XVI

  Gregorio Ottavo, nauta archimandrita,
appena eletto si risolse tosto
a ‘na da lungo desïata gita:
Raggiunta Lucca verso ferragosto, 
disseppellì la salma rattrappita
d’un papa ch’era già finito arrosto,
e ritenendole di tomba indegne,
de le sue spoglie le mani fe’piene. (182)
  Come l’atleta scaglia ‘l giavellotto
a Olimpia e tutte le sue membra tende, 
assai d’applausi e d’ovazioni ghiotto,
così ‘l vegliardo da le sacre bende
ardimentoso più d’un sanculotto
con l’inimico ossame l’aria fende,
ed or lo getta a dritta ed or a manca
senza sentire mai la palma stanca.
  Che gioia, ch’emozion, che lieta voce,
che gusto ‘l teschio del rivale morto
vederlo rimbalzar di tomba in croce
per un cammin difficile e contorto!
Che musica da quella vuota noce
titilla ‘l timpano papal assorto!
E ‘l Santo Padre scatta in una danza
che fa centrifugare chiappe e panza. 
  Poi tibie scaglia ancor, femori e coste
in direzion di Febo rifulgente,
tirando senza pause, senza soste.
Siccome flessuosissimo serpente
s’alza e s’abbassa su le nere croste,
ma nel contorcersi affannosamente
a un tratto gli si fa scura la vista
a causa d’una sua banale svista.
  Nel sollevare per error macigno
il Vicedio di colpo resta secco,
imbalsamato nel frale sogghigno
di chi si fruga i denti con lo stecco,
ma con lo sguardo fiso, duro, arcigno,
quasi a compensazion del fatuo becco, 
e con le braccia tese in vibramento
come le pale di mulino a vento. (183)
  La chiesa ammira tal agostiniano
forzuto papa, ne l’agon tenace,
svelto di lingua ma ancor più di mano.
Apprezza similmente la fornace 
del suo burroso e lato deretano
d’uccellagione terrestre predace;
e nel ricordo vive di più d’uno
perché gonfiò l’affare del digiuno. (184)
  Clemente Terzo, drudo di puttane,
in Roma la faceva da padrone
e sotto le purpuree sue sottane
covava sostanzioso malloppone.
Egli diceva esser parole vane
vietar ai preti stupro e libagione,
e propendeva per l’anima astuta
del cherco sfruttator di prostituta.
  A quei devoti in preda a tale foia,
da trapassar zanzara ed elefante
e incanalarsi in carnea feritoia
con ritmo papalmente galoppante,
lui trasmetteva brividi a le cuoia
offrendo ‘l suo consenso altisonante,
ed a chiunque impalmasse ‘na troia
togliea le colpe a colpi di cesoia. (185)
  Diede a l’inglesi Wilelmo e Ganfrido
il vescovado di York, sì bramato,
per tante doble d’oro d’asta al grido. (186)
Un brutto tir però gli fu giocato
da un consigliere subdolo ed infido
che, col miraggio di gran peculato,
lo stimolò a bandire ‘na crociata
risoltasi in ennesima frittata. (187)
  Il Terzo Celestino, detto il Bullo, (188)
d’ingente massa muscolar coverto
ma con testina acerba di fanciullo,
nel strombettar di cul era sì esperto
da sconcertare più d’un pio citrullo
per tal papale bizzarro concerto.
Aveva a la Madonna fatto voto
di metterlo nel retro di devoto.
  Ma in lochi aprichi e corridoi bui,
sovente s’appiattavano prelati
che brutalmente inculavano lui.
Gioiva nel veder que’ beneamati
li occhi sgranare pei muscoli sui
omaggî tributando sperticati, 
e mentre incoronò un imperatore
gli volle dare prova di vigore.
  A Enrico Sesto, messosi ‘n ginocchio,
picchiò due volte la corona in zucca
quasi volesse schiacciar un pidocchio:
resta stordita la contusa gnucca
tra lo stupor del cortigiano crocchio
simile a presa al laccio docil mucca,
e gode ‘l clero nel veder in polve
il regale poter che si dissolve. (189)

