XI

(129) «Mentre i vescovi tedeschi si sbranano tra loro» (Fabbretti), è eletto Silvestro II (Gerberto d’Aurillac, 999-1003), un benedettino dotto e modesto. Per aver rinunciato nell’elezione del vescovo di Reims alle pretese primaziali (la percentuale dovuta alla Santa Sede), provoca l’ira della curia condannandosi a sicura morte. Lo rimpiazza Siccone, Giovanni XVII (XVIII), che dopo quattro anni finisce decapitato da Bonifacio VII.

(130) Sulla vita godereccia e sibaritica del romano Fasano, alias Giovanni XVIII (XIX), perciò secondo frà Fabbretti «papa onesto e degno», si diffonde il Plàtina, abbreviatore apostolico e prefetto della biblioteca vaticana. G. è noto anche per aver messo all’asta degli edificî sacri. Tra l’altro, aggiudicò una chiesa e un monastero coi loro appetitosi beneficî a Folco d’Angiò, che gli offriva più del vescovo di Tours.

(131) Al defunto Pier Bocca di porco (Sergio IV,
1009-12) seguì Teofilatto di Tuscolo (Benedetto VIII, 1012-24), da s. Pier Damiani giudicato «sordido». 

(132) La croce piantata sul globo d’oro, simbolo del dominio pontificio sul mondo, secondo molti agiografi «ideata da Benedetto VIII», era invece già dal sec.
V scolpita su un aureo di Teodosio.

(133) Ribadito il celibato del clero, anche per la «più sicura conservazione dei beni ecclesiastici»
(Gelmi), Benedetto scomunicò e perseguitò i sacerdoti con moglie e prole a carico, e li obbligò a disfarsene gettandoli spietatamente sul lastrico. Rapacissimo simoniaco, legiferò… contro la simonia. 

(134) Giovanni XIX (XX) come il fratello Benedetto VIII, fu «imbastito papa in fretta e furia [...] con larga distribuzione di denaro e con i peggiori mezzi della corruzione»
(Fabbretti). A volte un po’ di vero scappa di bocca anche ai bugiardi predicatori dell’intervento divino nel conclave.

(135) Cesare Baronio
(cit.), cardinale proclamato venerabile da Benedetto XIV. 

(136) Per la sodomia dilatatasi nel mondo sotto l’ala pontificia, il severo censore s. Pier Damiani affibbia al clero l’epiteto di gomorriano. Ma sotto la maschera del moralista l’involuzione della janua coeli in janua culi in fondo non gli dispiace: freme al pensiero di s. Pietro ammogliato, e si consola immaginando che «lavasse col sangue del suo martirio il sudiciume del matrimonio». Passava in quei tempi di mano in mano il libro del santo vescovo di Rennes, Marbodus
(1035-1123), gonfio d’astio inestinguibile contro «la donna, principio oscuro, stirpe malvagia, germoglio del vizio: in tutto il mondo promuove scandali, rinfocola liti, risse, ribellioni, guasta gli affetti, insidia i figli, i genitori, aizza i popoli, abbatte fortezze, distrugge città, moltiplica stragi, mesce calici di veleno e, quale furia devastatrice, incendia campagne e villaggi. [...] In apparenza seducente, passa tra la folla nascondendo luridi segreti, è mentitrice, impudente, ladra, anela al guadagno, arde tutta del fuoco della libidine. Chi la prima a costringere il nostro progenitore a guastare il frutto proibito? La donna! E chi costrinse il padre ad unirsi carnalmente con le figlie? La donna!». La chiesa assimilò entusiasticamente queste sì caritatevoli dee, e si avviò a bruciare milioni eretici (soprattutto donne) non condividenti il Marbodus-pensiero.

(137) A Benedetto IX
(1032-57), nipote di Benedetto VIII e Giovanni XIX (XX), «costa fatica districarsi da relazioni e intrighi, anche di tipo sessuale; gli resta impossibile rinunciare all’assoluta e gaudente libertà di fare il proprio comodo» (Fabbretti). Eletto a dodici anni con tutti i crismi della legalità, B. s’incapriccia d’una cugina e la impalma. Tuttavia, il padre di lei, al quale non garba molto avere per genero un papa, lo sollecita a rinunciare al soglio. E B., «perso il gusto della tiara, si affretta a venderla» (ib.) all’arciprete Pierleoni (Gregorio VI). «Ma appena riscosso il denaro, rientra in lizza proclamandosi unico detentore legittimo delle chiavi di Pietro. Si ebbero allora in Roma ben tre papi occupati a scomunicarsi scambievolmente» (Grimberg). Dal Pierleoni B. aveva incassato una somma pari a quella da lui stesso sborsata per farsi eleggere. In tale frangente, l’Eterno non elargì nemmeno un grammo della sua onniscienza al Damiani, e «il severo santo tributò i suoi entusiastici consensi a papa Gregorio VI, salvo poi mutarli in vivace disapprovazione, non appena si venne a conoscenza della vergognosa faccenda pecuniaria» (Gelmi).

