XXI

 

  Papa Pantaleone da Tomaso
trasse l’idea che gli fruttò più lodi
dai sacerdoti de l’inter occaso:
«Spassatevela pur, fate bengodi,
vi assolvo tutti quanti ‘n ogni caso,
e ignori l’un de l’altro i mali chiodi,
non voglio mai vedervi corrucciati, 
ma lieti, senz’assillo di peccati.
  L’Inquisitor sbrigliatamene danzi, 
tracanni tutto ciò che cape e vuole,
in casa d’altri ’nculi, ceni, pranzi, 
sottragga di danaro magna mole
e si sollazzi con cinedi e ganzi.
Assolvo tutti i tagliator di gole
in uno con il boia che presiede
il tribunale de la Santa Sede». (221) 
  Levato di piè in punta indi soggiunse:
«In nome di san Biagio Belmeloro
che solo Dio sa quanti funghi munse
suggendoli ne l’un e l’altro foro,
e che con lo spuntone pur si punse
d’un mastodontico forzuto moro,
mostrando un ciglio triste ed uno lieto
v’invito tutti a festeggiar a Orvieto!».
  Lo seguirono preti, cardinali,
monache e frati ‘n compatta colonna,
con croci, gonfaloni ed orinali
e strofinїo di tonaca e di gonna.
Correvan per le forre e pei crinali
levando invocazioni a la Madonna,
seguiti da ‘na torma di beghine
avviluppate ne le nere trine.
  Al popol che in Orvieto si raccolse
sotto ‘l veron del papa, a salutarlo,
tendendo ‘l lungo collo egli rivolse
lo sguardo orripilante come un tarlo:
per tal azzardo però mal gl’incolse,
ché ‘l gregge convenuto per amarlo,
mutato avviso, armossi di rasoio
deciso a scotennare l’avvoltoio.
 Guadagnò ‘l papa allora la campagna,
da folla tallonato turbolenta
con l’arme in pugno e la grinta grifagna;
ma quando già anelava a marcia lenta
dovette far sfrecciare le calcagna
finché la vita sua non gli fu spenta, 
e l’alma, che a l’opposto era sì bella,
con un singulto uscì da le budella. (222)
  Clemente, precursor di Menelicco,
chiamò Carlo d'Angiò, che da la Francia
piombò in Italia come falco a picco
a rimpinguarsi l’appiattita pancia.
Facea nel papa soprattutto spicco
l’odio che illividivagli la guancia
pei ghibellini, che con ferma mano
da l’oro lo tenevano lontano. (223)
  Non chiamerem quel Vicedio taccagno
che a’ proprî figli prese vesti ed oro,
per poi cacciarli in lacero fustagno
a ramingare senz’alcun ristoro? (224)
Per risparmiar non si faceva ‘l bagno
e s’asteneva dal giocar in foro,
con le sue dita adunche ben protese
a modo d’usuraio genovese.
  Odiava soprattutto il re Manfredi,
e quando questi fu morto e sepolto
accorse verso lui con ali ai piedi,
tutt’alterato e pavonazzo in volto,
brandendo ‘l crocifisso e i sacri arredi
per trarlo fuor da terra omai disciolto,
e come fa ‘l villan che spande merde,
a calci rotolollo fin al Verde. (225) 
  A la sua morte si riunì ‘l conclave,
e i cardinali, adunati a Viterbo,
compunti recitar un gloria e un ave,
s’assisero ed attesero che ‘l Verbo
additasse ‘l più degno de la chiave
de la romana chiesa; ma fu acerbo
lo Spirto Santo, e fuori del palagio
sostò e s’addormentò russando adagio.
  Dopo un’afosa estate e un freddo verno,
trascorsi in vana attesa da ciascuno
d’un cenno minimo del Padreterno,
a li stanchi papabili opportuno
parve su Sodoma far loro perno,
tanto che in uso ‘l disusato pruno
rimise, la vigilia di Natale,
anche un paralizzato cardinale.
  Ma a furia di menar anche e bastoni
finirono talmente smidollati
e in preda a tale fame da leoni,
che si sarebbero cannibalati:
per quei voraci santi culatoni
così abbondanti cibi fûr portati
ne la cardinalizia sacrestia,
da far scoppiar tremenda carestia.
  (Avvolto ne la sue lugubri cappe,
il clero suggestiona l’ignoranti
che s’affaticano con leve e zappe;
e impone di chinarsi a lui davanti
per prendere gli allocchi per le chiappe:
nomina Dio per derubar li oranti
e chiama santa vergin con baldanza
persin la fottutissima Costanza.) (226)

