e leggiadre
a sacco mise più d’una dimora.
Il figlio suo Giovanni ebbe per padre
il papa Sergio ed impugnò a sua volta
il pastoral ch pasce gente stolta. (110)
  Seguîr Leone, Stefano, Martino
e Agapito Secondo, tutt’intenti
a barattar l’umano col divino, 
a macinar la roba altrui coi denti.
Tra bestemmiacce e bevute di vino,
irrumazioni, rutti e sacramenti,
vivacizzarono la fantasia 
perfezionando ‘l culto di Maria. (111)
  Quindi la pia congrega clericale,
completa di curial giurisperiti,
canonizzò secondo merto anale
falangi di prelati inorecchiti:
per edificazione intestinale
ai bischeri cattolici ‘nduriti
die’ piena facoltà di saliscendi
nei dilatati culi reverendi.
  S’installa poi Duodecimo Giovanni,
nipote di Marozia bello e forte,
di vulve amante, vino e scelti panni.
Usava celebrare messe corte
e con sottili dischiudere inganni
le più munite vaginali porte;
e s’interruppe durante una messa 
attratto da ‘na fica di badessa.
  Ma ‘l clero dice che non fosse suora
la femmina per cui trascurò ‘l rito
volando tra sue cosce di bonora:
sarebbe invece corso a metter dito 
sotto una coda di cavalla mora,
la qual avrebbe emesso alto nitrito
trotterellando sotto ‘l colonnato
per annunziar puledro neonato. (112)
  Il concilio voluto da re Ottone
l’inaridito per salvar vitigno,
bollò quel papa «pazzo ubrїacone
dotato d’umor perfido e maligno»;
riferì inoltre che stando al timone
«assassinato aveva ’l suo patrigno,
e che nella libido per tuffarsi
usava ne l’incesto cimentarsi».
  Dilapidava ‘l frutto di rapine
e le sudate offerte de’ fedeli
gozzovigliando con tre concubine;
ma quando un giorno disciolse le vele
per scompigliare la sottana e ‘l crine
di donna dal marito pien di fiele,
al primo su di lei papal saltello
da un colpo fu abbattuto di martello. (113)
  Dopo due papi l’un a l’altro avversi, (114)
di Gianni Tredici filotedesco
i prigionieri si sentivan persi:
secondo raffinato stil pretesco
di pece fusa li voleva aspersi
per farli funger di torce al suo desco,
così che tutta la posterità
lodasse poi la papale pietà. (115)
  Come san Carlo e Gianpaolo Secondo,
due celeberrimi perdonatori,
ei diveniva oltremodo giocondo
quando dilacerava petti e cuori.
Seguendo la lor scia, davanti al mondo
cattolica umiltà mostrava fuori, 
e mentre ad un di morte facea dono,
dal pulpito belava: «Lo perdono». (116)

X

  Come quando ne l’ombra de la sera
i palmi prete appon su pavimento,
e sollevando ‘l fondoschiena spera 
in un di fungiforme assorbimento,
ma gli s’avventa addosso ‘na pantera
di pasto desïosa succulento,
così s’illuse ‘l papa Benedetto
da la tïara d’essere protetto.
  Ma insorsero li omai stufi quiriti,
capitanati dal nobil Crescenzio,
a li ecclesiastici d’esser asserviti.
Invan invocò ‘l papa san Gaudenzio (117)
de’ cherchi protettore sodomiti:
dovette delibar amaro assenzio
e sotto un deprimente manto nero
in ermo segregarsi monastero.
  Dove l’astuto Bonifacio Sette,
il qual tenea le fila del complotto,
temendo del rivale le vendette
lo fece strangolare da un bigotto. (118)
Per evitare quindi le vendette
del popolo volubil, fe’ fagotto
e veleggiò a Bisanzio a tutto vento
con una nave carica d’argento. (119)
  L’ex vescovo di Sutri, Benedetto,
di gamba corta e lungo piede piatto,
di man era sì pronto e d’intelletto
da batter il più destro e svelto gatto:
i suoi nemici, invitati a banchetto,
con stocco e spada fe’ trafigger ratto.
Lodato è pure per l’idea badiale
di specular su morto e funerale. (120) 
 Giovàn Quattordicesimo, pavese,
possente vescovo de la città
e amico del teutonico paese,
pontificò lui pur con brevità, 
invan di Malifazio a le pretese
tentando opporre furba sordità: 
infatti gli fe’ bere ‘l papa antico
la pozïon in men che non ti dico. (121)
  Giovanni lo seguì Decimoquinto,
regnante appena poche settimane
tra cortigiani dal sorriso finto
e lunga lama sotto le sottane:
se ‘l collo con un cappio gli fu cinto
o se ‘na mazza gli appiattì le lane
è controverso, ma risulta vero
che fu spedito tosto al cimitero. (122)
  Giovanni venne poi Decimosesto
da le annaspanti dita inanellate,
ne l’acchiappar le altrui monete presto. 
Un dì per le minacce de l’abate
di Farfa se la diede a gambe lesto
schivando ‘na gragnuola di legnate,
dopo che per dirimere un litigio
s’era l’abate a lui rivolto ligio.
  Il papa, in cambio di non dargli torto,
preteso aveana tintinnante borsa
benché a l’abate ‘l soldo fosse corto:
perciò dovette poi far svelta corsa.
È risaputo che rastrellò l’orto,
che l’or serrava come in una morsa,
e che fe’ santo ‘l vescovo Ulderico,
amante d’una suora munifìco. (123)
  Ora vediam due papi farsi guerra: (124)
Gregorio affronta baldo ‘l suo rivale,
d’insulti lo ricopre, al col l’afferra,
e balenando colpi di pugnale
gli fa cader orecchi e lingua a terra,
infin lo squarta siccome un cignale
da intavolar con mela nel palato; (125)
ma poi lui pur finisce macellato. (126)
  Ed ecco avvicinarsi l’anno Mille,
che mutò tutti ‘ preti in tondi Cresi
grazie a le previsioni di faville
e terremoti per città e paesi:
il crollo profetando de le ville
voluto da’ superni cieli offesi,
giuravan che, scoccati ‘ mille anni,
sarebber morti tutti tra li affanni. (127)
  Pel timor del giudizio universale
tutti donaro tutto a’ reverendi,
chi l’oro, chi la casa, chi ‘l pitale.
Con l’agitare spettri e mostri orrendi
il clero vive sempre in baccanale;
e se hai ‘ntelletto, allora ben m’intendi,
ma se ti azzardi a far qualche obiezione
sei certo un tonsurato od un coglione.
  E quando l’anno Mille fu passato
senza neppur che tremolasse foglia,
il cherco emise ‘l grido: «T’ho chiavato!
Or satisfare posso ogni mia voglia!
Tu, sempliciotto da me denudato
e caricato sol di pena e doglia,
sappi che io, sì come san Cirillo,
arraffo tutto e non mollo uno spillo». (128)