XXVI

  Avvelenato Sandro, papi tre
pilotano la nave al tempo stesso; (265)
ma poi ch’ognun volea tutto per sé,
furono convocati ad un congresso
da Sigismondo imperatore e re, 
che minacciandoli di quel decesso
che ‘l clero fe’ subir col rogo a Husse,
ad abdicare tutti e tre li indusse. (266)
  Martino Quinto, di preclaro ingegno,
non si riempì soltanto le budella,
ma pure l’intelletto a tale segno 
da tollerar da l’alto de la sella
ciò ch’è indigesto a le teste di legno:
tentazione carnal in alma bella.
Dicea perciò lo stolto popolino:
«Papa Martino non val un quattrino». (267)
  Del quarto Eugenio nessuno può dire
se amasse trastullarsi con la donna, 
o s’egli si calasse a l’apparire
di bel maschione la purpurea gonna,
ma si sapeva di sue trame ed ire 
per arraffar i soldi dei Colonna
e per chi avesse nel pagar tardato,
come quando impiccar fece un prelato. (268)
  I cherchi non s’arrestano un momento
ne l’esaltarlo qual anima santa
chini a la base del suo monumento,
e infaticabil la lor gola canta
perché egli diede lustro a lo strumento
che rinverdì la disseccata pianta:
il Purgatorio, che lira e doblone
leva di tasca al credulo babbione. (269)
  Chi mai più si stupisce se al citrullo
il prete con sommesso atteggiamento
sottrae metallo e cagagli fasullo, 
se succhia lardo rivendendo vento
secondo ‘l motto clerical Ti ciullo
e te lo metto in culo senz’unguento
?
Arraffar oro e argento è suo lavoro,
o alternativamente argento ed oro.
  A Quinto Nicolò ‘l prete più fino
assegna meritatamente dieci,
perché piamente ingurgitava vino,
asparagi, caviale, spezie, ceci,
anatra, porco, quaglia ed agnellino,
digiuno a li altri prescrivendo e preci.
E a incartamenti antichi mise mente
per meglio abbindolar il deficiente. (270)
  Per tramutare ‘l vecchio Vaticano
nel più sfarzoso palazzo del mondo, 
sopra li altrui risparmi stese mano
capanna confiscando e latifondo;
e partorì pensier lapalissiano
a li umanisti parso inverecondo:
dal Colosseo, che torreggiava intatto,
asportar marmi per un largo tratto.
  Con essi fe’ elevar alte pareti
e levigati gettar pavimenti, 
d’arazzi rivestendoli e tappeti; 
e ingurgitava là a quattro palmenti
non senza diradar borse e frutteti.
Aveva fatto fustigar giumenti
tesi a tirar per la papal gazzarra
di marmi ben dodicimila carra. (271)
  Il Padreterno allor, molto adirato
contro l’ignavi refrattari al vero
che si fan fottere dal tonsurato,
il qual impugna croce e regge cero
per rifilarci un Cristo romanzato,
diede un avvertimento al globo intero 
con una prova de la sua spadona
anticipante ‘l crollo di Lisbona. (272)
  Proprio nel mezzo de l’anno cinquanta
Nicolò Quinto coi suoi manigoldi
inaugurato avea la Porta santa,
verso la qual accorrono i balordi
a inginocchiarsi venerando l’anta
che s’apre verso ‘l trono-mangiasoldi;
e a ricolmare la papal dispensa
s’addensò folla puzzolente immensa. (273)
  Ma Quel che di lassù sempre provvede,
Quel che non solo al sabato ripaga
e che castiga il bigotto che crede,
a l’improvviso si discopre e caga
sui pellegrini ansiosi di mercede:
affligge tutti con putrida piaga,
e da la capital Roma papale
è un ratto fuggifuggi generale.
