XVI

(182) Il beneventano Alberto de Morra (Gregorio VIII, 1187) disperse a Pisa le ossa di Vittore IV, di cui la chiesa aveva arso il cadavere per aver egli contestato, con lo strappo del piviale, l’elezione di Alessandro III votata da una minoranza violenta. G. bandì la seconda crociata e morì a Pisa dopo pochi giorni di pontificato. 

 

(183) Gregorio, schiattato a Pisa subito dopo aver fatto scempio dei resti di Vittore IV, era… «troppo buono per restare a lungo quaggiù», a gomito a gomito con la sporca ciurmaglia dei comuni mortali. «Si è detto di lui, come più tardi di Adriano VII, [l’ex ferocissimo inquisitore Adriano Florensz (1522-23)], che era sprecato per questo mondo» (Gelmi). (184) Il precetto del digiuno di venerdì, prescritto da allora fino ad oltre la metà del sec. XX sotto minaccia dell’inferno alle masse stremate e denutrite, era fatto risalire agli apostoli.

 

 (185) A chi impalmasse una prostituta Clemente III (1187-91), ex vescovo di Palestrina, concedeva l’indulgenza plenaria.

 

(186) Alienò a peso d’oro i vescovadi di York e Bordeaux ad Elia e Ganfrido de Meammort. Fu molto esoso anche con Wilelmo di Longchamp nel vendergli la carica di legato pontificio.

 

 (187) Con la riconquista di Gerusalemme il Saladino vanificava la vittoria del Buglione. La terza crociata finì come quella fomentata da s. Bernardo, con una durissima sconfitta cattolica. Pare che Gesù si disinteressasse del tutto del suo fantomatico sepolcro: quanto più i preti brigavano per «liberarlo dall’infedele», tanto meno lui li proteggeva. Anche nella numerazione delle crociate il clero fa un’astuta confusione: glissa sornionamente sulla prima, la più disastrosa, e chiama «prima» la seconda, l’unica tra le tante coronata da successo, con un espediente volto a far credere all’intervento divino durante l’effimera conquista di Gerusalemme.

 

(188) Il romano Giacinto Orsini (Celestino III, 1191-98) detto il Bullone, approva l’ordine dei cavalieri teutonici e asserisce l’indissolubilità del matrimonio. Fuoriuscito, rientra a Roma e patteggia coi cittadini la distruzione di Tuscolo, dall’imperatore Arrigo VI fiduciosamente affidata alla protezione papale. Della città (poi ribattezzata Frascati dai pochi superstiti riparatisi in capanne di frasche) non resterà che cenere, mentre a tutti i caduti in mano papista saranno cavati gli occhi e troncati piedi e mani. Agghiaccianti particolari sui quali il buon clero, che tanto enfatizza i suoi fasullissimi martiri, tace con sussiegosa albagia. Latitano i padri Gelmi e Fabbretti con tutta la turba di supponenti cattedratici clericali. Oppure, come Henrion, mascherano con tortuosi ed ipocriti eufemismi l’eccidio, scodellandocelo sotto forma di serafica «proposta di pace al Senato, con cui il Papa offrì la sua rinuncia a sposare gli interessi di Tuscolo»!

 

(189) Incoronando Enrico VI, il borioso Celestino per due volte gli calca in testa la corona e per due volte gliela leva, a dimostrazione della sua facoltà di dare e di togliere. // Dalla disputa tra i teologi sul peccare con donne belle oppure brutte, uscì vincitore il mollemente ancheggiante padre Cantore († 1197), il «Venerabile» che giudicava assai più grave il contatto carnale con una bella, e che in aggiunta cercava d’inculcare tra i maschi il disgusto per l’intero genere femminile, con cristiane argomentazioni come la seguente: «Rifletti sul fatto che anche la donna più attraente si è sviluppata da una goccia di laido seme, pensala come un vaso pieno

di ogni sconcezza e, da morta, in pasto ai vermi (Müller).

 

XVII

(190) Il colto e sensibile Arrigo di Settimello, autore del poemetto De diversitate fortunae et philosophiae (1193).

(191) Osò scrivere che la venale curia romana infetta il mondo come una testa marcia appesta tutto il corpo (ipsa caput mundi venalis curia papae / prostat et infirmat caeteras membra caput). Ma il card. Uguccione, maestro del futuro Innocenzo III, nella putrescente corte papale si trovava a tutto suo bell'agio, assorbito qual’era, come il venerabile padre Cantore, nello studiare come rendere sempre più odiosa la donna. Giunse così all’acme la concezione agostino-gregoriana secondo cui «ogni piacere [etero]sessuale è malvagio». In particolare, Uguccione ricalca Gregorio I, che sentenzia: «Il piacere [eterosessuale] non può mai essere senza peccato». Nessuno si salva, nemmeno il marito più ligio e bigotto che, benché destinato ad immense godurie post mortem per «aver detestato il piacere del coito», può dirsi immune dal peccato: «Anche lui pecca, perché all’eiaculazione dello sperma è sempre legato il piacere» (
cit. da Ranke-H.). Solo «chi non gode [con una donna] non pecca» (Müller).

