XXVI

(265) Alessandro V, l’onesto e colto Pietro Filargo, arcivescovo di Milano, autore del fondamentale Commento alle sentenze, fu legittimamente eletto nel 1409. Ma la chiesa, che se la ride di chi crede all’intervento divino nel conclave, ora lo respinge bollandolo antipapa perché rifiutò d’ingolfarsi nei loschi affari curiali. Egli sospirava: «Ero ricco arcivescovo, povero cardinale, e sono papa mendicante». Morì nel 1410, avvelenato dal card. Cossa, che gli succedette e fu a lungo venerato come legittimo papa col nome di Giovanni XXIII (XXIV), benché deposto e scomunicato nel 1414 assieme ai suoi due rivali Gregorio VII e Benedetto XIII dal concilio di Costanza.

(266) Il teologo e rettore dell’Università di Praga Giovanni Hus, ispirandosi al suo maestro di Oxford, propugnatore del libero esame Wycliffe, condanna il traffico delle indulgenze imbastito per finanziare la sanguinosa crociata contro la Polonia. E protesta «quando Giovanni XXIII invia a Praga un legato che a rullo di tamburo offre indulgenze contro denaro contante, che serviva al papa per una guerra contro il re di Napoli. Non soltanto gli Hussiti, ma anche molta gente di buon senso criticarono acerbamente quel sistema di estorcere denaro ai poveri. Hus dichiarò pubblicamente che soltanto Cristo poteva rimettere i peccati e non un prete, chiunque fosse, [perché] i preti e i monaci della Boemia, con la loro vita di stupri camuffata di apparente pietà, erano diventati i servitori dell’Anticristo, [ossia del papa,] erede di Satana»
(Grimberg). Il quale vieta «ad ogni buon credente di dar cibo e bevanda all’eretico Hus e di rivolgergli la parola» (ib.). Lo invita quindi al concilio di Costanza promettendogli l’immunità e facendogli rilasciare un salvacondotto dall’imperatore Sigismondo. Hus vi si reca fiducioso, ma il papa lo fa subito imprigionare incurante delle proteste dell’Imperatore, che vanifica col ricatto di aggiornare il concilio sine die. Dopo sei mesi di carcere e di sevizie Hus è bruciato vivo (1415). «Il martirio sarebbe stato per lui una liberazione. Il coraggio che dimostrò sul rogo richiama alla mente la morte di Socrate. Le sue ceneri furono disperse nel Reno. Ma un intero popolo pianse il suo capo spirituale, il suo quinto evangelista» (ib.). «Beata simplicitas!» esclama legato al palo, vedendo una vecchierella avanzare verso di lui trascinando faticosamente una fascina. Dopo un anno sarà arso anche il suo allievo Gerolamo da Praga, che a sua volta presentatosi fiducioso al concilio senza tener conto della fine di Hus, aveva dichiarato ai vescovi col salvacondotto stretto in pugno: «Sono venuto qua spontaneamente. Mi si dimostri che sono in errore e farò umilmente ammenda onorevole». Si era scioccamente illuso dell’effettiva esistenza di sacerdoti realmente votati alla ricerca del vero.

(267) I preti motteggiavano Ottone Colonna (Martino V,
1417-31) col ritornello Papa Martino non vale un quattrino, perché sconfitto da Braccio da Montone, condottiero al soldo di Giovanna II di Napoli, e per aver mitigato le misure prese da Gregorio XII contro gli Ebrei, anche se poteva vantare moltissimi roghi di streghe per istigazione di s. Bernardino da Siena, e «la terribile crociata contro la Boemia hussita, pari per la violenza con cui fu condotta alle guerre contro gli Albigesi» (Gregorovius). Ma per i preti, mai sazî di sangue, egli era troppo poco crudele, troppo mite, quasi un dispensatore di pace: TEMPORUM SUORUM FELICITAS incisero sulla sua statua! E gli fanno merito del «rinnovamento edilizio di Roma», vale dire, fuor di metafora, dell’accanito proseguimento della devastazione del nostro patrimonio artistico. Distrusse come un rullo compressore numerose opere classiche, ricalcando le orme dei papi che già «avevano utilizzato come materiale da costruzione monumenti ancora parzialmente intatti» (ib.); e dalla totale demolizione di un palazzo cesareo ricavò un nuovo pomposo edificio a misura dei suoi sacri lombi, tanto bisognosi di agî (ib.). Da tale distruttivo fervore non poteva che uscire, in un indescrivibile caos di «case a pezzi, templi cadenti e case fangose, una città lurida e abbandonata» (Platina).

(268) Il veneziano Gabriele Condulmer (Eugenio IV,
1431-47) «si occupò principalmente delle cose spirituali nonché dell’incremento della cultura», come impiccare l’arcivescovo di Benevento, in mora nel versargli 100.000 fiorini d’oro, e autorizzare per iscritto, nel 1431, il rogo di Giovanna d’Arco. Al re d’Inghilterra che occupava gran parte della Francia la chiesa, eterna puttana del più forte, sacrificò la pulzella che guidava la nazione alla riscossa. Ma quando, contro ogni previsione, l’Inghilterra finì sconfitta, per ingraziarsi i nuovi vincitori la chiesa con una svelta capriola diventò francofila, nel 1456 riabilitò Giovanna dalla maledizione e dalla scomunica, e nel 1920 la santificò. Così l’eroina, dopo ben 25 anni passati a soffrire orribilmente e a bestemmiare coi dannati dell’inferno, prendeva congedo, scusandosi gentilmente con Satana del disturbo, e schizzava in cielo a cantar salmi. Quando E. salì al trono, in Laterano i fasullissimi teschi dei ss. Pietro e Paolo erano custoditi in busti d’argento tempestati di gemme, il cui bagliore «spaventava [i devoti, ma] non già il clero lateranense, che nel 1434 ne rubò le pietre preziose» (Gregorovius). Più tardi i preti fecero sparire anche il resto: «gli attuali [del tutto spogli] busti in argento non sono che le copie degli antichi eseguite nel 1804» (ib.). Ma ci consola del furto la bolla emessa ex cathedra (quindi non più modificabile) nel 1442 per stabilire che «non solo i pagani, ma anche tutti i giudei, eretici e scismatici nati fuor della Chiesa cattolica, finiranno nel fuoco eterno, preparato per il demonio e i suoi angeli» (Gelmi). Dicono tuttavia che E. era tanto buono, e accompagnava il quotidiano massacro di streghe e d’eretici con l’esaltazione del nome di Gesù «ponendo dovunque, su case, palazzi e chiese, il trigamma JHS» (Fabbretti). «Grande Pontefice per elevato spirito, fermo coraggio, nobiltà di maniere e di gusti, liberalità, beneficenza, dono della parola, talento degli affari, amore delle lettere pur essendo ignorante. Non osava alzare gli occhi, come una vergine timida» (Henrion). Sollevatisi i Romani al grido di Popolo, popolo e libertà!, egli fuggì verso la nave del pirata Vitellio d’Ischia ormeggiata ad Ostia, disteso sotto uno scudo su una barca bersagliata da pietre lungo tutto il corso del Tevere (Gregorovius). Non appena giunto a Firenze, mandò «il card. Vitelleschi, uomo crudele e spietato che non indietreggiava davanti ai più orrendi delitti» (ib.), a distruggere Borghetto, Castel Gandolfo, Albano, Rocca Priora e Castel Savello, per ritornare a Roma nel ‘43 solo dopo altre stragi in Campania, Tuscia e Sabina. E il cattolico Poggio, autore di Contra hipocrisim: «Raramente il governo di un papa tanto devastò le province della chiesa romana causandovi tanta miseria. [...] Più di cinquanta borgate demolite o messe a sacco hanno sofferto ogni violenza. Molti cittadini sono stati venduti schiavi, altri sono morti di fame in carcere». Atrocità confermate anche dal Biondo, intimo amico del papa. // Nel ‘40 l’umanista Lorenzo Valla, bibliotecario vaticano, cessa di tener bordone alla funesta gang e fornisce la prova, col suo De falso credita et ementita Constantini donatione, della falsità del documento da secoli sbandierato dalla chiesa per legittimare, col titolo Constitutum Constantini, l’atto di nascita del banditesco Stato pontificio. Intaccando gravemente l’imprevista rivelazione il prestigio del clero e mettendo a grave rischio i frutti delle sue rapine, E. ordina l’arresto del traditore, che per un soffio si sottrae alla cattura riparando a Napoli. Quando l’Inquisizione lo rintraccia, E. canta vittoria, ma resta scornato per la protezione accordata da re Alfonso al grande uomo di lettere. Che così scampa al rogo, nonostante «avesse attaccato con audacia inaudita la potestà temporale che il papa esercitava su Roma e sostenuto la secolarizzazione dello Stato della Chiesa» (Gregorovius). E il pontefice, ingoiato amaro, si sfoga nella distruzione di «camere, pavimenti antichi e magnifiche statue, resti del palazzo dei Laterani, di cui per primo ha la deplorevole idea di far murare le colonne e i pilastri» (ib.)

(269) Il purgatorio, inventato dai preti nel
593, è reso più rimunerativo da Eugenio IV, che lo fissa in dogma per indurre il gregge a farsi più docilmente tosare nell’illusione di abbreviare, dietro congruo esborso, le pene dei defunti. Deposto E. come «eretico scismatico e reticente» dal concilio di Basilea del 1439, il conclave elegge il principe Amedeo VIII di Savoia (Felice V), l’ultimo antipapa dell’Annuario pontificio. Due anni innanzi E. aveva gioito, dopo tante lotte contro la chiesa ortodossa, nel vedere l’imperatore Giovanni VIII presentarsi umilmente al concilio di Firenze, e convertirsi al papismo pregando di difendere Costantinopoli dai feroci invasori turchi. E ancor più gongola più tardi nel negargli l’aiuto promesso dopo aver saputo che gli ultimi Romani d’Oriente, disgustati del troppo smargiasso trionfalismo papale, rifiutano di sottomettersi al buffone di Roma  rinnegando l’autentico cristianesimo. A difendere l’Europa dai musulmani restano solo, dopo la sconfitta dei Serbi, l’Ungheria e la Polonia. Ma respingere l’invasione è di vitale interesse anche per la sacra gang, che nel 1444 invia il legato pontificio card. Cesarini ad unirsi agli eserciti di dette nazioni, per assicurar loro la protezione divina e convincerli a stracciare il trattato di pace coi Turchi. I quali, benché attaccati di sorpresa, riportano a Varna, sul mar Nero, un’altra clamorosa vittoria, e il sacro legato, primo tra tutti a darsela a gambe, è inseguito, acciuffato e ucciso. Per fortuna della trista congrega, i Turchi ancora una volta attratti dal miraggio della metropoli del Bosforo, concentrano tutte le loro forze nei Balcani e rinunciano a marciare su Roma.

