VI

(66) Il siriaco s. Gregorio III (731-41) e il calabrese s. Zaccaria (741-52), entrambi tesi ad impedire l’unificazione della Penisola, temevano come la morte l’avvento di un re che frenasse la voracità ecclesiastica. Inizia così il frenetico balletto curiale con le corti italiane e straniere per fomentarne la rivalità a costo di guerre e carneficine. Il trionfo papale raggiungerà l’acme nel 1945, con l’estensione della sua cancrena all’intera Italia grazie a Washington che compensò con lo scudo militare, danaro e sostegno politico alla loro scalata al dominio dell’Italia, Pio XII e il futuro Paolo VI per la fitta ragnatela spionistica da loro stesa sull’intero territorio e dalla fine del 1941, tradendo ex abruptu i loro appassionati amorazzi con Mussolini ed Hitler. Voltafaccia ispirato al puro interesse pecuniario e costato fiumi di sangue al fiore della nostra gioventù inutilmente immolatasi, anche sotto una gragnola d’ipocrite benedizioni ecclesiastiche, come attestano i documenti della CIA (ex OSS) dal 1995 liberamente consultabili. Ed ora che l’eterna mortale nemica della nostra unità nazionale ha raggiunto il suo obiettivo, pur di non perdere un centimetro della sua nuova colonia al minimo segno di secessione fa la patriottarda e l’unitaria, o in subordine, accarezza l’eversiva Lega bossiana mirando, in caso di accidentale distacco della Padania, alla ricostituzione di un nuovo dispotico Stato pontificio inglobante almeno tutta l’Italia centrale. // G. ci fece invadere da un esercito di Franchi, mentre s. Zosimo continuò la bieca combutta coi barbari transalpini e «si oppose con molta fermezza al duca del Friuli, che intendeva riunificare l’Italia». Coronò infine i suoi nefandi crimini antinazionali con un ultimo crimine altrettanto ripugnante: l’espulsione da Roma degli epilettici come esseri «diabolici e contagiosi». E l’ineffabile papa Woitjla ancora ne ricalca le sudici orme continuando a giudicare «diabolico» il mal caduco e «impuri» quanti ne siano affetti. Come Pietro strizzava l’occhio agli assassini d’Anania e Safira, l’odierno suo dolce successore certamente stimerà i teppisti che hanno bruciacchiato e gettato in un cassonetto delle immondizie una giovane epilettica (Corsera, 15-2-94, p.1) angeli scesi dal cielo a punire l’«esecrabile femmina impura». 

(67) Stefano III
(752-71), preceduto da Stefano II (che regnò un solo giorno per essergli stato fatto ingerire il rituale veleno scompigliando così la numerazione dei papi), deridendo gli schiavi che chiamava «esseri subumani», ricalcava così le venerande orme dell’apostolo Paolo (Cor., VII, 20-24). Diversamente, s. Agostino, secondo i gesuiti, diceva che l’uomo dovrebbe comandare solo alle bestie; ma non precisano gli astutissimi fabbricanti d’equivoci,  tortuosi sostenitori della riserva mentale, che anche per l’africano di Tagaste gli schiavi erano soltanto delle bestie. L’elezione di Stefano III (che, tanto per restare nel solco della tradizione, farà assediare Pavia dai barbari chiamati dalla Francia) «generò [tra i preti] un tale entusiasmo, ch’egli venne portato in trionfo sulle spalle, originando l’uso della sedia gestatoria». Atto vergognoso e servile che, in seguito imposto ai soli laici, durerà ininterrottamente fino a Giovanni Paolo I, alla soglia del terzo millennio.

(68) Paolo I
(757-67) guadagnò l’aureola per aver approvato, contro i dettami biblici, il lucroso culto delle immagini e per aver fatto credere legittimo il potere materiale e politico del clero sbandierando il falsissimo documento della donazione di Costantino. Ottimi affari facilitati dall’abissale ignoranza inculcata dalla chiesa in ogni strato sociale, per tramutare tutte le più balorde asserzioni papali in oro colato. Persino Dante berrà ingenuamente la gran panzana dell’Imperatore che rinuncia, in cambio di nulla, alla propria sovranità a tutto ed unico vantaggio del pidocchioso nonché spocchioso prete Silvestro, ma non gli resterà che dolersene: «Ahi Costantin, di quanto mal fu matre / non la tua conversion, ma quella dote / che da te prese il primo ricco patre!». Ed ora si ciancia di un Alighieri ferocemente perseguitato dai papi, ma... fervente papista!

(69) Stefano III (II), eletto con un’irruzione di armati in Laterano, rivaleggiò col prete di s. Cecilio, asceso al trono col suo stesso pseudonimo (768-72). Quest’ultimo, come tutti i papi incurante dell’asserita indissolubilità del matrimonio, per calcolo politico persuase il re franco Carlo a ripudiare Ermengarda, figlia del re dei Longobardi, reo di opporsi ai criminosi disegni papali. S. mirava a dividere due popoli da lungo tempo amici, per annientare il più debole e vicino e spadroneggiare impunemente in tutt’Italia. Nell’istigare Carlo contro la moglie, la quale costituiva un sicuro pegno di pace tra le due nazioni, la calunniò ed infangò definendola strumento delle «arti del demonio, che soprattutto si vale della donna per sedurre e trarre i giusti a perdizione». Per indurlo ad invadere la Penisola, gli raccomandò con un gergo mafioso ante litteram di «essere amico dei Nostri amici e nemico dei Nostri nemici» perché, diversamente, egli [Carlo] sarebbe stato, «per autorità di s. Pietro, stretto nelle spire dell’anatema, escluso dal paradiso e condannato con tutti gli empi a bruciare nel fuoco eterno». Ripudiata quindi la sposa legittima e unitosi in nuove papistiche nozze alla tredicenne Ildegarda, Carlo montò in sella e col suo esercito invase l’Italia. 