  I colpi per scansar di tanto maglio
la moltitudine, qual nave a l’orza,
si scuote ambe le palle, morde l’aglio
e arretra a la campagna a tutta forza; 
ma l’Onniscente, sempre sordo al raglio
del papistume, ‘l suo furor non smorza,
e poiché de li oranti se ne frega
colpisce tanti profughi e li annega. (274)

XXVII

  «Secondo l’opinion - dice ‘l Baronio
il cardinale autore de li Annali
de’ più sapienti,’ncluso sant’Antonio,
sconquassi, terremoti, temporali 
ed alluvion son opra del Demonio,
ma solo… quando mieton clericali,
ché Satana, se picchia duramente,
all’angol mette pur l’Onnipotente.
  Se invece accade che crepi qualcuno
che non confonda spigolo con spigo,
che veda frode nel papal digiuno
e che d’encicliche non beva rigo,
allora è obbligatorio ed opportuno
vociferare di divin castigo». 
Per quanto vi sforziate, mai potrete
far vacillare linguacciuto prete!
  Con identica logica ignaziana,
che tanto puzza d’imbroglio sinistro,
i torcicolli si straccian la lana
udendo criticar catto ministro:
brandiscono affilata dirlindana
e ti registran nel nero registro,
ché ai crimini papisti la pia gente
rifiuta di rivolgere la mente.
  Eppure su le atrocità, sì tante,
dei papi, oltremisura orripilanti, 
ora non v’è nessun, appo o distante,
né tra i pigmei né tra i rudi giganti
da l’Oceàno a le creste d’Atlante, 
che udito voci non abbia allarmanti:
di tali pie prodezze è conscio adesso
perfino il manoval che mena ‘l gesso. (275)
  Alfonso Borgia, over papa Calisto,
né invocar Dio né nominare santi
in alcuna occasione fu mai visto,
ma fu da tutti visto dare tanti
soldi a’ nipoti e dire: «Un certo Cristo 
a santo Pietro riempì ben i guanti»; (276)
mentre ‘l Secondo Pio, poeta osceno, 
era molto serafico e sereno.
  Egli s’annovera tra i papi rari
che lorde di sangue non han le mani,
benché non insensibili ai denari.
Aveva insomma sentimenti sani
oltre ch’avvedutezza ne li affari,
e sul suo esempio cherici e pievani
scialaro buona parte de le offerte
entrando in culi rotti o mone aperte. (277)
  Paolo Secondo, ’l veneziano Pietro,
de le proprie sembianze innamorato,
si rimirava tutto avanti e dietro
con labbra pinte, naso imbellettato,
sciolti capelli, profum di piretro;
e i fianchi molleggiava da ogni lato,
ornandosi di cose tanto vane
da far schiattar d’invidia le puttane.
  Permise al sacro d’indossar collegio
la paonazza vestona frusciante,
e di calzar, supremo privilegio,
il rosso cappellone fiammeggiante. (278)
Il papa De la Rovere ebbe ‘l pregio
di ritassare ‘l mestiere infamante,
e da l’attrito tra ‘ due sessi a letto
trar anche da pagare l’architetto.
  Sul Tevere gettò un ardito ponte, 
edificò due chiese ed un convento,
fe’ zampillar acqua scesa dal monte,
e in man gli restò ancor tant’or e argento
da rallegrar a’ nipoti la fronte.
In tutto s’immischiò mettendo mento
in ogni disputa tra cura e cura
e ordendo pur de’ Pazzi la congiura. (279)
  Dovunque sospettando malfidati,
si circondò di birri, di stradioti,
di spie e di mammalucchi (ossia soldati,
e non come taluno pensa idioti).
Per lucro, tra gorgheggi forsennati
ed urla laceranti di devoti,
il cappel vescovil diede a un bambino
che ancora scompisciava nel lettino. (280)
  Un nugol ebbe di nipoti e figli,
e per renderli ricchi e prepotenti
svariati rasentò rischi e perigli:
non erano mai sazî ‘ loro denti
e nel montar battevano i conigli.