(270) L’ex vescovo di Bologna Tommaso Perentuccelli, di Sarzana (Nicolò V, 1447-55), canonizza in presenza di Rita da Cascia il sordido frate Bernardino da Siena, che così istigava a massacrare le donne col ridicolo pretesto della stregoneria: «Fate che tutte siano messe in esterminio, che se ne perdi il seme!». E rimpingua il già ricchissimo bottegone fomentando nuovi conflitti. Sosteneva che «le guerre tra i principi d’Italia conservano la tranquillità del patrimonio di S. Pietro, mentre la loro unione e concordia ne minacciano l’esistenza e la pace» (Gregorovius). L’aver sempre fatto spargere il nostro sangue per incrementare i suoi luridi affari è precipuo «merito storico della Chiesa», grazie a cui oggi essa petulantemente reclama ed ottiene in continuazione dai nostri vilissimi governi spropositati privilegî. Quanto all’arte, N. contraddiceva se stesso: non ostacolava gli umanisti nel ricupero in Grecia e in Germania di testi antichi, ma lui pure si accaniva nella distruzione sistematica dei monumenti classici e lasciava ai barbarici frati «rovinare le collezioni di libri per dipingere la Veronica sulle pergamene» (ib.).

(271) Nicolò V asporta 12.000 (dodicimila) carri di marmo dal Colosseo, rade al suolo il Circo Massimo e demolisce le grandiose mura Serviane presso l’Aventino. Col materiale ricavatone mette in piedi per sé un palazzone e molte chiese, chiesette e chiesone per abbagliare e sottomettere i gonzi con la loro imponenza. «È così - diceva - che si conserva e si accresce la fede dei popoli». Un odio irrefrenabile contro l’irraggiungibile arte pagana spingeva i papi a sempre più intensificare lo smantellamento di Roma: il Campidoglio, il Septizonium (assai più alto e maestoso del Colosseo con i suoi archi sette volte sovrapposti su una base di 90 metri), le Terme, i Fori, i teatri, gli obelischi, le piramidi, il complesso architettonico del Palatino imperiale e le stupende ville, come l’Adriana, comprendente moltissime artistiche statue e immacolate colonne, finiscono giorno dopo giorno a pezzi, minutamente triturati, polverizzati e mutati in calce per l’edificazione di edificî sacri e di suntuose dimore pretesche. All’opposto, contro una calunniosa propaganda bimillenaria, dopo le loro rapidissime scorrerie gli affamati invasori germanici lasciavano sempre, pieni d’ammirazione per Roma, perfettamente intatti tutti quanti i suoi monumenti. Li rispettarono scrupolosamente persino i Vandali, in fama di essere stati i più rozzi e brutali degli incursori, ma come gli altri vinti e commossi fino alle lacrime dinanzi all’incomparabile maestà dell’Urbe. A farne continuo e barbarico scempio, secolo dopo secolo, giorno dopo giorno, fu invece unicamente il papato, che ora tanto si smascella vantandosi, con incredibile improntitudine, «storico difensore dell’arte». Eppure, dopo tanta furia distruttiva, nel XV secolo la nefasta gang era ancora lontanissima dall’aver terminato le sue spaventose demolizioni. Nella ormai quasi desertificata città s’ergevano ancora nella loro interezza i templi di Giove Statore, il teatro Balbo, l’Anphiteatrum Castrense e molti altri stupendi antichi edifici, poi tutti diroccati fino alla base dai picconi ecclesiastici. Poggio «cita anche i grandiosi resti del portico del tempio di Minerva, che i domenicani distrussero sotto i suoi occhi per farne calce. La stessa sorte toccò anche al tempio del Campidoglio» (Gregorovius). E benché orribilmente brutalizzati dal clero, sul Palatino «sorgevano ancora i poderosi resti del Septizonium di Settimio Severo, [mentre sull’Appia] la tomba di Cecilia Metella Poggio la vide in gran parte distrutta, perché anche di là si estraeva la calce» (ib.). // Reagendo alle innumerevoli pontificie brutture Cola di Rienzo risvegliò l’orgoglio dei Romani, e Stefano Porcari «definì vergognoso che i nipoti degli Scipioni fossero scesi al rango di servi del clero» (ib.). Le frequenti sommosse furono però sempre schiacciate nel sangue dagli eserciti stranieri chiamati dai papi. Ma almeno i Romani seppero ancora impugnare le armi, mentre noi, negli ultimi due secoli, prima per paura del pensiero liberale, poi dell’egualitarismo comunista e ora per pigra acquiescenza al ributtante dispotismo vaticano, vigliaccamente lecchiamo le suole papali. // Sotto N. circola, clandestina, la prima pasquinata: «Da quando è Nicolò papa e assassino / abbonda a Roma il sangue e scarso è il vino». Abbondava anche la sporcizia. Tra i monumenti distrutti dal clero l’erba cresceva selvaggia e attirava al pascolo pecore e vacche spingendole fin sui gradini di S. Pietro, del Laterano e di S. Maria Maggiore. «La città, che appariva simile a un letamaio, continuava a essere percorsa da branchi di lupi i quali di notte invadevano un piccolo campus sanctus nei pressi di S. Pietro per rovistare famelicamente tra le tombe» (Spinosa).

(272) Riferimento al terremoto di Lisbona del
1755. // Circa i Romani d’Oriente, minacciati di massacro dalla montante potenza musulmana, Nicolò V prosegue imperterrito nel solco tracciato dal suo criminale predecessore: soccorrerli solo se rinnegano solennemente la fede cristiana votandosi al papismo e all’Inquisizione. Frattanto, nel 1452 i Turchi avanzano fino a cingere d’assedio Costantinopoli, e i Bizantini, ridotti allo stremo, non vedono altra via di scampo che cedere al vergognoso ricatto del papa. Il quale, saputo della loro sottomissione, fa sbarcare con gran pompa nel porto cittadino il suo legato, che va ad officiare in S. Sofia una messa cantata davanti all’Imperatore e ai dignitari. Ma col passar dei mesi «il pontefice, nonostante le sue promesse, non fece nulla per aiutare la città, e nemmeno in quella disperata situazione vi fu modo di ottenere da Venezia l’invio di qualche rinforzo: il Gran Consiglio dichiarò di non poter agire in alcun modo prima di averne ricevuto ordine dal papa» (Grimberg). Uguali motivazioni accampano le altre potenze, Francia compresa, la nazione allora militarmente più forte e perciò battezzata dal Vaticano figlia primogenita della Chiesa. Giungono solo due navi genovesi al comando di Giovanni Giustiniani, che sprezzando il placet pontificio si mette a capo dei difensori dell’agonizzante capitale della romanità, solo 9.000 uomini contro i 300.000 autorizzati da Maometto II a saccheggiarla, dopo la conquista, per tre giorni interi. Dopo molti violenti assalti e bombardamenti i musulmani irrompono nella città assediata. Costantino II, ultimo Imperatore dei Romani, rifiuta di fuggire e, mentre il papa turpemente se la ride da lontano, egli cade da eroe con la spada in pugno. Dopo la strage e il saccheggio, il sultano recita la preghiera del mercoledì in S. Sofia, di cui, l’indomani, fa abbattere l’altare e ricoprire di calce i preziosi mosaici. Sulla cupola, alla croce spezzata è sostituita la mezzaluna: la più grande e bella chiesa della cristianità diventa una moschea. E il papa non sta più nella pelle dalla gioia d’essersi sbarazzato così a buon mercato dei cristiani più rispettosi del messaggio evangelico.

(273) La cosiddetta porta santa, costruita e aperta in Laterano per il giubileo del
1450, attirò fiumane di deliranti fedeli, che versavano ai preti soldi a palate nella speranza d’intravederla almeno da lontano tra la marea delle teste ondeggianti. Per l’indescrivibile affollamento di Roma, l’inorgoglito padre  Henrion tiene molto a farci sapere che «innumerevoli furono i morti soffocati sia dentro che fuori le chiese».

