XXI

(221) Urbano IV non ammette esitazioni nell’applicazione delle pene fisiche, e per angelica influenza dell’Aquinate rinnova il privilegio, concesso nel 1256 da Alessandro IV con bolla ed «apostolica benedizione ai diletti figli inquisitori dell’eretico errore», di assolversi reciprocamente da ogni e qualsiasi eccesso ed atrocità: «Se vi accada d’incorrere in sentenze di scomunica [e conseguenti condanne a morte] per umana fragilità, vi assolverete a vicenda tra voi». Con la bolla Prae cunctis, controfirmata dai successivi papi, U. dona ai «reverendi Vicari del S. Officio, ogni volta che denunciano, ricercano, interrogano, torturano e uccidono gli eretici, tre anni d’indulgenza», estensibile «anche ai notai, fiscali, consultori ed altri ufficiali della Santa Inquisizione, che se nell’esecuzione del loro ufficio vengono a morte, godranno d’indulgenza plenaria e remissione di tutti i loro peccati». Per eccitarne lo zelo egli rinfocola tra i fedeli l’«odio» contro Manfredi e Corradino, eredi di Federico II, e vende la corona di Napoli e Sicilia (già altre due volte abusivamente alienata dal papato all’Inghilterra) a Carlo d’Angiò, fratello del nefando Luigi IX il Santo. 

(222) Prima di schiattare d’affanno nella sua precipitosa fuga, Urbano aveva spinto Luigi IX a una nuova crociata e consacrato la cattedrale d’Orvieto. Dall’improvvisa morte privato della vista dei nipoti, non può emulare Innocenzo IV chiedendo loro: «Perché piangete, miserabili? Non vi ho resi abbastanza ricchi?»
(Math., Paris, p. 899; Gregorovius).

(223) Come Menelik per rivalità col negus Giovanni cederà all’Italia l’Eritrea, così per spolparci sempre più duramente Clemente IV (Gui Foulques, 1265-68) invita i Francesi a invadere con un esercito l’Italia al fine di spodestare il legittimo giovanissimo re Corradino, reo di opporsi alla brigantesca espansione pontificia.

(224) Scontarono la taccagneria e la tardomisoginia di Clemente persino le sue due figlie, che imploratolo di una dote per sposarsi furono da lui sepolte a vita nel monastero di Nimes. «Lontano dal voler maritare le figlie ai gran signori che le richiedono, dà loro una dote così misera che preferiscono farsi suore, e una nipote in procinto di sposare un semplice cavaliere non ottiene da lui che trecento tornesi», come si compiace precisare don Henrion. Patologica parsimonia coi famigliari del tutto eccezionale nella storia dei papi, soliti a spremerci a sangue per arricchirli illimitatamente. C. è senza dubbio l’esponente più spilorcio della chiesa, secondo solo all’ex pezzente rumorosamente santificato da Woitjla padre Pio da Pietralcina, il quale (vedi il film in sua gloria interpretato da Castellino più volte messo in onda televisiva), divenuto arcimiliardario, fa morire di crepacuore il proprio misero padre, che si trascina faticosamente fino a lui per vederlo un’ultima volta, e si vede negato anche qualche spicciolo per il biglietto di ritorno ferroviario in terza classe. Vani erano stati i tentativi del povero vecchio ridotto in miseria, con voce sempre più fievole, d’impietosire il figlio col ricordo di «tutti i miei sacrifici per farti studiare». Comodamente stravaccato in un seggiolone davanti al proprio genitore ritto sulle gambe malferme [come appare nella prima versione del 2002, ora, dopo la nosta critica, astutamente tagliuzzata], l’uomo di Dio non aveva mollato una lira: «Ho fatto voto di aiutare solo i poveri, escluso me e i miei parenti». E scolla il suo santo culaccio per alzarsi senz’alcuna fretta solo quando vede lo sfinito genitore cadere al suolo ed entrare in agonia, ma gli si avvicina per forzarlo a un’umiliante confessione auricolare ed estorcergli, fissandolo accanitamente, un atto di contrizione per una sua lontana e veloce avventura extraconiugale. // Anche C., approvando pienamente la bolla di Urbano IV «rafforzò l’Inquisizione, e fu particolarmente aperto alla cultura [inquisitoriale!]»
(Gasparri).

(225) Nel 1266 Manfredi, figlio di Federico II, cadde combattendo contro soverchianti forze papiste francesi presso Benevento, da cui uscì un corteo di preti esultanti ed osannanti i vincitori.  Ma «questi campioni di Dio si gettarono sulla città guelfa [benché] loro alleata, e per otto giorni massacrarono la popolazione innocente senza discriminazioni di sorta. Poco tempo dopo il vescovo di Cosenza Pignatelli, nemico giurato di Manfredi, col consenso del papa ne fece disseppellire il corpo per gettarlo, come scomunicato, ai confini del Lazio» tra le immondizie sulla riva del Verde, oggi Liri (Gregorovius). «Alcuni monaci mendicanti, che come spioni frugavano la regione per carpire notizie» (ib.), saputo che la vedova di Manfredi si era rifugiata nella rocca di Trani, «terrorizzando il castellano con orribili descrizioni di eterne pene lo costrinsero a consegnarla ai cavalieri di Carlo» (ib.). E il papa ne ordinò l’incarcerazione a vita assieme ai figli in Castel dell’Ovo e fece assassinare re Enzo, loro zio, prigioniero a Bologna, per impedire la rivendicazione dei loro beni. L’anno seguente ordinò la decapitazione dell’altro figlio di Federico II, il sedicenne Corradino, spegnendo con lui definitivamente la stirpe imperiale, l’unica forza allora in grado di tenere unita ed in pace l’Italia. Ma l’ombra di Manfredi «non apparve, secondo le ubbie folli dei preti, tra i dannati dei gironi infernali, bensì in aspetto gentile nel Purgatorio, ove sorridendo dice che la maledizione del clero non ha alcun potere sull’amore eterno riconciliatore: Per lor maledizion sì non si perde, / che non possa tornar l’etterno amore, / mentre che la speranza ha fior del verde» (ib.).

(226) Sposata prima ad Annibaliano e quindi a Gallo, e «ricordata dallo storico Ammiano Marcellino come malvagia e peccatrice»
(ib.), s. Costanza è spudoratamente spacciata per «vergine e martire». Tutt’altro che vergine, tuttavia effettivamente martirizzata, se così si può dire di una bigotta comodamente distesa nel proprio letto e focosamente martellata da due omaccioni maritati per sua libera scelta. Non meno esilarante la fiaba di s. Cecilia, del cui corpo Valeriano, il suo sciocco ed ingenuo sposo, non poté mai godere, perché «un angelo del cielo stava a guardia alla sua castità; il giovane, costernato, aveva chiesto di vedere questo incomodo cherubino, e gli fu dato di vederlo quando consentì di ricevere il battesimo dal vescovo Urbano» (ib.). Martire dunque anch’essa, ma non tanto del cornutissimo marito quanto del cavalcante gagliardo vescovo destinato al soglio papale.

XXII

(227) Da ben tre anni il conclave si prolungava e addossava a Viterbo le ingenti spese del suo mantenimento. Ma il podestà, contrariato per le beffe di chi diceva «non poter lo Spirito Santo, impedito dal tetto, discendere sui cardinali che, spiati da una fessura, trovava troppo occupati nella digestione», scoperchiò quel luogo d’eterna bisboccia permettendovi solo l’introduzione di cibi razionati.