(138) Nel
1046 Benedetto IX, sempre rimpiangendo amaramente i piaceri del papato, fa avvelenare il sassone Clemente II, altro eletto dopo la sua defezione, che percepiva una doppia rendita come papa e vescovo di Bamberga. La vita di B., chiamato dal rivale Vittore III «ladro e assassino», per frà Fabbretti «è un gran pasticciaccio, [in cui] pescano i consueti storici anticlericali, per screditare la Chiesa». Ma il primo a infangarla nella persona di Benedetto IX fu proprio il celebre cronista e abate di Montecassino Desiderio, futuro Vittore III (1086-87).

(139) I tre papi in furiosa lotta tra loro, due dei quali tuttora considerati legittimi benché contemporanei, tenevano ciascuno corte separata nell’Urbe ingiuriandosi, maledicendosi e scomunicandosi vicendevolmente: Silvestro III in Santa Maria Maggiore, il secondo in Laterano e il terzo in Vaticano, da dove i loro sgherri uscivano saccheggiando e terrorizzando la città. Il quarto, il giammai rassegnato Benedetto IX, stava invece alla larga, ma sempre vigile e pronto a colpire. Trucidato Gregorio VI e avvelenato Silvestro III, egli infine riuscì a disfarsi fisicamente anche di Clemente II.

(140) Poppone, vescovo di Bressanone (Damaso II) muore a Preneste nel
1048, inseguito da Benedetto IX. «Dopo un papato-lampo di 24 giorni, non manca chi parla di avvelenamento» (Fabbretti). «Una fonte sostiene che anch’egli sarebbe stato vittima d’una pozione di veleno propinatagli per incarico di Benedetto IX» (Gelmi)

(141) Dicono che il duca Brunone (s. Leone IX,
1049-57) disapprovasse l’eccessiva malvagità dei preti, che tuttavia generosamente lo canonizzarono perché «condannò l’eresia dell’arcidiacono Beranger, che pretendeva essere l’eucaristia solo un simbolo del corpo e del sangue di Cristo» (Henrion), e perché ordinò, mediante un sinodo romano, di ridurre in schiavitù le mogli dei sacerdoti restii a convertirsi al celibato e di costringerle a servire nel palazzo Laterano (Kempf). Con altrettanta misoginia il sinodo di Coyaca (Spagna) nel 1050 prescrive che nessuna donna abiti vicino ad una chiesa, con un irrigidimento omosex foriero del definitivo trionfo dei più feroci celibatarî. Dopo tanti secoli di tira-molla, L. nel 1054 rompe definitivamente con la rivale chiesa greco-ortodossa, che sull’esempio degli apostoli favorisce il matrimonio dei sacerdoti. Altri scismi avevano separato Roma da Costantinopoli, ma prima di Brunone il contenzioso si restringeva a fatue diatribe sulle interpretazioni teologiche e regolarmente finiva con la riconciliazione. Dal 1054 a rendere irreparabile la separazione (Grande scisma) s’innesta la decisiva svolta sessuale, sull’esempio del papa, della stragrande maggioranza del clero occidentale.

XII

(142) San Leone IX, canonizzato per la sua castità e intransigenza nella vexata questio del celibato, soleva coricarsi abbracciato a un bel maschione. Il quale - come il papa annunciò all’estasiata curia – altri non era che Gesù Cristo in carne ed ossa, il quale fingeva d’essere, per mettere alla prova la sua carità, un povero lebbroso, come Giove per fottere Leda si era finto cigno. E il santo ogni sera eroicamente «si sacrificava» facendolo coricare il biondo Nazzareno sotto le sue caste pontificie lenzuola. La ricezione nel sacro fondoschiena leonino del turgido ospite tuberiforme sotto metafora di «Cristo visitatore», ispirerà al cattocomunista Pier Paolo Pasolini la trama del celebre romanzo Teorema, osannato dalla critica, benedetto da Paolo VI, trasferito nell’omonima pellicola e infine insignito del Premio dell’Opera Cattolica del Cinema. È la storia di carnee ricezioni nei brunonici deretani di una moderna famiglia milanese (genitori, figlio, figlia e serva), papisticamente interpretata come «parabola sulla Grazia, nella quale il sesso diventa il linguaggio dell’evangelizzazione» (Encicl. Memo-Rizzoli Larousse, 1991, p.805). Ancora nel ‘94 su Civiltà cattolica padre Fantozzi tesse un glorioso panegirico di Pasolini «artista e polemista, personalità poliedrica», e della sua passione culatonica decifrabile come «eccesso di amore» nel film Teorema, ai cui «spettatori non era sfuggito che con esso egli chiedeva pubblicamente perdono dei suoi peccati. [...] Il modo in cui la sua omosessualità si configurava era nello stesso universo omosessuale un’eccezione. [...] non per una programmata ricerca dell’eccesso, quanto per un bisogno progressivo di sciogliere ogni limite, in vista di un limite successivo da superare». Commovente rievocazione, preceduta nel mondo cattolico da quella esternata da «alcuni circoli ciellini [Comunione e Liberazione], sostenuti dal cattolicissimo critico e poeta [nonché omosex dichiarato] Giovanni Testori» (Corsera, 23-03-1994, p.11).