(274) Oltre i contagiati e i soffocati in prossimità dei luoghi sacri, durante la disperata fuga dei pellegrini «duecento persone muoiono schiacciate nella calca per varcare al loro ritorno il ponte Sant’Angelo»
(Fabbretti). Già prima della moria sullo stesso ponte il traffico era così caotico che doveva essere regolato a suon di randellate dai birri messi a custodia dei due ingressi. Mentre anche la vecchia fanatica Rita da Cascia, venuta a Roma dopo molti giorni di cammino a piedi scalzi, andava a buscarsi la sua brava dose di legnate, con tutta la corte «Nicolò V fuggì a Fabriano, e vi si asserragliò vietando a chiunque [pena la scomunica] di avvicinarsi a meno di sette miglia di distanza dal suo luogo di residenza» (Gregorovius). Spesso tuttora i creduli rischiano una grama fine, come i negri e gli indios maciullati in calche tumultuose per il gusto di veder profilarsi all’orizzonte un Woitjla micropallina bianca, con indescrivibile soddisfazione del clero, secondo il quale le disgrazie (beninteso, solo quelle altrui) son sempre mandate da Dio a fin di bene. Come il caso delle duemila vittime del crollo della diga più alta d’Europa, di cui il foglio fondato dal torvo papista Alcide de Gasperi si beffava senz’alcun ritegno: «La sciagura del Vaiont è un appello di fede, un invito a credere all’amore che Dio ha per i suoi figli. [...] quella notte nella valle di Longarone si è compiuto un misterioso disegno d’amore» (La discussione, n° 513, 27-10-1963, p.10). Orrende bestemmie, ma in fondo non tanto incoerenti, perché la morte per il credulo dovrebbe essere la via più diretta (fuorché per i preti, che chiamano frotte d’eminenti clinici al primo colpo di tosse) agli inenarrabili godimenti celesti. Quanto alla gloriosissima Costantinopoli, la sua spaventosa caduta non interessa per nulla ai papal-panegiristi, troppo occupati, come Henrion, ad inculcarci che «tutto depone a favore dell’inclinazione di Nicolò V per il bene del popolo, l’onore delle lettere, la gloria della Religione». In effetti, che fotte al Santo Padre dei cristiani d’Oriente? Gli importa solo acchiappare Lorenzo Valla, ma non più per ucciderlo come tanto bramava il suo predecessore, bensì per conseguire una ben più profittevole e decisiva vittoria propagandistica annientandolo moralmente. E con altrettanta astuzia, per non rischiare di farlo irrigidire nei suoi principî, si astiene dall’insudiciarlo con la calunnia, come quella di pederastia vomitata sull’illustre accademico Pomponio Leto da Paolo II e sul grande storiografo Giuseppe Ripamonti dal buon cardinal Federigo. Per piegarlo, tuttavia non rinuncia al ricatto, ma più occultamente, umiliandolo con l’imposizione di barattare la sua piena libertà e la cattedra universitaria partenopea con una libertà vigilata e una sedia nel segretariato pontificio. Se il Valla avesse davvero ambito - come poi sussurrò il clero - vivere sotto la sottana papale, perché mai ne sarebbe uscito, e con tanto rischio, quando già vi ci stava tanto comodamente? In effetti, egli si sentì costretto a pentirsi quando capì che nemmeno il re di Napoli poteva alla lunga impedire la vendetta dell’Inquisizione, con la confisca dei beni e la spietata persecuzione dei famigliari. Non bastava certamente il ramo d’ulivo intrecciato alla spada campeggiante nell’emblema della sanguinaria istituzione a quietare l’illustre umanista, che dovette perciò rassegnarsi al minore dei mali. Dopo aver ordinato di rastrellare e bruciare ogni copia della sua opera, il papa poteva esultare della resa del famoso umanista, una resa che ne diminuiva fortemente, soprattutto agli occhi degli sciocchi, dal clero eufemisticamente chiamati semplici, la statura morale e ne inficiava quindi la credibilità. Respingendo l’amaro calice, il pentito lasciava così che la sacra combriccola gli strappasse ogni alloro e facilmente soffocasse sul nascere ogni mormorio foriero di ribellione. Anche se Valla non possedette una tempra assolutamente inflessibile come Hus e Bruno, per aver egli smascherato la più nefasta turlupinatura della storia papale il suo nome va ascritto tra quelli dei massimi benefattori dell’umanità.

XXVII

(275) Di tante malefatte i dolciastri gangster vaticani fingono di non ricordare nulla, a parte l’ipocrita, rapido, vago piagnisteo woityliano sui passati errori, escogitato per vanificare ogni esperienza storica e far continuare milioni di cranî pieni di vento ad incolonnarsi versando soldi a palate alle statue di gesso piangenti. E l’usuraio vescovo Grillo giura, senza che nessuno osi dargli del buffone, di aver visto il sangue (risultato maschile all’analisi chimico-biologica) sgorgare dal ciglio della Vergine di Civitavecchia, mentre vario liquame miracoloso (persino olio d’oliva, e in futuro forse anche del piscio) sprizza ogni giorno nella sola Italia da un centinaio di altre statue della Madonna a Potenza, Nocera Inferiore, S. Chirico, Subiaco, ecc. ecc. (Corsera, 06-01-95). Portenti che convincono ricchi e poveri a digiunare per sempre più ingrassare i preti (“preti e polli mai satolli”, antico prov.), i quali non cessano di sgolarsi per convincere il gregge che «il digiuno fa bene» (ib.), contro l’incontrovertibile prova endocrinologica che non solo esso non fa bene, ma all’opposto «manda il cervello in ipoglicemia, produce tossine e acetone, danneggia il fegato, accumula grassi, colesterolo e trigliceridi» (ib.). Da quando i sacerdoti genovesi facevano baciare ai cerebro-sinistrati fedeli la coda dell’asino del Cristo (e Bruno pagò duramente l’averne riso), la stupidità umana, in barba alla galoppante evoluzione tecnologica, progredisce in ragione geometrica.

(276) L’ex vescovo di Valencia Alfonso Borgia (Calisto III,
1455-58), bandisce una crociata finita col saccheggio di un’isoletta, «non trascura di far fiorire il cristianesimo in Scandinavia» e inaugura il grande nepotismo, impegnandosi anima e corpo ad accumulare a pro dei propri famigliari le piramidi di denari versate per le elemosine, mentre circola la pasquinata: «Ai poveri suoi apostoli la chiesa / aveva lasciato Cristo. / Preda dei ricchi suoi nipoti è resa / oggi dal buon Calisto». Il quale non fa che soppesare tutto solo in termini monetarî. «Entrando nella biblioteca di Nicolò V esclama: Ma guardate un po’ a che pro ha vuotato il tesoro della Chiesa! E inizia a vendere i libri greci» (Gelmi). Ma il clero lo odia perché non li ha distrutti, come facevano tutti i santi nemici della cultura suoi predecessori, e perché, troppo assorbito nel ladrocinio, trascurò di continuare l’annientamento architettonico dell’antica Roma. Quando morì, il popolo affamato assaltò e saccheggiò i palazzi dei suoi nipoti.

(277) Ad Enea Piccolomini, di Carpignano (ora Pienza) presso Siena (Pio II,
1458-64), poeta, umanista, archeologo, storico, autore delle disinibite Chrisis e Storia di due amanti, grande amatore di donne e padre di molti figli, dobbiamo la magnifica rappresentazione delle sollazzevoli notti di prostitute e preti, uno dei quali esclama: «I poveri diavoli sono i soli a non suscitare invidia. Il livore s’attacca sempre a chi sta bene. Noi abbiamo ricchezze, beni, piaceri: siamo nati solo per mangiare e bere, e possiamo dormire e riposarci a sazietà. Noi viviamo per noi, gli altri vivano per gli altri!». Ricevette la tiara (e prese il nome Pio in omaggio al pagano pius Aeneas) grazie al voto decisivo del card. Rodrigo Borgia, futuro Alessandro VI, che lo stimava per l’eccezionale intelligenza e la sincerità delle sue espressioni, come «Chi non sente mai il fuoco dell’amore, o è una pietra o una bestia», e «Ho violato tutti e dieci i comandamenti e commesso tutti e sette i peccati capitali». Non amava le crociate. Spinto dai cardinali a indirne una, vi rinunciò non appena «ad Ancona, luogo di raccolta, non trovò che una marmaglia di squattrinati» (Gelmi). Caritatevoli spregiativi del caritatevole gesuita nei confronti dei laici poveri, rei di essere poco monetariamente sfruttabili dai preti, benché pronti a morire per la chiesa. Può sembrare strano che il Piccolomini, benché audace schernitore del clero, ne sia potuto salire al vertice senza finire bruciato o perlomeno bollato antipapa. Tanta inusitata elasticità fa pensare che gli ecclesiastici, sempre a corto di uomini d’ingegno, trovassero conveniente strumentalizzarne almeno uno prima che anch’egli diventasse pericoloso come il Valla, mettendogli addirittura in capo la tiara per poter quindi inorgoglirsi della sua gloria: «Principe che governò con grande saggezza e moderazione, fu uno degli uomini più sapienti del suo tempo, come attestano i suoi scritti», si compiace di osservare Henrion, quasi non sapesse che proprio per iscritto Enea sosteneva, da buon laico, che «nulla vi è che non possa essere acquistato per denaro dalla curia romana, se sono in vendita persino le cariche ecclesiastiche e i doni dello Spirito Santo» (Gregorovius). Non potendo distruggerne la consolidata fama, i preti scaltramente, quand’era ormai vecchio, se lo fecero amico. Come Nicolò V aveva neutralizzato Valla offrendogli l’impunità, così essi allettarono Enea col miraggio del supremo potere. Lui li aveva già fin troppo allarmati «nel 1443 [quando egli aveva] chiesto a Federico III di denunciare, davanti a un concilio, la falsità della donazione [di Costantino] che non era ricordata da nessun autore degno di fede del Liber pontificalis» (ib.). L’«empio» Enea non si fece tanto pregare per cambiar bandiera, come poi l’anticuriale Enrico IV di Navarra si convertirà al papismo in cambio della corona di Francia («Parigi vale bene una messa»).

(278) Creato cardinale dallo zio Eugenio IV, il veneziano Pietro Barbo (Paolo II, 1464-71) con l’Ineffabilis providentia moltiplica gli incassi portando a venticinque anni le scadenze degli anni santi, benché istituiti per essere celebrati soltanto una volta per secolo, e sarà superato in cupido menefreghismo dall’avidissimo Woitjla con l’immotivato giubileo ultrastraordinario del 1983. Il Plàtina, prefetto della biblioteca vaticana da lui incarcerato, lo bolla ottuso «nemico dell’arte e della scienza: i dotti studi suscitano a tal punto il suo odio e ribrezzo da indicarne i sostenitori come eretici». Gelmi giustifica la sua soppressione dell’Accademia Romana di Pomponio Leto come «focolaio d’idee pagane e repubblicane», ma tace sulle sue obbrobriose demolizioni archeologiche e sugli allegri festini dove appariva ingioiellato e imbellettato come una puttana. La cronaca lo dice «amante più che donna di ornamenti e pompe mondane, non mai sazio di piaceri, orge e stravizî». E Pasquino: «Di Paolo papa il capo è vuoto: è giusto / quindi che sia di gemme e d’oro onusto». P. dota i cardinali del cappello a larghe tese rosso-fiamma, simbolo del potere supremo. Poiché quand’egli era un porporato, «aveva l’arte di conquistare l’animo altrui e l’abilità di piagnucolare al momento opportuno, Pio II lo chiamava Maria pientissima» (Gregorovius). In odio alla cultura scendeva nelle carceri a seviziare i membri dell’Accademia Romana: «...si recò spesso a Castel S. Angelo e fece da inquisitore… [E il Plàtina] con la tortura e le minacce di morte fu costretto a deplorevoli promesse» (ib.). Come «archivista, il Plàtina poteva disporre di tutto il materiale che gli occorreva per la sua Storia dei papi. Fu il primo ad affrontare il più difficile compito di uno storico; [ma] le sue osservazioni sono prive di mordente, restano in superficie perché non vuole turbare la fluidità della narrazione, [ma] di Paolo II [egli] si vendicò facendone l’odioso ritratto di un barbaro. È questo l’unico caso in cui abbia esagerato» (ib.). Di nuovo ecco spuntare, ad intimidire lo studioso tedesco, l’ossessivo timore del ghigno dei gesuiti sempre pronti a diffamare e calunniare i laici imputandoli di «esagerazione». Ma il Plàtina, costretto da Sisto IV sotto minaccia di morte a glorificare i papi, dovette abbassarsi a farlo, ma non fino ad incensare anche quel pupazzo impiastricciato di cosmetici da cui era stato torturato. Pur cercando in varie occasioni d’ingraziarsi i gesuiti ostentandosi moderato, il Gregorovius non può comunque nascondere che per costruirsi una suntuosa dimora, poi chiamata Palazzo Venezia da quando divenne dimora degli ambasciatori veneti, P. saccheggiò senza posa gli antichi monumenti e persino il già semidistrutto Colosseo, del quale non si limitò a «portar via le pietre cadute, ma fece demolire alcune parti ancora in piedi». Riferisce il Platina che P. morì avvelenato: il giorno innanzi era in ottima salute, tanto che «due ben gran meloni si mangiò». 