XXII

  Il podestà del popol viterbese,
dopo due anni di stenti e di fame
ceder dovette a le proteste accese
de le sue genti macilente e grame,
da la bisboccia religiosa offese:
armate di scodella e di tegame
nel pontificio irruppero palazzo
spargendo lo scompiglio e lo schiamazzo.
  Fu ‘l podestà che con piumato elmetto,
spada e corazza ma col culo nudo 
per alleviar un po’ di peso al petto,
come fulmineo lottator di judo
primo tra tutti mise piè sul tetto
di tegole facendo scempio crudo;
e i cardinali, su cui chiesa poggia,
sferzati fûr da turbine e da pioggia. (227)
  Come quando la vecchierella in scialle
rimembra quando avea snella la panza,
ne l’ora che si fa bruna la calle
mentre la lucciola tesse ‘na danza
sopra un cappone, che diretto a valle
va saltellando giù di balza in balza
per accucciarsi dentro ‘no stambugio
al qual accedesi per un pertugio;
  così lo Spirto Santo sul conclave
piombò dal ciel ne la brumosa sera
cadendo come corpo morto grave.
Con la facciona tristemente a pera,
appollaiato su divelta trave
guatava giù come donna in ringhiera,
e rimpiangeva tra scheggiate falle
dai reverendi sue recise palle. (228)
  Pel chiuso tetto prima non poteva
far capolin ne l’assediata sala,
ma poi che ‘l podestà facendo leva
lo scoperchiò, lo Spirto Santo cala
a strabiliar chi prima non credeva.
E quando i bisboccianti nella sala,
l’acqua battente rese quasi marci,
«Un papa - dissero - dobbiamo farci».
  Fu scelto l’arcidiacono di Liegi
ch’era romito andato in Palestina
e che dicean avesse molti pregî.
Era fuggito un alba cilestrina
per aver scorto tra peschi e ciliegi
scossi dal vento, prete a testa china
trotterellante su ‘na monachella 
come montone su la pecorella. (229)
 Era codesto ‘l vescovo Gualdrìa
che di gran fottitor menava vanto.
Tentò Gregorio, colto da atassia, (230)
di dissipare ‘l diabolico incanto,
ma ‘l presule rispose: «Che mania
ti prende mai di mettermi da canto? 
L’arte de l’otturar che m’addottora
in visibilio manda questa suora!
  Poiché dal cielo l’ordine è venuto
di popolar la terra, così sia!
Io gongolo al pensier d’aver fottuto
vergini e spose pur in sacrestia
a la facciaccia del fedel cornuto,
che risparmiar sarebbe scortesia.
Ah come godo, introducendo in monaca
la pennellessa che sì ben la ‘ntonaca!
  Osserva tu, seduto su la panca,
com’ogni volta ch’io mi slanci ’nnanzi
lei m’assecondi dimenando l’anca.
Se resti cheto ti darò li avanzi,
a men che lei di fottere sia stanca.
Ricorda, per cibarti di ‘sti pranzi,
di far nella tua solita orazione
appello  a la divina Polluzione.
  Sappi che chi ti parla, in venti mesi
di studî, analisi, pedinamenti,
blandizie e donativi bene spesi,
fottuto ha senza tanti complimenti
ne l’intervalli de la catechesi
donne polpute, sode ed avvenenti,
che grassi, vispi e puri come gigli
han generato quattordici figli». (231)
  E nel dir ciò premeva su le spalle
de la sorella in Cristo che ‘l capino
tuffava tra corolle bianche e gialle
venate ne l’aurora d’opalino.
Frattanto stravolgevansi le palle
de li occhi vescovili, e l’albo lino
de l’accipiente si librava al vento
a ritmo di pretesco sbattimento.
  La testa avvolse nel mantel Gregorio
per non vedere, e corse vers’Oriente
a gambe larghe, per il sospensorio
dall’espansione reso insufficiente.
Eriger volea muro divisorio
che separasse i sessi de la gente,
e quando infin fu eletto in Terrasanta
si masturbava a l’ombra d’una pianta. (232)

