XI

  Silvestro deceduto per veleno,
e Gianni Diciassette, molto vecchio,
era di mali ed acciacchi ripieno. (129)
Giovanni Diciottesimo a lo specchio
si rimirava le labbrucce e ‘l seno,
sul qual facea ricadere ‘l cernecchio,
e per alimentare i suoi piaceri
basiliche vendeva e monasteri. (130)
  Fu Sergio Quarto Pier Bocca di porco
chiamato da la plebaglia insolente,
ma Benedetto quasi peggio d’orco
pareva per l’aspetto repellente,
tant’era goffo, sbrindellato, sporco,
laido, tignoso, schifoso e fetente.
Secondo l’allibito san Damiano,
avrebbe messo a l’asta pure l’ano. (131) 
 Ne l’adunanza tenuta a Patavia
il papa da la croce su la palla, (132)
il quale rapinava senz’ignavia 
per poter star con l’oro sempre a galla,
si convertì in sodomitica cavia,
e se vedea tappar la retro-falla
con autentico ardore di prelato
benediceva inculante e inculato.
  Infatti ‘l sacerdote senza prole
optante per la presa nel didietro,
da l’intaccare s’asterrà la mole
di doble accumulate in Santo Pietro
ché licenziar può i drudi quando vuole.
Per questo balenâr li occhi di vetro
del papa nel suo dir: «Dai preti i nati
sian tutti sul selciato abbandonati!». (133)
  Un santo venerdì, mentre piangeva 
nel tempio la passione di Gesù,
terremotata tegola cadeva
su la sua schiena curvata a l’ingiù;
e mentre dal dolore si torceva
del sisma sentenziò che causa fu
la perfida giudea comunità,
e la perseguitò senza pietà.
  Giovan Diciannovesimo, fratello
di Benedetto Ottavo tuscolano, (134)
fuori dal suo purpurëo mantello
facea sgusciare la prensile mano
per ritirarla con il soldarello
così sostengono san Pier Damiano,
il cardinale Cesare Baronio (135)
e più d’un oculare testimonio. 
  E tanto ben scrutò Damiano Piero
sui cherchi concentrando ‘l lume acuto,
che videlimboccare quel sentiero 
con entusiasmo da sempre battuto
dai cacciator del fungiforme cero
a cui sfinter anal funge da imbuto:
insomma trovò fervido per l’ano
il clericale vezzo gomorriano. (136)
  Il pontefice Nono Benedetto
cinse la tiara a soli dodici anni
che quasi ancor balbettava in falsetto;
ma ‘na cugina gli dispiegò i vanni
del cazzin santo, e per di lei affetto
si dispogliò dei suoi sacrali panni
cedendoli al futur Gregorio Sei
a un prezzo da parer larghi li ebrei. (137)
  Pentito però presto del contratto,
a lungo combatté col papa novo
per tanto voltafaccia esterrefatto;
ma per voler succhiar due volte l’ovo
in alternanza di guerra e ricatto
le piume al proprio letto mutò in rovo. 
Riuscì però ad avvelenar Clemente
che addizionava soldi febbrilmente. (138) 
  Poi simultaneamente a detto Nono
regnò ‘l serafico Terzo Silvestro
mentre Gregorio s’assideva in trono:
il primo in Lateran pose ‘l canestro,
faceva l’altro in Vatican frastuono,
il terzo di viaggiar mostrava l’estro, 
e tutt’insieme, appassionatamente,
munsero a l’osso l’ebete credente. (139)
  Fu quindi eletto ‘l vescovo Poppone,
che in Roma dimorò soltanto un mese
lasciando ‘l terso ciel di Bressanone.
Sperava coi proventi de le chiese
di diventar più ricco d’Epulone
e scialacquar senza badar a spese, 
ma spuntò ancora Nono Benedetto
a far de la pozion novello getto. (140)
  Ed ecco che a indossar papal chimono
avanza, tremebondo e timoroso
di Nono Benedetto, Leone Nono,
dolce culano sempre lamentoso, 
eterno fuggitivo col suo trono,
il qual non trova pace né riposo
se non maledicendo ‘l doppio clero,
che dice bianco quando pensa nero. (141)