(279) La lettiga del neoletto Francesco della Rovere, frate minorita nato da una famiglia miserabile di Celle Ligure (Sisto IV, 1471-84) fu presa a sassate dai Romani, timorosi dal suo voracissimo seguito di sei fratelli e quindici nipoti. Per arricchirli tutti quanti S. si diede subito a far man bassa dopo aver «creato cardinali due suoi nipoti.: Giuliano della Rovere, sinistro ventottenne, e Pietro Riario, di venticinque anni, insano di mente. A questi seguì il sedicenne Raffaele» (Spinosa). Al «presuntuoso e intrigante Gerolamo Riario venne assegnata la contea di Imola, …e si mormorava che Pietro Riario fosse il prediletto di Sisto, [che] riservava intime attenzioni anche a un giovane affascinante camerlengo detto per la sua bellezza Antinoo novello. Il quale diventava vescovo di Parma e poi cardinale, in forza della sensualità del pontefice» (ib.). Per impadronirsi della Toscana, da donare al Riario, in combutta con la famiglia Pazzi ordisce una congiura contro i Medici, signori di Firenze. Benché, secondo Gelmi, «contrario ad ogni spargimento di sangue», li fa pugnalare alla schiena in S. Maria del Fiore da due preti (Bagnone e Maffei) durante una solenne funzione religiosa, nel preciso momento dell’elevazione dell’ostia, segnale convenuto per l’azione tra l’officiante, legato pontificio, e i sicari (Machiavelli), mentre il laico Montesecco all’ultimo momento si ritira «per non compiere sacrilegio». Assassinato Giuliano, i due reverendi si scagliano sul fratello, ma Lorenzo fugge con una ferita alla spalla grazie a un amico interpostosi perdendo la vita. Ripresa in pugno la situazione, Lorenzo fa impiccare alle finestre del palazzo della Signoria l’arcivescovo Salviati e alcuni suoi complici. «Sisto protestò che tale esecuzione e l’arresto del cardinale legato [il nipote Girolamo che officiava la messa] erano delitti contro la religione cristiana, con la quale egli conciliava la propria partecipazione alla sanguinosa congiura. [...] Scomunicò quindi i Fiorentini e confiscò tutti i beni che possedevano a Roma» (Gregorovius). Spinse quindi Napoli, Lucca, Siena ed Urbino ad attaccare con le armi Firenze. Intimorito, Lorenzo dovette piegarsi, rilasciare il cardinale e dichiararlo estraneo alla congiura. Ma la papale brama di conquista mirava ben oltre Firenze. Egli concede ai lanzi svizzeri l’esenzione dall’obbligo di mangiare di magro nei giorni comandati purché invadano e devastino per suo conto il Milanese, altra terra da lui molto appetita, ed inasprisce l’Inquisizione spagnola affidandone le redini al nefando domenicano Torquemada. Negli affari gioca alla grande: comprata la tiara dietro promessa di grosse spartizioni di titoli, arricchisce i nipoti con ogni mezzo, dalle vendite sacrileghe all’apertura e alla gestione di postriboli. Fa radere al suolo dal cardinal nepote (il futuro Giulio II) Todi e Città di Castello. L’Infessura testimonia della sua «crudeltà, libidine, mancanza di fede, vanità, ambizione e smania di lusso, [non senza aggiungere che] fece mercato degli affari della chiesa, speculò sul rincaro del pane, corruppe la giustizia e sacrificò con le sue guerre un numero infinito di uomini». Gasparri ignorando tutto questo gli fa merito dell’istituzione della Schola cantorum (Cappella Sistina), e non accenna neppure al vezzo papale, durato fino a tutto il sec. XVIII, di far recidere i testicoli, per non contaminarsi alla vista di donne (salvo qualche sforzo per inseminarle allo scopo di aver della prole), ai giovanetti più dotati di virtù canore. Quando S. morì fu assalito e saccheggiato il palazzo del nipote Girolamo.
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(280) Un figlio naturale del re di Napoli di soli sei anni che il padre, pur senza parificarlo ai legittimi, voleva dotare.

(281) Figlio minore del papa, da lui creato cardinale e morto giovanissimo consunto dai vizî. 

(282) Dopo la veemente predicazione in Trento di s. Bernardino da Feltre, il quale profetizzava «un bambino cristiano presto sacrificato dagli Ebrei con sanguinosi rituali», fu rinvenuto il cadavere di Simonino, molto probabilmente rapito, stuprato e assassinato dallo stesso santo. Il vescovo di Trento inquisì senza successo gli Ebrei della città, di cui due morirono sotto tortura. Ergo, Simonino sarà canonizzato da Sisto V e inserito nel Martirologium romanum. La grottesca messinscena del suo culto non è ancora finita, nemmeno dopo il trasferimento, nel
1965, degli orpelli e degli ex voto dalla sua cappella al museo diocesano del duomo, dove tuttora sono oggetto di una venerazione volta a cementare e perpetuare, nell’ipocrita ed equivoco clima di woitjliana apertura tra le religioni, l’irriducibile antiebraismo cattolico. Che non demorde nemmeno dopo l’olocausto, inevitabile epilogo della massa torrentizia delle bimillenarie velenose calunnie sparse dai preti, di cui il primo marcio frutto fu, ancor prima della caduta dell’Impero romano, il saccheggio e la distruzione della sinagoga di Roma. Infinite atrocità hanno avuto la loro lontana origine nelle farneticazioni di vescovi come Ugo d’Avalon, che accanitamente accusava gli Ebrei di avvelenare i pozzi e di uccidere infanti. Sant’Ugo, esaltato da predicazioni e panegirici (Fortalicium fidei), si festeggia il 17 novembre. // Anche sotto S. i religiosi d’ogni ordine amarono appassionatamente il soldo e qualsiasi cosa, sacra o profana che fosse, monetizzabile. «Quando [nel 1483] la salma del camerlengo Estoureville fu traslata nella chiesa di S. Agostino, i frati di S. Maria Maggiore si azzuffarono coi monaci agostiniani e si picchiarono furiosamente con le torce, volendo i primi appropriarsi del manto di broccato trapunto d’oro che avvolgeva il cadavere del cardinale. Molte spade furono sguainate in quell’occasione e solo a gran fatica il corpo del defunto principe della chiesa fu messo in salvo nella sacrestia, dove del resto fu immediatamente derubato e spogliato» (Gregorovius). Sempre per sempre più arricchire i nipoti, S. fece decapitare un giovane Colonna dopo avergli garantito la vita in cambio della cessione del borgo di Marino. La madre volle aprire la bara e, «guardato lungamente il corpo del figlio che la tortura aveva reso tutto una piaga» (ib.), sollevò per i capelli la testa mozza e disse: «Questa è la testa del mio figlio e la fede di papa Sisto, che ci promesse come lassassimo Marino ci lasserebbe el mio figliolo» (Allegretti). S. scomunica ed assalta Venezia coinvolgendo nel conflitto altri Stati italiani, ma quand’essi, stanchi della lunga guerra e delle forsennate istigazioni papali, concludono una pace separata, egli muore di rabbia proferendo una sequela di escandescenze. Soleva dire: «Il Papa non ha bisogno che di penna e inchiostro per avere la somma che vuole». Ottuso nemico dell’arte, distrusse la tomba dei Domizî con l’urna delle ceneri di Claudio Nerone, e utilizzò i marmi della Piramide e della Meta per costruire delle torri fuori porta Flaminia. Devotissimo alla Madonna, finanziò il santuario di Loreto e la cappella Sistina, dedicandola all’Immacolata concezione. Ora, deposto in un suntuoso sarcofago, è venerato dai fedeli. Ma non da Pasquino: «Sisto sei morto alfine: ingiusto, infido giace / chi la pace odiò tanto, in sempiterna pace. / Sisto sei morto alfine: e Roma ecco in letizia, / che te regnante, fame soffrì, stragi e nequizia. / Sisto sei morto alfine: tu di discordia eterno / motor fin contro Dio, scendi nel cupo inferno». Moriva allora anche l’insigne poeta Luigi Pulci, autore del Morgante, accusato di eresia da un prete e sepolto in terra sconsacrata.

XXVIII

(283) Il vescovo di Savona G.B. Cibo (Innocenzo VIII, 1484-92) emana ex cathedra la Summis desiderantes affectibus contro la «perversione eretica delle streghe», per inasprirne la caccia comminando «gravi pene» non solo alle stesse, ma «anche a chi si fosse opposto alla [loro] persecuzione senza quartiere», come deve ammetter persino il tortuoso Gelmi. Fomenta poi la congiura dei baroni che portò all’assassinio di Bucolino, signore di Osimo. Dei sette figli avuti prima di convertirsi alla sacra misoginia, fa sposare Ceschetto a Maddalena, figlia del Magnifico, di cui nomina un rampollo (il futuro Leone X) protonotario apostolico a soli sette anni e cardinale a tredici, col corrispettivo di ricchissimi beneficî e commende. E Pasquino: «Per congiunger la Medici al figlio Franceschetto / Innocenzo la porpora donava a un ragazzetto. / Se è ver che il Santo Spirito fa il papa sovrumano, / in questa il Santo Spirito l’ha fatta da mezzano». Molte bande criminali operavano in Roma assolutamente indisturbate, e il vicecamerlengo che divideva col papa le tangenti concordate sui delitti della malavita, esclamò in presenza dell’Infessura: «Dio non vuole la morte del peccatore, ma la sua salvezza, purché paghi!». Era quindi già operante quella combutta clerico-mafiosa ante litteram oggi da tutti tanto supinamente accettata, da permettere al prete colto in flagrante di nemmeno più fingere di scusarsi, sicuro dell’impunità. Finiscano pure ammazzati i suoi tirapiedi, ché lui, novello lanzo, alzando il dito con la morte scherza, mentre la stampa, quando non le soffoca del tutto, mimetizza a tal punto le notizie scomode da ridurle a poche righe sepolte tra le tante enfatizzate cazzatine. (Es.: Corsera, 28-06-95, prima e terza pag., titolo su sei colonne: «DINI LO SGRIDA: SEI SIBILLINO, SEI ERMETICO». Più avanti, tra un’altra selva di titoloni su notiziole del tutto ininfluenti appare, in un quasi introvabile angolino di pag. 11, l’avviso che lo stesso clero ammette la sua attiva criminale partecipazione a cupole mafiose, con la citazione, a mo’ d’esempio, solo qualche pesciolino. Assoluto silenzio, ovviamente, su cardinali o vescovi, e persino sul famoso capocosca reverendo Coppola e sulla micidiale banda dei frati di Mazzarino.