(70) Per rivalità di potere, Stefano III è travolto da una sollevazione fomentata dagli alti prelati: trascinato per le strade dalla folla, è infine accecato e rinchiuso in un convento, dove i predicatori di pace e d’amore universale istruiscono contro di lui un processo a base d’insulti e percosse. Per la chiesa, la gran puttana sempre strettamente abbracciata all’ultimo vincitore, è vero e legittimo papa anche il criminale usurpatore Stefano IV, e ciò in dispregio alle sue stesse leggi, che bollano antipapa chiunque sia eletto al soglio mentre è ancora vivo un altro pontefice.

(71) Adriano I
(772-95) diede ulteriore impulso al mercato delle immagini e delle reliquie.

(72) La voce «manigoldo», da manegold (come nel sec.
XI era detto ogni fanatico smanioso di uccidere e derubare gli eretici), è fusione latino-germanica di manus (mano) e gold (oro), vale a dire pretesca mano irresistibilmente attratta dal biondo metallo. In seguito manigoldo sarà sinonimo di tirapiedi, aiutante del boia. // È del sec. VIII il libro penitenziale Hubertense, redatto nel convento di s. Uberto nelle Ardenne, che commina dieci anni di penitenza per coito interrotto, o per ingestione di bevanda contraccettiva, punizione pari a quella per omicidio premeditato. L’enormità della pena ne evidenzia lo scopo: castigare ferocemente la reiterazione dell’invidiatissimo altrui piacere. 

(73) Incurante della generale estrema  miseria, Adriano I erige un’enorme statua d’oro massiccio sul fasullo sepolcro di s. Pietro, e lastrica di mattoni d’argento lo spazio antistante l’altare della Confessione. Ci fa quindi invadere altre tre volte dal re Carlo, che in cambio lo aiuta militarmente ad estendere il dominio papale fino a Benevento.

(74) San Leone III
(795-816) chiuse la lunga ridicola controversia sul sesso dello Spirito Santo, e battezzandolo «essere neutro generato simultaneamente dal Padre e dal Figlio», rese ancor più grottesca l’immagine d’una vergine inseminata da un individuo sterile.

(75) Finì a Mantova l’ampolla colma di sangue di Gesù offerta dal papa al miglior offerente. Il traffico delle reliquie divenne sempre più convulso durante le crociate, quando cateratte di cianfrusaglie si riversarono su tutta l’Europa. Molte reliquie di Gesù e di Maria sono tuttora conservate soprattutto in Italia, dall’ingombrante ed al contempo invisibile casa della sacra famiglia, portata a Loreto dagli angeli, alla sacra spina gettata da Gesù alla folla adunatasi per ammirare a bocca aperta la sua ascensione al cielo. Della smisurata quantità di chiodi della santa croce esibiti con ingentissimi introiti, una trentina stazionano ancora a Roma, Venezia, Milano, Ancona, Napoli, Catania, Cracovia, ecc. I veneziani per acquistare una scheggia del sacro legno investirono la cospicua somma di
25.000 libbre, ma non ebbero a pentirsene, perché dalla sua esposizione «ricavarono un grande profitto» (Corsera, Bruno Bortoloni, 15-10-88).

(76) Recitava sette messe il giorno per guadagnare la grossa congrua dall’ammontare da lui stesso prefissato. 

(77) La notte di Natale dell’anno Ottocento
il papa incoronava in Roma Carlo «imperatore del Sacro Romano Impero», acclamandolo «Magno» per essersi dimostrato con lui molto servizievole e aver decapitato migliaia di famiglie teutone restie a convertirsi al papismo. In realtà, il barbaro transalpino era tutto fuorché il bonario eroe giganteggiante nel fumettone televisivo che il pio democristiano da novanta Ettore Bernabei, a lungo presidente e direttore della RAI, degnossi d’imbandire, per dirla con le sue identiche stesse parole, a «venti milioni di teste di cazzo» (RAI 3, Diritto di replica, 4-3-1994)

(78) San Giovanni in Laterano

(79) Nella sommossa scoppiata durante la processione, il papa riportò delle ecchimosi quando fu fatto rotolare dalla mula e sbattuto contro un lurido cesso pubblico. Incarcerato dai preti ribelli Pasquale e Campulo, si salvò dalle accuse di adulterio e di spergiuro semplicemente… «giurando», contro l’espresso divieto evangelico di non giurare, «che non erano vere»
(Salvatorelli, Solmi). Adesso anche «il vescovo di Monreale Cassiga [colto dalla polizia in flagranti maneggi mafiosi] assolve se stesso con rito solenne. E tuona contro chi l’accusa di collusione mafiosa» (Corsera, 16-02-1994). Ovviamente è subito creduto, nonostante i suoi comprovati intrallazzi con notissimi «pezzi da novanta» dell’onorata società. // «Strappatigli occhi e lingua, Leone fu rinchiuso in un convento. È un miracolo - disse Théodulfe d’Orleans [dopo averlo liberato] - che il papa ancora vedesse e parlasse. Dei suoi nemici, tornato sul trono, ne fece morire qualcuno; ma l’Imperatore Luigi il Buono biasimò le condanne a morte eseguite senza sua autorizzazione. E Leone dovette mandargli i suoi legati con il compito di scusarlo» (Henrion)

(80) Quando nella sola Veerden Carlo fece decapitare
4.500 pagani sassoni d’ogni sesso ed età, indescrivibile fu l’entusiasmo di Leone, che incoronando il terribile carnefice urlerà: «A Carlo, augusto, incoronato da Dio, grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria!». Ma a distanza di anni, dopo aver tanto servito, ingrassato e potenziato il clero, il vecchio re, provvidenzialmente destatosi dal chiesastico sogno ingannatore, investirà così i vescovi: «Chiedo se rinuncia al mondo colui [il papa] che, per cupidigia degli altrui beni, compera la coscienza di altri uomini perché si facciano spergiuri e rendano falsa testimonianza. E che dire di coloro che, ammantandosi dell’amore di Dio, trascinano ossa e reliquie di santi da un luogo all’altro per erigervi chiese e indurre con ogni mezzo la gente a cedere i loro beni a tali istituzioni? Noi siamo stupiti nel vedere persone, che affermano di rinunciare al mondo, circondarsi di forze armate. [...] Quale utilità può venire alla chiesa dal fatto che un pastore di anime si circondi del massimo numero possibile di servi, anziché scegliere i più capaci; oppure che preferisca sentir cantare e leggere bene dai suoi religiosi anziché vederli condurre vita onesta e pia?» (Grimberg).