(228) Lo Spirito Santo è neutro e asessuato avendo i preti, grazie all’invenzione della Trinità, diviso il buon Dio in tre parti, compresa una castrata. A distrarre l’annoiato conclave erano giunti due re e Guido di Montfort, che «aveva pugnalato l’innocente Enrico di Cornovaglia in una chiesa, trascinandolo quindi per i capelli e gettandolo dalla gradinata del sagrato». L’assassinio, «compiuto alla presenza dei cardinali e dei re di Sicilia e di Francia, restò impunito. Dodici anni dopo un papa [Martino IV] chiamava quello stesso Guido che «fesse in grembo a Dio / lo cor che ‘n sul Tamigi ancor si cola
[Inf., XII, 119] suo figlio diletto e lo eleggeva Generale della Chiesa» (Gregorovius). // Nel 1272 l’orgia conclavista fu rattristata dalla nuova del disastro dell’VIII crociata e della morte per peste del suo capitano, il turpe Luigi IX il Santo. Che pareva essersi abbonato, in barba alla papalmente garantitagli protezione celeste, a subire soltanto dure batoste, come quando, partito da Agues Mortes per sterminare gli infedeli egiziani (VII crociata), finì prigioniero e per riacquistare la libertà dovette pagare un altissimo riscatto. Il conclave si consolò della ferale notizia ricordando quanto ferocemente il santo aveva sempre infierito sui deboli e gli inermi.

(229) Il beato piacentino Teobaldo Visconti, arcidiacono di Liegi (Gregorio X,
1272-76) eletto frettolosamente in Palestina dal conclave di Viterbo messo a pane ed acqua, odiava sopra ogni cosa l’eterosessualità, che vedeva diabolicamente incarnata specialmente nel vescovo Enrico di Gheldria, «dal quale fu maltrattato» (Henrion); ma non si preoccupava affatto dell’omosessualità dilagante in ogni ordine della chiesa, anzi per più favorirla ordinava ai conclavisti di pigiarsi giorno e notte tutti assieme in un’unica stanza.

(230) Incoercibile e disordinato movimento dei muscoli involontari.

(231) Il Gheldria ostentava con orgoglio i quattordici figli avuti in venti
mesi soprattutto da giovani monache. Ma il primato di monta ecclesiastica gli sarà strappato per un soffio nel XVI sec. dal famoso von Dietrich, taurino vescovo di Monaco, che ingravidò l’ebrea Salomè ben quindici volte.

(232) Gregorio si vendicò della cocente umiliazione subìta dal Geldria privandolo del vescovado e relativi beneficî, ma non osò nemmeno pensare di farlo stritolare dagli ingranaggi dell’Inquisizione temendolo come energico e vendicativo grande feudatario, possessore di terre popolose e situate in forte posizione strategica. Rodendosi di rabbia impotente, il papa cercò di distrarsi trastullandosi in vani progetti di crociate contro gli infedeli.

XXIII

(233) Gregorio X.

(234) Anche le cruente rapine attuate durante la distribuzione delle sporadiche elemosine pontificie, che guadagnarono ai birri l’epiteto di ribaldi del papa, contribuivano a screditare la chiesa. Per stornare il rischio di pericolose rivolte Gregorio X auspicò la pace tra guelfi e ghibellini e disciplinò in qualche modo la sua sbirraglia.

(235) Il beato Pietro di Tarantasia (Innocenzo V,
1276), da cui quando era semplice frate domenicano Gregorio aveva fatto bandire una crociata contro Tunisi, riuscì in pochi mesi, dopo le sue devastatrici scorribande di rapace legato pontificio in Inghilterra, ad intaccare profondamente, ad unico proprio pro, anche il tesoro di S. Pietro.

(236) Continuando la nefasta politica filoangioina, Clemente IV aveva brutalmente avversato Corradino di Svevia, il cui regno anticipava di secoli l’unità italiana.

(237) Il genovese nipote d’Innocenzo V, Adriano V, nel
1276 fu avvelenato tra l’elezione e l’incoronazione, riuscendo appena ad abrogare la sodomitica legge sul conclave promulgata da Gregorio e a darsi a qualche fulminea rapina. Dante lo inchioda ad una roccia in espiazione della sua conclamata avarizia (Purg., IX gir.). Ai parenti che si felicitavano della sua elezione sospirò: «Meglio cardinale sano che papa moribondo». // In quel tempo Brunetto Latini, maestro di Dante, loda il Favolello di Rustico di Filippo, il poeta che tratteggiò mirabilmente il carattere del papistico partito guelfo evidenziandone gli aspetti più sordidi, bassi e triviali. 

(238) Giovanni XXI (XXII),
1276-77, l’ex vescovo portoghese Pietro Ispano, medico e mago (Par., XII), per il Platina era un inetto menato a cavezza dal card. Orsini, che poi gli succedette. Quando morì sotto il crollo del suo palazzo in costruzione a Viterbo si rallegrò tutta la consorteria fratesca, che lo accusava di eresia: in quella disgrazia individuava il dito di Dio, il tanto abusato spauracchio ecclesiastico. Dito sempre tirato in ballo per atterrire i moribondi e farli testare a favore del clero già straricco, come il moderno «don Ottomiliardi», oscuro curato di campagna venuto alla ribalta della cronaca come entusiastico benefattore di se stesso e del proprio nipote (Corsera, 14-09-94). Quando anche Woitjla fu colpito dal dito di Dio (costatogli una brevissima degenza nel 1981), seppe poi magistralmente rivoltare la frittata pro domo sua traendone gran profitto pubblicitario con la Salvifici doloris, il dolore che, se colpisce un prete o un bigotto, non è mai mandato da Dio per punire ma per salvare (ib., 24-10-1983, p.11: «La mia malattia è un merito per il Paradiso»).

(239) Dante conficca a testa in giù in una buca infuocata Nicolò III, l’ex inquisitore generale Gaetano Orsini (Inf., XIX). Secondo l’Ottimo commento della Divina commedia steso da un coevo, il papa, «desideroso di arricchire i suoi, tutt’i benefici di santa chiesa vendé e prese moneta, conferì grazie, sempre accettando quella persona la cui borsa era più copiosa». E Jacopo della Luna: «Per acquistar moneta non si vedea stanco né sazio di vendere le cose spirituali per fare grandi quelli di casa sua e sé nel mondo». Della sua proverbiale avarizia non fa mistero nemmeno l’abate Muratori, mentre Dante gli mette in bocca: «E veramente fui figliuol de l’orsa, / cupido sì per avanzar gli orsatti, / che su l’avere e qui me misi in borsa». Anche il Villani stigmatizza la sua rapacità a favore dei parenti. Per impadronirsi delle Romagne, N. tenta di truffare l’imperatore Rodolfo convincendolo dei propri papali diritti mediante l’esibizione di un mucchio di scartafacci grossolanamente contraffatti. Crudele misogino, proibisce ai preti ammogliati persino di assistere alle nozze e alla sepoltura dei loro figli (a.1280: sinodo di Münster, can.2). «Anche se dei suoi nipoti sognava di fare due re, uno di Lombardia, l’altro di Toscana, grandissimo era il suo zelo, oltre le belle qualità e le incontestabili virtù; non diceva mai messa senza sciogliersi in lacrime» (Henrion)