Tra loro Pietro non fu de’ più lenti: 
lui saltellava come ‘no stambecco
ma un dì, fottendo, ci rimase secco. (281)
  Tra le tante invenzioni del papato
pei popoli ‘ncitar contro Israele,
la favoletta del bambin mangiato
è la più intrisa di veleno e fiele:
diceva che pan àzzimo impastato
fosse con sangue d’innocente Abele,
e che l’israeliti ai lor vicini
rapissero e mangiassero i bambini.
  Tra tanti, suscitò molto scalpore
un delittuoso fatto in quel di Trento, 
il qual fe’ intervenir l’Inquisitore
e incutere terribile spavento:
per placar de la plebaglia ‘l livore,
assassinarono con fier tormento
alcuni ebrei per supposto spuntino
col pane e sangue di san Simonino
. (282)

XXVIII

  Papa Innocenzo, Cibo Giambattista,
s’accapigliò con Caterina Sforza
e Bucolino privò de la vista.
Celava sotto la sua dura scorza
un’indole ancor più petrosa e trista:
la castità imponeva con la forza,
mentre tra culi, tette, cazzi e potte
lui si tuffava in goduriose lotte. (283)
  Quando solo pel cazzo seducente
optò senza riserve, diede merto
a chi le donne odiava acerbamente.
Era men disuman quando per certo
ei riputava, contro ‘l pio demente,
che il bischero dovesse a mo’ d’inserto
trovar collocazion tra brune, fulve,
bionde più o meno squinternate vulve. (284)
  Letta la Summa di san Tomasetto,
che propendeva per l’analmakia,
a la bernarda diede un taglio netto
in nome di sant’Idiosincrasia.
In culaton si tramutò perfetto,
e per l’odiose donne spazzar via
promulgò bolla che le pie congreghe
scagliava a far sterminio de le streghe.
  Non potendo soffrir le sue rivali,
ex cathedra die’ l’ordin tassativo
di ricercar pretesti, i più banali,
perché non ne restasse corpo vivo;
e sottopose a pene capitali
quelle che l’uom rendevano giulivo
pei lor folti capelli, liscia pelle,
forme sinuose, rassodate e belle. (285)
  Tramite ‘l deretan da capo a piedi
fu infin di mal francioso sì ‘mpregnato,
da farne elargizion pur a li eredi.
Davan allora molti per scontato,
lenoni, ciabattini, citaredi, 
barbiere, malandrino e magistrato,
che si potesse risanar chi langue
con l’immersione ne l’umano sangue.
  E ‘l Santo Padre fin al busto tozzo
funereamente si calò nel caldo
licor sgorgato da segato gozzo.
Devotamente diguazzava baldo
nel gorgogliante rosseggiante pozzo
scavato de le mura ne lo spaldo
ma poi ch’ottenne solo incrostazioni,
a li mortacci tirò imprecazioni. (286)
  Ei piace tanto per la sua manovra, 
già tanto ben avvïata da Sisto,
d’estender i tentacoli di piovra 
inquisitoria bramosa d’acquisto;
e vanno i preti in brodo per tal ovra
che li accomuna a lo spïone tristo,
e perché ‘l titol conferì bucolico,
a ligio bacchetton, di Re cattolico. (287) 
  Contro Alessandro Sesto, nato Borgia,
mena sempre la chiesa gran schiamazzo
scandalizzata spalancando gorgia.
Ma chi contro di lui fa tanto ‘l pazzo
certo è un frocion di clericale bolgia,
perché Alessandro abusò sì del cazzo,
amò sì l’or, l’argento e la mobilia,
ma niuno più di lui fe’ mirabilia.
  Da la sua fronte sprigionava lampi,
e nel gustar intensi godimenti
non tollerava intromissioni e ‘nciampi.