(143) Dopo Vittore II, «nel cui calice un diacono versò il veleno, ma Dio permise di scoprire il crimine», Stefano IX e Benedetto X, scomparsi assieme al borgognone Nicolò II
(1059-61), si snoda una serie di papi tenuti a briglia stretta dal superdotato pretone Ildebrando, di Soana, già consigliere del re dei froci s. Leone IX, che per suo suggerimento, tra un abbraccio e l’altro a «divini lebbrosi», fece incidere sulla sua tiara un modesto: Coronato dalla mano di Dio - Diadema dell’Impero dalla mano di Pietro. Con astuti intrighi il superdotato riusciva ad estendere da Capua alla Sicilia il dominio feudale della chiesa, e ad imporre ovunque l’esosa tassa annua di 12 denari per ogni paio di buoi.

(144) Anselmo di Baggio (Milano), in arte Alessandro II
(1061-73), per consiglio del perfido prete di Soana benedisse l’invasione dell’Inghilterra da parte del normanno Guglielmo il Bastardo e il conseguente massacro di Hastings.

(145) Secondo il cronista Benzone, vescovo di Alba (XI sec.), Alessandro II era eunuco.

(146) Gli ipocriti sadomasochisti erano tenuti in concetto di santità. Si flagellavano a sangue trascinandosi con guaiti, mugolii e dimenamenti in lunghe processioni precedute dal clero salmodiante.

(147) Dopo la svolta della chiesa secondo i gusti degli esacerbati misogini Benedetto VIII e s. Leone IX, Alessandro II fissò saldamente sulla loro scia il timone di Priscilla, e da allora il papato non consentì più alcuna duratura «deviazione» eterosex, ad eccezione del poliedrico Ildebrando, che schiavizzò sessualmente anche la ricchissima quattordicenne contessa Matilde di Canossa, riducendola un povero essere incapace d’intendere e di volere. Ereditiera d’immensi feudi, estesi dall’uno all’altro mare, essa li pose tutti ciecamente nelle mani del diabolico prete assieme al suo poderoso esercito, il più forte d’Italia, sùbito da lui sanguinosamente utilizzato per domare le sempre più frequenti rivolte anticlericali.

(148) Dopo una lunga carriera di perfido consigliere di ben cinque papi, Ildebrando sale al trono col nome di Gregorio VII
(1073-85). La sua brama di potere e le sue ruberie esalteranno e galvanizzeranno tutto il clero che poi, grato, lo innalzerà agli altari coronandolo della luminosa aureola. «Onorato dalla Chiesa e sfigurato dalla calunnia, è l’ultimo Pontefice il cui decreto d’elezione fosse inviato all’imperatore per la conferma» (Henrion). Con lui il papato si sottrae completamente all’autorità imperiale e si proclama padrone assoluto di tutte le terre rapinate durante tanti secoli d’imbrogli, raggiri, circonvenzioni, delitti e stragi. «Santo Satana» lo chiamava, forse alludendo stizzito alla sua tresca con Matilde, una femmina, l’«illibato» (si fa per dire) s. Pier Damiani, e «la dieta di Worms lo accusò di crimini inauditi e incredibili» (Henrion)

(149) Decretò l’infallibilità della chiesa elevando se stesso al rango di Dio. Per assicurarsi l’appoggio della ferocemente misogina curia destituì tutti i vescovi che tolleravano il concubinato, abbastanza diffuso tra i preti di campagna. Gratuita prepotenza in netto contrasto col vangelo, checché ne cianci Woitjla nella prolusione A tutti i sacerdoti del giovedì santo (1979, c.8), dato che anche gli apostoli si facevano accompagnare dalle loro mogli nei viaggi missionari (Cor., I, 5). Messosi a capo del potente partito del clero sodomitico, Ildebrando inasprì la lotta per schiacciare gli ecclesiastici tolleranti, del tutto incurante delle proteste della base. Ma quando nel sinodo di Parigi (1074) l’abate Gualtiero di St. Martin sentenziò che il gregge doveva sempre obbedire al pastore, «i preti gli sputarono addosso, lo picchiarono e lo scacciarono dall’aula» (Hefele). A Magonza (1075) il vescovo Enrico di Coira, legato papale, fu clamorosamente zittito (ib.); e a Passau, il vescovo Altman che chiamava il matrimonio dei preti vizio destinato alle pene eterne, fu duramente percosso (Ranke-H.). «Anche l’arcivescovo Giovanni di Rouen, che nel 1074 minacciò, in un sinodo, la scomunica ai preti sposati, fu cacciato dalla chiesa a sassate» (ib.)