(284) Prima di convertirsi alla santa omosessualità, usava indulgenza per le proprie tendenze eterosessuali con la stessa foga usata nel punire le altrui. Ma non perseguitò mai le prostitute romane, anzi, da buon sfruttatore ed abile lenone qual era, per il cospicuo guadagno che ne ricavava non si stancava mai di benedirle apostolicamente. Ed escluse dalla dissennata demolizione dei monumenti, comune a tutti i papi, il tempio della Fortuna virilis, che trasformò in chiesa della pudicizia dedicata a s. Maria Egiziaca, nota grandissima troia, per farvi periodicamente convenire, stracariche di doni, le cinquemila prostitute dell’Urbe (Gregorovius).

(285) I due teologi incaricati dal papa di commentare la sua infame bolla, stesero il pondrodo Malleus maleficarum (Martello delle streghe), per tre secoli manuale principe degli inquisitori, perché questi scovassero coi più astrusi e pretestuosi cavilli e bruciassero il massimo numero possibile di femmine d’ogni età, soprattutto se giovani e belle. Non però anche «d’ogni condizione», per non irritare la potente nobiltà, usa a vendicarsi immancabilmente degli affronti. Principalmente i domenicani e i francescani ebbero l’incarico di spogliare le inquisite per ricercare dei segni o dei nèi sui loro corpi e individuare in uno qualsiasi di essi, per quanto minimo, il marchio del demonio, sicura prova d’appartenenza alla diabolica setta. Per scoprirne almeno uno, le rasano minutamente in ogni parte e le scrutano con grosse lenti, affinché nessuna di quelle da loro arrestate potesse salvarsi. Era indizio di gravissima colpa la semplice avvenenza femminile, e sempre era fatta salire sul patibolo, con precedenza assoluta, la donna più bella. Bastava un solo particolare attraente per mandare subito in bestia il clero. «Se non ti resta tempo né legna sufficienti per ucciderne due, brucia per prima quella dai più bei capelli», comanda il Malleus. Pur di ammazzare, ogni pretesto era buono: «È strega colei che si muove con l’odioso [sic] modo di camminare delle donne», «è strega la donna che ha del rosso nei capelli, colore dell’inferno»
(ib.). Se si veste con modestia, se prega e frequenta con puntualità le funzioni religiose, «è evidente che vuole ingannare gli Inquisitori sviandoli dal sospetto dei suoi lascivi amplessi col demonio, la cui astuzia sa far apparire sante persino le donne più empie» (ib.). Per timore che la smisurata ferocia del clero provocasse pericolosi disordini, il papa è costretto a contenerla esentando dal rogo, e facendole parcheggiare per un certo tempo, tutte le bambine d’età inferiore ai nove anni. Disposizione quasi mai eseguita, perché contraddice lo stesso pontificio Malleus, il quale sentenzia che, a prescindere dall’età, «ogni figlia di strega è strega». L’immane genocidio, che esorbitò oltre i confini europei e continuò, diminuendo progressivamente sotto i colpi del maglio illuminista, fino al Settecento, confermava l’inestinguibile odio dei sacerdoti cristiani, già profeticamente stigmatizzato da Tacito e Svetonio, nei confronti del genere umano. Con la diffusione di pregiudizî quali «La stregoneria deriva sempre dalla lussuria, nelle donne insaziabile [...] fino a soddisfare la loro libidine in rapporti sessuali col diavolo» (ib.), furono imbastiti milioni di sbrigativi processi che spopolarono intere nazioni. In una lettera secentesca ritrovata da due docenti tedeschi dell’università di Amburgo e pubblicata nel 1985 dallo Spiegel, un curato di campagna supplica il Vaticano di fermare gli inquisitori scorrazzanti nel suo Land perché, «avendo già sterminato tutte le donne, ora non siano tentati di annientare anche gli uomini». Cosucce del tutto trascurate dal Gregorovius, benché già nel Seicento ampiamente descritte con particolari raccapriccianti da Friedric von Spee, celebre letterato e padre inquisitore, rarissima aves, anzi unico caso di assassino gesuita tormentato dai rimorsi. Ora lo strapompato Eco blatera di un’«Inquisizione che serviva a guidare la gente», e Woitjla sbava esaltandola come «protettrice degli eretici dalla furia popolare e operante contro i pregiudizî [sic] dei laici [sic]», e per assolvere i suoi criminali predecessori assolve con loro anche se stesso, incolpando deile atrocità ecclesiastiche l’ignoranza delle vittime e ricantando lo stucchevole ritornello dell’inquadratura nel tempo. E don Gelmi c’invita a non far troppo caso ai «roghi che in Germania arsero per ben due secoli». Altro che soltanto due secoli! E perché poi soltanto in Germania? Non potendo negare i proprî orrori, la chiesa cerca di diminuirli circoscrivendoli astutamente al Nord (quelli lontani impressionano meno!) e occulta le infinite atrocità da lei perpetrate in Italia, per molti secoli più volte disboscata per alimentare i roghi ovunque divampanti, come a Sirmione, piccolo borgo sulle rive del Garda, dove in una sola volta furono arse appena... duecento persone antipatiche al clero. Con abili toccate e fughe, la nefanda congrega si è specializzata nel ridurre i tempi e nell’evidenziare qualche fatto marginale per meglio nascondere i più grossi e spinosi e liquidarli, quando non tace del tutto, in mezza riga. Così Gelmi sfiora appena la spaventosa tragedia delle streghe, per diffondersi però e ingolfarsi anima e corpo in stupidissime futilità come le nozze vaticane di Ceschetto: ottima scusa per eludere completamente il Malleus e i suoi terribili precetti, come l’inesorabile condanna (spesso implicante la morte) dell’eterosessualità, persino se manifestata negli involontarî sogni notturni. Precetti escogitati per ingrossare l’esercito dei sodomiti garantendo loro immunità e continuità d’azione, perché... «il loro crimine è troppo orribile per poter essere adeguatamente castigato in questo mondo». Chi solo tentasse di punirli, o anche solo ardisse tentare di frenarli, compirebbe un gravissimo sacrilegio, un atto di luciferina superbia, pretendendo uguagliarsi addirittura a Dio, «il solo in grado d’infliggere pene commisurate alla gravità del loro crimine, ed applicabili unicamente nell’aldilà, dopo la morte dei rei» (ib.). Vietatissimo dunque, in questa valle di lacrime, disturbare le loro diuturne fatiche con ammonimenti e richiami, del resto «inutili, perché essi, anche divenuti ottuagenari e centenari, persistono nel loro inestirpabile vizio» (ib., Q. IV, J 3-4). Dall’idilliaca atmosfera del Malleus sono sempre sbocciati vaghissimi fiori, come il compianto Dario Bellezza, «ricercatore della sublimità dei sentimenti» (Enc. Rizzoli-Larousse), untuosamente riverito come grande poeta dal più noto showman della TV. Sedicente «cattolico apostolico romano nostalgico dell’Inquisizione», l’eccelso Vate biasima stizzosamente la minigonna della bella Irene Boffo («Per invidia», replica lei), quindi la investe chiamandola «corruttrice con le sue gambe oscene messe al vento, e stimolatrice di masturbazioni. Papa Woitjla, poveretto, un personaggio così, nuda, con la fica fuori, non la vuole». E mentre il catto-giornalista Mosca si contorce fino a terra per scrutando tra le cosce dell’avvenente attrice e per finalmente esplodere in un: «Bellezza non sa nemmeno dove sia la fica!», lo scrittore Alberto Bevilacqua, imperturbabile, osserva pensoso: «Bellezza deve vedere attraverso i tessuti». Infine il grande poeta gratifica milioni di telespettatori declamando dei versi strazianti dedicati alla sua «cagnetta carina, carina» (Can.5, Costanzo Show, 11-03-95).

(286) Preso atto dell’inefficacia delle medicine tradizionali, il marcio sifilitico Innocenzo VIII eseguì la macabra immersione. Lusso assolutamente esclusivo, soltanto da papa, poter far segare impunemente il collo a una quantità di bambini per avvoltolarsi nel loro sangue. In effetti, la credenza nell’efficacia terapeutica del lavarsi nel sangue umano come cura della sifilide era allora abbastanza radicata nel mondo cristiano. Non ne dubitava nemmeno lo scettico Andrea da Barberino, autore de I reali di Francia. Assieme a tutti i soliti impostori, su tale cruenta prodezza papale don Henrion compuntamente tace, ma in compenso si sforza di depistarci dilungandosi sul viaggio del principe Zizim che, «accompagnato da un figlio del papa, fu presentato in concistoro. Invece d’inginocchiarsi a baciare i piedi di Sua Santità, Zizim gli appoggiò la bocca su una spalla. Allora I. lo fece allontanare e rinchiudere sotto buona guardia». Per liberare il fratello Zizim, il sultano Bajazet donerà ad I. la punta dell’unica vera lancia che ferì Gesù crocefisso. Unica vera, ma gemella di altre due uniche vere esposte a Norimberga e a Parigi all’ammirazione dei creduli
(Gregorovius). Fiutato l’affare, e infischiandosi dell’incongruenza, I. «portò la lancia in processione in S. Pietro. [...] A questo spettacolo offerto dalla chiesa tenne dietro una splendida festa familiare in Vaticano» (ib.). Innocenzo fu comunque meno sacrilego I. di s. Gregorio Magno, che sventolava sul grande mare di attonite teste due braccia degli apostoli Luca ed Andrea, e smerciava a salatissimo prezzo i «pezzetti della vera croce e la miracolosa limatura delle catene di s. Pietro e della graticola di s. Lorenzo: il prete addetto a tale compito non sempre riusciva a soddisfare i desideri di tutti, e spesso faticava a lungo con la lima, senza che da esse si staccasse una sola scheggia» (ib.). «Papa benefattore, modello di dolcezza e di bontà», I. dichiarò guerra all’indocile Ferdinando re di Napoli. Lasciò «i suoi figli molto ricchi e morì testimoniando un gran disprezzo per tutte le fragili speranze del secolo, aspirando unicamente all’immortale felicità della sua anima» (Henrion). A parte quel gruppuscolo di pargoletti sgozzati e i milioni d’insignificanti donnette macellate, che santo papa! Ha pure il merito di aver demolito il marmoreo grandioso arco di trionfo di Diocleziano per ampliare quel cesso di chiesa di S. Maria su Via Lata, al contrario di re Carlo VIII che ha il demerito, per non sfruttare Roma antica come cava nella costruzione di Trinità dei Monti, di «aver fatto venire i marmi dalla Francia» (Gregorovius). In S. Pietro tuttora troneggia la statua del trionfante I. che impugna nella destra l’unica vera lancia

(287) Il titolo di Cattolico fu conferito dal papa a re Ferdinando d’Aragona, per aver docilmente accettato di far entrare in Spagna l’Inquisizione con pieni poteri.