Godeva con stridii e mugolamenti
sotto le coltri, su l’altar, ne’ campi,
a margin di sentier pulverulenti,
a valle, a mezza costa, sopra colle,
con un batocchio tutt’altro che molle. (288)
  Per arricchire Cesare e Lucrezia
non ricusò d’istupidir la massa.
Amò le donne, l’arte, la facezia
e i gonzi tartassò di greve tassa.
Per riunir Umbria, Lazio, Marche e Rezia
alcuni oppositori mise in cassa,
ed addobbò Castello e Vaticano
co’ soldi tolti a stolto puritano.
  Gli spetta pur un merto, in primo luogo,
sì grande da annullargli ogni difetto,
perché fu lui che fe’ finir sul rogo
quel frà Savonarola maledetto
che a la sua gretta invidia dava sfogo
cercando d’annientar l’altrui diletto; (289)
e ‘l cielo lo premiò con tarda morte
tra lussi, godimenti, vini e torte. (290)
  Si fece avanti poi Giulio Secondo,
dopo ‘l fugace innocuo Terzo Pio, 
che a ferro e fuoco mise mezzo mondo.
Per i nipoti egli era un papa-zio,
ma al suo cospetto stava tremebondo,
smarrito e timoroso pure Dio,
tant’egli in tutta l’itala nazione
si comportò da vero mascalzone.
  Poiché egli possedeva tal uccello
che a furia di bussare in culi e fiche
la dimension assunse di randello,
l’assiduo fotter gli plasmò la psiche
a pro di Buonarroti e Raffaello
e de le più pregevoli fatiche.
A lui spuntò l’idea de l’erezione
del massimo esistente cupolone. (291)
  Ma poi che come prete, ‘sto animale,
sentivasi ne l’intimo obbligato
a fare poco bene e molto male,
rinvigorì l’editto diramato
da li altri papi ad ogni tribunale
perché bigotto, frataccio e curato
collaborasser con l’Inquisizione
nel far di femmine rarefazione. (292)

XXIX

  Leone Decimo, Medici Gianni, 
con molti illustri artisti e letterati
fu largo ne la borsa e ne li scranni.
Frattanto, al nord, dai preti li sfruttati
chiesero d’esser rifusi de’ danni,
ma i lor desirî furono frustrati
perché, per quante noie gli abbian dato,
non gl’impedîr di godersi ‘l papato. (293)
  Al fiero agostiniano fra’ Martino (294)
nessuno può negare la ragione,
ché dal bidon tirato a Costantino
il clero prende ognuno per coglione
e reputa ‘l cristiano un bel cretino,
specie dacché ‘no spocchioso papone
in porpora mutò ‘l suo grigio-azzurro
mantello sbrindellato di buzzurro.
  Silvestro, inver, entrando in Laterano,
de l’alma Fausta dimora imperiale,
la vita sua lasciò poco lontano
vissuta cul a culo col maiale
nel letamaico brago e nel pantano
ove addentava pan che sa di sale:
veniva infatti da porta Capena
con zanne aguzze d’affamata jena. (295)
  Da quando fu stilata la gran balla
(di man di sant’Isidoro furfante
per dissipare ‘l fetore di stalla
di cui Silvestro era tanto emanante)
intesa a mostrar mosca per farfalla,
nel farci fessi assai perseverante
è Santa Madre Chiesa, sacro tarlo
che rimbambì persino Magno Carlo. (296)
  Sant’Adriano per salvar del clero
sia il malloppone sia l’autorità,
di conciliarsi finse con Lutero
offrendogli assai men de la metà
de la gran refurtiva, nel mistero
de la lottizzazion de l’aldilà;
ma ‘l frate agostinian, di rabbia rosso,
volea più polpa appiccicata a l’osso (297)
  Fallito quindi quel tentato accordo
ne la ripartizion del lauto piatto 
(entrambi a divorar l’intero tordo
miravan per la firma del contratto),
da l’alpe fin al frastagliato fiordo
l’un l’altro s’intimarono lo sfratto,
non senza litigar per fatue beghe 
sui ritüali, le orazioni e streghe.