(192) Lotario di Segni (Innocenzo III,
1198-1216) «avrebbe potuto essere un santo e fu un demonio» (Monticelli). Con inaudita arroganza scrisse all’Imperatore di Bisanzio, Enrico, protestando contro il suo «perfido divieto (pravam inibitionem)» ai preti di estorcere ai deboli di mente eredità e donazioni. Divieto maledetto e anatemizzato come «non valido, nullo, contrario al diritto divino» da un papa che «si sentiva inferiore a Dio ma superiore agli uomini» (Gelmi), per i quali provava un indicibile disgusto che esprimeva con le cristiane parole: «Chi prende in mano la pece s'insudicia» (ib.). E soprattutto odiava ferocemente le donne, fino a scagliare l’interdetto contro l’intera Francia per aver saputo che il suo re aveva un’amante: gravissima sanzione, che tra l’altro vietava a tutte le puerpere di entrare in chiesa a purificarsi, e persino di assistere al battesimo dei loro bambini (Ranke-H.). La loro esclusione dal tempio come esseri immondi è durata in qualche luogo fin oltre la metà del secolo scorso. Inocenzo, dalla Chiesa esaltato con l’appellativo di Grande anche per la sua ferocia celibataria, è il tipico prete malvagio profetizzato da s. Paolo: «Verranno maestri che insegneranno dottrine diaboliche e proibiranno di sposarsi» (Tim., I,4,3)

(193) Fugace tocco di mano ai testicoli, per antico scongiuro, all’apparire di un prete. Con il IV concilio ecumenico lateranense
(1215) Innocenzo III, che assai più che in Dio confidava nel «giuramento da lui imposto ai senatori, appena eletto, di non attentare mai alla sua vita né di amputargli alcun membro», rafforzò i privilegî e le immunità ecclesiastiche rendendo tutto il clero inviolabile, al di sopra di ogni legge e magistratura laica. E da allora i preti se la ridono dei codici. Come dal 1988 se la ride il partenopeo cardinale Giordano, davanti alla TV spavaldamente abbracciato da Woitjla, e untuosamente baciamanato con impeccabile stile camorristico dal sinistrorso sindaco Bassolino, benché imputato (dopo decine di denunce da parte dele vittime e chilometriche registrazioni telefoniche della polizia) di concorso in strozzinaggio con prestiti fino al 1.300 (milletrecento) per cento. 

(194) Comandava la crociata iniziata nel
1208 contro gli Albigesi Simon de Monfort, a sua volta subordinato all’abate Arnaud Amalric, legato pontificio ed alto esponente cistercense, dell’ordine dei cluniacensi rigoristi incaricati di ricercare, inquisire, torturare e annientare i dissidenti. In tale opera squisitamente evangelica, i cistercensi furono presto surclassati dagli ancor più feroci domenicani e francescani, tra loro sempre in aspra concorrenza per gli spropositati utili derivanti dalla confisca dei beni a milioni di condannati.

(195) Bèziers, città della Francia meridionale. «Innocenzo, che lavorava a maggior gloria di Dio, fece predicare una crociata contro gli eretici albigesi che desolavano la Linguadoca protetti dal conte di Tolosa»
(Henrion). E il bigotto re di Francia Filippo Augusto, pressato e ricattato dal papa, gli mise subito a completa disposizione il suo poderoso esercito.

(196) In obbedienza alle criminali direttive pontificie, l’abate Arnaud senza esitare rispose: «Uccideteli tutti! Dio poi sceglierà i suoi». Coloro che si ostinarono a negare (fino al provvidenziale sequestro, dopo Porta Pia, dell’archivio della Confraternita della misericordia) la pubblica arsione del grandissimo filosofo Giordano Bruno, adesso, con altrettanta improntitudine, ventilano che l’ordine impartito ai suoi sgherri dall’atroce legato papale sarebbe «apocrifo»
(Enc. Rizzoli-Larousse alla voce: Arnaldo Almarico).

(197) Testuale: «Se la tua conversione è sincera, il rogo ti servirà da purgatorio; se falsa, il fuoco punirà il tuo spergiuro». Il cattolico zelo manifestato nello sterminio più lungo, sistematico e feroce della storia fu premiato con la concessione ad Arnaud, già arcivescovo di Narbona, della redditizia diocesi di Citeaux, senza contare le enormi ricchezze da lui accumulate con le confische.