(288) Di Alessandro VI (Ferdinando Borgia di Jativa, Valencia,
1492-503) dice Rainaldus che ebbe da varie donne otto figli, di cui uno dopo la sua elezione al soglio comprata dai cardinali a peso d’oro (...suffragia, turpi sacrilegio, vendidere Borgiae cardinales). Sua amante prediletta fu Giulia Farnese, moglie di Orsino Orsini, detta concubina papae, o sponsa Christi. L’inequivocabile eterosessualità di A. ha sempre terribilmente irritato i cattolici. Più lo studia, più Seppelt lo trova «enigmatico, un mistero agli occhi del più acuto psicologo», e si sgomenta al pensiero della «sua indomabile sensualità». Rendina e tanti altri ne sono sorpresi, per non dire scombussolati. Ma chi disperatamente si straccia le vesti (come il teologo gesuita Molinari, che esclama: «Mai forse la tiara si posò su un più indegno Vicario di Cristo!») e si scandalizza dei rari papi attratti dalla donna, stranamente non batte mai ciglio per i moltissimi altri gagliardamente cavalcati da maschi. I pii moralisti fremono al pensiero di un papa come A., proprio all’opposto di quel «noto prelato molto intransigente in re morali, [che aveva fatto] voto di omosessualità per non trascendere ad andare con donne» (Via col vento in Vaticano, Caos ed.)

(289) L’ostilissimo ai laici Gerolamo Savonarola, dal fisico sbilenco e rachitico, dall’abnorme testa, la bocca pendula e slabbrata e il rostrato profilo di condor, era un esponente della trista frateria domenicana, la congrega rivale dei francescani nella gestione della Santa Inquisizione. Così mal ridotto e roso dall’invidia, dominava Firenze facendo leva sulla marea degli imbecilli bigotti, e sfogava il suo sordo rancore contro ogni manifestazione di bellezza istigando i più ottusi (i Piagnoni), a sequestrare e distruggere sulle piazze le opere d’arte, a suo dire tutte oscene, tutte produzioni del demonio. Sedicente uomo mandato da Dio per riformare la Chiesa, trovava sante le atrocità perpetrate da Innocenzo VIII e da Sisto IV, ma malediva l’eterosessualità di Alessandro VI. Contro di lui sobillò i fanatici accusandolo anche di simonia (esistono papi non simoniaci?), ed invitò Carlo VIII e l’Imperatore a calare in Italia per detronizzarlo. «Tu, ribalda Chiesa di Roma - urlava fuori di sé - [sotto il papa A.] nella tua lussuria ti sei fatta meretrice! Chiesa, il tuo fetore è salito al cielo!». Invettive più che passibili di scomunica e supplizio, che il magnanimo Borgia sopportò con pazienza per anni. Infine, per calmarlo, giunse ad offrigli, ottenendone un netto rifiuto, il cappello cardinalizio. Si convinse allora del disinteresse del Savonarola, e per soddisfare la brama di purificazione dell’inferocito frate riuscì (unico pontefice in tanti secoli) ad allontanare dal Vaticano, sebbene per poco, la torma di fanciulli legati da amicizie particolari all’alto clero. Ma ottenne l’effetto contrario: fu come gettare benzina sul fuoco, perché all’ineffabile santone non importava affatto la diminuzione degli amori pederotici, anzi questa lo eccitò a un maggior accanimento nell’accusare, distruggere e perseguitare, arrivando persino ad importunare il tollerantissimo Lorenzo il Magnifico. Finì però con l’avere la peggio quando si sottrasse alla prova del fuoco proposta dagli invidiosi concorrenti francescani, quando alla vista dei carboni ardenti arretrò pavidamente proponendo un sostituto e aggiungendo, tra le generali risate, che avrebbe preferito camminare sulle acque dell’Arno. Perso il favore popolare, il turpe frate che aveva sacrificato tanti innocenti e gravemente danneggiato il nostro patrimonio artistico, fu impiccato in piazza della Signoria schivando la vivicrematio per aver mostrato essersi pentimento prima del supplizio. Tertium millennium, organo del Comitato centrale per il Giubileo, avvertiva nel febbraio
1996 che per «raggiungere l’obiettività storica superando i luoghi comuni di giudizî precostituiti», oltre la «celebrazione di atti di perdono» come già per Galileo, Woytila estenderà il raggio delle sue beffarde beatificazioni al Savonarola e ad un altro non men losco figuro, Bartolomeo Las Casas, l’affarista domenicano che in America, per incrementare gli introiti dei grossi proprietarî, suggerì per primo l’idea della tratta dei negri, in quanto più robusti e sfruttabili degli smilzi indios.

(290) I preti giustificano i proprî mostruosi crimini come fossero peccatucci veniali, in quanto - sussurrano - inquadrabili nel tempo; ma non giustificano affatto e non inquadrano con altrettanta benignità, né smettono di qualificarla nefanda, l’eterosessualità di Alessandro VI. E lo infangano anche con altre pretestuose motivazioni, come don Gelmi, al colmo dello sdegno per essere egli «arrivato al soglio pontificio con macchinazioni vergognose». Quasi che gli altri papi usino mezzi diversi! E anche padre Fabbretti, sempre indulgentissimo verso le peggiori atrocità dei papi, scatta come una molla tutto inorridito per l’«indecente e provocatorio» Borgia. la massa dei giustificatori dei crimini papali, non solo non inquadrano mai favorevolmente A., ma lo ricopre immancabilmente di contumelie. Ed affibbia l’etichetta di mostro anche al figlio Cesare, benché, pur valente guerriero, di regola preferisse farsi strada con l’intrigo e il compromesso piuttosto che con lo spargimento di sangue.  Ma ciò che fa andar più in bestia il clero tutto è il fatto che A. se la spassava tra danzatrici discinte invece d’impegnarsi anima e corpo nel massacro di donne, di dubbiosi e di ebrei. Nella trappola di un Borgia definito unico malvagio tra tanti santi pontefici cade come un allocco persino  Gregorovius quando, sempre per paura di sembrare un mangiapreti, confonde l’arte per l’arte con l’arte della storia; la quale deve invece registrare soltanto ciò che è accaduto e non ciò che si vorrebbe, per compiacere qualcuno, fosse accaduto. Edulcorazioni e demonizzazioni sono incompatibili con la scienza, che in nessun caso può essere adulterata per strappare consensi. La vera scienza non va mai, imitando il pagliaccio da baraccone piroettante in papamobile, a caccia di applausi e di successi affaristici, anche se, purtroppo, spesso accade il contrario, ossia che la verità si sta ancora allacciando le scarpe quando la menzogna ha già fatto il giro del mondo (prov. inglese). Lodiamo dunque l’onestà e il coraggio di Manzoni, che condannò i romanzi storici (compreso il suo fresco di stampa) come composizioni ibride, bastarde, culturalmente dannose in quanto inestricabili grovigli di vero e di falso. «O scrivete romanzi, o scrivete storia, - raccomandava ai suoi esterrefatti ammiratori - non più romanzi storici». Ridestatosi dal suo torbido sogno chiesastico, si era accorto che il corpulento mons. Tosi di Busto Arsizio col pretesto di salvargli l’anima, lo aveva immerso in un fetido pantano pseudoletterario. Gregorovius invece, lentamente irretito nell’incantesimo ignaziano e influenzato dal malefico padre Mariana, papagallescamente inveisce persino contro il cadavere del clericale capro espiatorio, l’ormai ridotto in polvere «corpo dell’abominevole Borgia», che ha «goduto di effimeri piaceri e ingrandito la potenza dei suoi bastardi», specialmente «la turpe figura di un Cesare». Bella prova d’equidistanza! Bellamente menato per il naso, lo studioso tedesco bolla il papato di A. «orribile, abominevole» non tanto per i suoi crimini quanto perché «...la rosa d’oro, graziosissimo simbolo del culto cristiano, nelle mani del Borgia non appariva che simbolo della dissolutezza pagana... [data] la vita viziosa che egli stesso conduceva». E il plagiato storiografo si compiace di parlare di «spaventosi tempi dei Borgia», nei quali, con  A. in preda ad «abominevoli pensieri», la «corrotta Lucrezia fosse oggetto dell’abominevole passione e della gelosia dei suoi fratelli e di una terza persona», vale a dire il padre, che rendeva «più fosche le tenebre che coprivano il Vaticano, divenuto tana di delitti infami, […nell’] orribile Roma [dove] la corruzione aveva toccato i gradi più infimi». Ma è provata la falsità dei rapporti incestuosi del papa e di Cesare con la rispettiva figlia e sorella. Sempre più suggestionato, il tedesco immagina che l’agonizzante pontefice, «più abominevole di suo figlio, pensasse all’abisso che doveva inghiottire la sua perversa famiglia», e che il buon Dio, tanto pronto a perdonare tutti i papi macchiati dei più mostruosi crimini, s’infuriasse solo ed unicamente contro A., non sopportando la «sensualità... la dissolutezza... l’impudenza senza precedenti nella storia [!] di un papa irreligioso.. gaudente... dominato da sataniche passioni». Oltre che per i suoi gusti sessuali, A. è antipaticissimo ai preti perché non solo non appoggiò mai il turpissimo Torquemada, ma gli fu apertamente avverso, e perché non perseguitò né assassinò mai gli Ebrei, di cui anzi ne condusse in salvo dalla Catalogna, come marrani (i forzatamente convertiti al cristianesimo), ben ottomila, che fece alloggiare nella campagna romana.