(240) Martino IV (Simone di Brion,
1281-85), uscito da un rissoso conclave in cui furono duramente malmenati i due cardinali Orsini, quando ingurgitava cibarie fino a scoppiare esclamava sospirando: «Sant’Iddio, quanto devo patire per la Chiesa!». Un ignoto scrisse sulla sua tomba l’epitaffio: «Gaudeant anguillae, quod mortuus est ille qui quasi morte reas escoriebat eas» (Gioiscano le anguille, ché giace chi le scorticava quasi meritassero la morte). Per averle ingollate a migliaia affogate nel vino subirà la pena del contrappasso: «...e purga [...] per digiuno / le anguille di Bolsena in la vernaccia» (Purg., XXIV). Mentre il papa massacra i forlivesi rei d’aver ospitato gli esuli ghibellini, la Sicilia insorge contro i suoi oppressori, i papisti francesi. «Quell’eroica terra diede allora il primo esempio di vittoria di un intero paese sulla schiavitù feudale imposta dalla chiesa» (Gregorovius). Mentre anche Perugia tenta di scuotere il mostruoso giogo papale, M. vola in cielo come «uomo di grande carità nella vita privata» (Gasparri). Per il Rendina invece egli «si rivelò un ebete anche nella politica antibizantina, [...] che affidò a Carlo d’Angiò mandando in rovina quella temporanea unione raggiunta tra le due chiese d’Oriente e Occidente». «Sepolto nell’abito francescano a Perugia, è tuttora onorato per i suoi miracoli come santo» (Henrion).

(241) Nipote di Onorio III, Giacomo Savello (Onorio IV,
1285-67) assoggetta le Romagne e ingrassa a dismisura la propria famiglia. «Distrutto dalla gotta, incapace di levarsi, di sedere, di aprire e chiudere le mani, aveva ordinato una macchina che lo alzava, lo abbassava, lo volgeva a destra, a sinistra, verso l’altare o verso la gente, mentre un altro meccanismo suppliva alle sue dita per sostenere l’ostia» (Gelmi). A compenso di quei papal patimenti la chiesa godeva nella carne dei tanti altri suoi allegrissimi membri, come il ben pasciuto monaco Marcus, intimo di una vedovella grande proprietaria di terre e di un superbo maniero sul Reno. La quale è da lui tanto assiduamente consolata che accetta molto a malincuore, solo per insistenza dell’Imperatore, di convolare a nuove nozze con un aristocratico. Ma Dio, infuriato, interviene nella stessa prima notte matrimoniale e, parlando dall’interno di un globo di luce accecante svela al santo frate che lo sposo altri non è che il demonio. L’indomani il religioso lo affronta brandendo una croce e lo fa sparire per sempre. Potrà così per anni continuare indisturbato la sua edificante calda e ritmica opera confortatrice dell’inconsolabile vedova. La cui aulica magione tuttora domina intatta un’ansa del grande fiume col nuovo e ben meritato nome di Marksburg (Castello di Marcus).

XXIV

(242) Il francescano Gerolamo Masci, di Lisciano (Nicolò IV, 1288-92), «pio monaco incurante dei propri interessi, ebbe a cura la pace del mondo e la crociata per l’estirpazione dell’eresia» (Gregorovius). Come possano concordare tanti suoi delitti con supposte virtù in un cocktail di abnegazione e rapacità, sarà sempre un insolubile enigma finché persino degli storici di solito molto rigorosi, come il Gregorovius, pur di apparire ad ogni costo imparziali ai begli occhi gesuitici manderanno di tanto in tanto in vacanza il loro acuto senso critico. Incurante dei propri interessi il buon frate dedito a rapinare le offerte destinate ai poveri per costruirsi una reggia da gran nababbo? Curatore della pace nel mondo il tristo zoccolante che rinvigorisce l’Inquisizione imponendola persino a Venezia, l’unico Stato sempre riuscito fino allora a respingerla? Disinteressato pio monaco colui che per bramosia di danaro soffocava in un mare di sangue i conati di libertà di Roma, Faenza, Cesena, Imola e Rimini? Qualche incongruenza e rinuncia all’arido vero può certo far piacere ai moderati, può perfino accrescere ad uno storico, presso i superficiali, la fama della sua obiettività e strappare in suo favore applausi all’incazzato clero. Ma è un’obiettività chimerica e del tutto usurpata, come osservava Oscar Wilde sostenendo non tanto paradossalmente che l’artista spesso attinge il vero meglio dei tecnici e degli esperti: «I giudizi veramente obiettivi non servono a nulla: l’uomo che vede realmente i due lati di un problema non vede nulla». Per paura di sembrare esagerato, in effetti Gregorovius qualche volta omette i più enormi crimini ecclesiastici e svicola in anodine fantasie. Ma la Storia non può far comunella coi voli pindarici e gratuiti ribaltamenti degli eventi. Perfino il Tasso, che pur viveva di sogni, non consente nemmeno al più pazzo dei poeti la libertà di stravolgere i fatti fino a far vincere Troia sui Greci, o Cartagine su Roma. Tuttavia, proprio per rispetto al grande storico tedesco, proprio per non intaccare la sua nel complesso gloriosa cittadinanza scientifica, è giusto contestarlo ogni volta, per fortuna raramente, che distorce il vero. La sua opera non può quindi essere rifiutata in blocco, perché egli non va confuso coi lenoni dell’informazione, come quelli che esaltano lo zuccheroso Woitjla carezzante i capelli bianchi della madre di Alì, ma tacciono sul fatto che subito dopo, a telecamere spente, il Gran Perdonatore ordinò ai proni reggitori della sua colonia (ex Italia) di costringere il suo fallito attentatore in duro isolamento, per quindi farlo consegnare dopo una ventennale prigionia, in un suo accesso di bontà giubilare, alla Turchia, dove scontare altri 34 terribili anni di carcere. 

(243) L’allucinato eremita Pietro da Monte Morrone, (s. Celestino V,
1294-95), eletto perché «i violenti odî di parte impedivano ai cardinali di concentrare i loro voti su uno di loro» (Gregorovius), è un pesce fuor d’acqua in un mare tempestoso di prelati intriganti che, presto stancatisi della sua inettitudine, lo liquidano e quindi spacciano ai semplici il suo assassinio per abdicazione spontanea. Così ingenuamente creduta anche da Dante: «Vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» (Inf., III, 59-60). C. era comunque maturo per l’aldilà: il card. Caetani, aspirante suo successore, gli intimava nottetempo di abdicare sotto pena d’eterna dannazione, parlandoda un foro praticato tra le travi dell’alto soffitto con una voce rimbombante e cavernosa, che pareva piovuta dal cielo. Jacopone da Todi, in seguito incarcerato a vita dal Caetani, aveva intuito l’addensarsi di nuvole nere: «Che farai Pier da Morrone? / Sei venuto al paragone. L’ordene cardenalato / posto è en basso stato: / ciaschedun suo parentato / d’arricchire ha entenzione, /.../ Guardate dal barattare / che el ner per bianco fan vedere; / se non te ne sai schermire, / canterai mala canzone». La tac praticata, contro espresso divieto dell’irritatissimo Vaticano, sullo scheletro di C. in un cimitero del Reatino, stabilisce senza ombra di dubbio essere C. stato ucciso da un grosso chiodo conficcatogli nel cranio, e la stampa ha strillato allo scandalo, come se il crimine fosse cosa straordinaria e non normale routine cardinalizia. HANNO ASSASSINATO UN PAPA! esordisce esterrefatto Il Giorno con titolo a tutta pagina (19-08-1998).