  Disapprovando i protestanti assai
le assurdità de la romana chiesa,
di stragi l’accusâr e d’altri guai 
nonché d’esser di furti troppo obesa:
senza indossare tonache né sai,
con aria cupa, sussiegosa e tesa,
eran più coerenti dei cattolici
benché non meno di loro iperbolici. (298)
  Il fiorentino Settimo Clemente
snobbò Martin Lutero e Melantone,
e con Calvino fu assai strafottente.
Se ne sbatté pur de la religione
quando ‘l re d’Inghilterra di repente
gli rifiutò la sua sottomissione;
ed intaccò pro domo sua ‘l bottino
non senza far sgobbar Nuto Cellino.
  Rispose al veneziano ambasciatore
stupito ch’assommasse tanti averi:
«Perché dovrebbe ’l Papa esser gestore
più de le anime che dei forzieri?»,
e di rincalzo aggiunse con furore:
«Son i tuoi detti a l’apparenza veri,
eppure, caro conte Contarino,
mi paion proferiti da un cretino». (299)
  Quand’una femminella ritrovato
ebbe ‘l divin prepuzio, che nel sacco 
di Roma i lanzi avevan trafugato,
essa sentì ne l’estrarlo dal pacco
farsi ogni suo ditin paralizzato:
punita fu con tale grave acciacco
da Dio che dubitava di amorazzi
in cui toccato avea de li altri cazzi. (300)
  Alessandro Farnese, bell’ingegno
di Buonarroti, Nuto e Bembo amico, 
contro Lutero si mise d’impegno
mobilitando in men che non ti dico
i gesuiti, dei papi sostegno,
i cappuccini, dolci come fico,
i barnabiti, somaschi, teatini
e truppe di megere e di bambini.
  Organizzati li ordini suddetti,
i cherchi si mostrarono severi,
con abiti men luridi e più netti,
come l’ipocrita Filippo Neri,
che i pellegrini rifornì di tetti,
e Giovanni di Dio, che accese ceri
per rischiarar le notti de l’infermi
in lotta con le cimici e coi vermi.
  Per arginar l’irrompente Riforma
non solo ‘l papa pungolò di frati, 
preti e bigotti la selvaggia torma,
ma fece ammutolire tutti i deviati
ripristinando l’assopita norma
di convertirli ’n combusti e arrotati;
e a scanso di politico scossone
rinvigorì la Sant’Inquisizione. (301)
  Inclinò Paolo al lusso ed al piacere, 
e mise al mondo robustosi figli,
i quali per ben rimpinzarsi, bere 
e fottere coglievano gli appigli:
tendeva Pierluigi pel sedere, 
e sotto l’ombra d’odorosi tigli
il tondo inchiappò vescovo di Fano
che si faceva scudo con la mano.
  Ad un prelato ch’era accorso al papa
per informarlo qual verace teste,
sorrise Paolo sorseggiando sapa
e replicò lisciandosi la veste:
«Ma che mi dici mai, testa di rapa,
tu che vieni ansimante a gambe leste?
Non sai che Pierluigi assai mi piace
proprio pel suo carattere vivace?». (302)

XXX

  A Giulio Terzo, Giovanni del Monte,
i cardinali, accalcatisi attorno,
nel pigiarlo didietro e un po’ di fronte
gli suggeriro l’ordine del giorno:
«Per non inaridir de l’or la fonte
e non vuotar de la Fortuna ‘l corno,
devi coprir la verità di un velo
vietando la lettura del vangelo». (303)
  Il plauso guadagnando gesuita,
la porpora egli diede a un ragazzetto
e se lo tenne per l’intera vita
di giorno a tavola, di notte a letto. (304)
Leccava papalmente le sue dita
a l’apparire di un manicaretto,
e quando colse un servo a far merenda
gli fulminò maledizion tremenda.