XVII

  Verso ‘l novanta ‘l fiorentino Arrigo, (190)
del qual per la sua nascita a Firenze 
escludesi l’origine a Rovigo,
sciolse la lingua senza reticenze
e disdegnando ‘l detto Non m'intrigo
al papa rifiutò le riverenze:
i piè non gli baciò, ma girò ‘l grifo,
tanto - a suo dire – gli faceva schifo. (191)
  Quando Innocenzo Terzo salì al trono,
i popoli tremarono concordi
nel preveder assai poco di buono.
I suoi progetti, ‘nfatti, eran balordi:
ei pretendeva che color che al suono
de le campane restavano sordi,
fossero presi e condotti a l’istante
su fuoco di catasta fumigante. (192)
  Persino i prenci, bianchi di spavento,
pur d’apparire ligî bacchettoni
levare non osavano più ‘l mento:
era delitto aver delle opinioni,
era delitto esprimere un commento,
e se incontrando prete giù ai coglioni
la man portavi a scanso di sciagure,
ti trucidava tra atroci torture. (193)
  I milanesi patarini in fuga
avevan sollevato la Provenza 
e le vallate da Tenda a lo Spluga
soggette a clericale prepotenza.
Allor la papal faccia in fonda ruga 
di rabbia si contrasse e insofferenza,
e dei ribelli al clerical dominio
decretò tosto ‘l totale sterminio.
  L’abate Arnaldo co’ sacri sigilli (194)
fu messo a guida de la feccia nera
d’eunuchi, di repressi e di mandrilli
marcianti sotto la papal bandiera.
Il Santo Padre amava quei pupilli
e s’affacciava da mattina a sera
trinciando croci su le truci squadre
disposte ad ammazzar perfin la madre.
  Vivevan a Bezièrs, città di Francia, (195)
misti ai cristiani veri anche bigotti
al clero sottomessi, che la lancia
brandita dai papali poliziotti
doveva risparmiar, e la cui pancia
i cibi quotidiani crudi e cotti
ancora digerire, senza tagli, 
intatta fin ai culici spiragli.
  Ma ‘l cerebro papista è magistrale
quando ispirato da lo Spirto Santo,
di cui non trovasi miglior sensale:
ai birri che, se alcun menava vanto
del suo cattolicesimo integrale,
la lama ringuainavano di schianto, 
«Battete ‘l fer, - diceva padre Arnaldo -
figliuoli miei, battete fin ch’è caldo!».
  Con occhi al ciel giungea quindi le mani,
e dopo aver didietro strombettato
facendo sobbalzare li altipiani,
fuor da le labbra emetteva ‘l pio fiato:
«Nessun, figliuoli cari, di ‘sti cani,
cattolico o ribel, sia risparmiato!
Ammazzateli tutti, ché poi Cristo
separerà lassù ‘l buono dal tristo!». (196)
  A un giovin che di finire bruciato
pareva non avesse alcuna voglia
e che di sottomettersi giurato
avea tremando tutto come foglia,
«Figliuolo caro, - sospirò ‘l Legato - 
perché mai di morire mostri doglia?
Se sei sincero, ‘l rogo è purgatorio,
se menti, meritato è tuo mortorio». (197)
  Moltissime annientò città francesi,
non senza averle prima saccheggiate
cattolici scannando ed albigesi
dovunque dilagassero le armate. 
A Carcassonne pochi furo presi,
ma ‘l frate non trattenne le risate:
«Fuggiti sono tutti di gran lena,
con solo la camicia su la schiena!». (198)
  Codesto insigne papa inquisitore 
di Santaa Chiesa solido pilastro
per il suo ardente spirto novatore,
fu d’ogni efferatezza donno e mastro;
e assieme al vile prete delatore
provocò de li eretici il disastro,
d’ognun carpendo l’intima opinione
mediante auricolare confessione. (199)
  È dai più astuti reverendi amato
anche perché restituì valore
a un rito oramai quasi disusato,
la messa, che ormai priva di colore
non più rendeva al cler guadagno lato,
e perché a tutti fe’ annusar l’odore
del corpo di Gesù con l’invenzione
de la proficua transustanziazione. (200)