VII

(81) Anche Paolo VI, inaugurando la Mostra delle reliquie per la festa della Circoncisione, rispolverò il prepuzio di Cristo dal cielo piovuto a Roma tra le trepide mani dei preti, e in seguito mandato a villeggiare a Calcata (Viterbo) chiuso in una teca di cristallo legata in argento. Questa parte tanto intima del glorioso corpo divino è comunque per la chiesa molto meno degna, in rapporto al valore dei metalli, delle illustrissime chiappe papali, normalmente depositate dai Servi dei servi su grossi e pomposi troni e cessi d’oro. Per sua grande disdetta, Giovanni Paolo II non poté lui pure sventolare sull’ondeggiante massa di attonite teste quel sommamente prezioso lembo del più santo di tutti i cazzi (sempre, beninteso, dopo quelli, ancor più santi, pendenti dai corpi pontificî): esso fu in effetti trafugato da ignoti nella fosca notte di capodanno del 1983 facendo piombare l’intero globo terraqueo, orbato ad un tratto di una parte di tant’augello, nella più cupa disperazione. Nemmeno Nicole Hermann-Mascard, famosa esperta di reliquie, è più riuscita ad averne notizia, ma ci consola dell’incolmabile perdita sapere che la stessa, nella sola Francia, «ha rintracciato una settantina di santuari» che ancora conservano, oltre i soliti depositi di latte spremuto a torrenti dalle poppe mariane, «preziosissimi reliquiari con lacrime, capelli, unghie e peli della barba di Cristo» (Corsera., Bruno Bartoloni, 15-10-88).

(82) Stefano V (
816-17), istitutore del «giuramento all’Imperatore sotto riserva di fede al Papa per prevenire moti e rivolte interne, protesse [!] i Sassoni convertiti». Anche lui nel suo breve papato riuscì a conquistare, ritrovando i calzari di Cristo, imperitura fama d’impostore. Ma lo “storico” padre Henrion non si scompone per così poco: «Noi non nascondiamo affatto i vizî dei Papi: essi sono Papi in ciò che fanno di bene, non lo sono in ciò che fanno di male». Peccato però che – come già qualcuno ha notato - il bene lo facciano male e il male lo facciano bene.

(83) Pasquale I
(817-24), assassino del nomenclatore Leone e del primicerio Teodoro, fu canonizzato per il grosso affare d’aver finalmente ottenuto Roma, Corsica e Sardegna in vassallaggio feudale dall’imperatore Ludovico il Pio. Che però, non rinuncia affatto alla propria sovranità, anzi include nell’atto notarile la clausola: «Salvo su tali ducati, il nostro dominio in tutto e la loro soggezione». Altro che legittimo Stato della Chiesa! Ma P. si dà immediatamente a sgomitare, cominciando con l’escludere il popolo romano dall’antico diritto di partecipare all’elezione pontificia in rappresentanza di un terzo degli elettori, oltre i due terzi del clero e del senato. Denunciato per varî delitti all’autorità imperiale, P. giura d’essere innocente davanti ai commissari cesarei. E schiva ogni punizione, ma alla sua morte la plebe ne trascina il cadavere per le strade sputacchiandolo e calpestandolo. 

(84) Indubbiamente retto fu Eugenio II
(824-27) quando, istituendo il consiglio dei prelati che diede origine alla curia cardinalizia nella sua forma attuale, fece loro giurare fedeltà all’Imperatore riconoscendo a lui solo ogni sovranità, e ordinò, dicendosi per primo a lui soggetto, che gli ambasciatori cesarei fossero sempre presenti alle elezioni papali.

(85) Eugenio isolò nei monasteri i preti più delinquenti, parendogli nocivo alla stabilità del potere che i primi trasgressori delle leggi fossero proprio quelli che più dovevano rispettarle. Ma «permise la prova dell’acqua fredda, poi proscritta nell’
829 dal concilio di Worms: se l’accusato, una volta esorcizzato, benedetto e gettato in acqua [legato mai e piedi], finiva sul fondo, doveva essere giudicato innocente; se invece riusciva a galleggiare era colpevole. Noi siamo lontani dal volere giustificare un costume che poteva far annegare i buoni e salvare i malvagî, ma allora i mezzi per conoscere la verità erano così poco chiari e sicuri, che non biasimeremmo troppo il ricorso alle prove soprannaturali. I risultati di tanti odierni processi danno forse maggiore certezza della prova dell’acqua fredda?» (Henrion). Sacerdotale beffa alla giustizia, soprattutto la nostra, tanto prona oggi al papato. Stupefacente dunque il coraggio del giudice Italo Ghitti che, a proposito della pretesa «buonafede» circa i «soldi sporchi» riciclati con esosissime tangenti dallo IOR (Istituto Opere Religiose), ardisce affermare che «il Vaticano non è credibile» (Corsera, 18-03-94, p.3). Parole sante, ma gettate al vento, non impedendo esse minimamente alla sacra gang di continuare a ridersela alle nostre spalle, e agli sciocchi benpensanti di continuare a non pensare. 

(86) L’azzimato Valentino già fin dalla consacrazione esige il bacio ai propri piedi, durato fino al
XIX sec. e da alcuni fatto invece risalire a papa Mercurio. Ma la sua inaudita arroganza irrita gli ecclesiastici, che si affrettano a liquidarlo: muore infatti assassinato nell’ 827, a soli 15 giorni dall’elezione.

(87) Gregorio V
(827-44) aizza i figli di Ludovico il Pio contro il loro padre, che pur aveva tanto servito e arricchito la chiesa, perché egli cominciava a dar segni d’insofferenza verso i troppo grossi raggiri e ruberie del clero: l’Imperatore fu imprigionato in un monastero, dove in breve si spense.

(88) I saraceni venuti dal mare distrussero Ostia e Civitavecchia e devastarono le basiliche di S. Pietro e S. Paolo fuori le mura. 