  A un cardinale di ciò costernato 
il Santo Padre replicò repente:
«Non fu persino Dio scandalizzato
per mela ch’Eva mise sotto ‘l dente?
Come dunque non esser incazzato
anch’io vedendo che improvvisamente
codesto mio servitore poltrone
addenta un bel pezzetto di pavone?». (305)
  Paga Marcello, di Montepulciano,
pagò lo scotto de la tradizione
del reverendo che stende la mano
versando la venefica pozione:
infatti, eletto come pesce sano
qui destinato a far lunga stazione,
dopo due soli giorni di papato
da capo a piè verdastro fu inumato. (306)
  Poiché era benvoluto da la massa, 
a cui non volle imporre sciocche preci 
né far pagar esorbitante tassa 
per non ridurla a vivere di ceci, 
il clero s’affrettò a metterlo in cassa,
volendo che facesse le sue veci
un prelaton che avvolse la sua chiappa 
ne l’ancor calda pontificia cappa.
  Quel cadavere non fu però scomodo
a li ‘nventor di suoi portenti varî,
tesi a svïarci da un delitto comodo
ai reverendi pronti a tagli e spari:
al papa assassinato diêr l’incomodo
di spremer ai fedeli altri denari,
ad iniziar dal dì, saturo d’afa,
che sopra ‘l tron gli subentrò Carafa.
  Il quale per sfogare ‘l suo sadismo
s’infervorò ne l’inculcar la fede
non con parola vana ed esorcismo,
già sufficienti a incitrullir chi crede,
ma col far uso fin al parossismo
de li strumenti a cui ciascuno cede:
tenaglie, lame e uncini contro rene,
fegato, milza, fica, culo e pene. 
  Appassionatamente ama ‘l Caraffa
la redditizia Santa Inquisizione,
che a l’arrostito tutt’i beni arraffa
pel semplice reato d’opinione.
Anche contro li ebrei mise piè in staffa
e li rinchiuse nel ghetto-prigione,
da cui solo per ora assai ristretta 
potean uscire con gialla berretta. (307)
  Dal popolo egli fu stramaledetto,
ma ‘l cler tutto di giuggiole va in brodo
e d’indicibile si strugge affetto
perché sui deboli picchiava sodo.
È ‘l boia dai papisti prediletto
per il suo detto duro più d’un chiodo:
«Se a l’eresia ‘l mio stesso padre inclina,
gli porto, per bruciarlo, la fascina!». (308)
  Pur Gianangelo Medego, Pio Quarto,
col rogo ed ogni sorta di torture
a li evangelici ‘mpediva ‘l parto,
sì che ancor oggi per vecchie paure
ai memori Valdesi vien l’infarto. (309)
A Trento fece giudicar impure
e infette tutte l’opre letterarie
aprendo nuovi varchi a la barbarie. (310)
  Ad un Carafa fe’ tagliare ‘l collo
e condannò ‘l di lui fratel Giovanni
«per dar al nepotismo forte scrollo»; (311)
ma poi produsse danni sopra danni
spennando tutto ‘l mondo come pollo,
e per strappar ai poveri i lor panni 
il rosso cappellon diede a un nipote
smanioso di sommare banconote.
  Era codesto ‘l santo gran nasuto,
dal lungo piede e spiovente orecchione,
un lacero pitocco ma cocciuto
nel conquistare magna posizione.
Dico del santo che fremeva al fiuto
di chi non fosse ligio bacchettone
o di scarso papismo fosse reo:
l’abominevol Carlo Borromeo. (312)
  De l’arcivescovado di Milano
d’ogni tortura fe’ primaria corte,
dove seminarista, cappellano 
e prete al boia davano manforte,
da frate coadiuvati francescano
il qual spargeva gongolando morte.
Ma ancor più inebrianti gioie e feste
gli procurò lo scoppio de la peste. (313)