(150) L’episodio dell’umiliazione di Canossa è troppo noto per ritornare a descriverlo; ma ora si tace sui rapporti carnali, allora di pubblico dominio, tra Ildebrando e la giovanissima, inesperta e plagiata Matilde, da lui convinta, se gagliardamente cavalcata da un papa, di poter godere senza peccare ed accedere al contempo agli ancor più grandi godimenti celesti. Egli era inoltre molto facilitato dall’assenza del marito della contessa, Guelfo di Baviera, quasi sempre appunto in Baviera. Quando Ildebrando muore, Matilde non è però una vedova inconsolabile: anzi, essa subito ne approfitta per intensificare i suoi rapporti coi preti, probabilmente scegliendoli dello stesso stampo del defunto Ildebrando, ossia polivalenti, che poi nominerà eredi universali degli estesissimi possedimenti sottratti dalla sua famiglia agli Italiani.

XIII

(151) Due fazioni avverse elessero contemporaneamente al soglio Clemente III e il beato Vittore III di Benevento.

(152) Oddone di Lagery (beato Urbano II,
1088-99) di Chatillon sur Marne, lottò strenuamente contro Clemente III e un altro papa.

(153) I due antagonisti si disputavano il favore dei creduli offrendo alla loro redditizia venerazione due distinti cadaveri dello stesso s. Nicola, uno depositato a Venezia e l’altro a Bari. Nelle Puglie Nicola è velocemente canonizzato strappando una vittoria al fotofinish. Ma Venezia, battuta sul fil di lana, non demorde: continua ad inginocchiarsi davanti al suo doppione, di cui a tutt’oggi resta solo un arto inferiore. Gli scettici che non credono ai due corpi appartenuti ad un solo individuo, devono però ammettere che camminasse con tre gambe.

(154) Fremente di rabbia, Urbano II andava errando lontano da Roma, dove il rivale Clemente III regnava incontrastato.

(155) Dopo il concilio di Clermont
(1095), in rappresentanza di Urbano II il beato Pietro l’Eremita al grido di Deus vult (Dio lo vuole) radunò in Francia e in Germania 20.000 uomini, che con i 10.000 di Gualtiero Senza Avere formarono il nerbo della prima crociata.

(156) Il suo urlo Deus vult, ovunque riecheggiato dai pii, galvanizzò le istupidite moltitudini, che non esitarono a mettersi in marcia animate da assoluta certezza di vittoria. 

(157) Verso ripreso dal Tassoni. La sbrindellata ciurmaglia raggiunse Bisanzio saccheggiando paesi e città e massacrando ebrei e cristiani ortodossi. Tuttavia, minata dalle discordie, finì a sua volta sterminata dai Turchi. L’annientamento dei pezzenti (soprannome dato ai primi crociati) fu completato al loro ritorno, nella pudzda ungherese. Ma l’Eremita aveva pensato bene di risparmiare se stesso dandosela precipitosamente a gambe già durante il viaggio d’andata, alla vista della prima scaramuccia in Macedonia. Nel suo celere rinculare l’allampanato cenobita trinciava segni di croce concedendo, ai sedotti dalle sue ciarle che restavano a farsi ammazzare per la Santa Sede, indulgenza plenaria.

(158) Introdotto nel
1090 in tutto l’orbe cristiano, il rosario si rivelò il mezzo migliore per completare l’ottundimento, con la sua bambinesca ossessiva ripetitività, delle menti già gravemente ottenebrate e deteriorate dall’ignoranza e dalla superstizione. E continua ad esserlo, come dimostrò, nel maggio 1994, persino l’accalorata esortazione a recitarlo da parte della presidentessa della Camera dei deputati Pivetti, e il suo recente allungamento, ordinato dall’accanito integralista Woitjla, con l’interpolazione nel 2002 di altre barbosissime litanie.

(159) Per i preti, ovviamente, è venerato come legittimo e santo il famigerato criminale Urbano II e non l’onesto Clemente III.