XII

  Leone Nono fu incensato santo
per l’eccelse virtù di sodomita,
e dai papisti è tuttora rimpianto.
Sorpreso a letto sott’un eremita,
d’ecologica coltre menò vanto,
ché in quella sua (si fa per dir) dormita
lo Spirto Santo, con batocchio umano,
possentemente bussavagli in ano. (142)
  Vittor Secondo, de l’Impero amico,
tedesco conciliante inviso ai preti,
riuscì a sbucciar appena qualche fico
e poco raccattar ne le sue reti,
ché Nono Benedetto, papa antico,
lo spedì in cielo tra li spirti lieti.
Stefano Nono quindi dettò legge
sul malleabile fottuto gregge.
  Nicolò Due, strumento d’Ildebrando,
rivendicò ‘l dominio de la terra
che verso ‘l mare Jonio va calando,
non senza aver benedetto la guerra
(con gesti cabalistici menando
la chiave che sfinter di credul serra)
scoppiata tra i Normanni ed i Messapi
per ostinata istigazion dei papi. (143)
  Alessandro Secondo, beneamato (144)
da chi nutre cattolici pensieri,
castissimo fu sol perché castrato,
se del Benzone vescovo sinceri
sono i commenti su tal mal cacato. (145)
Sotto ‘l suo scettro fumigâr i ceri
che intossicaro l’ugole e i polmoni
di molte devotissime nazioni. 
  Imperversavano frattanto i pazzi:
preti, fratoni, suore e confratelli
si scaricavan mugolando mazzi
d’ortiche nonché colpi di randelli
su spalle, schiene, tette, culi e cazzi,
ovver, per eufemismo su li uccelli.
Eran allor molto stimati e visti
come santoni i sadomasochisti. (146)
  Benché fosse più eunuco d’un cappone, 
mostrò pel sesso un’attenzione acuta,
e indagini svolgendo per campione
scoprì che solo ‘na schiera sparuta
di reverendi ‘nclina al pettignone,
col qual invece ‘l dialogo rifiuta
l’austero clero, che ‘l carneo banano
misticamente accoglie dentro l’ano.
  Il papa quindi per tenere unita 
la cricca in monolitico drappello,
l’amalgamò in un’unica partita
d’affezionati al non alato uccello;
e l’aer trinciando con le sante dita
maledì prete, frate e confratello 
che essendo immuni da culiche voglie
desiderassero prendere moglie. (147) 
  Quando Ildebrando, prete di Soana, (148)
s’impadronì de l’agognato soglio 
la rossa rivestendo palandrana,
gonfiò ‘l torace di superbia e orgoglio
a imitazion de la scoppiata rana,
e come capra ghiotta di trifoglio
fuori da l’orbite strabuzzò li occhi
quasi mangiasse tutti come gnocchi.
  Per meglio dominare questa crosta
fece sonar le campane a distesa
sì da assordarla da l’alpe a la costa;
ed avanzando impudente pretesa
con un’impareggiabil faccia tosta
a Dio parificò la papal chiesa,
e per aver potere a sazietà
s’attribuì l’infallibilità. (149)
  Non riconobbe alcun’autoritade
a l’almo imperatore Quarto Enrico:
affinché ‘l clero in tutte le contrade
sfruttasse sia l’abbiente sia ‘l mendico.
E quando ‘l Sire entrò ne la cittade
del mondo ritenuta l’ombelico,
la fulminò lanciando un anatema
che di maledizioni è gran poema.
  Come quando nel Congo lo stregone
scrollandosi le spalle fa saltelli,
batte ‘l tambur e getta imprecazione
draghi evocando maghi e spiritelli,
e finalmente a li atterriti impone
l’adorazion di manici d’ombrelli,
così se ‘l papa un re scomunicava
lo smerdazzante gregge si prostrava. 
  Ridea ‘l Gran Prete nel veder l’aprico 
pian traversato da un re senza regno
errante scalzo, con in man un plico,
del piè lasciando ne la neve ‘l segno;
ma ‘l sire poi raccolse qualche amico
e, manovrando laicamente ‘l legno,
fe’ l’Infallibile papal galletto
de la Matilde ruzzolar dal letto (150).