(198) «Sono fuggiti tutti, salvando la sola camicia!» esclamò l’uomo di Dio. Gli Albigesi (da Albi, loro centro principale) depuravano i vangeli dalle interessate incrostazioni cattoliche per riportarli alla purezza originale: imperdonabile offesa, che il capo della religione del perdono cancellava coi massacri, come quelli che, a Bèziers e Narbonne, non lasciarono superstiti. Annientando un intero popolo e la sua lingua (d'oc) fu spenta la prima luminosa cultura risorta dopo lo sfacelo dell’Impero romano. Ma una manica di docenti stipendiati dallo Stato per mentire spudoratamente, come Cardini (Firenze) e Tangheroni (Pisa), esibitisi in una tavola rotonda radiofonica a due (sic) per darsi di continuo reciprocamente ragione, dipingono un medioevo in cui torture ed eccidî di eretici e streghe sarebbero... calunniose fantasie diffuse dai reprobi per screditare il clero. A loro detta, il mostruoso predominio papale sarebbe stato addirittura... benefico: «...furono gli anticlericali a chiamare medioevo l’età di mezzo, termine appositamente forgiato per richiamare idee fosche, tenebrose, mentre allora la gente nemmeno sapeva di vivere nel medioevo!»
(Radio Maria, 5-9-1996). Così dai nostri pulpiti universitarî i nipotini di La Palisse partoriscono le più ignobili frottole coniugandole, a nostre spese, con la scoperta dell’acqua calda. E Trevor Cairns, loro degno compare, asserisce che il macello degli Albigesi fu soltanto un doveroso intervento chirurgico eseguito per l’inefficacia delle medicine: «La Chiesa tentava di riportare gli eretici sulla retta via [sic] con la persuasione se era possibile, altrimenti con la forza. Purtroppo la predicazione di s. Domenico non fu sufficiente: essi furono quindi abbandonati alla giustizia dei laici, o braccio secolare». Laici trascinati dal clero - ma il Cairns finge di non ricordarlo - a loro volta sul rogo, se avessero anche solo tentato disobbedire all’ordine di arrostire i dissidenti. Che buon uomo, l’inquisitore s. Domenico! In un dipinto del Berruguete nel monastero d’Avila egli troneggia su un altissimo palco eretto nella piazza, dal quale, tra languidi chierichetti, gode lo spettacolo degli eretici bruciati vivi. Il genocidio degli Albigesi fu deciso anche per punire la loro umana concezione della donna, troppo lontana dalla frigida e scostante immagine mariana fabbricata dai sordidissimi santi misogini. Che non tolleravano (e da loro hanno egregiamente imparato gli integralisti islamici) la donna come essere umano vivo, caldo, reale, pensante, e quindi assai più attraente di qualsiasi fumosa sembianza celeste. L’aver tentato di far pencolare la torre d’ipocrisie religiose sormontata da un’assurda vergine-madre invitante all’acefala macerazione era, per gli accaniti sodomiti, una colpa gravissima, meritevole di morte. Ma tutti i fiumi di sangue da loro fatti continuamente versare non impedirono alle nuove idee umanitarie di trasvolare, sulle ali dispiegate dell’arte, fino ai castelli di un’Italia ghibellina avida di verità. Dove la donna potrà iniziare, superando una serie di terribili resistenze pallidamente rispecchiate dall’odierno fondamentalismo islamico, la sua lenta ed impari lotta di liberazione anche grazie all’Alighieri, che ammansirà l’Inquisizione gettandole nelle fauci la gelida polpetta Beatrice per restituirci, dopo secoli di oscurantismo, una figura femminile fatta di carne e di sentimento: Francesca da Rimini. La risorta poesia laica difenderà così, nel solo modo possibile, la donna dalle sistematiche violente accuse e blaterazioni dei preti. Che da allora non riusciranno più, con un semplice schiocco delle dita, ma solo costruendo processi faticosamente imbastiti di menzogne e calunnie, ad aizzare al crimine l’inebetita feccia piazzaiola. Tuttavia, nel veder profilarsi con la rivalutazione della ragione il giorno più o meno lontano del loro fatale declino, per non essere subito travolti dalla ventata rivoluzionaria essi si aggrapperanno con ogni forza al loro disumano potere, e incrementeranno la loro semina d’ignoranza e superstizione terrorizzando le masse inventando un mondo infestato da milioni di streghe. E la massa acefala darà loro carta bianca per continuare lungamente a tingere i cieli col fumo dei roghi. 

(199) La confessione, sommesso bisbiglio dei propri peccati all’avido orecchio pretesco, fu una geniale trovata d’Innocenzo III come formidabile canale di spiate e delazioni, strumento infallibile d’informazioni a tutto campo e di generale schedatura inquisitiva, ancor oggi efficacissimo. «Il grande Papa aveva uno spiccato senso dell’umorismo, [...] si sentiva in tutto e per tutto rappresentante di Cristo in terra, [benché] di crudeltà bestiale» (Gelmi). Santo, ma... bestialmente crudele! Solo un prete, e per di più gesuita, può permettersi il lusso di burlarci con tali contraddizioni, tanto confida nell’obbedienza del cieco sordo stupido gregge! Eppure, l’astuto Gelmi è di solito molto attento a non apparire illogico. Ma non è tanto facile, per un bugiardo patentato, mantenersi sempre su binarî coerenti: una minima distrazione, ed ecco scappargli di bocca qualche verità. // Oltre il genocidio degli Albigesi (in cui brillarono in zelo i supercriminali s. Domenico e abate Arnaud, e per pavida neutralità dopo aver schivato, grazie alle amicizie ed alla ricchezza paterna, la condanna al rogo, il leggendario Francesco d’Assisi), I. promosse la duplice «crociata dei fanciulli [francesi e tedeschi], che finì in strage»
(Fabbretti). «Quando i primi si diressero cantando inni sacri, semisprovvisti di mezzi e di armi, verso il mare tra due ali di folla che si aspettava miracoli, il papa esclamò: Questi ragazzi fanno vergognare gli adulti; mentre il nostro ardore è sopito, essi partono lietamente per conquistare la Terrasanta! [...] I francesi erano circa 30.000, tra giovinetti e ragazze, quando raggiunsero Marsiglia. Qui due mercanti proposero loro di trasportarli in Terrasanta e cominciarono con l’allestire sette navi. Di esse due andarono a picco presso le coste della Sardegna, le altre cinque arrivarono in Egitto, ma i filantropici mercanti vendettero i ragazzi come schiavi» (Grimberg). Pressoché analoga la fine dei tedeschi, circa 20.000: in numero via via più assottigliato arrivarono a Brindisi senza riuscire ad imbarcarsi. «Finirono sperduti nella feccia delle città italiane, e alcune migliaia morirono lungo la strada del ritorno, estenuate dalla stanchezza e dalla fame» (ib.)