(89) San Leone IV
(847-55) procurò al clero (reinventando la da tempo trascurata acqua santa, con cui s. Alessandro irrorava le donne deluse) altri cospicui guadagni. Recinse inoltre con alte mura la parte centrale del Vaticano, detta appunto Città Leonina.

(90) Eletta al soglio col nome di Giovanni VIII
(855-57), la britanna Gerberta «secondo la leggenda di Martino di Troppau [...] avrebbe regnato due anni senza essere scoperta. Durante una processione al Laterano, sarebbe stata assalita improvvisamente dalle doglie del parto, e avrebbe dato alla luce un figlio» (Gelmi). «Avrebbe», «sarebbe» e ancora «avrebbe»: bell’ammucchiata di gesuitici condizionali per gettar fumo sulla storia (e non leggenda!) della papessa. Contro l’ignaziana impostura la cronaca coeva certifica anche la causa della sua morte, davanti a una grandissima folla di testimoni, avvenuta per dissanguamento dopo un parto difficile, in mezzo alla strada, mentre capeggiava una solenne processione che sfilava rasentando il Colosseo. Di fronte al quale fu poi eretto un monumento d'infamia che, rimasto in piedi fino ai tempi dell’atroce s. Pio V, fu finalmente demolito per cancellare, in pieno clima controriformista, il ricordo di un evento che muoveva al riso i protestanti. Nessun dotto dubitò mai dell’autenticità della papessa Giovanna, compresi Boccaccio e Petrarca. Di lei scrisse come testimone oculare anche il bibliotecario pontificio Anastasio, e il goffo tentativo di negarla fu nello scientifico sec. XIX clamorosamente smascherato da Frehero e Bouclerc. Del resto lo stesso tortuoso gesuita Gelmi ammette, non senza patentemente contraddirsi, che «ancora nel 1400, nel duomo di Siena, era esposto il busto di Giovanna e di altri pontefici. Clemente VIII [†1605] lo fece rimuovere su pressione del cardinale Baronio», sempre per non offrir esca a riformistici mormorii ed ironie. Padre Henrion, benché “storico” bugiardo di tre cotte, quando per denigrarla accusa Giovanna di essere stata, «secondo i cronisti, una donna di spirito, ma di malvagia vita», invece di negarla implicitamente ne ammette l’esistenza. E il domenicano Martino di Troppau (Martin Polono), che Gelmi denigra tentando di ridurlo ad oscuro favolista, oltre che studioso di chiara fama e autore del monumentale Chronicon summorum pontificum imperatorumque ac de septem aetatibus mundi, fu maestro di teologia e inquisitore a Praga, quindi cappellano della curia romana e confessore di varî papi, fino a Niccolò III, che nel 1278 lo creò arcivescovo di Gniezno. 

(91) La prova del sesso è praticata agli aspiranti pontefici su un’apposita cattedra installata in mezzo alla sala del conclave. Accucciatovi sotto, un esperto prete palpatore introduce la delicata manina in un foro praticato al centro del sedile. Tale cattedra, costruita come strumento di rapida indagine, fu minutamente esaminata e descritta dal frate agostiniano Onofrio Panvinio
(+ 1568), storico ufficiale della chiesa. Che dapprima non ebbe nulla da obiettargli, ma poi, considerato il danno che poteva arrecarle la sua testimonianza, lo accusò di mendacio, mentre adesso, contando sulla sperimentata e ormai irreversibile microcefalia del gregge, torna baldanzosamente a riconoscere l’obiettività dell’antico frate per bocca di mons. D’Onofrio, suo quasi omonimo. Il quale dai microfoni vaticani svela al mondo che non solo il seggiolone adibito alla prova del sesso esiste veramente, ma di averne lui stesso visti installati tra le sacre mura addirittura ben due esemplari. Melius abundare quam deficere. Dove è finita la tradizionale prudenza gesuitica fondata sulla «verità da rivelare solo a chi la meriti»? È evidente che ora il clero può contare su una massa di fedeli più inebetita e istupidita (benché più tecnicizzata), tanto da permettersi l’azzardoso brivido di gettarle in faccia anche delle scabrose verità finora tenacemente negate. E detto frate si diverte bellamente anche a descrivere il papabile piazzato a chiappe aperte in posizione «quasi jacens», ossia ben centrato sul buco della prova, come è raffigurato su una colonna a tortiglioni in S. Pietro. Posizione senza dubbio edificante, perché offrendo le sante pudende alle annaspanti e solleticanti ditine «il cardinale papabile mima una gestante che partorisce la Chiesa» (Radio Vaticana, 07-10-96, h. 1,45). 

(92) Dicono i vaticanisti che Benedetto III (857-589) fu «aspramente ostacolato»: raffinato eufemismo per adombrare il fatto ch’egli «uscì malconcio dalla colluttazione con due preti anziani», insofferenti della sua bizzarria di attribuirsi «il titolo di Vicario di Pietro, anche se poi i papi dal 1200 assunsero quello [ancor più pretenzioso] di Vicario di Cristo» (Henrion). L’appetito viene mangiando, e ora il sempre più arroganti pontefici si fanno chiamare addirittura Vicarî di Dio. Di questo passo, presto i papi saranno Dio tout court. Vi riuscirono già i faraoni, perché non pure loro? Il nuovo inno vaticano, adattato nel 1993 alla marcia di Gounod, è tutto uno prosternarsi ai piedi del fino ad ora sedicente, per eccesso di modestia, solamente Vicedio. In attesa del cui innalzamento al massimo rango di Creatore dell’Universo, frattanto ci si contenta di cantare una Roma felicemente calpestata dai suoi inestimabili piedi, e d’invocarlo reiteratamente, ossessivamente, per accelerare la mutazione di tanto baco in superna crisalide: «Pontefice, tu maestro, Pontefice, tu rupe, Pontefice, tu vindice, Pontefice, tu vigile». Per riuscire a raffazzonare in 2000 anni un ridicolissimo inno pontificio, i preti hanno dovuto prendere a prestito della musica laica, creata da un laico e per un fine tutt’altro che religioso. I sacri smerciatori di fede al dettaglio, quando si cimentano nell’ambito artistico di solito non producono, benché tanto saturi d’ispirazione divina, che letame. Anche la famosa musica dell’Ave Maria di Schubert è stata rubacchiata al grande compositore laico austriaco, che a tutte le donne pensava, nel comporla, specie ad una capricciosetta signora di cui era invaghito, fuorché alla papistica Madonna, soggetto per lui assolutamente frigido, algido, impoetico e scostante. E che dire dell’Adeste fideles? Magnifica, ma col difettuccio delle parole latine piattamente sovrapposte al vero testo originale settecentesco, anch’esso tutt’altro che religioso, di una popolare canzone d’amore di pescatori portoghesi. Il puerile inno democristiano Oh bianco fiore! è invece d’autentica produzione cattolica, ma dove trovare più smancerosa saltellante schifezza? Il pochissimo di buono prodotto dal clero, lo dobbiamo a individui assorbiti unicamente da pensieri terreni, come il veneziano Vivaldi, il prete rosso delle Quattro stagioni, o l’abate alsaziano Jhoann Paul Aegidius Schwarzendorf, che musicò il famoso struggente canto di un amante Plaisir d’amour. Quanto alla letteratura ecclesiastica,  Leopardi la paragona tutta in fascio ad un «immondezzaio».