XIII

  Si torna adesso a l’agon consueto
di papi che s’aggraffian per la chioma:
Clemente e san Vittore presso ‘l greto
del Tever s’avviticchiano, e di Roma 
per ogni strada guastano ‘l frutteto;
ma ad annusare de l’oro l’aroma,
ansante e sudaticcio da lontano
avanza zigzagando sant’Urbano. (151)
  Frattanto consacrar Vittore volle (152)
santo Nicola nel duomo di Bari,
il cui cadaver giaceva in panciolle
contemporaneamente in altri altari
con cordicelle rabberciato e colle
da cherchi che, per fare più denari,

gli conferîr oltre la santità
il dono raro de l’ubiquità. (153)
  Urban Secondo, vigile e veloce, 
si concentrò con la sua acuta mente
ne lo scampar del Tever per la foce
a l’ira d’un temibil concorrente. (154)
Egli facea riecheggiare la voce
rivolta al gregge concitatamente
per proclamare la prima crociata,

risoltasi in risibile frittata.
  Gli fu trombetta Pietro l’Eremita,
che ripetendo ‘l pontificio grito
i semplici attirò qual calamita
per pilotarli a l’ingannevol lito. (155)
Il petulante frate cenobita
dal lungo muso caprino scarnito,
arroventava i cervelli e le suole
urlando raucamente: «Dio lo vuole!». (156)
  Primi crociati fûr i torcicolli 
che sbiascicavano preghiere in chiesa,
bambini saltellanti come polli,
donnette con la borsa de la spesa,
lenoni, ladri, mentecatti e folli
marcianti con in cul candela accesa:
partiti baldanzosi centomila,
tornaro tre cacarellando in fila. (157)
  Ma più sottil che vigile fu Urbano,
da tutti i reverendi assai stimato
perché, studiando cranio di cristiano,
di fumo lo trovò tanto stipato
da fargli piede scambiare per mano
e tossico per miele e cioccolato, 
e ne dedusse: «Invece del salario,
si può retribuïrlo col rosario». (158)
  Benché egli non vivesse nella sede
e un altro papa in Roma governasse,
e non senza sferrar colpi di piede
a farsi fottere tutti mandasse,
è giudicato di Pietro l’erede
per la destrezza nel svuotar le casse,
mentre Clemente, a Dio tanto finitimo,
è maledetto qual papa illegittimo. (159)
  Pasqual Secondo impose a Quinto Enrico
di rinunciar ad investire ‘l clero,
ma ‘l sire ribatté: «Sai che ti dico?
A sorvegliarti rinuncio davvero 
a patto che tu smetta ‘l vizio antico
di prender tutto dando in cambio zero,
e la tua man, sì adunca e sì grifagna,
da Lazio si ritragga e da Romagna».
  Al che Pasquale, fatti li scongiuri, 
lanciò maledizioni e inviperito
d’affigger ordinò su tutt’i muri
la decision di non mollar un dito;
ma avendo con propositi più duri
il re risposto al papale grugnito,
con passo ch’era tutto fuor che lento
rinculò ‘l papa fin a Benevento. (160)
  Contro Gelasio fu Enrico tenace
nel rendergli lo strapotere mozzo.
Finse ‘l Gran Prete di chiedere pace,
per il disegno concretare sozzo
di stendere la pia sua man rapace
sopra ogni terra e rimpinzarsi ‘l gozzo; 
ma prestamente gli fûr rotte l’ossa 
e fu calato a Cluny ne la fossa. (161)
  Calisto assunse un’aria conciliante
ed accettò ‘l patteggio con l’Impero 
per la sua pelle tanto trepidante; (162)
invece Onorio, prepotente e altero, 
tutto travolse al par d’un elefante,
e disprezzando ‘l diritto del clero
che d’elezion pontificia s’incarca,
se stesso nominò papa e monarca. (163)
  Non più compagni sodidali e adelfi,
si diviser gli italici in fazioni
farneticando di diavoli, d’elfi,
di manomorte, monaci, pretoni,
e si scannaro, ghibellini o guelfi,
per asservir la patria a due padroni:
l’uno del Po regnante oltre la valle,
l’altro premente su le nostre palle. (164)