XXIII

  Pria di Gregorio, quand’un papa usciva (233)
in piazza o per le vie de la cittade,
torma di birri ‘ntorno a sé riuniva
tanto brïachi da fare pietade:
un’accozzaglia violenta, nociva, 
pronta a menare draghinasse e spade,
la qual, se ‘l papa un soldino tirava,
bucava ‘l povero e ‘l soldin tornava. (234)
  Il buon Gregorio decretò la fine
de lo scherzetto di lancia e ripiglia,
facendo de li sgherri più piccine
le schiere idolatranti la bottiglia.
Aveva in testa già canuto ‘l crine,
ma gli divenner bianche pur le ciglia
quando, lui morto, elessero in sua vece
frate incollato a l’oro con la pece.
  Era Innocenzo Quinto tant’avaro
benché fosse più ricco di due Cresi,
che per accumulare più danaro,
a dorso d’una mula tra l’Inglesi
scorribandato avea come un corsaro
razzie facendo per città e paesi.
Devoto a la Madonna, ma pel soldo
peggiore di qualsiasi manigoldo. (235)
  Nemico acerrimo de’ ghibellini,
non perdonò giammai ‘l loro rifiuto
di farsi derubare de’ quattrini.
Non s’asteneva nemmen un minuto
da lo spolpare grassi e mingherlini,
e aveva ne li affari tanto fiuto
da vendere persin di san Clemente
le vesti ed il cadaver putrescente. (236)
  Vennero i monaci e i preti a contesa
nel far mercato de le dette spoglie
per farne di reliquie ‘na distesa;
ma poi che ‘l papa favorì le voglie
dei francescani, allor la parte lesa 
lo ricambiò con aspri ‘nsulti e doglie. (237)
De l’avarizia fu tale gigante,
da far ammutolir persino Dante.
  Regnò Adrïano solo qualche giorno
e si stupì per lui l’intero mondo,
tacendo cupamente tromba e corno
per esser stato eletto un moribondo.
Ma trovò ‘l tempo di far disadorno
d’ogni risparmio chi n’era giocondo:
per la sua avidità ne la Commedia
da Dante è infisso su puntuta sedia. 
  Era quel desso ‘l ligure Ottobono
che, pur «personalmente molto ricco»,
scambiava ‘l tintinnio de l’or per tuono
e ne riempiva la bigoncia e ‘l bricco:
lo venerava inginocchiato, prono,
o accoccolato a guisa di sceicco,
e come quando biada ingolla ’l bove
d’approprïarsene diede le prove.
  Giovanni Ventunesimo fu un saggio 
che conosceva tutto a menadito:
sul miele dissertava, sul formaggio,
su l’onice, sul marmo, sul granito,
su l’acero, ‘l bilinga, ‘l tasso, ‘l faggio,
e pur in medicina era erudito,
ma non avea la minima opinione
intorno a la cristiana religione.
  Venuto da la landa portoghese,
di lusitan coverto pelo negro,
vinazzo tracannava a più riprese 
e s’abbuffava per non esser egro.
Fece opprimenti edificare chiese
per rendere ‘l devoto men allegro,
ma per sé eresse tale residenza
da far indispettir la Provvidenza. (238)
  Nicolò Terzo fu tal trafficante,
che avrebbe volentieri fatto acquisto
del Gòlgota per vender a mercante
lo stesso agonizzante in croce Cristo;
perciò s’attira i fulmini di Dante, 
che lo conficca qual figuro tristo
nel fondo d’una fiammeggiante bolgia
a liquefar l’ingorda pappagorgia. (239)
  Ahi serva Italia, del papato ostello, 
non più di civiltà donna superba, 
ma squallido, cattolico bordello!
Il fosso rasentando a filo d’erba,
s’insinua ‘l prete in tugurio e castello
devastazion disseminando acerba.
È meglio un morto in casa ed un pisano,
che sorridente a l’uscio cappellano!
  Martino Quarto, da l’Alpi disceso
e amico di re Carlo per la pelle,
per esser troppo corpulento e obeso
montava su ‘na mula con due selle,
ché non faceva troppo caso al peso
ne l’ingozzarsi d’anguille e frittelle.
Dopo un’indigestion gridò a distesa:
«Quanto patire devo per la chiesa!». (240)
  Poiché ‘l roman Savello era nel corpo
minato e roso da ogni malattia,
gridava: «Dal dolor sempre mi torco
per scabbia, lebbra, lue e blenorragia!».
E incarognito, ti spediva a l’Orco
per il più lieve dubbio d’eresia,
maledicendo con man rattrappita
guidata da congegno a calamita. (241)