(160) La precipitosa fuga del ravennate Raniero di Bieda (Pasquale II,
1099-1118), molto apprezzato per aver «fatto riesumare e gettare nel Tevere il cadavere di Clemente III, perché attorno alla sua tomba stava nascendo una specie di culto» (Gelmi), ebbe termine a Benevento, dove «gli fu estorta dall’imperatore Enrico V la libera elezione dei vescovi, che poi egli revocò». (Il clero tuttora rifiuta, nell’eleggerli, la tradizionale convocazione dell’assemblea plenaria dei fedeli, secondo l’arrogante motto del Woitjla ‘98: «La Chiesa non è una democrazia»). Enrico gli fece firmare anche una dichiarazione da leggere in S. Pietro, di rinuncia dei vescovi ai loro acquisti fraudolenti. Ma «quando i vescovi e i prelati seppero che avrebbero dovuto cedere i loro possessi alla corona, si scatenò un pandemonio. P. non riuscì neppure a leggere il documento. I prìncipi della chiesa reagirono con passionali impeti di collera all’ispirata offerta del papa di liberarli dalle cure temporali affinché potessero consacrarsi interamente alla salvezza delle anime a loro affidate. S. Pietro risuonò delle loro grida contro il carattere eretico e illegale del rivoluzionario provvedimento» (Grimberg). Felice dell’irritata reazione della gang, P. aggiunse alla veste pontificia, sempre rosso-porpora ad imitazione e competizione con quella imperiale, una cintura guarnita di sette chiavi e sette sigilli, e comparve davanti all’inebetito gregge stringendo minacciosamente la ferula. 

(161) Giovanni da Gaeta (Gelasio II,
1118-19), salito al soglio coi soliti intrighi, in Laterano fu afferrato dal popolo e imprigionato. Liberato da un gruppo di bigotti marinai genovesi, tentò travestito da pellegrino di reintrodursi in Roma, dove, riconosciuto, fu duramente malmenato. Morì poco dopo a Cluny.

(162) Per non finire come Gelasio, Guido di Borgogna (Calisto II,
1119-24) firma alla dieta di Magonza un accordo sulle investiture dei vescovi. Ma fa «reprimere dal concilio di Tolosa gli eretici seguaci di Pierre de Bruis, che ristabilivano i dogmi e le pratiche detestabili dei manichei sotto nuove forme» (Henrion). // È di quegli anni la dolorosa storia di Abelardo ed Eloisa. L’amore del celebre docente di filosofia era da lei caldamente corrisposto, ma non bastò nemmeno un regolare matrimonio a calmare il morboso attaccamento alla nipote del santo canonico Fulberto che, inviperito, fece castrare lo sposo. Nemico giurato di Abelardo ed istigatore dell’implacabile reverendo fu s. Bernardo di Chiaravalle, intollerante d’ogni discorso venato d’eresia umanitaria. A questo grande santo, devotissimo alla Madonna, bastava un niente per assassinare qualcuno: fomentando la seconda crociata incitava a far strage col caritatevole slogan In morte pagani cristianus sanctificatur (Nella morte del pagano si santifica il cristiano). A lui s’ispira anche il ruggente Woitjla, pronto a sbraitare fuor di sé se fanno un graffietto a un prete, ma anche a fregarsene nel modo più assoluto delle quotidiane stragi algerine, della sanguinosa repressione dei Curdi, dei tremila bruciati vivi nelle torri gemelle di New York e del milione di Tutsi, d’ogni età e sesso, massacrati da gentaglia apertamente guidata e istigata da vescovi, preti, frati e suore cattolici. Nello sterminio dei quali si sono particolarmente distinte, per il loro ruolo attivo, le dolci monachelle, due delle quali processate a Bruxelles nel 2001 per aver rinchiuso in una chiesa e, versandovi due taniche di benzina, bruciate vive 500 (cinquecento) persone, mentre giovani e pimpanti reverendi, di cui un negro (poco dopo da Woitjla accolto in Italia e nominato viceparroco dell’Annunziata di Firenze, dove dice messa servito da vezzose chierichette), riuscì in una sola volta, facendo abbattere un’altra chiesa, a massacrarne il quintuplo («...ho visto preti utu far seppellire vivi i Tutsi con i bulldozer», Corsera, 16-5-98). Cose su cui il dolce Woityila, solito a metter naso e trinciar giudizî dappertutto, non ha mai aperto bocca, come tace compuntamente sui sette (ma lcuni dicono quindici) marinai italiani sgozzati nel sonno in Algeria dagli integralisti islamici, suoi tanto beneamati amici. Che frega a lui di un gruppetto di semplici laici assassinati, papisti o meno che siano?

(163) Lamberto Fagnano di Imola (Onorio II,
1124-30) si autoelesse papa e scavalcò il rivale Celestino II (già regolarmente eletto) irrompendo in una processione ammantato di rosso e scortato dai partigiani del Frangipane urlanti: «Gloria al papa Lamberto!». E i cardinali si inchinarono immediatamente al più forte. E la chiesa, è ovvio, ripudia Celestino e venera l’usurpatore Onorio. 

(164) Sotto Onorio la chiesa divide più radicalmente gli Italiani in due fazioni avverse (guelfi e ghibellini), e sempre più accumula tesori grazie alle scorrerie e gli eccidî conseguenti alle invasioni straniere da lei stimolate.