XIV

  Due papi ora si legnan come matti,
Anacleto Secondo ed Innocente:
l’uno infilante pure cani e gatti,
l’altro di stomaco alqunto esigente.
Senza giammai addivenire a patti,
il primo morì a causa d’incidente,
de l’altro fu ingannevole la speme
di veder germogliare ‘l proprio seme. (165)
  La sospirata papal dittatura,
appieno non riuscendogli ‘nstaurare,
s’accontentò di concentrar la cura 
nel far commercio di reliquie e bare;
né gli sembrava fosse cosa dura
ridursi coi becchini a barattare,
ed adescare ingenui e deficienti
abbindolandoli coi sacramenti. (166)
  Dei sette sacramenti la dottrina
che ai sacerdoti dà tanto maneggio,
proprio da lui, però quasi in sordina,
un po’ per celia ed un po’ per dileggio,
col volger de la notte a la mattina
fu defecata dal dorato seggio
in Laterano, con dischiusa l’anta,
verso la fine del centoquaranta. (167)
  Intanto ‘l popolo romano eletto
s’era a Comune, come ‘l milanese,
di papa Celestino con dispetto;
ed il suo successor, Lucio, riprese
a vessar l’Urbe con arme e interdetto,
ma la sua guerra durò men d’un mese
perché, ne l’assalire ‘l Campidoglio,
una sassata gli troncò l’orgoglio. (168)
  Sotto la guida del bresciano Arnaldo,
il popolo romano tenne duro
contro ‘l papato, che restava saldo
come somaro con il muso al muro
recalcitrante contro quel ribaldo
che trarre lo volesse sul tratturo:
era del popol chiaro intendimento
non farsi derubar l’oro e l’argento.
  Voleva Arnaldo far «la chiesa santa
e povera così com’era quando
mill’anni innanzi nata era la pianta», (169)
e che a la fine fosse messa al bando
la brama di danaro che la schianta,
da Pietro ereditata e da Ildebrando
e che la fa avventar su li altrui beni
voraginosi lasciandovi segni.
  Poiché per lor godurie carnasciali
i cherchi d’ogni risma fanno a gara,
dai parroci ai prelati ai cardinali,
e per lor sete satisfare avara,
sempre assottiglian li altrui capitali
a ritmo di frenetica fanfara,
Arnaldo per sgravarla da tal soma
i preti tutti discacciò da Roma.
  Eugenio Terzo con le sacre bende
errava in Francia come lupo folle,
giungendo là dove la Senna scende
tortuosamente tra l’erbose zolle. (170)
Piantò a Parigi le consunte tende
ed il segnal di Quel che dona e tolle,
ed atteggiandosi a pia compunzione
in Santa Genoveffa fe’ funzione.
  A gambe larghe a causa de l’orchite
diede a li astanti piena assoluzione,
ma mentre l’ossa baciava ingiallite
di un santo morto in fama di pappone,
ecco scoppiare furibonda lite 
tra i preti recitanti l’orazione,
che con la contumelia, il pugno e ‘l peto
un ricco si contesero tappeto. (171)
  Assurto adesso al rango di beato,
le nuvole ‘l pisan Eugenio pigia,
papa da l’oro tanto distaccato,
tanto lontano da la cupidigia,
che avrebbe pur il suo cul affittato.
Di soldi non bastandogli valigia, 
molt’altri ne pescò con certe lenze
ch’avevano per esche le indulgenze.
  Da allor versando quote prefissate
a frate, a monsignore, a buon curato,
potevi calunniar, dire cazzate,
tirar bestemmie a ritmo sincopato,
distribuir ceffoni e randellate,
scalciare vecchierel traumatizzato
e, manovrando arnesi contundenti,
sfracellar ossa, fracassare denti. 
  Potevi ‘mpunemente violentare,
stuprare, sverginar, ani ostruire,
capanne miserande ipotecare,
su li orfani e le vedove infierire,
le tombe depredare e profanare,
prostituirti e far prostituire,
ma guai se mai sfioravati pensiero
di non versare la tangente al clero. (172)
  Mite co’ forti e forte con i miti,
il papa ‘l Barbarossa attirò in casa
con dolci motti e lusinghieri ‘nviti.
Offrendo companatico e cerasa
gli diede mano con i pii banditi
a far di noi quaggiù tabula rasa; 
e ‘l sire varcò l’alpe e spianò Crema
da pontificia colpita anatema. (173)