(244) Benedetto Caetani, di Anagni (Bonifacio VIII,
1294-1303), l’assassino di Celestino V da Dante relegato all’inferno tra i ladroni assieme a Nicolò III, con la bolla Ausculta fili ribadì, contro la volontà di Filippo il Bello, il diritto del clero all’esenzione da ogni tassa. Ma ai Francesi non pareva «ragionevole che il papa proibisse alle autorità ecclesiastiche di sostenere il loro re nella difesa del regno, mentre esse non mancavano di sperperare somme notevoli in ricche vesti, in feste ed altri piaceri» (Grimberg). Con l’Unam sanctam B. malediva quanti non gli riconoscessero il duplice potere assoluto, materiale e spirituale. In essa il guardasigilli del re, Nogaret, scorgeva le mire tiranniche dell’«usurpatore del seggio di Pietro, il maestro dei mentitori, l’odioso individuo che si fa chiamare Bonifacio» (ib.). Gelmi ammette le sue «smisurate ambizioni», e Fabbretti dice che «a un Papa così ingombrante per la Chiesa lo Spirito Santo lascia spazio ai peggior giochi umani del potere e della rapina», ma poi entrambi s’inchinano al «gran Pontefice che celebrò per la prima volta l’Anno Santo». Gasparri infine lo stima per aver espresso «in un documento pontificio [Unam sanctam] la dottrina della Chiesa come corpo mistico di Cristo, di cui Cristo stesso è il capo e di cui il Vicario in terra è il Papa». Allo scoccare del 1300, B. chiamò anno santo la prima caotica fiera incanalante gli acefali penitenti che accorrevano a colmargli i forzieri, e promise il paradiso a pagamento con una bolla d’indulgenza che attirava centinaia di migliaia di babbei in una Roma ridotta a meno di 40.000 abitanti: «Spesso vidi uomini e donne schiacciati sotto i piedi degli altri, e io stesso corsi più volte il medesimo pericolo. Il papa ricevette dai pellegrini un’innumerevole quantità di denaro, e di giorno e di notte due chierici stavano all’altare di s. Paolo tenendo in mano rastrelli con cui rastrellavano pecunia infinita» (Guglielmo Ventura). Persino l’abate Muratori non può sottacere la scena dei preti trafelati che manovravano «pale per raccogliere l’infinito numero di monete». Mostruosamente arricchitosi, B. ammansì i cardinali invidiosi concedendo loro il privilegio della porpora e difendendone la sicurezza con leggi severissime.

(245) Ebbro di danaro e di potenza, Bonifacio s’abbandona ad ogni crudeltà ed offende villanamente nobili e plebei. «La pia Costanza [di Sicilia] che auspicava fervidamente la pace con la chiesa, [...] con strazio grandissimo assistette alla guerra fratricida che, calpestando la religione cristiana, il papa chiedeva e fomentava con cieca passione tra i di lei due figli» (Gregorovius). Infine la guanciata d’Agnani al borioso pontefice assiso in trono avvia una parentesi di declino papale. Con la Clericis laicos il novello Anticristo (così lo definiva Jacopone) ribadisce l’assoluto divieto al clero di pagar tasse (altro che Date a Cesare!), mentre con l’Unam sanctam aveva dogmatizzato la plenitudo potestatis papae già auspicata dall’Aquinate affinché «ogni uomo, per potersi salvare, debba sottomettersi al vescovo di Roma» (Gelmi). Per questo Virgilio chiederà a B.: «Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio / per lo qual non temesti torre a ‘nganno / la bella donna [la chiesa] e poi di farne strazio?» (Inf., XIX, 55-57). Incarcerato dagli insorti, B. maledice il popolo e proferendo orribili bestemmie si uccide fracassandosi il cranio contro le pareti. Dio lo accoglie trionfalmente in paradiso e dimostra particolari riguardi per «il suo corpo, [che] dopo 300 anni fu ritrovato integro, senza segni di corruzione, all’apertura della tomba» (Henrion). I preti amano pazzamente il Maiale nero (così chiamato in una sua veridica biografia), grati delle sue sostanziose depredazioni e del suo ostentato disprezzo dei laici. Delirante di onnipotenza, B. «recitò in pieno la sua parte tanto da mostrarsi più volte ai romei nello splendore delle insegne imperiali esclamando: Io sono Cesare, io sono l’Imperatore!» (Rendina). Dopo averlo chiamato principe dei novi farisei, Dante, da lui condannato al rogo, cerca rifugio presso alcuni illuminati feudatari. Alla morte di B., uscì dall’ergastolo Jacopone da Todi, uno dei rarissimi francescani spirituali che non tradivano l’ideale pauperista e rifiutavano, all’opposto dei conventuali tuttora trionfanti, il ruolo di aguzzini dell’Inquisizione.

(246) Nicolò Bocassino di Treviso (Benedetto XI,
1303-04) «accanitamente perseguitato da un branco di [preti] congiurati», fu assassinato «col veleno iniettato in un dono di fichi, di cui era ghiotto».

(247) «Stando egli a una mensa a mangiare gli venne un giovine vestito e velato in abito di femmina, come servigiale delle monache di S.ta Petronilla di Perugia, con un bacino d’argento, iv’entro molti belli fichi fiori, e presentogli al papa da parte della badessa di quello monastero sua devota. Il papa li ricevette a gran festa, e perché gli mangiava volentieri, e senza farne saggio perché era presentato da femmina, ne mangiò assai, onde incontenente cadde malato, e in pochi dì morìo»
(Villani). La curia ammise apertis verbis che fu il card. Orsini, «d’accordo col card. francese Le Moine, a far mescere il veleno al povero Benedetto» (Gregorovius), poi beatificato «perché si oppose con aspra intransigenza ai francescani spirituali» (Gasparri)

(248) Bertrando Gotho, ex arcivescovo di Bordeaux (Clemente V,
1305-14) apre l’era della cattività avignonese con una politica favorevole alla Francia. Rara aves d’eterosessualità, circola in pubblico abbracciato alla propria amante, la contessa Perigard, ma non differisce, quanto a sete di dominio, dagli altri papi. Manda come legato ad opprimere Bologna il card. Orsini, che però è discacciato dal popolo. Va meglio al suo più energico successore, il card. Pellagrua, che nella crociata contro Ferrara massacra un migliaio di cittadini. Dante mette in bocca al dannato Nicolò III che «...verrà di più laid’opra / di ver’ ponente un pastor senza legge [Clemente V], / tal che convien che lui e me ricuopra». Tanto Nicolò si sentiva da lui superato nel rapinare! La sua incoronazione fu funestata dal crollo di una muraglia da cui uscì malconcio. Soppresse i Templari, e ne mandò al rogo i capi per spartirne i beni col re di Francia. Per aver nel concilio di Vienne (1311) riabilitato ed esaltato l’atroce Bonifacio VIII, Henrion lo equipara a «tanti altri pontefici d’eroica virtù», aggiungendo: «e che altro saranno i papi sovrani se non esseri superiori alle debolezze ordinarie dell’umanità?». Dante all’opposto invoca contro di lui l’intervento di Enrico VII: «Vieni a veder la tua Roma che piagne / vedova sola, e di notte chiama: / Cesare mio, perché non m’accompagne?» (Purg). Ma l’improvvisa morte dell’Imperatore, «avvelenato con l’ostia santa» (Gregorovius), spegne il sogno di libertà dell’Alighieri e sgomenta Cangrande della Scala, suo munifico protettore. Intanto C. nomina cardinali cinque suoi parenti, respinge la richiesta del re di Francia di cancellare Bonifacio VIII dal novero dei pontefici e, modestamente, si proclama… Padrone dell’Impero.