XVIII

  Onorio Terzo, quasi centenario,
da capo a piè consunto e canceroso,
girovagava simil a un ossario
sotto ciel terso o grigio e nuvoloso.
Sovente risaliva monte Mario
ed arrancava tanto rumoroso
pel cozzo de le tibie, coste e mani, 
da far venire l’acquolina ai cani.
  Inquisitore perverso e zelante,
spedì i domenicani e i turpi frati
de l’Assisate da le nude piante
a scorticar ed arrostir li odiati
dispregiatori de le cose sante;
e fûr i pii da lui sollecitati
a denunciar dubbiosi e diffidenti,
a cominciar dai più stretti parenti. (201)
  Li occhi suoi fondi, torbidi e iracondi,
brillavan quando col pensier volava
a l’estorsioni fatte a’ moribondi:
la man sacerdotal, sinuosa e cava,
che freme ne lo stringer i rotondi
e palleggiandoli gioia ricava,
controfirmar doveva i testamenti
a norma di papal regolamenti. (202)
  Come quando in festività solenne 
il reverendo è intento a dire messa,
tra ‘l lieve sbatacchiare de le penne
de li angeli, e rapita ‘na badessa 
sogna san Pietro apostolo che venne
a far la gente credula più fessa,
ma a un tratto ‘na pretal forte scoreggia
riduce tutti i sacri arredi ‘n scheggia;
  e nonostante ciò le suore assorte
non batton ciglio per l’arcano suono, 
capace di far pur le orecchie corte
accartocciar stordite dal frastuono,
così le masse bacchettone e smorte
vedean nel papa solo un vecchio buono,
che assassinava incerti e dissidenti
per far Gesù e la Vergine contenti.
  È venerato assai Nono Gregorio
perché, esibitosi a lo stato brado,
più con la scure che con l’aspersorio
rendeva ‘l bosco eretico più rado.
Egli affollò ben più d’un obitorio
di poco ligî d’ogni sesso e grado,
consolidando ancor l’istituzione
de la Romana Santa Inquisizione. (203)
  Pontefice bilioso e sanguinario,
bieco e pugnace quanto un tronfio gallo,
a l’alba d’ogni dì del calendario
al suono de la diana e del timballo
brandiva a mo’ di pungolo l’ostiario.
Roso da brama del biondo metallo,
tentò di rapinare anche ‘l tedesco (204)
con impeto assalendolo guerresco.
  Con l’elmo in testa dal cimiero fesso
e la corazza che scopriva l’ano,
sovente galoppava verso ‘l cesso
quel papa dal seder com’un divano.
Ne l’attaccare urlava com’ossesso
coi lombi morsicati da un alano,
ma poi se la svignava molto ratto
correndo rannicchiato di soppiatto.
  Inver ogni persona ragionante
pensando a tutto ‘l ben che fanno i preti,
se non si sente prudere le piante
né voglia di rimuovere sasseti,
diventa perlomeno noncurante
dei mafïosi papali decreti
che, sbandierati in nome del vangelo,
ai crimini ecclesiastici fan velo. 
  Federico Secondo, miscredente,
usando a mo’ di maglio ‘l crocifisso
al papa ruppe quattro volte ‘l dente.
Tra la ragione e ‘l credere un abisso 
vedeva e reputava deficiente
chi tali opposti non avesse scisso:
a suo modesto avviso ‘l Salvatore
non men di Maometto era impostore. (205)
  Morto Gregorio, a Quarto Celestino,
che già puzzava di cadaver nero,
appena eletto, sotto ‘l baldacchino
fecero far un girotondo intero,
e salutatolo con un inchino
l’accompagnaro mesti al cimitero,
dove finì la vita sua preclara
in un’artistica istoriata bara.
  I sacerdoti che l’assassinaro
con chissà qual de’soliti pretesti
(forse per non sottostar a un somaro),
sfilarono baciandogli le vesti
e fecero sudare ‘l campanaro
dicendo ch’era «tra i papi più onesti...
se non moriva, certo avrebbe detto...
nessun di lui vedremo più perfetto». (206)