(93) San Nicolò I
(858-67), detto il Grande per aver spinto Ludovico II contro gli «infedeli», contrastò l’eunuco Fozio, che aveva soffiato il posto di patriarca a s. Ignazio, e l’inclinazione dei re di Francia al «divorzio, mostruosa deviazione della morale cristiana, pietra angolare della poligamia musulmana, tendente dal mezzogiorno ad invadere il Nord» (Henrion).

VIII

(94) Adriano II (867-72) «cercò di comporre le sempre gravi discordie tra i popoli cattolici», ma non compose quella della propria famiglia. Dopo la fuga di sua figlia con Eleuterio, fratello del rivale papa Anastasio, si consolò importando dalla Crimea le ceneri di s. Clemente, che con un miracolo strepitoso fece talmente aumentare di volume da poter poi distribuirle a sacchi in ogni nazione, guadagnando somme enormi. Furono allora moltiplicate innumerevoli altre reliquie. Due ombelichi di Gesù sono tuttora venerati in Francia (a Chalons e a Lucques) ed uno a Roma dove, tutti rapiti in estasi, «i preti di S. Maria del Popolo lo videro cadere dal cielo sul pavimento».

(95) Giovanni
(872-82) è designato VIII con un espediente volto a far sparire la scomoda papessa Giovanna, la quale per prima aveva adottato il nome di Giovanni VIII. A scanso di confusioni accettiamo la molto più nota, benché fasulla, numerazione curiale, non senza però indicare tra parentesi quella corretta. Obbligato a versare ai musulmani l’umiliante tributo annuo di 25.000 marchi d’argento, G. si rifaceva ad usura spennando con vigore i credenti e rubacchiando qua e là delle terre al duca di Spoleto.

(96) Di Giovanni VIII (IX), conclamato sodomita, il card. Baronio riporta che i contemporanei, sempre col vivo ricordo di Giovanna, lo chiamavano papessa. G. nominò vescovo di Torcello un eunuco e protesse il feroce vescovo di Napoli, che tra l’altro aveva accecato il proprio fratello. Mentre rantolava per l’ingerita pozione, G. fu finito a martellate da un consanguineo
(Annali di Fulda).

(97) Marino, di Gallese (Roma), quando era vescovo di Tiferno (poi Città di Castello) assassinò il papa in carica e lo soppiantò santamente sul trono. «Morì nel
884 con forte sospetto di veleno». 

(98) Di s. Adriano
(884-85) padre Gelmi riferisce che «cercò d’imporre come suo successore il bastardo Bernardo», ma sorvola sul fatto che l’uomo di Dio cavò gli occhi al tesoriere Gregorio e uccise a bastonate la moglie del prefetto di palazzo, per non aver potuto metter mano sul tesoro dilapidato da papa Marino. Per tale delusione provò tanto cruccio che, invitato in Francia da re Carlo il Grosso, crepò di rabbia durante il viaggio.

(99) L’anziano Formoso
(891-96), ex vescovo di Porto, incoronò quasi simultaneamente imperatori Guido da Spoleto e Arnolfo di Carinzia, morendo poi giusto in tempo per schivare la vendetta del potente clero spoletino, che dovette contentarsi d’infierire selvaggiamente sulla sua salma. E poiché, per quanto eletto con tutti i regolari crismi, nella bestiale faida ecclesiastica egli fu perdente, a tutt’oggi la chiesa, schierata di regola coi vincitori, pencola nel vago senza pronunciarsi sulla sua legittimità. Eterna prostituta dei potenti, come quando il giovane Vittorio Emanuele III, succeduto al padre ucciso da un anarchico tra il giubilo del mondo papista pregustante lo sfacelo della monarchia già in crisi, troverà «ancora più avverso il Vaticano che volentieri tratta coi forti e poco si cura dei deboli» (Gioacchino Volpe, Italia moderna, II, p.26, Sansoni 1963)

(100) Similitudine che trova riscontro anche in eventi meno remoti come, nel sec.
XVI, lo scontro tra gruppi di preti alla guida di due processioni rivali, sfociato in un alterco presto degenerato in zuffa cruenta (Rivista della Società Storica Varesina, f. XII,1975), o la furibonda rissa in S.ta Genoveffa di Parigi, che coinvolse una masnada di sacerdoti e lo stesso papa Eugenio III (cfr: XIV,9, passim). Anche adesso, quanto ad atti violenti i preti non scherzano, come il ceffone tirato dal parroco di Cugnoli al collega di Giubeo (Pescara), per lo sconfinamento di questi nell’area sfruttata dal primo (Corsera, 15-12-93). Anche il parroco di Scicli (Ragusa) ha onorato la tradizione affrontando così un timido bancario: «Stasera ti mando al cimitero: stai attento, perché io con una sberla ti faccio saltare la testa» (ib., 01-12-93)

(101) Dopo Formoso, pontifica per due settimane Bonifacio VI, un prete molto corrotto, ma proprio per questo dalla chiesa tenuto in altissima considerazione e tuttora stimato legittimo sotto ogni profilo. Oscura è la sua fine.