(249) All’opposto di Francesco d’Assisi, che dopo sei mesi di domicilio coatto (privilegio concessogli a scanso del rogo in pretesco ossequio al danaroso papà Bernardone) si fa complice passivo del grande macellaio di carne umana Innocenzo III, Dolcino Tornelli per difendere il vangelo respinge armata manu, con tremila compagni d’ogni età e sesso, le barbariche orde papiste guidate dal vescovo di Vercelli, e per due anni infligge loro una serie di dure batoste. Clemente V chiede aiuto al re di Francia, che gli manda un esercito dalla Savoia. Dopo un lungo assedio sulla vetta innevata del Ribello, Dolcino si arrende per salvare almeno le donne e i bambini superstiti, stremati dal freddo e dalla fame. Ma il vescovo li fa massacrare tutti e tiene in serbo per Dolcino e la sua intrepida compagna Margherita un supplizio speciale: strappatigli davanti alla folla i nasi ed altri lembi di carne con tenaglie roventi, li fa bruciare vivi inchiodati a due croci l’una di fronte all’altra. Sacrifica per ultima la donna, dopo averla fatta assistere all’agonia di Dolcino, amputato anche del pene; del qual cimelio non si sa che utilizzo abbia fatto il santo precursore del nostrano mostro di Firenze, molto probabilmente anch’egli prete, o frate, o fanatico bigottone. Correva l’anno
1307, e Dante, nell’inferno, si sente così apostrofare dall’ammirato Maometto: «Or dì a frà Dolcin dunque che s’armi / tu che forse vedrai il sole in breve, / s’ello non vuol qui tosto seguitarmi / sì di vivanda, che stretta di neve / non rechi la vittoria al Noarese, / ch’altrimenti acquistar non saria leve». La vittoria arride infatti ai papisti, e il 15 aprile «Clemente V, Servo dei servi di Dio, saluta e impartisce l’apostolica benedizione all’illustre carissimo figlio Filippo re di Francia, [e lo informa] che in questo giorno presente dopo il vespero ci è giunta la notizia, ricca di grandissima esultanza, che quel demone pestifero, figlio di Belial, eresiarca quanto mai orrendo, Dolcino, per prodigioso miracolo di Dio, dopo grandi stragi, fatiche, pericoli e spese pesantissime, finalmente è stato assicurato alle nostre carceri per opera del venerabile fratello nostro Raniero vescovo di Vercelli nello scorso giorno della Cena del Signore, e un’immensa schiera, che stava con lui e che da lui era stata appestata, è stata in quel giorno uccisa. [...] Ti preghiamo pertanto e t’esortiamo a ringraziare con umile e devota mente Nostro Signor Gesù Cristo, meditando su come la clemenza del Padre Celeste con occhio di pietosa compassione vegli di continuo sul genere umano dei cristiani [...] dal momento che gli ostacoli alla fede cattolica per mirifica volontà divina sono estirpati dalle radici». Oggi la cima del Rubello è turpemente profanata a scherno di tanti martiri da un sacrilego santuario dedicato a s. Bernardo da Mentone, feroce persecutore di eretici, e la sua roccia, che fu un giorno intrisa di sangue purissimo, è ora contaminata dalla mostruosa presenza di sghignazzanti pretazzoni. Nel 1907 i lavoratori piemontesi in onore delle eroiche vittime eressero sul prospiciente monte Mazaro un altissimo obelisco, che nel ‘27 fu sacrilegamente abbattuto a cannonate dai militi del Garbaccio (el Gargasciùn), industriale clericofascista di Valle Mosso. Presso il diroccato basamento, ogni seconda domenica di settembre si raduna un drappello di uomini liberi per commemorare, contro il vile silenzio dei multicolori servi del clero, quei nostri valorosi antenati.

(250) «L’oro convinse i cardinali più irresoluti»
(Gregorovius) ad eleggere Jaques Duèse, in arte Giovanni XXII (XXIII), 1316-34. Grosso affare comprare il sacro seggio: la spesa rientra sempre più volte moltiplicata nelle tasche di chi riesce a calzare il triregno. «La vita che i papi conducevano in Avignone suscitava scandalo a motivo del lusso che regnava nel palazzo e delle numerose feste con le quali cercavano di eclissare tutti gli altri potentati d’Europa. Le sale del castello e di altre residenze pontificie erano adorne di ricche tappezzerie e di mobili suntuosi. I pasti venivano serviti in piatti d’oro e d’argento. Si potrà avere un’idea del valore del vasellame sapendo che pesava circa duecento chili. Anche la varietà e il numero delle portate nelle grandi occasioni erano impressionanti. Inoltre non si spendeva meno di tre milioni e mezzo l’anno per i vestiti di Giovanni XXII e dei suoi numerosi parenti» (Grimberg). G. scomunicò Matteo Visconti, Guglielmo d’Occam, Marsilio da Padova (che negava l’origine divina del potere) e incarcerò a vita un suo rivale. L’Infallibile era tanto «confuso e ignorante come teologo» (Fabbretti), che «non solo nemici politici ma anche teologi qualificati lo dichiararono eretico» (Gelmi). Ma la chiesa non lo sconfessa, anzi lo legittima perché vanta dei grossi meriti: «la storica bolla di condanna contro le streghe [Super illius specula, 1326, caratterizzata dalla] radicalità spietata con la quale elimina tutte le sospette e le fa bruciare sul rogo» (Fabbretti), l’«aver concesso dieci giorni d’indulgenza a chi la sera reciti in ginocchio la salutazione angelica e aver confermato che le anime purificate e separate dai corpi vanno in cielo con Gesù», e infine l’essere stato «attivo, vigilante, di fermezza a tutta prova ed esatto nelle preghiere pubbliche» (Henrion). Oltre le solite donne egli bruciò, «in difesa della fede, tanti scellerati eretici» come il poeta, astrologo, docente universitario Cecco d’Ascoli, e passò a cristiano fil di spada, per renderli più obbedienti, gli abitanti di Recanati, Osimo, Spoleto, Fano, Urbino ed Imola.