XXIV

  Arriva quindi un frate francescano
straordinariamente esuberante,
che stimolava la lingua e la mano
a delator, a boia, a lestofante,
e li faceva sgambettar lontano 
a sradicare l’eretiche piante;
ma un Doge, insofferente di sua boria,
gli fece dimezzare la vittoria. (242)
  L’allucinato papa Celestino,
cavato a viva forza da ‘na grotta,
dove vestiva con un gonnellino
maledicendo tette, culo e potta
quando gli fu indossato l’ermellino
se lo strappò dopo bizzosa lotta,
e se ne andò da l’Urbe a gran pedate
per non sapere far che cretinate. (243)
  L’Ottavo Bonifacio, dopo tanto
avere soppesato e ponderato, 
«L’altrui moneta - sibilò - m’agguanto»,
ed alternando ruggito a belato
al mondo regalò ‘l primo Anno santo;
il qual ne l’an trecento fu annunziato
e accorrer fece i popoli a la fiera
che gonfia piede e fa borsa leggera. (244)
  Pontefice arrogante e burbanzoso
che tutti sotto i piè volea tenere,
latrava con vocione cavernoso 
e l’altrui robe confiscava intere.
Ma dopo ch’ebbe tanti beni eroso
passando notti e dì solo a godere,
a causa de l’indebiti guadagni
una guanciata si buscò ad Anagni.
  Come quando ‘l prelato ne la stalla
vagando fa solletico a un ariete,
quindi vezzoso tra i tori sfarfalla
ne l’ora de la meridiana quiete,
e ad un l’uccel afferra, a l’altro palla,
fin che cornata infilagli ‘l lebete,
così ‘l ceffon mollatogli da un franco
mutò papa borioso in papa stanco. (245)
  L’impresa più gloriosa del Caetani,
tra tante ch’è impossibile contare
a danno nostro, de li ultramontani
nonché di varie genti d’oltremare,
è la persecuzion dei Parmigiani
fatti mandare sul rogo a bruciare:
li eretici del mite Segalello,
finito pure lui sopra ‘l fornello.
  Nicolò Bocassìn curò la vite
diversamente dal papa defunto.
Egli era alieno da qualsiasi lite,
un mantellin indossava assai smunto
e non faceva ‘l pieno d’acquavite,
per questo ‘l cler lo volle in ciel assunto
un giorno con l’offrirgli a fine pranzo
una pozion iniettata d’avanzo.
  Nativo de la marca di Treviso,
non volea con alcuno inimicarsi,
ma fu da li ecclesiastici deriso
perché mirava a santità e catarsi:
siccome a Dio teneva ‘l guardo fiso
tosto decisero di lui disfarsi,
e nel cestin di fichi prediletto
inoculâr il veleno suddetto. (246)
  Fu la pozion mandata da Filippo,
che da la Francia con degli alchimisti
avrebbe fatto veleggiar un grippo?
È la versione de’ vaticanisti
per seppellire sott’artato cippo
il drastico pretesco repulisti;
ma ad inquinar i fichi provveduto
avea badessa, complice chercuto. (247)
  Clemente Quinto, over Bertrando Goto,
di re Filippo ‘l Bello creatura,
lasciò ‘l romano seggiolone vuoto
per dimorar tra avignonesi mura;
dove scialò le offerte del devoto
ed a la gozzoviglia diede stura
avvinto a la contessa Perigarda,
che ben gli maneggiava l’alabarda. (248)
  Mandò crociati su nel Novarese
a dar a li apostolici la caccia,
facendo intervenir il re francese
per aumentar le papistiche braccia:
cadute alfin l’eretiche difese
dopo accanito assedio su la ghiaccia,
fe’ trucidare l’eroico Dolcino
che non mercanteggiava col divino. 
  E insieme a lui fûr torturati ed arsi
superstiti di cento e ‘na battaglia
con gloria combattute, benché scarsi,
contro la soverchiante soldataglia.
Ora, in onor de’ sacri resti sparsi
de’ vinti per mancata vettovaglia,
su le pendici sale del Rubello
ogni settembre un nobile drappello. (249)
  Giovanni Ventidue con altro papa
rivale ingaggia ‘na lotta feroce:
lo fa prigione, lo spoglia, lo rapa
e la sua vita accelera a la foce. (250)
Per più impinguarsi poi d’or e di sapa
contro l’Imperator leva la voce, 
ed i peccati a tutti assolve o abbassa,
secondo le tariffe d’una tassa.
  Tassa che fu sancita da ‘na bolla
che fece accatastâr tanti contanti
da farne traboccare la bricolla:
benignamente assolveva briganti,
ladri, assassini, truffatori in folla,
purché a lui fossero tosto sborsanti,
e da ogni preticida catturato
balzello riscotea quadruplicato. (251)