(200) La presenza reale del corpo di Cristo, bella invenzione di Innocenzo, fu fissata in dogma e riconfermata nel 1965 da Paolo VI nell’enciclica Misterium fidei. Narra Fleury che un’anima fasciata di fuoco apparve a santa Luitgarda e disse: «Io sono il papa Innocenzo III. Per tre gravi peccati meritavo l’eterna dannazione, ma per intercessione della beatissima Vergine fui liberato e condannato a restare nelle fiamme solamente fino al giorno del giudizio universale: mi raccomando alla tua preghiera». «Il pontefice più illustre del medioevo» era molto devoto alla Madonna come tutti i più acerrimi misogini, compreso il suo maestro card. Uguccione, che sentenzia: «Chi non sa che il rapporto coniugale avviene con l’ardore della lussuria, col sudiciume del piacere, che rendono il seme concepito lurido e guasto?». Ai coniugi incapaci di contenersi i due impongono la sola posizione faccia a faccia, maledicendo ogni variazione come grave peccato mortale. E padre Rolando da Cremona obbliga i recidivi ad almeno «congiungersi provando afflizione spirituale»: per scansare l’inferno è «meglio [che si congiungano] dopo aver lavorato, faticato, sudato, dormito poco, mangiato soltanto pane di miglio e bevuto aceto». Eugenetica di Santa Madre Chiesa! Agli eterosessuali incorreggibili Uguccione risparmia di misura le pene eterne offrendo loro una generosa scorciatoia: l’amplesso riservato (amplexus reservatus), o coito asciutto (copula sicca), che esclude l’emissione di seme consentendo una sola fulminea entrata-uscita del membro virile. Il buon frocione chiude un occhio anche sul possibile, in caso di fallimento di ogni sforzo per impedirlo, orgasmo femminile. Era di manica abbastanza larga anche s. Alberto Magno, che decretava: «La donna è meno morale dell’uomo essendo imbevuta di più liquido, elemento mutevole. Il che la rende volubile, curiosa: quando ha un rapporto con un uomo desidera farsi penetrare anche da un altro. Credimi, se le dai fiducia sarai deluso. Credi ad un esperto maestro. La donna è un uomo malriuscito, [...] che cerca di ottenere ciò che desidera con la falsità, con inganni demoniaci. L’uomo deve guardarsi da ogni donna, come da un serpente velenoso e un diavolo cornuto. Se raccontassi ciò che so sulle donne, il mondo ne rimarrebbe strabiliato». Anche all’arcivescovo s. Pietro della Palude
(† 1342), relativamente tollerante, il pensiero del piacere del coito faceva scattar la mosca al naso: «Se il marito si tira indietro prima di aver compiuto l’atto e non fa uscire il seme, non commette peccato mortale, a meno che, frattanto, la moglie sia riuscita a godere». Eventualità che può far precipitare anche il marito più pio, nonostante il suo eroico papistico mal di palle, nel profondo dell’inferno. Vecchie idiozie? Forse, ma tutt’altro che superate, se all’alba del terzo millennio esse godono ancora di autorevoli sostenitori, come il fanatico woityliano cardinale olandese Suenens.

XVIII

(201) Dicono i sacri impostori che il romano card. Cencio Savelli (Onorio III, 1216-27) era «d’indole mite». Allievo prediletto d’Innocenzo III, O. inasprisce la già spietatissima Santa Inquisizione ed ordina ai fedeli di denunciare tutti i parenti, amici e conoscenti sospetti di eresia. Fa continuare la crociata antialbigese ed estende le stragi dall’ormai spopolata Provenza all’Italia, «perché gli orrendi eccessi [verbali!] degli Albigesi costringevano i Papi a vincere la loro repulsione per l’effusione di sangue cristiano» (Henrion). Ma tali «orrendi eccessi» che anche secondo gli odierni storiconzoli asserviti ai nemici del genere umano giustificherebbero le atrocità papiste, non si concretizzarono che nella sola ribellione e soppressione, da parte di persone lungamente e ferocemente perseguitate, di due sanguinarî frati inquisitori. Prevedibile, giusta e sacrosanta e fin troppo lieve reazione che offrì il pretesto, prima ad Innocenzo e quindi al tanto «mite» Cencio, per accanirsi in un trentennale ferocissimo genocidio. 

(202) «Il buon vecchio Cencio, di carattere mite, ma non tanto per non insorgere contro gli altrui raggiri»
(Fabbretti), scomunica ed assale militarmente anche Federico II respingendo le sue proposte di pace, ma subisce una clamorosa sconfitta. I Romani si ribellano, e il papa piagnucola e chiede soccorso proprio al da lui tanto odiato Imperatore che, impietosito, scende in Italia, soffoca la rivolta e lo ristabilisce sul trono. Dall’alto del quale Cencio procura ulteriori profitti ai sacerdoti già altamente specializzati nell’estorsione di lasciti, decretando la nullità di tutti i testamenti redatti senza la controfirma del parroco. Questa vergognosa bolla ricattatoria che ha smisuratamente ingrassato la Chiesa, non è mai stata revocata fino ad oggi: in pratica l’obbligo di sottostarvi è rimasto sempre in vigore, specie in molte campagne, fino alla metà del XX secolo, e forse perdura nelle sacche di popolazione più ignorante, tuttora affetta da terroristica superstizione papista.