(251) Dal tariffario di Giovanni XXII (riedito nel
1564 e 1744) si evince quanto valore in moneta sonante l’umile nonché perdonatore clero attribuisse a se stesso: mentre per l’assoluzione da un omicidio incassava 14 lire e da un parricidio 17, ben 179 (centosettantanove) ne pretendeva per un preticidio. Anche con questa boriosa sperequazione esso ha abituato lo strafottuto gregge a disistimarsi, e tuttora di ciò continua  a trarre gran vantaggio facendo impunemente man bassa dei beni nazionali.. Il Mida d’Avignone (Gregorovius) lascerà ai nipoti un’ingentissima somma, frutto delle sue sistematiche vendite sacrileghe e sottrazioni dalla riserva dei beneficî vacanti. Per colmo di sberleffo, «il papa dichiarava eretico chiunque asserisse che il Cristo era nato e vissuto povero» (D’Alessandro Borrella, teologo). Nel 1317 G. sopprime ufficialmente i frati spirituali e manda al rogo quanti si ostinassero nel concetto di povertà cristiana. Qui Henrion tace, Gelmi fa il nesci e Fabbretti lo gnorri. E quest’ultimo apre bocca solo per ammirare in G. «l’abile e lucidissimo organizzatore finanziario e fiscale, [che] ridusse in miseria molte diocesi e chiese». Fratesca congruenza! Secondo la quale lo spolpamento sistematico dei fedeli non può affatto intaccare l’eccelsa virtù di chi «non manca di curare la pietà popolare istituendo la recita dell’Angelus Domini, e battendosi per il riconoscimento, anche dogmatico, dell’immacolata concezione di Maria» (ib.). Il che doveva importare assai alle moltitudini gettate sul lastrico dal papa! Edificante è poi la bolla promulgata ex cathedra nel 1326 per invitare a intensificare il massacro di streghe e di eretici: «Giovanni, vescovo [di Roma], Servo dei servi di Dio, all’altezza [modestamente!] di Colui, per quanto senza merito e favorendoci la Sua clemenza, che da principio formò il primo essere umano, merito della Sua passione perché di là [Noi] volgessimo il guardo agli uomini che comprendono e ricercano Dio nella religione cristiana, con dolore percepiamo e pensiamo con Nostro intimo turbamento, quanti siano cristiani solo di nome. [...] Essi stringono alleanza con la morte e stipulano patti con l’inferno, fanno sacrifici ai diavoli, li adorano, costruiscono immagini, anelli, specchi, ampolle ed altro per legarsi magicamente a loro, e per soddisfare malvagi desideri turpemente li servono. Quale dolore! Questo morbo pestilenziale ora si va spandendo per il mondo più ampiamente del solito e contagia più gravemente il gregge di Cristo. Pertanto, per dovere del Nostro ufficio pastorale, al fine di ricondurre le pecore sviate all’ovile di Cristo separando le malate dal gregge del Signore perché non infettino le altre, consultati i Nostri fratelli, con questa costituzione valida in perpetuo [...] fermamente stabiliamo che contro quei tali [...] si proceda dai competenti giudici ad infliggere quelle pene, oltre la confisca dei beni, che per legge meritano gli eretici». Agitando i soliti spauracchi il clero concedeva a se stesso l’autorizzazione all’assassinio e alla rapina illimitati. Ma alla bolla studiata per obnubilare le già intorpidite menti, affiora in cauda il timore del possibile risveglio del libero pensiero: contro «misfatti così esecrabili [...] ordiniamo che nessuno ardisca tenere o studiare scritti di qualunque genere contenenti alcunché degli errori condannati. Anzi vogliamo, e in virtù della santa obbedienza prescriviamo, che chiunque ne possegga uno lo distrugga e lo bruci totalmente, completamente e in ogni sua parte; in caso contrario sentenziamo che sia scomunicato immediatamente, per poi procedere contro chi disprezzi la presente ad altre pene più gravi». E ora possiamo godere, a suffragio della sfrenata criminalità papale, di una serie infinita d’esilaranti sproloqui, come: «La Chiesa è sempre stata un baluardo di libertà e tolleranza. Permise persino [non riuscendo a ghermirlo e bruciarlo pur avendo sempre tentato di farlo!] che Dante mettesse all’inferno tutti i papi!» (Radio Maria, don Livio, 29.09.2001).

XXV

(252) Il beato Jeacques Fournier Benedetto XII, (1334-42), figlio di un mugnaio di Saverdun, «giurò morte agli eretici» (Gregorovius), ma «dimostrò molta umanità nell’esercizio del potere di cistercense inquisitore di Carcassonne» (Fabbretti). Seviziava, mutilava ed arrostiva… ma con papistica delicatezza! «Irreprensibile e degno di venerazione, fa costruire con la potenza e la munificenza di un sovrano il palazzo d’Avignone» (ib.), compresa la tristemente famosa Torre della ghiacciaia, dove saranno stipate le ossa umane residuate dai roghi accesi dai sazî prelati nel parco, nel cortile o, al riparo dei rigori invernali, nell’amplissima cucina dal soffitto rastremato in vertiginosa canna fumaria. «Questa gigantesca torre, detta anche Truoillas, o della Pressa, forse in origine fu veramente la pressa feudale. Ma presto fu pressatoio di uomini, macchina per spremere carni umane. Rinchiuso al suo sommo, tra il fischio eterno dei venti, il tribuno di Roma Cola da Rienzo poté comodamente meditare sulla sua pazza fiducia nel papa. Nel suo fondo abissale quando si esumarono le vittime dei furori rivoluzionari, si trovò più sotto molto altro ossame gettatovi tra le attrezzature, finora conservate, dell’Inquisizione» (Michelet). B. massacrava con cattolica umanità inquisitoriale, ebrei e lebbrosi «complottanti per annientare la cristianità», e nei quotidiani festini rischiarati dal «fuoco dei roghi purificatori della marcia eresia», brindava ai creduli con tonanti Papaliter libamus! (Beviamo papalmente!). Gelmi non tace che «Petrarca lo condannò duramente, definendolo un avvinazzato timoniere della barca della Chiesa». Non era però soltanto avvinazzato, come vuol far credere il gesuita: avvinazzato sì, ma abbastanza lucido da accumulare montagne d’oro che poi lasciò a famigliari ed amici. E il Petrarca non accusò solamente B., bensì tutta la congrega ecclesiastica come avidissima associazione a delinquere. // Nel 1338 a Rhens i grandi elettori tedeschi, disgustati, esclusero i papi dalla nomina dei loro re.

(253) Pierre Rogers, di Limoges (Clemente VI,
1342-52), «inflessibile nel dogma e nella morale», con la ricattatoria minaccia di scomunica carpisce alla regina di Napoli Giovanna d’Angiò (che assassinò in combutta con l’amante, il marito Andrea re d’Ungheria), per una cifra d’assoluto favore (80.000 fiorini), il ricchissimo feudo d’Avignone. «Con Clemente lo sfarzo principesco della corte raggiunse il culmine», dice l’eufemistico Gelmi, mentre per il Petrarca essa era pure un «nido di tradimenti in cui si cova / quanto mal per il mondo oggi si spande, / di vin serva, di letti e di vivande / in cui lussuria fa l’ultima prova. / Per le camere tue, fanciulli e vecchi / vanno trescando e Belzebù in mezzo / coi mantici, col fuoco e con gli specchi». Con l’aggiunta: «Pessimo sempre [...] mi parve quel luogo [...] per l’accolta che ivi si fece delle nequizie e delle lordure del mondo intero [vi gravitavano ben 40.000 persone], ...nulla essere in esso di vero, nulla di sacro, non timore di Dio, non santità dei giuramenti, non religione». C. crea sette nipoti cardinali e scaglia l’anatema contro l’imperatore Ludovico per sottrargli molte terre e venderne a prezzo usurario i vicariati: «Noi preghiamo e supplichiamo Dio onnipotente di rovesciarlo con la forza della sua destra. Sia maledetto entrando, sia maledetto uscendo. Dio lo percuota di vertigine, di cecità, di furore di mente, il cielo lo fulmini. S’apra la terra e lo inghiotta vivo». Così parlava il dolce e pudibondo Cristo in terra, che «stabilì per buona creanza una paratia tra i letti dei cardinali in conclave, a cui non permise più di due servitori, chierici o laici a loro scelta» (Henrion). Nel 1350 C. rinnova la cuccagna giubilare inaugurata da Bonifacio VIII. Per prenotarsi un posto in paradiso altre fiumane di generosi pellegrini si riversarono su Roma. Dove, strabiliati, a sonoro pagamento potevano vedere da lontano «l’impronta originale del viso di Cristo», rozzamente spennellata su uno straccio lurido dai preti e spacciata per autentico sudario della Veronica. Anche allora molta gente morì soffocata e calpestata (Gregorovius). Incalcolabili furono poi le «limosine» abbrancate dal papa, mentre i romei, nutriti dalla «mala carne» di macellai speculatori, potevano dirsi fortunati quando s’ammucchiavano in tre su lettucci per una sola persona, dove spesso i locandieri «ce ne facevano jacere fino a sei o sette» (Villani).