XIX

  Papa Innocenzo Quarto, genovese 
da mille desiderî conturbato,
sopra li beni altrui movea pretese:
dopo aver torme d’usurai creato,
li sparpagliò nel territorio inglese
dove fu in breve tutto divorato:
le cavallette fanno minor danno
d’uno strozzino in clericale panno. (207)
  L’«eccezionale» papa Sinibaldo,
che intenerisce tante pie megere
a lui fissate come a caposaldo,
nel pontificio spicca medagliere
pel suo carattere di maramaldo:
aveva vocazion di carceriere
e su la Terra sparse la paura
codificando sevizia e tortura. (208)
  Or viene Sandro Quarto da Velletri,
che immerso in un disegno criminoso
ed in progetti a dire poco tetri,
contro Manfredi s’erge burbanzoso
e punta, chiotto chiotto dietro i vetri,
l’occhietto suo piretico e cisposo
su monachelle, preti, frati e fanti
concupiscentemente flagellanti. (209)
  Ad Ezzelin, signore da Romano,
che dispiegava ‘l libero vessillo 
dei ghibellin nel tavolier padano,
mandò de la scomunica ‘l sigillo
ed imprecò facendo gran baccano 
quasi seduto fossesi su spillo:
avea tanti demonî per la chioma
da maledir persino l’alma Roma. (210)
  Teso soltanto a l’utile meschino,
quasi non gli bastasse l’alemanno
ad altri barbari ‘ndicò ‘l cammino;
ché quando si sedette su lo scranno
del poter temporale, ‘l malandrino
tentò di procurarci pur il danno
de l’invasion di franchi e borgognoni
per renderci più ligî pecoroni. (211)
  Furoreggiava allor Tomà d’Aquino,
dal graziosetto passettin danzante
sotto un lardoso ventre di suïno.
Non v’erano per lui cose più sante
de’ le due sfere appese al cotechino
tanto la donna a lui era nausëante
e avrebbe pur sfidato Achille a scherma
se in palio fosse stato messo sperma.
  Santo Tomaso, per chi no’l sapesse
o proprio non avesse ancor capito,
le femmine tenea per diavolesse
e chi le nominava era zittito:
un dì che a la finestra una di esse
osò affacciarsi, tutto inviperito
le tirò in faccia, in una via di Norcia,
un’impeciata fiammeggiante torcia. (212)
  Insomma, ‘l grasso frà domenicano
che de la chiesa è la trave portante
e del cattolicesimo ‘l titano,
era assai più inculato che inculante
e si serviva del buco dell’ano
con la funzion d’una pompa aspirante, 
tant’era, se persisti a fare ‘l sordo,
da fiche alieno e di cazzoningordo
  Non ti stupir, o duro d’intelletto, 
udendo che i seriosi santi padri
spiritual provavano diletto
ne l’assorbire, con moti leggiadri,
il fungiforme a l’interno del retto:
se tu rifletti, allora ben li ‘nquadri,
da sant’Ambrogio al casto Tertulliano,
svioloncellati nel pio deretano. (213)
  Dico di Tertullian, l’apologista
e moralista da l’eroica fede
,
di cazzi duri sempre su la pista,
i quali son pel clero ambite prede:
«La donna taccia, - ripetea ‘l papista -
o proverà la forza del mio piede!»,
e nel beccarlo dentro tutte l’ore
le palpebre abbassava con pudore.
  Vedeva ne la donna tanto brutto,
che le intimò: «Va’ tutta ricoverta
di stracci di color del nero lutto,
ché fatto ho sodomitica scoperta
esser la femmina perverso frutto!». (214)
E non parlava per dire per berta,
ma assecondando ivonica asserzione
che fa di Gesù Cristo un culatone. (215)
  E perché non citare ‘l grande santo
Crisòstomo, l’illustre Bocca d’oro,
i cui ‘ discepoli levavan canto
lodandolo siccome Buco d’oro?
Quand’essi gli sollevavano ‘l manto
per otturargli ‘l famelico foro,
gemendo lui levava l’invettiva:
«O donna, sei la belva più nociva!». (216)