(102) Il pontefice romano Stefano VI
(896-97), nemico personale del defunto Formoso, durante il processo intentato contro quest’ultimo (il famigerato Concilio cadaverico) ne collocò il cadavere, riesumato un mese dopo la sepoltura, sul trono pontificio. E incaricò un avvocato curiale di assisterlo rispondendo a suo nome, tra le risa e gli insulti degli astanti, secondo copione anticipatamente concordato col clero giudicante. All’imputridito pontefice coperto delle sacre vesti, S. rivolge tra l’altro la domanda: «Perché tu, [semplice] vescovo di Porto, spingesti la tua ambizione fino ad usurpare la cattedra di Roma?». Dichiaratolo infine papa illegittimo ed indegno, gli strappa i lussuosi paludamenti, gli fa mozzare la testa e amputare tre dita della mano destra; quindi tra le isteriche grida di gioia dei preti il cadavere è tirato per i piedi fuori dell’aula conciliare, trascinato nella polvere delle strade e gettato nel Tevere. La chiesa, che dopo oltre mille anni ancora tentenna sulla legittimità di Formoso, dallo stesso Gelmi ritenuto «austero, anzi ascetico», non esita a ripudiarlo per riconoscere vero rappresentante di Dio lo scellerato, ma più forte, Stefano.

(103) Come caporione del partito dominante tra i due in cui si dividevano i preti, e come ex vescovo di Anagni, Stefano VI si vantava più autorevole di Formoso e contava per questo di godere di un lungo e sicuro pontificato. Ma l’entusiasmo ecclesiastico per S. non era affatto condiviso dal popolo, che dopo circa un anno e mezzo insorse, malmenò duramente il Santo Padre e lo fece penzolare da una forca
(897). Sempre però tanto caro ai suoi successori, fino a Woitjla & Co., quel «legittimo» Vicedio che, «entrato nell’ovile come un ladro, terminò sul capestro la sua vita infame» (Baronio).

(104) E come potrebbe la chiesa ripudiare Stefano VI, che nel suo atroce pontificato-lampo, per ispirazione dello Spirito Santo esaltò al massimo grado il culto del «tonto» (a detta degli stessi preti) s. Giuseppe, procurando così nuovi grossi introiti al mercimonio religioso? Egli fece diventare tanto popolare il nome del cosiddetto padre putativo di Cristo, fino allora poco comune, che a tutto il secolo
XX è stato di gran lunga il più diffuso in Italia.

(105) Teodora, madre dell’aristocratico Teofilatto, prosperosa, astuta e forte, fino al
903 tenne a cavezza i rammolliti papi Romano, «morto avvelenato», Teodoro II, «deceduto improvvisamente con sospetto di veleno», Giovanni IX (X) e Benedetto IV.

(106) La chiesa ammette che almeno tredici papi, a parte Albino Luciani (Giovanni Paolo I) ed altri su cui per ora le conviene sorvolare, perirono avvelenati per mano di membri dello stesso clero, senza contare tutti gli assassinati con mazze, coltelli, soffocamenti e linciaggi. Ma l’effettivo numero degli spacciati mediante la silenziosa pozione è certo molto superiore all’ufficialmente dichiarato. Troppi sono, infatti, i «misteriosamente» (secondo la ricorrente formula canonica) scomparsi, come Stefano II, assunto al cielo il giorno stesso della sua elezione
(24-03-752).

IX

(107) Il primo atto di papa Cristoforo, ex prete di S. Damaso, fu bruciare le spoglie del papa da lui assassinato e disperderne le ceneri nel Tevere. Il sec. X è detto di ferro, o di piombo, per l’abisso di barbarie e ignoranza in cui i preti precipitarono la società umana. Ora la chiesa impudentemente vanta il monachesimo «salvatore di testi antichi», ma sottace le sistematiche cancellazioni delle più preziose opere letterarie e scientifiche stolidamente operate proprio da sì santi monaci, i quali raschiavano furiosamente le pergamene classiche per farne mercato riempite di risibili preci. Se rimane ancora qualche traccia del mondo greco-romano, dobbiamo invece ringraziare, oltre il Vesuvio per averci conservato Pompei ed Ercolano, tutti quegli coraggiosi ed «empi miscredenti umanisti» che le fecero riaffiorare, per prodigio della loro scienza chimica, sui preziosi palinsesti, gli antichi fogli orribilmente deturpati dal clero. Altrettanta riconoscenza meritano i dotti greco-ortodossi venturosamente scampati alla conquista e alle strage musulmane (attuate con il sordido compiacimento e la complicità papale) di Costantinopoli, ultimo faro di un’ineguagliabile civiltà, e riparati in Italia coi resti delle loro preziosissime biblioteche. I monaci dunque non fecero altro che danneggiare, spesso irrimediabilmente, la cultura, la conoscenza storica e la società umana non meno di quegli «ambiziosi montati sul soglio pontificio a prezzo di moneta, o di servizi bassi e vergognosi» (Henrion, alla voce Benedetto XV). Se lo deve ammettere persino un prete sistematicamente dedito alla distorsione della storia per esaltare i peggiori delinquenti ecclesiastici, è proprio tutto dire! 

(108) Aggiogato a sé anche Sergio III
(904-11), l’ormai matura Teodora gli spinge tra le braccia la figlia Marozia, che ricambia le premurose grazie del papa partorendogli un bel pupo, il futuro Giovanni XI (XII).

(109) Anastasio III
(911-12) «morì anche lui con sospetto di veleno». «Fu totalmente soggetto alla famiglia di Teofilatto, [e come] papa Landone completamente succubo» (Gelmi). «Morì misteriosamente», mentre Giovanni IX (X), «divenuto pontefice solo grazie al sostegno di Teodora», fu «ucciso soffocato da un cuscino pressatogli sulla bocca» (Henrion). A Teodora subentrò al vertice della chiesa l’altrettanto energica figlia Marozia, «mostro d’ambizione e di vizi» (ib.) ed «arbitra incontrastata del soglio pontificio». 