(254) Gregorovius definisce Stefano Aubert, di Beyssac (Innocenzo VI,
1352-62) papa «giusto, severo e d’indole monacale», che tenta invano di abolire la tassa di Caligola sulle prostitute riesumata dal clero. Ma per «pacificare le Romagne felicemente» (Gasparri) fa spargere dal card. Albornoz altri fiumi di sangue a Rimini, Faenza, Forlì e Cesena, strenuamente difesa quest’ultima da Cia degli Ubaldini. Per prendere Bologna scomunica il duca di Milano, a cui però finisce col riconoscerne la legittima signoria dopo essere stato da lui ricoperto d’oro ed altri svariati regali, che il papa passerà in parte alla propria amante, contessa di Turenne. Ergo, nell’ottica distorta del clero egli era un «papa di vita angelica, di sobrietà straordinaria e di ammirabile innocenza di costumi» (Henrion).E i panegiristi gli perdonano persino la sua «scandalosa» eterosessualità, per il troppo grande merito d’aver nominato inquisitore generale d’Aragona il sordido padre Eymeric, che ci tramanderà le sue sanguinose e funeree esperienze nel Directorium inquisitorum, la più meticolosa guida alle cattoliche atrocità mai pubblicata prima dell’altrettanto raccapricciante Malleus maleficarum. In essa, tra l’altro, il turpissimo incappucciato inveisce bassamente contro il filosofo Raimondo Lullo, reo d’aver consigliato, per convertire i dubbiosi, la ragione invece della violenza.

(255) Urbano V (il beato Guillaume Grimoard, di Grissac,
1262-70) tentò d’insediarsi a Roma, ma «fu costretto da disordini a riparare ancora una volta in terra di Francia». Era stata però nel frattempo dopo lungo assedio piegata Perugia e fatta oggetto di terribili stragi e saccheggî, ordinati da un «papa animato da grande zelo per la propagazione della fede e il miglioramento dei costumi».

(256) Smerciava ad altissimo prezzo i cosiddetti agnusdei, grumi di cera che i credenti, a scanso di finire all’inferno, si appendevano al collo racchiusi in sacchetti di lino. Con questa e mille altre consimili estorsioni, soprattutto a danno dei moribondi, la chiesa ha accumulato mostruose ricchezze, come i preziosissimi gioielli accatastati nel Tesoro di s. Pietro, che ora possiamo ammirare, dopo lunghe ed estenuanti code (
10.000 visitatori il giorno) e a salato pagamento (10 euro a testa nel 2002), nel gran magazzino di refurtiva di provenienza italiana chiamato Musei vaticani. Ma la sacrilega fame dell’oro non si placa mai. «Non possiamo più continuare a pagare ai preti l’affitto di mezzo miliardo per la nostra scuola», lamenta «un alunno della statale di via dei Gelsomini di Milano, costretto coi compagni a traslocare» (Italia 8 TG, 1-3-1995): piccolo esempio del bestiale sfruttamento di milioni di sudditi da parte dei «sacerdoti in lotta con la [propria] povertà», come lo sbraitante truculento don Mazzi, il cosiddetto prete da marciapiede, che propina predicozzi ai pezzenti dalla sua lussuosissima Volvo e sfrutta gratis la TV italiana come mezzo per inveire e sputare sull’Italia (Rai 1, «Domenica in», 12-3-1995). Miriadi di cittadini pagano esosi affitti al… povero clero, proprietario solamente di… decine di migliaia di case, terreni, negozi, laboratori, capannoni, industrie, stadî, palestre, piscine, ecc. (come i mille grossi stabili nella sola Roma e i quattrocento capannoni industriali intorno a Milano), tutta roba piagnucolosamente inglobata con l’esca di fantomatiche beneficenze. E un altro ciarlatano di tre cotte, rispondente al nome di don Livio, strappa lacrime ai citrulli intenerendoli sul… bisognoso Vaticano, «i cui dipendenti laici sono pagati la metà degli statali italiani» (14-07-95, Radio Maria, l’unica emittente captabile, con Radio Vaticana, fin dalla Luna). Povero, denutrito Woitjla, che nel ‘99 si è degnato accettare, magari non senza qualche smorfia, il regalino natalizio FIAT: una superautomobile a prova di bomba del valore di appena…tre miliardi, tremila milioni di lire, e nel 2004 una fiammeggiante Ferrari testa rossa! Ma l’ateo don Livio può permettersi di gioire in pubblico per gli stracolmi forzieri ecclesiastici senza timore di contraddirsi, dato l’infimo livello mentale delle sue fanatiche mandrie, tra cui molti affamati pensionati da lui convinti al digiuno per mandargli danaro, tanto danaro (Radio Maria ha uno stramiliardario giro d’affari), paghi di udirlo sbraitare che «non è colpa del clero se ha ereditato palazzi sfarzosi e se gli straccioni [sic] hanno eretto a Dio imponenti cattedrali» (ib.). La radio prediletta da Giampaolo II il Glande ci delizia pure, alla faccia delle sbiascicate papali richieste di «perdono per i passati errori», con la più spudorata apologia dell’Inquisizione, che secondo il veridico mons. Invernizzi era [benché madre di tutte le più bieche polizie segrete], un’opera pia esercitante «una funzione moderatrice e che ai suoi prigionieri [da lei spesso storpiati e orribilmente mutilati prima del rogo] cambiava le lenzuola due volte alla settimana. Roba da grande albergo!» (13-08-96).
 
(257) Ai due cardinali che avanzano sul ponte del Lambro brandendo minacciosamente la bolla di scomunica, il duca Bernabò Visconti ingiunge di «bere o mangiare». Per non finire annegati essi ingoiarono pergamene, sigilli, cordoni di seta e piombi. // Ridotto in miseria, Petrarca, che per ottenere un sussidio dovette da vecchio, come Boccaccio, farsi canonico, riteneva Urbano avvelenato dai suoi «malvagi» consiglieri.