(203) «La magnificenza dell’incoronazione di Ugolino dei Conti di Segni [Gregorio IX,
1227-41] superò quanto si era potuto vedere fin allora, con una cerimonia durata molti giorni, ma l’ultimo, che fu il più solenne, G. entrò nel palazzo alla testa di un lungo corteo, tutto ricoperto di pietre preziose, montando doppiamente coronato una cavalcatura riccamente bardata» (Henrion). G. consacra solennemente la Santa Inquisizione, già avviata da Lucio e Innocenzo III e corredata dei suoi terribili strumenti coercitivi e punitivi. La affida ai frati «dopo aver canonizzato Francesco, Domenico, Antonio e nuovamente scomunicato Federico II per il suo contegno ambiguo [ossia diplomatico e moderato, ndr] nella crociata» (ib.). Alla quale aveva invece preso attivissima parte il re di Francia Luigi IX il Santo, un altro «mite» del quale sir Jean de Jonville, amico e biografo, immortala, estasiato, questo suo tanto cristiano detto: «Nessun laico deve disputare con gli Ebrei sul concepimento della Vergine, ma se un Ebreo diffama la fede cristiana, allora deve infiggergli la spada nel corpo quant’essa può penetrare». Sotto G. fu ultimato lo sterminio dei profughi albigesi e dei loro correligionarî italiani. Nell’immane carneficina si distinsero i laici più asserviti al clero, come il podestà di Milano Oldrado da Tresseno: «...et catharos, ut debuit, uxit» (...e i puri, come doveva, arse) recita tuttora un’atroce iscrizione sotto il suo altorilievo equestre in piazza dei Tribunali (ora Mercanti). E la metropoli che ignora tanti eroi e tante vittime innocenti della perfidia ecclesiastica, da Dolcino a Carlo Sala, oggi salamelecca indecorosamente il Gran Prete e addirittura dedica una via all’infame Oldrado.

(204) Federico II teneva splendida corte a Palermo favorendo l’arte e le lettere, e il clero, come sempre nemico d’ogni civiltà, reagiva rabbiosamente istigando la marmaglia contro l’«ateo». Gregorio IX lo scomunicò, sciolse i vassalli dall’ubbidienza dovutagli e lo aggredì armata manu, ma fu ripetutamente battuto sul campo. Per colmo d’ironia, i soldati ghibellini, imperiali, accusati di «ateismo» dall’ateo di tre cotte cattolico clero, indossavano divise contrassegnate sul petto da una croce, mentre i guelfi, da buoni papisti, si distinguevano solo per due chiavi d’oro ricamate sulla giubba all’altezza di una spalla. Federico oltre che grande mecenate fu un letterato e scienziato di valore. Nel suo pregevolissimo trattato di storia naturale, tra l’altro scopre per primo che l’aria occupa l’interno delle ossa degli uccelli (ossa pneumatiche) alleggerendoli nel volo.

(205) Quando Roma, che parteggiava per Federico II, insorse contro il papato, «attirò la collera del cielo e fu afflitta da una peste crudele»
(Henrion). L’Imperatore pur non credendo alle verità rivelate non era affatto ateo, checché ne blaterasse «quello spirito malefico che si chiama papa» (Grimberg). Semplicemente non identificava Dio, di cui aveva un concetto altissimo, con alcun uomo: «Il mondo fu ingannato da tre impostori: Mosè, Gesù e Maometto, di cui due morirono gloriosi e il più miserabile fu crocifisso». Imbattutosi in un prete che portava il viatico: «Ma quando, per Dio, finirà quest’imbroglio?». Sperava nel progresso della mente umana e certo non immaginava che un giorno in Italia una casa editrice (Insieme con Gesù, del domenicano Mbukanma) avrebbe partorito un Appello divino, rivelazioni fatte a suor Anna Alì, una keniota del Buon pastore, corredato da varie istantanee (scattate a Gesù dalla stessa), che «da anni ha regolari apparizioni divine, che si manifestano ogni settimana, immortalate su pellicola per consiglio dell’arcivescovo Milingo» (Corsera, 06-02-94), il sant’uomo lanciatosi dal baobab per mettersi all’ingrasso in Lombardia, dove ha operato infiniti miracoli prima di sposare una coreana con un rito pagano orientale e quindi ritornare trionfalmente, pregato e supplicato da un belante Woitjla (incazzatissimo per essersi dovuto piegare al ricattato di una possibile secessione africana) in grembo a santa madre chiesa. Valeva davvero la pena che il genio di Federico precorresse di tanti secoli - come osserva Vroesen nel suo commento sul Trattato dei tre impostori - il movimento illuminista? 

(206) Del milanese Goffredo Castiglione (Celestino IV,
1241) dicono che, «uomo di grandi virtù, sarebbe stato capace... avrebbe fatto... avrebbe istituito... se non fosse misteriosamente morto» subito dopo l’elezione. Bel piagnisteo stile padre Bresciani, il gesuita che c’imbandiva un Gregorio XVI dolce paladino della libertà, provocando il grande patriota e critico letterario Francesco de Sanctis a rispondergli: «La vostra libertà è una sciarada che voi proponete ai vostri lettori, e metto pegno che nessuno giungerà a indovinarla. È forse quella che godevano i Romani sotto il pontificato di Gregorio, che voi ci vantate principe di così miti sensi, che avrebbe mandato in America i sediziosi da tanti anni seppelliti nelle sue orribili carceri, se la morte non avesse impedito, ohimè!, tanta clemenza?».