(291) Pugnace nipote di Sisto IV, Giuliano della Rovere di Albisola Marina (Giulio II, 1505-13), «che tutti sapevano uno psicopatico che non aveva mai mantenuto la parola data» (Spinosa), subentra a Pio III, da lui fatto avvelenare appena eletto. Salito al trono anche grazie all’influenza di Cesare Borgia sui cardinali spagnoli, gli ricambia il favore imprigionandolo nel Palazzo Apostolico. Dal quale il duca evade, ma finisce ucciso e tumulato a Pamplona, dove il vescovo lo fa esumare e gettare «in una buca accanto a uno scarico di rifiuti percorso di notte da lupi famelici» (ib.). Nemico acerrimo della libertà e dell’unità d’Italia, G. è portato alle stelle dai preti, a nostra suprema irrisione, come grande patriota, anche se chiamò tutti quanti gli stranieri a calpestarci e depredarci. E solo contro i Francesi, giudicati rei di non assecondare a dovere le sue nefande trame, sbraitò: «Fuori i barbari!». Motto d’incredibile impudenza, subito riecheggiato dai papisti transalpini della Lega santa che, «detto da lui, che aveva sollecitato proprio il loro intervento, non poteva non lasciare perplessi. [Lui che] aveva chiamato a raccolta tutti gli Stati stranieri possibili e li aveva invitati, nel nome dell’autorità della chiesa, a invadere il territorio italiano» (Vannucci). Inaugurò il suo grande patriottismo spingendo Francia e Spagna contro Venezia per avere da loro in premio Rimini e Faenza. Pugnalò quindi alla schiena la prima alleata per impadronirsi, in combutta con la straniera Lega santa, di Bologna, Parma e Piacenza, ed infine, sempre allo stesso fine di basso lucro, spinse la Spagna nel Napoletano. Se l’Italia è ora mutila di metà delle Alpi e Prealpi lombarde lo deve solo a G., che non avendo mai retribuito i 20.000 lanzichenecchi da lui reclutati e scatenati contro Milano, li spinse poi a rivalersi annettendo alla Svizzera vaste terre al di qua dello spartiacque. Ma il gran patriota, accortosi che la slealtà non paga, venuto il turno dell’Austria, le donò, quasi fossero roba sua, Verona e Brescia. Altro che Fuori i barbari! Dedito solo ad uccidere e rapinare, era «abituato a considerare con naturalezza che [in Italia] si trucidassero le guarnigioni delle rocche espugnate, si massacrassero i cittadini, si saccheggiassero e incendiassero le città» (Gregorovius). A lui siamo debitori (e per ripagarlo i nostri governi ancora ci spremono a sangue) della terribile carneficina di Ravenna, una battaglia combattuta tra Italiani servi del «re cristianissimo» e Italiani servi del «papa santissimo». Quando muore, i bolognesi atterrano la colossale statua da lui dedicata a se stesso in piazza S. Petronio, e la fondono per forgiare due cannoni con cui abbattere la fortezza del vescovo Vitelli. Ma G. massacrava evangelicamente, a gesuitico «fin di bene, e per la gloria della Chiesa», come il santo card. Ippolito d’Este, che «assoldò sicari perché strappassero gli occhi al proprio fratello naturale: tutto perché un’amante del cardinale li aveva lodati per la loro bellezza» (ib.). Essere malvagio, ma comunque migliore, per il candido Gregorovius, del mai abbastanza vituperato Borgia. Opinione certamente non condivisa dall’Ariosto, salvatosi con la fuga dal rozzo e ignorante G., che al sol vedere il sommo poeta era preso dalla voglia di «farlo annegare nel Tevere come un cane» (Vettori). E tanto meno dal Machiavelli, il genio politico che non individuava affatto nel godereccio Borgia, ma solo in atroci papi come G., coloro che avevano ridotto l’Italia «più schiava che gli Ebrei, più serva che i Persi, più dispersa che gli Ateniesi, senza capo, senz’ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa». E ancora il Vettori: «È certo gran fatica volere essere signore temporale e voler essere tenuto religioso, sono due cose che non hanno convenienza alcuna insieme, perché chi considera bene la legge evangelica, vedrà i pontefici, ancora che tengono il nome di Vicari di Cristo, aver indutto una nuova religione che non ve n’à altro di quella di Cristo che il nome: il quale comandò la povertà, e loro vogliono la ricchezza; comandò l’umiltà, e loro seguitano la superbia; comandò la obbedienza, e loro vogliono comandare a ciascuno». Dopo una giovanile sbadataggine che gli procurò una figlia, G. si sollazzò in modo più acconcio e consono alla tradizione ecclesiastica. Invaghitosi di tal Alidosi, «uomo di aspetto prestante, rotto ad ogni vizio» (Gregorovius), lo creò vescovo di Mileto e di Pavia, e infine, per averlo sempre vicino, cardinale. Quando il bell’amasio fu ucciso, il Santo Padre, «fuori di sé, mandò un grido selvaggio, come d’animale ferito, quindi proruppe in singhiozzi. Due ore dopo l’assassinio, partì da Ravenna; e rannicchiato in una lettiga, gli occhi gonfi di lacrime, fu trasportato sino a Rimini» (ib.). Il «ganimede di Giulio II» (Priuli), «turpis et flagitiosae vitae vir» (Bembo), è citato anche dal Giovio. Questo papa ha però un merito inestimabile: i diversivi erotici non lo distraggono mai, come il Borgia, dall’indefesso compimento di azioni efferate. Tuttavia «la Riforma era nell’aria; la nazione tedesca nutriva un odio profondo contro il papato, fonte eterna di tanti delitti, di tante guerre, di tanti dolori per il mondo» (Gregorovius). Papato che, «per sue necessità politiche impedì la formazione dello Stato italiano, prolungò la dominazione straniera in Italia, provocò una tremenda frattura con la popolazione italiana, che solo ai nostri giorni è riuscita a realizzare la propria unità distruggendo fin dalle fondamenta la creazione di Giulio II» (ib.). Il medico Fracastoro include G. tra i contagiati dal morbo gallico, la sifilide, che allo stadio terminale lo aggredì al cervello fino a fargli ritenere il Giudizio universale di Michelangelo «roba da osteria». Anche per questo il mal pagato artista inveisce contro l’opulento ed ignorante clero e rappresenta con la faccia di G. il demonio Minosse attorniato da serpenti. Erasmo immagina G. defunto e così respinto da s. Pietro: «Giulio: Smetti di chiacchierare e apri la porta, altrimenti dovrò sfondarla. Non vedi la mia scorta? Pietro: Vedo solo molti bricconi e malfattori, ma essi non potranno sfondare la mia porta. Giulio: Se non la smetti ti lancerò l’anatema e sarai scomunicato. Ho già pronta la bolla». Quanto al cupolone di S. Pietro, oggi, dopo 500 anni non copre più il massimo tempio cattolico. Woitjla (che nel 2003 ha constatato con compiacimento di aver perso adepti in Europa ma di averne guadagnati in Africa ed Asia) nel 1990 ne ha inaugurato uno gemello, ma più alto e più largo (la piazza antistante ha un colonnato addirittura doppio del romano) a 200 km da Abijan. La sovracupola (alla faccia dei sette milioni di bambini annualmente morti di fame) è ricoperta da una spessa lamina d’oro visibile coi suoi accecanti barbagli a grandissima distanza. Le pareti interne sono decorate con chilometri di arabeschi in oro zecchino. Intorno al colossale complesso (compreso l’annesso nuovo Vaticano), tutto refrigerato da ultrapotenti condizionatori, si stende a perdita d’occhio la savana brulla e rinsecchita, abitata da babbuini, serpenti e gruppetti di negri scheletriti. Ma a preti e suore non basta vivere in un’aria deliziosamente temperata e mangiare e bere a crepapelle. Nelle sere carezzate da fresca brezza se la spassano in barchetta, cullati dalle onde di un laghetto scavato davanti alla basilica, dove l’acqua è immessa, alla facciaccia degli assetati, attraverso grosse condutture sotterranee che la prelevano da montagne distanti 500 (cinquecento) km. Il Santo Padre è sceso pomposamente ad ammirare il tutto davanti a giornalisti d’ogni provenienza, fuorché dall’Italia che, bestialmente sfruttata dal clero che si degna onorarla addossandole le ingentissime spese di costruzione, è però tenuta all’oscuro di tutto e non sa che il mondo ride a crepapelle del nostro abietto servilismo. E ciò grazie alla papistica autocensura osservata dalla suddita stampa. Nel gigantesco aeroporto da noi ugualmente omaggiato al clero a lato delle mastodontiche costruzioni (nuovo Vaticano compreso), planano migliaia di aerei gremiti di turisti d’ogni condizione, razza e colore provenienti dai più lontani angoli della Terra, fuorché dall’Italia, le cui linee aeree sono tenute, per non far aprire troppo presto gli occhi agli Italiani, del tutto scollegate dalla vergognosissima nuova S. Pietro. 