XV

  Papa Anastasio Quarto era sì vecchio
quando s’abbarbicò al supremo soglio
da spesso scompisciar fuori del secchio.
Ma farfugliando con non poco imbroglio,
del Barbarossa sussurrò a l’orecchio
proposta di spartire ‘l portafoglio:
per quanto fosse fioco ed inceppato,
sapeva abbindolar un avvocato. (174)
  Anche Adrïan ne le grazie è del clero
per aver istigato ‘l Barbarossa
a spodestar Arnaldo il qual, altero,
in Roma conservava tanta possa:
varcò ancor l’alpe ‘l bavaro destriero,
e ‘l papa fe’ scavar tosto la fossa
per il Bresciano che, fatto prigione,
fu perdonato con... l’impiccagione. (175)
  Era figlio Adrïan di don Nicola,
riproduttor di numerosa prole,
che quando si negò vitto e parola
a reverendo che incular non vuole, (176)
pur d’indossare ancor serica stola, 
il sazio ventre riscaldare al sole
e palleggiar ancor aurea materia,
la sua famiglia abbandonò in miseria.
  Terzo Alessandro contro dur rivale
fieramente lottò per anni venti,
finché la spina ruppegli dorsale
e del poter gli tolse li elementi.
Pesava poco meno d’un quintale 
e lieto era se li altri eran contenti,
ma lo detesta ’l clerical consorzio
perché fu favorevole al divorzio.
  Se i preti ‘nfatti dicon corna e peste
e a’ divorziati s’ostinan avversi,
lo fan anche per far i guastafeste
al tronfio uom normale, che i diversi
deride pe’ costumi o per la veste;
ed han qualche ragion, per certi versi,
se tra le ruote infilano bastone
a moralista sordido e coglione. (177) 
  Mentre ‘l predecessor attirò ‘l lurco
per rimpinzarsi la borsa di cuoio, 
e avrebbe pur chiamato negro e gurco
con nodo a sé tirandoli scorsoio
pel pannocchione non di granoturco,
Sandro succhiò da un altro poppatoio
e fece prosperare la congrega
con l’adesione a la Lombarda Lega. (178)
  Al cistercense la gente era ostile,
e lo vituperava ogni momento
per esser troppo fradicio di bile 
contro l’ereticale movimento.
Un dì che i sacerdoti in un barile
gli conducevano l’oro e l’argento,
fûr assaliti da la vil canaglia
armata di bastone e di zagaglia.
  Come a fuggire i topi sono presti
a l’apparir del gattone artigliuto,
così i prelati con i visi mesti
bruciaro sette leghe in un minuto;
però raggiunti, malmenati e pesti,
ebber ne l’ano conficcato imbuto
che con un sibil di pasquale piva
inghiottì rivoli di calce viva. (179)
  Che di danaro sempre annusi traccia 
il prete è noto persino a Gargiulo:
infatti povertà ha su la linguaccia,
ma prende tutti quanti per il culo
stringendo forte al petto la bisaccia 
ed annidandosi come ‘l cuculo.
Può forse ancor stupire a l’or la caccia
di chi faccia ha di cul e cul di faccia?
  Urbano Terzo, quasi centenario,
avea da tempo perso peli e denti,
e qual defunto avvolto nel sudario
parlava d’oltretomba con accenti.
Benché tra mummia e lui poco divario
trovassero li attoniti presenti,
col suo sembiante perlomen grottesco
come l’erbetta si credeva fresco.
  Voleva gareggiare co’ ventenni,
portar corazza, catturar uccelli,
montar caval che scalpiti e s’impenni,
dëambulare in leggeri mantelli, 
e piegar tutto e tutti a brevi cenni 
per ridimensionar borse e cervelli.
E gli aleggiava tra ‘l cascante lardo
un risolino ironico e beffardo. (180)
  Ei trapassò dopo breve papato 
consunto da l’occipite a le piante,
ed è dipinto in alto sollevato
tra godimenti immani svolazzante,
ma c’è chi dice che sarebbe stato
in cielo tra li spirti navigante
pria de la morte, ché quel mentecatto
da vivo era già morto putrefatto. (181)