XIX

(207) Il genovese Sinibaldo Fieschi (Innocenzo IV, 1243-54), eletto dopo due anni di litigioso conclave, per spolpare all’osso l’Inghilterra la fece invadere da sciami di preti usurai, promettendo in cambio a Edmondo di Lancaster di cedergli la Sicilia, quasi fosse terra di pretesca prorietà. «Nel ricevere, in presenza di s. Tommaso d’Aquino, una grossa somma di denaro, sospirò: Ben vedete che non è più il tempo in cui Pietro diceva di non avere né oro né argento» (Henrion). Gualtiero da Chatillon (1135-1204) aveva poetato che l’ordo clericalis «fa mercato della sposa di Cristo e la prostituisce: si vende l’altare, si vende l’eucaristia ed anche la grazia, ormai senza più valore (sponsa Christi fit mercalis, generosa generalis; / veneunt altaria, / venit eucharistia /cum sit nugatoria / gratia venalis)». Vedeva «la Chiesa immersa in una bruciante ricerca del piacere (renorum ardorem), come figlia della sanguisuga [la brama dell’oro] sposata all’avida curia (sanguisuga filia / quam venalia curia / duxit in uxorem)», e aggiungeva: «Il futuro papa festeggia e tutto risolve con l’oro e l’argento (grata sunt convivia / auro vel pecunia / cuncta facit pervia / pontifex futurus)». (N.B.: La bandiera color oro e argento, le due materie follemente amate dal clero, tuttora sventola sui pinnacoli dello Stato del Vaticano.) 

(208) «Uomo d’eccezionali capacità politiche e religiose», Innocenzo IV rinnovò la scomunica a Federico II e codificò sistemi di tortura così efferati da indurre tutte le nazioni cattoliche, terrorizzate, a prostrarsi ai suoi piedi. Solo i cittadini romani non si piegarono e osarono resistergli. 

(209) Ai tempi d’Alessandro IV (Rinaldo di Segni,
1254-61) era ancora in voga il pubblico spettacolo dei fanatici religiosi flagellanti. In alcuni paesi dell’Italia del Sud è comunque tuttora possibile vedere dei forsennati che si scarnificano a sangue, aspersi d’acqua benedetta da sghignazzanti preti, nel corso di solennissime processioni.

(210) Intollerante d’ogni critica e opposizione, Alessandro scagliò la scomunica e l’interdetto contro Roma e contro Brancaleone, il prefetto di giustizia che ne difendeva i diritti e la libertà. Nel frattempo, benediva la traslazione dall’Oriente delle reliquie di s. Tommaso il Didimo (ossia il Testicolo, il Coglione, come coglioni sia A. che tutti gli altri papi giustamente reputano i credenti) nella basilica di Ortona, dove due polputi reverendi avevano posato nudi per immortalare nella pietra, a grandezza naturale, un’edificante penetrazione sodomitica.

(211) Per sopraffare i Ghibellini di re Manfredi (figlio di Federico II), che tentavano impedirgli di continuare a straziare e sfruttare accanitamente l’Italia, anche Alessandro invitò gli Inglesi ad invadere la Sicilia, già a loro indebitamente promessa da Innocenzo IV. Ma l’improvvisa morte lo privò della trista gioia di far calpestare da nuovi invasori anche quella nostra terra in cambio di vil danaro.