(110) Tra i disperati reiterati tentativi di negare l’esistenza storica della papessa Giovanna, si annovera anche la subdola manovra d’identificarla con Giovanni XI (XII), «figlio di Sergio III»
(Liber pontificalis), nella supposizione che la curia lo chiamasse al femminile … «solo per scherzosa allusione all’influente madre Marozia». Ennesimo scherzetto da preti, come il nomignolo di «baronessa Michelina» da loro affettuosamente appioppato in Vaticano allo svenevole s. Pio X (Gramsci).

(111) Il culto della Vergine fu intensificato oltre ogni dire a complemento di quello sviluppato per s. Giuseppe dallo scellerato Stefano VI. // Stefano VIII passò come una meteora: afferrato da una folla bramosa di sostituirlo con un papa «più santo», fu orrendamente mutilato ed ucciso. Henrion non solo dà del suo linciaggio una versione molto attenuata riducendo le mutilazioni a banali contusioni, ma addirittura lo risuscita, pur mostrandocelo abbastanza malconcio: «Fu talmente avversato dai Romani, o perseguitato dai suoi competitori, che si trovò con la faccia spaccata e sfigurata in tal modo, che non osava più [essendo morto!] apparire in pubblico». Miracolo di padre Henrion: il morto che tenta di nascondersi per aiutare il clero a diminuire di almeno un’unità il numero dei papi assassinati. I «più santi» Stefano IX, Marino II e Agapito II
(936-55) avevano in comune una sola cosa: scattare al perentorio fischio di Alberico, potente figlio di Marozia. 

(112) Alle accuse di omicidio, spergiuro, sacrilegio e simonia mosse dal sacro sinodo a Giovanni XII (XIII), che pontificò dal
955 al 964, fu aggiunta quella di aver interrotto una messa per assistere al parto di una cavalla. Egli è molto amato dal clero per aver fatto notevolmente espandere i possessi territoriali ecclesiastici, aver strappato all’Imperatore il privilegium Othonis ed aver criminosamente impedito l’unificazione d’Italia, già intrapresa dal duca del Friuli Berengario II per sottrarla al suo tragico destino di terra divisa, debole e aperta (nel solo interesse papale) a tutte le invasioni. 

(113) La condanna dei vescovi riuniti in concilio non valse a far dimettere Giovanni. Per il molto disinvolto gesuita padre Gelmi egli «morì d’infarto durante un’avventura amorosa notturna»; ma il celebre cronista Liutprando, a lui coevo nonché vescovo di Cremona, era di tutt’altro parere e non etichettava col nome d’infarto, bensì di «martellata», il colpo vibrato alla nuca papale da un marito cornuto. 

(114) Prima del suo notturno letale incidente i vescovi, non riuscendo a deporlo, avevano eletto contemporaneamente altri due papi, Benedetto V e Leone VIII, che subito si scontrarono sia con lui sia tra loro in feroce tenzone. La loro fine è avvolta nel mistero. Si sa solo che Giovanni, rimbalzato in trono, «si vendicò dei fautori di Leone VIII facendoli fustigare e barbaramente mutilare»
(Grimberg).

(115) Giovanni XIII (XIV), figlio di Teodora, perseguitò crudelmente i suoi avversari, tra cui il prefetto di Roma Pietro, da lui fatto trascinare nella polvere delle strade, frustare a sangue e appendere per i capelli alla statua di Marc’Aurelio. 

(116) San Carlo Borromeo più volte «perdonò» clamorosamente dal pulpito il suo mancato attentatore. Lo perdonò… arrestandolo, torturandolo, anche con le sue stesse mani, per tre mesi di seguito, facendogli amputare la mano destra e bruciare le carni con ferri roventi sulla via del patibolo, dove finalmente si accontentò di farlo impiccare, non avendo gli inorriditi Governatore spagnolo e Senato di Milano aderito alle sue insistenti richieste di farlo squartare vivo. E Woitjla, altro bel tomo degno di cattolica aureola, ricalca zelantemente le sue orme: ha elargito per anni, con la lingua, il perdono al suo mancato attentatore, ma imponendo sottobanco ai nostri governi (servili esecutori delle sue vendette) d’incarcerarlo a vita in spietata segregazione. E dopo vent’anni, tra l’assordante strombazzamento giubilare, fa il munifico gesto di liberarlo, ma solo a patto che sia immediatamente consegnato alla Turchia per scontarvi una pena ancor più lunga e dura. Non ha potuto il buon pontefice fargli infliggere, in dispregio alle nostre non ancora abrogate leggi, la tanto da lui papalmente bramata pena di morte, ma per il clero stanno comunque aprendosi buone prospettive, dopo la papale invocazione del suo ripristino contenuta nel Nuovo catechismo.

X

(117) L’antica parafrasi di una popolare litania così recita: «Nel terzo mistero gaudioso / si contempla san Gaudenzio, / che nel beccarlo in culo / restava in gran silenzio». E del silenzio, o di un’anodina condanna puramente verbale, è sempre stata la linea della chiesa sul cosiddetto «peccato contro natura». Ridicolo quindi, è stato denunciare Woitjla, a parte l’assoluta inefficacia dell’atto, alla corte dell’Aja per il suo apparente biasimo, altresì bellamente stemperato da parole improntate alla massima cautela, della risoluzione dell’Europarlamento a favore dei matrimoni e delle adozioni omosex (Corsera, 04-03-94). Non è troppo pretendere che la chiesa ufficialmente addirittura si smascheri esaltando l’omosessualità, come avvenuto per bocca del card. Biffi, estrapolandola dalle altre «aberrazioni» (ib., 01-03-94)? Che può essa fare di più in suo favore, oltre maledire, equiparandola all’«amore zoologico, da bestie» ogni effusione tra eterosessuali, persino se «fidanzati prossimi alle nozze» (ib., Don Carlo Gnocchi, 14-03-94, p.13)?