XIV 

(165) Pier Pierleoni (Anacleto II, 1130-43) espelle da Roma Gregorio Papareschi (Innocenzo II) che, alla morte del rivale, non può governare benché, «aiutato dai potenti stranieri cattolici, si adoperasse molto per estirpare la grave piaga degli intrighi». Ingarbugliata metafora per tacer che istigò Francesi e Tedeschi a massacrare, ovviamente a fin di bene, ossia per ricondurli all’ovile, i nostri infelici avi, suoi compatrioti. E mentre i Romani tentavano di liberarsi dell’autocrazia papale ripristinando il Senato nelle sue antiche funzioni, gli stranieri chiamati «ad estirpare la grave piaga» muovevano energicamente le mani. Grande fu la carneficina, specialmente a Tivoli.

(166) I cosiddetti sette sacramenti, che i preti dal
1140 favoleggiano istituiti da Gesù (battesimo, eucaristia, penitenza, unzione, cresima, ordine, matrimonio), nel sec. XVI saranno dalla Riforma protestante ridotti ai soli battesimo e cena. 

(167) Fece condannare dal
II concilio Lateranense la filosofia di Abelardo e del suo allievo Arnaldo da Brescia. Venne allora dall’Irlanda s. Malachia, autore di popolari profezie «fabbricate nel conclave che nel 1590 eleggerà Gregorio IV, perché solo quelle a lui anteriori - lo ammette forse in preda ai fumi dell’alcool persino l’intellettualmente disonestissimo padre Henrion - sono tutte chiare e giuste». Grande profeta dunque, che sapeva indovinare, per edificare i gonzi, il già accaduto! Come Woitjla che solo allo scoccare dell’anno 2000 rivela il terzo lungimirante segreto di Fatima, con immenso clamore pubblicitario annunziando al mondo la previsione mariana che lui, nel 1982 (sic), avrebbe subìto un attentato.

(168) Guido di Città di Castello (Celestino II, 1124-25) regna sei mesi. Gli succede il card. Gherardo Caccianimici (Lucio II, 1144-45), che tenta d’impedire con le armi l’amministrazione autonoma dell’Urbe, ma muore «colpito da una pietra mentre cerca comporre un gravissimo moto popolare».

(169) Arnaldo da Brescia, che ingenuamente credeva santa almeno la chiesa primitiva, auspicava la purificazione di quella a lui contemporanea dall’ipocrisia e dall’avidità. Aveva assistito alle dispute parigine tra Abelardo, di cui era allievo, e il fautore dell’ordinamento feudale s. Bernardo, che lo fece condannare assieme al suo maestro dal concilio di Sens. Sfuggito al rogo per essersi riparato a Zurigo, Arnaldo ritornò a Roma dopo la morte d’Innocenzo II e combatté con il popolo e con il Comune contro la tirannide papale.

(170) Il frate Eugenio Paganello di Montemagno (Eugenio III,
1145-53), «fuggito subito dopo l’elezione per i terribili tumulti scoppiati», era giudicato da s. Bernardo, suo ex superiore, un cafone smanioso di farla da padrone nella corte romana (rusticum in palatium trahere). Secondo l’abate era ridicolo elevare un cencioso omuncolone ad arbitro e signore di regni, principati ed imperi: ridiculum videtur pannosum homuncionem assumi ad praesidendum principibus, ad regna et imperia disponenda (Lettera ai cardinali CCXXXVII in Del diritto libero... I, p.270). 

(171) La zuffa da trivio tra due bande di sacerdoti ebbe luogo in S. Genoveffa di Parigi gremita di fedeli. Per contendersi un tappeto di seta cardinali e prelati si scambiarono botte da orbi e spintonarono il papa strappandoglielo da sotto i piedi. Eugenio non reagì, potendo sfogarsi in varie altre occasioni, specie infierendo contro i deboli. «Nel
1148 il moderato e magnanimo papa celebrò a Reims un gran concilio in cui fu trascinato l’eretico Eon, gentiluomo bretone, con moltissimi seguaci, i quali, consegnati al braccio secolare, si lasciarono quasi tutti bruciare, piuttosto che rinunciare alla loro stravaganza» (Henrion). Eon non credeva ai sacramenti, alla verginità della Madonna e a tante altre corbellerie date in pasto ai fessi. Per sobillare il «populazzo» (term. ariostesco), il clero accusava i dissenzienti di riti orgiastici, d’incesti, d’antropofagia. E raccontava che, resi invisibili dalla pagana Diana o Bensozia, ossia Bona socia (concilio diocesano di Couserans, 1280), essi s’introducevano nottetempo nelle altrui cantine a gozzovigliare, «bervi il vino migliore e poi cacare nelle botti» (Ginzburg). Salvo che a Cividale del Friuli, dove pare che l’aria salubre rendesse più moderati anche i «nefandissimi seguaci del Maligno», che si limitavano, come nel 1373 scoprì il frate inquisitore Giulio d’Assisi, ad inquinare il vino dei buoni cattolici con getti d’orina (ib.). Enigma: fu l’ignoranza dei tempi – come spaccia la versione papista - a rendere il clero malvagio, o fu la malvagità del clero a render la gente ignorante? La Storia non esita a propendere per il secondo corno del dilemma.