(212) Smisurato è l’odio di s. Tommaso d’Aquino
(1225-74) verso le donne, da lui acidamente bollate «esseri deficienti e occasionali». A Norcia, egli scaglia furente una torcia infuocata in faccia a una giovane che osa affacciarsi, benché castamente vestita, alla finestra. E rabbrividendo al solo pensiero del coito tra i coniugi, invita i maschi a «coabitare insieme, piuttosto che convivere con una donna!». Ma l’eccelso Doctor subtilis, l’eccelso Doctor Angelicus non è poi tanto originale e rivoluzionario, dato che «tra l’VIII e il XVIII secolo la chiesa cattolica permetteva il matrimonio tra maschi, offrendo loro addirittura cerimonie complete di preghiere». Questa recente rivelazione di Boswell entusiasma i papisti perché, come afferma il teologo Neuhaus, «legittima moralmente il movimento omosessuale» (Corsera,11-6-1994,p.9). L’invidia nei confronti della femmina ossessiona l’Aquinate, che invelenito esclama: «Contro il piacere [eterosex] bisogna usare la medicina speciale di un sacramento, perché è un piacere che porta alla rovina e della persona e della natura, e nella sua veemenza blocca la ragione». Come s. Alberto Magno, suo maestro, sentenzia che «nel rapporto sessuale l’uomo si assimila alla bestia (bestialis efficitur)». E come il padre del diritto canonico Graziano, non solo demonizza la scelta matrimoniale perché implica il piacere del sesso, cosa «lurida, schifosa, volgare e contaminante», ma impone agli sposi, con gioia dei feudatari fruitori del jus primae noctis, «trenta giorni di castità dopo il rito nuziale» affinché meditino, ripensino ed optino per il monastero. Contro le attuali ipocrite ciance ecclesiastiche a favore della famiglia, egli apertamente si sforza di allontanare i giovani dal matrimonio indicando nella convivenza di maschi e femmine un pericolo mortale per l’anima e per il corpo. E li sgomenta narrando di «un certo monaco già brizzolato, che in una sola notte possedette una bella donna sessantasei volte, decedendo l’indomani; e poiché era nobile il suo corpo fu aperto e si trovò che non vi era quasi più cervello ed i suoi occhi erano distrutti». Sentenzia inoltre che «il seme maschile fa nascere forme perfette, ossia maschili, ma se per qualche avversità esso si guasta, allora fa nascere femmine», perché nel coito c’è solo «deformità, turpitudine, immondizia, ribrezzo», essendo la donna nient’altro che «un uomo malriuscito». Il che fa esclamare l’allibito magister regens dell’università di Parigi, Gugliemo d’Auvergne († 1249), che allora «si potrebbe anche definire l’uomo una donna perfetta, facendo insorgere il sospetto d’eresia sodomitica». Ma s. Tommaso non demorde, e incalza definendo la donna «qualcosa che non è previsto, ma deriva da difetto». Precisa inoltre che sono le piogge portate dai venti umidi del Sud a rovinare lo sperma facendo nascere femmine, le quali, «imbevute d’acqua più dei maschi, sono più sensibili al piacere sessuale; e poiché la natura, tendendo alla perfezione, riprodurrebbe solo maschi, la donna è il prodotto di un tentativo fallito, simile a putrefazione, infermità, debolezza senile». Appellandosi quindi a s. Agostino, per il quale «nulla abbassa tanto lo spirito maschile quanto le carezze di una donna», l’eccelso Tommaso, per punirla dell’«innato difetto di ragione che la equipara ai bambini e ai dementi», infierisce privandola d’ogni diritto, compresa la facoltà di testimoniare nelle cause d’eredità. Giacché il rapporto coniugale «ha sempre in sé qualcosa di vergognoso e causa il rossore» per il piacere che l’accompagna, il grande santo non si lascia incantare nemmeno dalla papale trovata limitativa dell’amplesso riservato, e proibisce il coito tout court, «perché tutti, proprio tutti, inclinano al piacere carnale». L’invida sua misoginia non risparmia nemmeno la Vergine, che insudicia affermando che se Gesù fu concepito senza peccato originale, ma «la corruzione e la contaminazione lordarono il ventre di sua nonna materna», s. Anna. L’immacolata concezione, ora supinamente accettata dai creduli, non era nemmeno lontanamente ipotizzata dal Lumen Ecclesiae Tommaso. Che tra l’altro approva entusiasticamente i calcoli di s. Girolamo, secondo cui le illibate andranno in paradiso al 100 %, mentre il 40 % dei vedovi finirà all’inferno col 70 % dei coniugati d’ambo i sessi, mentre i membri del clero godranno tutti, buoni e cattivi, dei superni piaceri in quanto celibatarî (e sodomiti), e in paradiso saranno loro riservati posti in prima fila, «tra le vergini». Lo arrovella infine il pensiero della fiumana di seme maschile quotidianamente gettato al vento in pratiche autogratificanti. Come l’affamato soffre terribilmente per lo spreco del pane, così il santo Dottore si affligge oltre ogni dire per uno spreco di sperma che lo lasci a bocca asciutta. C’è cosa al mondo, si domanda, più rea dell’onanismo? Sì, risponde senza esitazioni, «la masturbazione [che] è il peggiore di tutti i vizî, persino peggiore del rapporto con la propria madre».

(213) Tertulliano
(† 220) nei suoi scritti moralistici accusa le vedove di ogni vizio, in primis la libidine, e per impedire che esse provino alcun piacere vieta loro tassativamente di passare a seconde nozze. La chiesa sempre si gloria di sfidare i secoli asserendo la propria immutabilità, vantandosi eternamente uguale a se stessa, e in effetti, essa continua nella sua accanita misogina immaginando morbosamente che il demonio si faccia nicchia nella vulva: «Satana si nasconde sotto le minigonne!» urla in preda a convulse crisi di parossismo mons. Perassin, arcivescovo de L’Aquila (Corsera, 09-03-94, p.13).

(214) «Le donne tacciano!» ordinano i padri della chiesa, e Tertulliano: «Donna, tu sei la porta dell’inferno (janua inferi): per colpa tua morì il Figlio di Dio. Devi andare vestita in eterno di stracci luttuosi!». Maestro dell’inganno e dell’assurdo, egli spaccia per castità l’inversione sessuale ed imbambola i sempliciotti con capziosi arzigogoli come il seguente: «Il Figlio di Dio è morto, ed è vero. Il Figlio di Dio è risuscitato, e ciò è impossibile, dunque è certo».

(215) L’assunto concorda con la sentenza di un altro eccelso frocio, s. Ivone, «La donna non è fatta ad immagine di Dio», delle cui acide allocuzioni è impregnato il fondamentale Diritto della Chiesa redatto da Graziano. Accorrendo con altri
700 preti anglicani tra le braccia della chiesa cattolica, sdegnati per il sacerdozio conferito ad alcune donne inglesi, il neopapista rev. Anthony Kennedy del Lincolnshire si è così espresso: «Maledette bastarde, se potessi le ucciderei tutte, quelle streghe dovrebbero andare al rogo!» (Corsera, 12-03-94). Che soddisfazione per il feroce Woitjla, tanto rabbiosamente misogino da sbraitare: «La donna sacerdote è un’offesa a Cristo!».