XXV

  Benedetto Duodecimo era frate
de l’ordin cistercense transalpino,
vero esemplare di cherico e vate,
ma più brillante come vagheggino:
pompava sia d’inverno sia d’estate
tra ‘na sorsata e l’altra di buon vino
femmine, maschi e la distesa in spiaggia
cara al Petrarca vezzosa Selvaggia. (252)
  Clemente Sesto, de la chiesa un astro,
fece sette nipoti cardinali;
e quando Gianna strangolò col nastro
lo sposo re che a Buda ebbe i natali,
per liberarla da molesto empiastro
con lei s’avvoltolò nei baccanali.
Di donne l’epa sua e di vino carca
fece incazzare Francesco Petrarca. (253)
  Volea Innocenzo Sesto, assai severo,
riforme progettare ne la chiesa,
ma gli fu sempre ostilissimo ‘l clero
incaponitosi ne la pretesa
d’esigere, nel nordico emisfero, 
pesanti tasse sui proventi e resa
de le puttane, con la presunzione
d’anticipare lor l’assoluzione. (254)
  Urbano Quinto, ancora più pignolo, (255)
invan si spolmonò perché ‘l curato
smettesse di spiccare sciolto volo
facendo de la religion mercato,
e ai preti sparsi dai Tropici al Polo
non gli riuscì far prendere commiato
da ciò ch’è loro congenial pastura:
la pratica indefessa de l’usura.
  Allor nominò vescovo un fratello
e a un altro diè cappel di cardinale,
col suo papal ricoprendo mantello
il duro strozzinaggio abituale
con cui ‘l pretame discuoia l’agnello.
Gli venne poi l’idea sesquipedale
di vendere, più cari di cammei,
grumi di cera nomati agnusdei. (256)
  E per accumulare sempre più
fece passar a lo spiedo quei molti
che in lui vedean l’opposto di Gesù.
Scomunicò poi Bernabò Visconti
tentando di ridurlo in servitù,
però con lui non fece ben i conti,
e i suo’ legati al Lambro mosser lombo
per masticare ceralacca e piombo. (257)
  Sembra che l’undicesimo Gregorio
avesse ventre sì voluminoso,
che per empirlo non bastasse emporio.
Fu con Cesena sì calamitoso
da tramutarla tutta in obitorio,
ma dopo avere pur Firenze roso,
depor dovette l’arco e la faretra 
consunto dal malanno de la pietra. (258)
  A santa Brigida apparve Maria
che le ordinò: «Va’ tosto da Gregorio!
Costringilo a tornar per corta via
a Roma senz’alcun contradditorio, 
o pagherà con morte la pazzia!
Lasci tosto Avignone! È obbligatorio!».
Ma ‘l papa replicò con ‘na pernacchia,
e in vece sua morì la pia cornacchia. (259)
  Furono quindi eletti preti due:
Urbano Sesto con Clemente Sette,
e senza indugio ‘l popolino bue
s’inginocchiò con pifferi e trombette
ai piè dei papi tronfî sempre piue.
E si toglieva mutande e magliette
nel gareggiare per servire quello
che l’inculasse con più dur uccello. (260)
  Ne l’atroce contesa scaturita 
da muffa antica, santa Caterina,
al mentecatto Urbano Sesto unita,
su san Vincenzo sputa che divina
luce scorgeva invece ne l’inclita
faccia del papa Clemente ferina.
Tra tanta clericale confusione
del tutto latitava religione. (261)
  Per la curial consorteria romana
Urban è vero erede di san Pietro
perché, sott’elegante palandrana,
di pelo gli cresceva mezzo metro
e avea piantato i piè su la pedana
che rende ‘l mondo desolato e tetro. 
È venerato pur per la ferocia
con cui gridava: «Ogni eretico cuocia!».
  Vergati da ser Bartol da Piacenza
dei motti circolâr antipapali,
che senza un’ombra di malevolenza
furono letti da sei cardinali;
dei quali per punir l’irriverenza
che gli facea girare i genitali,
Urbano sentenziò la lor cattura
e l’assassinio dopo la tortura. (262)
  Ed ecco ancor altri due papi ostili:
per l’un di nuovo lotta san Vincente, 
per l’altro san Telèsforo sottili
cavilli adopra a farlo rifulgente:
l’un fu rincorso persin nei cortili,
l’altro fu pur braccato da la gente.
Ciò nonostante a’ nipoti e fratelli
riuscirono a passar oro e castelli. (263)
  Partiro quindi per compor la lite
i due rivali da Roma e Avignone.
Con le facce incedevano contrite
verso Savona, luogo di riunione,
ma con le suole assottigliate e trite
pel tanto ciabattar nel polverone,
a scanso d’imprudenze, errori e guai,
marciaro sempre e non s’incontrâr mai. (264)