(118) Morto l’imperatore Ottone I, il figlio di Teodora Crescenzio si ribellò a Benedetto VI
(973-74), il quale per aver auspicato la riconciliazione tra guelfi e ghibellini fu «strangolato per ordine di Bonifacio VII, che era intanto stato eletto papa» (Gelmi).

(119) Bonifacio VII
(974-75), detto Malifacio o Malifazio per l’assassinio di Benedetto, è sotto il profilo chiesastico perfettamente legittimo. Intascate montagne d’offerte destinate ai poveri, a un certo punto piantò tutti in asso e se n’andò, insalutato ospite, a folleggiare nella grande, rumorosa e spensierata Costantinopoli. La brama di possedere il biondo metallo ha sempre sfrenatamente ossessionato i papi, tanto che il suo colore, accoppiato a quello dell’argento, tuttora garrisce al vento sulla loro «spirituale» bandiera a null’altro significare che se stesso. L’unica bandiera al mondo che in modo sì sfacciato simboleggi la jeratica propensione per le rutilanti pepite. 

(120) Benedetto VII
(974-83), papa considerato legittimo benché eletto mentre Bonifacio era ancora in ottima salute, massacrò i suoi oppositori invitati a una cena di pacificazione. «Sempre pietosi i vicari di Cristo!», commenta a proposito Carlo Monticelli. Grato della sua assai proficua proibizione di accompagnare al cimitero i defunti poveri, il clero tuttora lo esalta come «uomo di magnifiche doti che cercò di arginare [sic] il malcostume e l’ignoranza, che dilagavano in Italia e nel resto della cristianità». Quando si dice impudenza!

(121) Pietro Canepanova, in arte Giovanni XIV (XV), «uomo di grande energia e rare qualità, eletto anch’egli in seguito a penosi intrighi [dello Spiritosanto!], non poté fare nulla per la chiesa, morendo dopo quattro mesi». Si tace che fu anche lui assassinato da Bonifacio VII, ritornato a Roma dopo aver dilapidato a Bisanzio nella crapula e nella gozzoviglia tutti i risparmi dei soliti sciocchi. Tuttavia i vaticanisti per non dar a vedere che nascondono proprio tutto, ammettono che «fece immediatamente strangolare [anche] Benedetto VI, ma un anno dopo anch’egli fu detronizzato e ucciso. Il suo cadavere fu trascinato per le vie di Roma e gettato ai piedi della statua equestre di Marc’Aurelio»
(Gelmi)

(122) Giovanni XV (XVI), «avido figlio di un prete»
(Gelmi), nel 985 «finì misteriosamente» spacciato… dai preti, per fronteggiare i quali troppo tardi invocò la protezione dell’imperatore Ottone III.

(123) Giovanni XVI (XVII),
985-96, l’ex vescovo di Piacenza che rischiò di essere ucciso dal rivale abate di Farfa, istituì il “calendario dei santi” ed attribuì solo a se stesso, sottraendoli ai cupidi vescovi, gli introiti delle canonizzazioni; inaugurate santificando il vescovo Ulderico, amante di una suora arricchitosi oltremisura con furti e appropriazioni indebite di beni ecclesiastici. Per l’avvio di detto monopolio papale, G. è tuttora inviso al defraudato clero. Recependo superiori direttive, anche frà Fabbretti tace, anzi addirittura lo depenna sic et simpliciter dalla sua Storia dei vescovi di Roma, prendendo così due piccioni con una fava: scioglie a suo capriccio l’enigma dell’aggrovigliata numerazione dei papi e si cimenta lui pure nell’ennesimo tentativo di liquidare la spinosa questione della papessa Giovanna.

(124) Brunone di Carinzia, ossia Gregorio V
(996-99) e il citato Giovanni XVI (XVII). Legittimo Santo Padre e capo della religione del perdono, «Gregorio fece orribilmente mutilare Giovanni e lo condannò agli arresti a vita in convento» (Gelmi).

(125) Le sante mani di Gregorio si quietarono solo dopo aver anche accecato il suo rivale. Tra i più esperti maestri di sevizie G. aveva buoni compagni in s. Gregorio III
(Fleury) e Stefano III, il «vicario di Cristo che strappò gli occhi e la lingua a Teodoro vescovo, a Passivo svelse gli occhi, gli occhi e la lingua a Gracilis, tribuno di Alatri, amico del papa deposto. Valdiperto sacerdote, che aveva messo su prete Filippo a farsi avanti per il papato, ebbe a scontare la colpa con la perdita della lingua e degli occhi» (Guerrazzi).

(126) Benché devotissimo alla Madonna, da lei non ricevette in cambio alcuna protezione: i fedeli lo fecero a pezzi durante un pellegrinaggio, ovviamente mariano. 

(127) «Mille e non più mille!». Così i preti con voce terribile annunciavano dai pulpiti l’incombente fine del mondo, con l’immancabile corollario d’incendî, terremoti, maremoti, inondazioni, esplosione di montagne e rovinosa caduta di stelle. 

(128) Atterrite dalle previsioni catastrofiche, le genti si spogliavano dei loro averi e li donavano ai preti, che con occhi bassi e con rassegnata mestizia si degnavano intestarli a se stessi. Ammassarono così esorbitanti ricchezze. Il grossissimo business della fine del mondo fu ripetuto molte volte, sia prima che dopo il Mille. Quando lo rinnovarono nel
1321, i preti sussurravano tenebrosamente di aver notato a suo preavviso «il sole e la luna macchiati di nero e di sangue, un drago dal fiato micidiale e un sigillo d’oro purissimo, che raffigurava un ebreo o un saraceno mostruoso, in cima a una scala appoggiata alla croce, in atto di defecare sul dolce viso del Salvatore» (Ginzburg). Eloquente il diagramma delle donazioni incamerate dal clero, che s’impenna con altissimi picchi all’avvicinarsi del fatidico Mille incrociandosi col crollo delle transazioni fondiarie (vendite, scambi, prezzi), come esattamente dimostra anche una recente ricerca per campione sul contado di Cluny (Bois).