(216) S. Giovanni Crisostomo
(344-407), «chiamato per la sua saggezza Bocca d’oro, perché le sue omelie spesso violente sono quanto di più elevato abbia mai prodotto la morale cristiana» (Henrion), sosteneva che «tra tutte le bestie la donna è la più nociva». Esigeva, da vero talebano ante litteram, che «non solo in tempo di preghiera, ma sempre essa andasse velata». Non potendo annientarla, si contentava di crogiolarsi coi turpi dettami di s. Ambrogio, come i seguenti: «La figlia di questo mondo si sposa, mentre la figlia del regno dei cieli si astiene dal piacere», e «La donna avvolga il capo per assicurare in pubblico la sua onestà e il suo pudore: il suo volto non si deve offrire facilmente agli occhi dei giovani». Ora i preti, dopo aver provato su qualche loro collo il gelo della lama giacobina e in mezzo alla schiena qualche pallottola di marca spagnola, trovano conveniente, in nome della sacrosanta virtù della prudenza, ostentare in ansiosa attesa di tempi a loro più favorevoli una certa qual moderazione. Come ben coglie Heine, che nell’opera filosofica Germania acutamente ci ricorda che «non potendo più bruciarci, ora vengono a chiederci l’elemosina». Finita la gran cuccagna della tortura e dell’assassinio sistematico dei dissidenti, finita la più ampia facoltà d’imporre col terrore alle donne di coprirsi interamente, adesso devono contentarsi di rilanciare cautamente l’idea che le fedeli «imitino le musulmane, coperte come la Madonna, che veste tanto bene» (Radio Maria, don Livio, 13-7-01, h.10,50). Proposta pronunciata dal direttore della radio più grondante benedizioni papali, che ha eccitato al diapason gl’imberbi ganimedi avversi alle donne di cui si circonda, tanto che uno dopo qualche giorno lo invita a citare un paio di battute misogine di padre Pio, il losco briccone canonizzato da Woitjla. Il prete esita, si schernisce, ma infine cede: «Va bene, sì, - sbotta con un’isterica risata - ve la racconto: una volta il santo s’imbatte in una donna a braccia scoperte e le dice: Ti segherei le braccia!, e ad un’altra: Hai le gambe nude, bruceranno all’inferno! ». Dal che si arguisce che anche il buon padre di Pietralcina occupa un posto di particolare riguardo in paradiso, tra i più accaniti frocioni, da Innocenzo VIII benignamente esentati dalla castità. Alla quale sono invece sempre rigorosamente tenute le donne, con l’obbligo di modellarsi sulla fantomatica castità di Maria che, benché madre di numerosa prole, è generatrice d’una gran messe di cattoliche supervergini, vergini e semivergini. Per possedere una delle quali, di altissima statura, G.B. Marino, il nostro grande poeta secentesco, montato su tre grossi volumi cantò: «Tu Dante, tu Virgilio, tu Petrarca / il peso sopportate con pazienza, / ché metto ‘sto timone a questa barca / che naviga da tanto tempo senza. / Vergine mi dicesti ch’eri, invece / più cazzi hai preso tu che pani un’arca [recipiente per impastare il pane]».

XX

(217) Per rendere la Santa Inquisizione più rapida, Alessandro IV «prescrisse processi sommarî nella repressione dell’eresia». Messosi personalmente a capo della crociata contro il ghibellino Ezzelino da Romano, per sette giorni saccheggiò Padova compiendovi atti di tale crudeltà (conchiusi con un Te Deum di ringraziamento), che i da lui « liberati» cittadini rimpiansero poi amaramente il loro severo antico signore. «Il pontefice ebbe la soddisfazione di vedere nel 1255 Luigi IX il Santo pregarlo, il che dovrebbe zittire gli ingiusti denigratori dell’Inquisizione, di stabilirla permanentemente in Francia» (Henrion). In tal caso, contro il noto aforisma, i ragli d’asino andarono al cielo, visto che fu esaudita la regale preghiera. Ma i Romani colsero quest’occasione per liberarsi del papa: lo spedirono a Parigi con il suo intero carriaggio di sanguinolenta ferraglia inquisitoria, accompagnandolo con la calda raccomandazione di non farsi mai più rivedere (1257). Egli tuttavia tentò più volte di tornare a Roma, ma fu sempre respinto a furor di popolo.

(218) Il patriarca di Gerusalemme Jacques Pantaleon, di Troyes (Urbano IV,
1261-64), secondo le cronache fisicamente repellente, invitò con insistenza Carlo d’Angiò, fratello di s. Luigi IX, ad invadere l’Italia con un poderoso esercito. Ma anche questo papa non poté, per la brevità del suo regno, realizzare il suo sogno perverso.

(219) Come lui figlio di un ciabattino, Urbano aveva in comune con il celebre favolista Andersen la brillante fantasia, che gli fece escogitare lo stupefacente miracolo della conversione di un immaginario prete blasfemo di Bolsena. La vastissima eco derivatane servì a diffondere nelle stolide moltitudini il dogma del Corpus Domini, di fresca fabbricazione
(1254) e tuttora celebrato ogni anno con grandissima pompa. La scena del cervellotico prodigio del sangue schizzato dall’ostia sul corporale del papa è immortalata, nella sala vaticana della Segnatura, da un affresco di Raffaello.

(220) Relapso (relapsus) era detto ogni eretico recidivo.