(172) Anticipò di tre secoli il mercato delle indulgenze, che Leone X potenzierà ed estenderà in ogni terra provocando la rivolta luterana. Chi avesse ricordato che Cristo ordinò agli apostoli di non portare che «un solo bastone, non pane, non bisaccia da cibo, né danaro nella borsa della cintura»
(Mt 6,9), finiva diretto al patibolo dopo essere stato zittito con la citazione di s. Agostino, che beffardamente interpretava quel passo come un invito a tosare più vigorosamente le pecore «ut eis haec deberi demonstraret ab illis ipsis, quibus evangelium credentibus annunciarent, tamquam stipendia militantibus» (De consensu evangelisti).

(173) Oltre il saccheggio di Tortona, Chieri, Milano, Asti, ecc., la distruzione dell’indomita Crema, barbaramente attuata dal Barbarossa, chiamato a punire le città italiane stanche di soggiacere al pesante sfruttamento ecclesiastico, dimostra l’inaudita sfrontatezza degli sbandieratori di un papato «tradizionale nostro difensore» (Il grossolano falso storico è stato abilmente utilizzato, approfittando dell’attuale crassa ignoranza popolare, anche a supporto morale del Nuovo concordato). La gang adoratrice di Mammona trovò poi conveniente ribaltare le giurate alleanze altalenandosi tra i Lombardi della Lega e il Barbarossa, ma ciò non diminuisce, anzi accentua la connotazione vilmente proditoria della sua politica, sempre tesa, a basso fine di lucro, ad impedire ad ogni costo l’unità e la libertà dell’Italia.

XV

(174) Anastasio IV (1153-54) detto della Suburra perché cresciuto nel quartiere più malfamato di Roma. Impose all’università di Bologna l’insegnamento del diritto canonico, vera miniera d’astrusi precetti, e lusingò il Barbarossa con la promessa di coronarlo imperatore se avesse di nuovo varcato le Alpi per scendere a schiacciare gli insorti romani.

(175) Adriano IV
(1154-59), l’inglese Breakapear, di Langley (Herdfordshire), «combatté aspramente ogni fazione e intrigo». In altri termini anche lui, «l’elevazione del cui sentire surrogava l’oscurità della nascita» (Henrion), promosse l’invasione teutonica per sterminare la nostra gente. Così il buon padre Henrion ricorda il rogo del grande patriota italiano Arnaldo da Brescia: «Questo miserabile cadde in mano al Barbarossa, che lo rimise all’autorità papale, e un supplizio esemplare fece così giustizia di quel perturbatore della pubblica quiete».

(176) Quando al clero fu bandito l’obbligo del celibato, ricordato da Woitjla nel
’93 come «il fulgido fiore», con gravissime conseguenze penali implicanti la sua inosservanza, da tutta la corte pontificia scomparve anche l’ombra delle donne, soppiantate da frotte di aulenti ed ancheggianti giovincelli. Sull’onda della santa moda sodomitica il monaco cluniacense Bernardo da Morlas dedica a Pietro il Venerabile  3.000 esametri contro «la donna [che] molle, sordida, perfida, inquina la purezza, rumina empietà, isterilisce l’azione. Malvagia, spinge al crimine, frena la bontà. È una bestia feroce e i suoi delitti sono tanti quanti i granelli di sabbia.[...] Incita al crimine coi modi, i raggiri, gli ammiccamenti. Gode nel costringere ai peccati e nel vivere tutta donna. Nessuna è mai davvero buona, ammesso che ne esistano di buone. Anche la migliore è cosa turpe, infatti di buone non ne esistono. La femmina è malvagità, è carne maledetta, soltanto carne, nata per ingannare, per tradire. Baratro oscuro, orribile vipera, bella putredine, mutevole, empia, vaso pieno di lue. Vaso inutile, infame, violabile, insaziabile, vulcano di liti e discordie. Merce vendibile, subitamente perduta, serva della moneta. Fuoco fatuo, vuole ingannare ed essere ingannata. Odia chi l’ama ed ama chi l’odia. Chiacchiera e guadagna dalle cose inique, che sono la sua gioia, il suo piacere, la sua luce, la sua notte.Vuole tutto provare, anche unirsi carnalmente e concepire dal padre e dal nipote. Voragine di libidine, scivolo dell’abisso, bocca d’ogni vizio. Così essa fu, è e sarà. Per causa sua periranno i buoni. Oh donna perfida! Oh femmina disgustosa! Femmina oscena! È il trono di Satana, il pudore le pesa. Fuggila, o lettore!» (trad. dal latino di Gardenal). Ai potenziali attizzatori di roghi che ora tanto mordono il freno, basterebbero poche ore di mano libera per far vedere i sorci verdi alle sciocche femministe clerico-sinistrorse.