(258) Creato cardinale a
17 anni dallo zio Clemente VI, Pierre Roger, di Maumont (Gregorio XI, 1370-78), «uomo di alte qualità, impose il proprio ritorno a Roma, ostacolato dalle varie fazioni». Indisse una «crociata contro gli infedeli d’Oriente», bandita da s. Caterina. In quella ben più feroce bandita contro gli Italiani, il cardinale legato (futuro Clemente VII) risponde ai messi dell’assediata Bologna: «Dite ai cittadini che non mi allontanerò finché non mi sia lavato le mani e i piedi nel loro sangue». A Faenza scampano pochi fuggitivi: migliaia di cittadini sono trucidati, compresi vecchi, donne e bambini. Prima di sgozzarle, i ferventi papisti stuprano anche le vergini consacrate. Davanti a Cesena, restia a sottomettersi, il santo porporato urla: «Sangue, sangue! Io voglio sangue!». Le donne incinte sono sventrate, i lattanti sfracellati contro i muri. Emulo dell’altrettanto santo abate Arnaldo, perché nessuno gli sfugga ordina di massacrare tutti, anche i cattolici più ligî e bigotti. Stragi ampiamente documentate dal Sismondi e sempre accuratamente taciute dai preti, che ora assolvono se stessi farfugliando vaghe scuse su appena accennati «passati errori», e persino «orrori» (accettando finalmente un termine pubblicato anni prima dallo scrivente), per poter chiudere senza spiegazioni, senza punizioni e soprattutto senza risarcimenti, un infinito cruentissimo contenzioso. Sulla scia delle farisaiche battute di petto del Santo Pagliaccio, tra le nebbie della sacra disinformazione possono così continuare bellamente a spacciare per fantomatiche opere di bene i più atroci, passati e presenti, delitti ecclesiastici. E con inaudita spudoratezza contrattaccano insultando i laici che, a loro detta, «sulla Santa Inquisizione trinciano solo luoghi comuni [sic], mentre anche lo storico non credente deve tener conto di ciò che la Chiesa dice di se stessa» (Radio Maria, don Invernizzi, 14-06-1995). E provano la bontà del Sant’Uffizio, citando l’assoluzione che lo stesso (come fa ora detto S. P. nel battersi il petto) usava generosamente elargirsi. Battezzano inoltre «apertura di idee» tale furbesca trovata, plauditi da fanatiche megere, come l’adoratrice dell’«irreprensibile don Aldo, il quale opera santamente tra i drogati, anche se gli viene duro e gli si rizza sotto la tonaca» (Maurizio Costanzo Show, 21-06-1995). Che strano! Certe impennate, sempre obbrobriose se riferite a laici, diventano venerande se riferite al buon pretazzone perché, a parte la sua santità cazziale, quanto a libidine aggiunge con sussiegosa boccuccia la sua fan: «anche lui è un uomo come gli altri» (ib.). Di questo passo, vedremo presto il papa lanciare dal balcone anatemi contro gli impuri mentre cavalca un bell’amasio. E pare che a tale eventualità ci si stia già adeguando, con le tonnellate di preservativi giacenti sul terreno dopo l’oceanico raduno giubilare di catto-giovani sotto il podio pontificio. Sorvolando anche sulla risoluta resistenza di Firenze contro gli armati di papa G., i vaticanisti tengono invece molto a farci sapere che egli era «cagionevole di salute e di una sensibilità assai delicata» (Gelmi) e che, «giusto e liberale verso i poveri [da lui sempre duramente spolpati, ndr], riportò la sede a Roma facendovi un ingresso trionfale ed installandosi, per il degrado edilizio della basilica Lateranense, in Vaticano, ingrandito e abbellito dai suoi successori» (Henrion).

(259) A Gregorio ripugnava l’idea di trasferirsi nell’indocile Roma, ma s. Brigida lo sollecitò «avendole la Vergine annunciato che sarebbe morto se non avesse obbedito»
(Gregorovius). Morì invece quasi subito lei, mentre il papa, ridendosela delle minacce celesti, visse allegramente e si decise a tornare a Roma molto più tardi, solo quando cominciò a temere che l’eccessivo protrarsi della sua assenza avrebbe indebolito il suo potere. Vi entrò accompagnato da duemila armigeri e da un’accozzaglia d’istrioni vestiti di bianco che gli danzavano attorno battendo bambinescamente le mani. Infine la Madonna che,per quanti sforzi facesse, non era riuscita a punirlo quando lui la beffava e la sfidava davanti a tutti, lo fulminò, incazzatissima, proprio mentre la stava finalmente obbedendo.

(260) Ora due papi, il superbo e dispotico Urbano VI (Bartolomeo Frignano, ex vescovo di Napoli) e Clemente VII (detto il Boia di Cesena) si scontrano a capo dei loro partigiani armati. Adesso l’onnisciente chiesa cattolica è tormentata dal dubbio, perché «in conformità a recenti studi non si è in grado, oggi come allora, di stabilire chi veramente fosse il pontefice legittimo»
(Gelmi). Incerta e tentennante, come l’altrettanto santo asino di Buridano. Ma oggi sembra propendere per Urbano, anche se anch’egli «mostrò il suo vero volto: aspro e impetuoso, megalomane, molto offensivo verso i cardinali: col tempo affiorarono i segni indubbî di un’alienazione mentale» (ib.). 

(261) Mentre s. Caterina s’infervorava servendo il crudele frenastenico, s. Vincenzo Ferrer incarnava il Vicedio nel boia delle Romane e considerava «la fede nella sua legittimità necessaria per la vita eterna»
(Gelmi). Entrambi , nella loro qualità di santi, non potevano che essere direttamente ispirati da Dio, la cui infallibile mente allora doveva essere, se non proprio del tutto sconvolta, perlomeno in passeggero stato confusionale.

(262) Urbano fece sgozzare e gettare in mare cinque dei sei porporati che avevano osato leggere un’invettiva di Bartolino da Piacenza contro la corte papale, definita covo di pazzia e di delitto. Il sesto, cittadino inglese, U. dovette liberarlo perché «Londra minacciava di far pagare cara la sua morte»
(Monticelli). Oltre ad istituire la festa della Visitazione della Vergine, indisse l’anno santo 1390, anch’esso assai redditizio, seguìto nel 1400 da quello proclamato da Bonifacio IX: «...la festa del giubileo si era trasformata ormai in una manovra speculativa del papa che, attraverso emissarî che si spingevano fino ai più lontani paesi, vendeva indulgenze all’incanto per tanto denaro quanto costava mettersi in viaggio per Roma.[...] Anche sul letto di morte lo tormentava la bramosia del danaro» (Gregorovius)

(263) Scomparso il duo s. Caterina-Urbano VI, si affrontano in sanguinosi inestricabili grovigli s. Vincenzo Ferrer, s. Telesforo, Bonifacio IX, Clemente VII, Benedetto XIII, Innocenzo VII, Gregorio XII e Alessandro V, l’ultimo dei quali avvelenato dal card. Cossa, futuro papa. Andrea da Barberino, come tutti ingannato dagli apocrifi incartamenti curiali, credeva nella legittimità dello Stato pontificio ma se ne doleva amaramente: «Costantino dotò la chiesa di Dio per la buona fede e per la sua conversione, non pensando che e’ pastori della chiesa per lo bene propio dovessino tutto il mondo guastare per appropiarsi e di spirituali farsi tiranni»
(I, 3)

(264) I rivali Gregorio XII (il veneziano Angelo Correr) e Benedetto XIII (lo spagnolo Pietro di Luna) proclamano solennemente da Roma e da Avignone la loro ferma intenzione di riunire la chiesa. Fissano Savona come luogo d’incontro e avviano i preparativi d’una partenza più volte annunciata e sempre rinviata, perché «la reciproca diffidenza impedì che si arrivasse a un accordo»
(Gasparri). Frattanto, incombe la minaccia dei Turchi, ormai giunti ai confini dell’Ungheria. Ma la sacra gang, sempre accordatasi e accodatasi ai predoni stranieri, questa volta fallisce nella sua vecchia manovra. Non riuscendole far combutta con gli invasori, comincia a preoccuparsi seriamente dell’aggressivo fanatismo islamico. I preti temono di vedere i «cavalli del sultano nei giardini di S. Pietro», di subire la confisca degli immensi tesori rapinati ai creduli e di avere la gola, come comanda il profeta a punizione degli infedeli, passata a fil di spada. Poco lusinghiere prospettive che la spingono a un frenetico attivismo. E presto un poderoso esercito europeo, sotto un grande stendardo della Vergine incorniciata di gigli d’oro a pegno di vittoria, a Nicopoli assalirà baldanzosamente i Turchi riportando una memorabile sconfitta. Dalle scimitarre dei giannizzeri nessuno si salverà. Per fortuna del papato, i musulmani invece che sulla Roma diroccata e spremuta a sangue dal clero, puntavano sulla grandiosa e prospera Costantinopoli, cristiana capitale dell’Impero Romano d’Oriente, circondata da possenti mura ma ormai regnante su un esiguo territorio. Miravano alla favolosa metropoli che continuava a brillare come ultima favilla di civiltà tra le fitte tenebre della superstizione catto-islamica medioevale.