XX

  La gente, a non pensar dal clero adusa,
ricominciò a filosofar di greci,
di geografia, sintassi, ipotenusa,
a far l’amor, a recitar men preci.
Tomaso allor soffiò la cornamusa
per sparger le tëologiche feci 
e di dottrina ricoprir fetente
il libero pensiero risorgente.
  Ma pur scalando scivolosi specchi
e partorendo sballati sofismi,
i radi infine si strappò cernecchi
pei suoi non convincenti equilibrismi;
e continuò a bruciare su li stecchi
e lacerar con lame, uncini e prismi
coloro che in tomistica pastura
vedevan la più volgare impostura.
  E Sandro, per non essere da meno 
dei suoi predecessori sanguinarî, 
di liberar decise da ogni freno
i ciurmatori in abiti talari:
per estirpar l’eretico e l’alieno,
procedimenti prescrisse sommarî,
e rese più sbrigative e veloci
condanne a pene capitali atroci. (217)
  Urbano Quarto, d’Alessandro erede,
destava compassion per la bruttezza:
era sì guasto da la nuca al piede
che immagine parea de la tristezza.
Colui che a l’uomini dal ciel provvede
non volle certo tenerlo a cavezza,
anzi dovette forse provar gusto
nel deformarlo dal calcagno al busto.
  Al suo apparire, da lontan ognuno
era a l’istante preso da sgomento, 
per estirpato scambiandolo pruno
sinistramente percosso dal vento;
ma quando l’aere si facea men bruno
e meglio profilavasi ‘l suo mento,
chi in petto non chiudesse forte core
di colpo incanutiva da l’orrore. (218)
  In sua presenza ‘l ciel mandò portento:
un reverendo incredul di Bolsena,
il quale bestemmiava ogni momento 
in estenuante e sorda cantilena,
fu sottoposto a singolar cimento
che de la Fe’ gli diè la prova piena
mutandolo di colpo, a prima vista,
in un fanaticissimo papista.
  Nel celebrare ‘l quotidian offizio
dinanzi al pontificio concistoro
ei fu travolto dal solito vizio,
e nel levare l’ostia verso ‘l coro
si mise a bestemmiare a precipizio
non senza ledere ‘l local decoro.
Fu allora che dal ciel dito divino
il refrattario convertì in codino.
  Spezzata l’ostia, rosseggiante un’onda
di sangue di Gesù fluttuò ne l’aria,
e superata d’impeto la sponda
spegnendo de l’altar la luminaria,
a frangersi volò sopra la bionda
vesta d’Urbano in posa statuaria,
non senza empir con diversion spavalda
la papal gola di pappetta calda.
  Urbano allora, madido e grondante,
le braccia spalancò, mirò ‘l soffitto
e grito emise acuto e penetrante,
simile a quel d’un cappone trafitto,
di cui tuttor Bolsena è rimbombante.
Ridotto dal miracolo a un relitto
tutto trapunto di sanguigne pigne,
pareva l’infernal Pier de le Vigne.
  Inginocchiatosi, solfeggiò i salmi
ed incassata nel busto la testa, 
«I miei preteschi distendendo palmi
inauguro» sancì «novella festa.
Voglio che stiate, o penitenti, calmi, 
mentr’io, sotto ‘l soffiar de la tempesta, 
vado imbandendo su’ due piedi a l’uomini
la sacra mia invenzion del Corpus Domini. (219)
 
Nel fausto anniversario di ‘sto giorno
le cosce adorerete, l’epa e ‘l petto
di Gesù Cristo, e soffierete ‘l corno
per far saltare i pigroni dal letto.
Il reverendo, d’amuleti adorno,
le turbe adunerà con il fischietto, 
e chi tardasse nel baciar le pile
dovrà ballar al suon de lo staffile.
  Chi poi perseverasse ne l’andazzo
di ritenere che al Servo de’ servi
non spetti ‘l predominio ne lo stazzo,
incarcerato sia coi più protervi,
sia mutilato di coglioni e cazzo,
il ferro incandescente poi lo snervi
e ‘l suo carname sfrigoli sul rogo
come relapso renitente al giogo». (220)