(177) La criminalità è un fenomeno nettamente separato, decisamente a monte di qualsiasi inclinazione sessuale. Altrimenti, Socrate, Teognide, Alceo, Saffo, Gesù, Leonardo, Buonarroti, Wagner, Wilde e tanti altri grandi benefattori dell’umanità dovrebbero essere tutti bollati delinquenti, mentre a persone grettissime e triviali come la baronessa Nadezda Filaretovna che, dopo «aver saputo», mise alla porta
Čajcowskij, dovremmo erigere monumenti di gloria. In assenza d’ogni connessione tra crimine e diversità sessuale, la tremenda invidia per la donna che divora il clero può spiegare ma non giustificare i suoi inauditi massacri di femmine, come il pretesto dell’invidia economica non giustifica la rapina e l’omicidio.

(178) Cresciuta la potenza del Barbarossa proprio grazie alle mene clericali, il papato si accorge ad un tratto che un compare tanto ingombrante potrebbe opporsi alla sua brama di spadroneggiare illimitatamente in Italia. Così il card. Rolando Bandinelli di Siena, non appena divenuto Alessandro III
(1159-81) sferra una pugnalata alla schiena dell’alleato non più utilizzabile nemmeno come utile idiota, e con una capriola di complicità istiga contro di lui la plebaglia lombarda. Un colpo al cerchio e uno alla botte, per fregare tutti. Ma sempre colpi tremendi e cruentissimi, quelli tirati dal clero sull’incudine Italia. Durante l’intronizzazione di A. «si verificò l’indecorosa scena: quando gli elettori del Bandinelli si accinsero a mettergli sulle spalle il piviale, il card. Ottaviano [poi Vittore IV] e i suoi fautori interruppero la cerimonia e strapparono il manto papale» (Gelmi). «Ad un senatore che era riuscito a riprenderglielo, [il Bandinelli] fece segno di fermarsi, perché già stava per indossarne un altro preparato in anticipo: tanta precipitazione nel rivestirsi eccitò le risa degli astanti, e gli armigeri del card. Ottaviano irruppero in chiesa e ne scacciarono Alessandro e i suoi partigiani» (Henrion). Anche A., ferocemente misogino, perseguitava spietatamente le mogli dei preti, da lui svillaneggiate come «concubine e prostitute».

(179) Il frate cistercense Ubaldo Allucingolo di Lucca (Lucio III,
1181-85), nonostante l’aiuto del di nuovo allettato dalla sirena ecclesiastica Barbarossa, non riesce a schiacciare il Comune di Roma, che anzi lo costringe all’esilio. Muore a Verona dopo aver rabbiosamente scomunicato i Romani e martoriato i Valdesi. Agli occhi dei pii egli «è una delle grandi figure campeggianti nella lotta contro l’eresia» (Degalli). Avendo ottenuto dal concilio da lui presieduto a Verona, l’obbligo dell’autorità civile di servire sempre i vescovi nella ricerca e punizione degli eretici, egli getta il seme della Santa Inquisizione, ispiratrice e madre incontrastata dei più atroci sistemi polizieschi. «Con una costituzione, ordinava ai vescovi d’informarsi anche con commissarî sui sospetti d’eresia e colpire i rei con le pene spirituali, abbandonandoli poi al braccio secolare per far loro subire le pene temporali». Ma delazioni, torture e roghi per risolvere problemi ecclesiali erano comunque già da molto tempo in uso, benché non ancora ufficialmente codificati (cfr: XIV, nota 171 v. Eon, passim). La nuova costituzione soggioga completamente il gregge dei laici al clero: il cosiddetto braccio secolare (giustizia e spada laica) è costretto dai preti (come lo sono ora i nostri vili governi) ad eseguire le loro perfide condanne. Il consolidamento di quel mostruoso sacro connubio apre un’era di degrado civile e d’abbrutimento senza pari, a tutt’oggi in pieno svolgimento. // Dell’assalto di popolani alla turba di chierici che conducevano oro ed argento alle casse papali, secondo la più comune versione essi «...li svaligiarono completamente, li percossero e, legatili sulle loro cavalline con la testa rivolta alla coda degli animali, li lasciarono proseguire» (Monticelli).

(180) Il velleitario accentratore Uberto Crivello, arcivescovo di Milano, fu eletto in età molto avanzata col nome di Urbano III
(1185-87).

(181) Secondo i sacerdoti, impostori di professione, Urbano III sarebbe... «morto di dolore quando i Saraceni occuparono Gerusalemme».In effetti, i suoi rabbiosi bisticci col Barbarossa (scomunicato, malgrado gl’infiniti servigî da lui prestati alla chiesa, per aver infine tentato di ridimensionarne gli spropositati introiti) lo obbligarono ad una precipitosa fuga fino a Ferrara, dove morì per i disagi del viaggio.