(292) L’atroce bolla Summis desiderantes affectibus emanata da Innocenzo VIII contro le streghe, fu ribadita dai suoi successori e provocò altri milioni di vittime. Per più allegramente giubilare nel 2000, Woitila dà motu proprio un colpo di spugna a tanto simpatici e lievi pontificî «errori», e ci beffa biascicando smozzicate richieste di perdono «per quei cristiani che deviarono», affinché si creda che non i vertici ecclesiastici, ma solo «alcuni cristiani, certi cristiani, nel passato hanno compiuto azioni poco cristiane». Per darla a intendere che solo dei periferici, oscuri, misteriosi, fantomatici cristiani… Chissà chi! Che papale bontà! Che pontificia generosità! Il boss più sanguinario della Terra mente perdona magnanimo ai creduli la loro cieca obbedienza agli imperiosi e implacabili sacri boss! E ciancia di devianti per poter assolvere i veri carnefici, di cui molti solennemente canonizzati, e continuare ad infangare le loro vittime richiamando l’idea di nebulose colpevoli deviazioni, ossia le eresie dei martirizzati. Scaricando le proprie colpe sulle sue vittime la chiesa acchiappa due piccioni con una fava, oltre a provare l’impagabile soddisfazione di darla ancora a bere alle stolide masse. Vecchio gioco, fin troppo abusato. Che dà la nausea persino a cattolico Ruggero Bonghi, amico di Rosmini e di Manzoni, quando, stanco degli sproloqui di tre maestri d’impostura, gli abati Segneri, Cesari e Venini, scrive Celestino Bianchi: «...E appunto il Venini in una sua predica se ne scusa col dire che il gusto dei suoi uditori richiede questi lezii. Evviva! Come se questo gusto falso non lo aveste formato e non lo nudriste voi»
(Lettera IX). Nihil sub sole novi. Oggi la chiesa si esprime ancor più mielosamente, ma non demorde: sotto manto d’agnello, le sue febbricitanti pupille sono sempre attente a cogliere l’occasione propizia per iugularrci e calpestarci, come nella Polonia postcomunista del ‘93, subito brutalmente clericalizzata e regredita al medioevo mediante la mostruosa codificazione di pene detentive contro i liberi pensatori. Frattanto, don Ernesto Balducci si compiace delle «mille donne bruciate per ogni uomo dall’Inquisizione», mentre il tenebroso don Gabriele Amorth fa sapere di aver compiuto in Vaticano, assieme a Woitjla, degli esorcismi contro la stregoneria (Epoca, 03-08-93) nel dolce presagio di nuove cacce alle streghe, che nella sola Roma «sarebbero il dieci per cento dell’intera popolazione» (ib.), perché «il Demonio s’impossessa più facilmente delle donne» (RAI 2, «Mixer», 03-03-93). Come stupirci poi degli sprovveduti due giovani sposi di Polistena, che nel ‘94, inebetiti da tre preti, tentarono di scacciare il diavolo dal corpo della figlioletta di due mesi ingozzandola d’acqua benedetta fino a farla morire? E i giudici non hanno condannato i volgarissimi venditori di fumo, bensì, e molto severamente, i due poveri sempliciotti criminosamente plagiati che, con incrollabile fede, attendevano il miracolo. Molto comodo, furbesco e soprattutto clericalmente assai redditizio, aver depennato dal codice penale il reato di plagio! Fortunati Italiani! tanto improntati dei «valori morali» inculcati dalla woityliana Radio Maria impegnata nella diffusione della superstizione! tanto combattiva contro gli «eretici e i nemici della Chiesa» (05-09-96) e imbevuta di quello stesso odio antievangelico fomentato in Ulster, Croazia e Bosnia-Erzegovina, e qui mascherato da infinite chiacchiere su (del tutto inesistenti) differenze razziali!

XXIX

 (293) Giovanni de Medici (Leone X, 1513-21), protonotario apostolico a sette anni e cardinale a tredici, «è un godereccio ostinato, anche se una fistola difficile da curare lo tormenta spesso» (Fabbretti), ma il fatto ch’egli non sia per nulla meno orgiastico del Borgia non scandalizza minimamente i preti, forse perché nettissima era la prevalenza numerica nella sua corte dei bei maschioni sulle prostitute (Gregorovius). «A una certa mitezza fu improntata la sua azione di governo, a parte la spietata repressione della congiura del card. Petrucci e la decapitazione del Baglioni, attirato a Roma con la garanzia di un salvacondotto» (Gasparri). Approvò gli oratorî del Divino Amore e disse al fratello Giuliano: «Godiamoci il papato, visto che Dio ce l’ha dato!» (Gregorovius). E se lo godette al punto di dimenticarsi, deludendo gli scalpitanti torcicolli, perfino di far bruciare il filosofo Pomponazzi, aperto negatore dell’immortalità dell’anima sancita dalla chiesa nel 1513 (ib.), e di consentire alla Francia, con «vergognose concessioni al re Francesco I» (Gelmi), lo svolgimento d’indagini su delitti compiuti dagli ecclesiastici. Con l’Exurge Domine scomunicò Lutero, «il cinghiale che devasta la vigna del Signore», e quanti deploravano che «il papa, benché più ricco del triumviro Crasso, non pagasse di tasca propria la chiesa di S. Pietro, invece di farla costruire con l’obolo dei poveri credenti». Allora milioni di gabbati insorsero con le armi in pugno contro il potere della chiesa, mentre adesso non si osa nemmeno spernacchiare il tracotante Sputasentenze che a nostre spese scorazza per il mondo intimando agli affamati di procreare come mosche, «mangiando meno, digiunando e risparmiando» per la fabbrica di nuove chiese, di cui un centinaio in progetto nei soli circondari di Roma e Milano (Angelus del 26-11-94). Ai congiurati del card. Petrucci, L. «in occasione della festa di pentecoste annunciò che avrebbe concesso la grazia» (Gregorovius).Ma la concesse nel modo poi entusiasticamente imitato da tre altri grandi perdonatori, Sisto V, s. Carlo Borromeo e Woitila: «Il chirurgo e il segretario del Petrucci furono portati al patibolo tra orribili tormenti [e infine squartati, mentre] il cardinale, che alla lettura della sentenza scagliò selvagge maledizioni contro il papa e non volle confessarsi, fu dal moro Rolando strangolato in Castel S. Angelo» (ib.). Dopo infiniti traffici d’indulgenze, ora la sirena Woitjla adesca i protestanti più babbei fingendo di condannare quel cattolico «infelice mercato» (Gelmi), che però fa spavaldamente giustificare da don Luigi Negri con l’asserzione che «non c’è nessuna vergogna a riconoscerlo». Esattamente come L., che addirittura lo potenziò ripubblicando il tariffario di Giovanni XXII (XXIII), compilato per spedire tutti i ricchi in paradiso e tutti i poveri all’inferno. Anche per questo piace tanto ai preti il «grande papa che condannò il porco Lutero sposato ad una suora», «orrido eretico che esordì attaccando l’abuso delle indulgenze, poi le indulgenze stesse, infine il potere di colui che le aveva emesse, passando quindi alla grazia, al libero arbitrio, ai sacramenti, al purgatorio, ai voti monastici, ecc., e così smerciando novità scandalose». Papa osannato dal clero come «amante dell’arte», ad eccezione della più antica, della più grandiosa e perfetta. Raffaello vide da lui distruggere «la Meta di Romolo, l’arco e l’accesso alle terme di Diocleziano, il tempio di Cerere sulla Via Sacra, il Forum Transitorium, le splendide basiliche erette nei Fori e infinite colonne, fregi, architravi» (Gregorovius). Per non dire delle migliaia d’epigrafi polverizzate per produrre calce (ib.). Morto L., il nuovo papa, eletto in Spagna, fu sollecitato a venire al più presto a Roma per porre fine alle sfrenate rapine dei porporati. Quando dopo sette mesi Adriano VI mise piede nell’Urbe, «i cardinali stavano ancora depredando a loro talento il Vaticano ormai spoglio di tutti gli oggetti preziosi, compresi gli argenti della sacrestia. Dal palazzo era scomparsa anche la collezione di gemme di L., che la sorella aveva arraffato senza ritegno» (ib.). Autore d’innumerevoli guasti architettonici, L. amava le lettere. Stimava Bembo, Castiglione, l’Aretino, pur disprezzando il più grande di tutti, l’Ariosto, tanto da incoronare in sua vece d’alloro il pretonzolo Barbagallo, un «ignobile poetastro» (Rendina). Fece bastonare un tal Britonio per i suoi cattivi versi. Lui stesso scriveva epitaffî, come quello malinconicamente dedicato al defunto frate Fetti, un imparruccato suo compagno di zanzeria (baldoria): «Un frate sotto bianco e sopra nero / in gola e zanzeria molto eccellente, / di fuori porco e dentro puzzolente / mentre visse, ora ammorba il cimitero».

(294) Martin Luther (erede di Da Fiore, Segarelli, Dolcino, Wycliffe e Hus, che perseguivano l’ideale della povertà evangelica e vedevano nel papa l’Anticristo) riesce ad attuare la tanto sospirata riforma. Non potendo acciuffare ed ammazzare il ribelle per la protezione accordatagli da alcuni principi, il Vaticano ripiega sull’ingiuria, la detrazione, la calunnia. Lo chiama marcio eretico, pestifero ribelle, delinquente nefando, e lo fa «passare per indemoniato, epilettico, psicopatico, affetto delle peggiori malattie e delle più terribili tare ereditarie»
(Pozzoli). L’essere inqualificabile rispondente al nome di Woiyila tuttora giudica gli affetti da epilessia delle persone immonde, degli indemoniati, e lo sancisce con tutti i crismi dell’ufficialità in un’enciclica di cui i mezzi d’informazione hanno all’unisono indecentemente lodato l’«umiltà».

(295) L’odierna burbanza pontificia trae le sue lontane origini da quella del famelico s. Silvestro, uscito dalle letamaiche pozzanghere di un sobborgo di Porta Capena per installarsi in pompa magna in Laterano, la lussuosissima dimora dell’imperatrice Fausta, finita strangolata, per probabile sua calunniosa istigazione, dal marito Costantino. Che tuttavia non si lasciò abbindolare dal fetente parvenu fino a delegargli la benché minima autorità politica. Continuò infatti lui stesso a governare da Bisanzio tramite i suoi prefetti sia la città di Roma sia le province di tutto l’Impero, ben attento ad impedire che all’illuminato potere cesareo si sostituisse il mostruoso dispotismo sacerdotale.

(296) Per raggirare gli Imperatori cristianizzati e conservare il frutto delle sue colossali rapine, il papato sbandierava ai quattro venti una pergamena grossolanamente contraffatta, così stilata nel
IX sec. dalla perfida e contorta mente di sant’Isidoro: «Noi Costantino attribuiamo alla sede di Pietro tutta la gloria, tutta la potenza imperiale. E consegniamo a[l pezzente] Silvestro e ai suoi successori il nostro palazzo Laterano, la nostra corona, tutte le nostre vesti imperiali, Roma e tutte le città d’Italia e del mondo. Noi gli concediamo il luogo, non essendo giusto che un imperatore terrestre conservi la minima potenza dove Dio ha stabilito il capo della religione». L’accertamento (purtroppo assai tardivo, dopo gl’immensi e assolutamente irreparabili danni arrecati della criminale banda ecclesiastica all’Italia) della pacchianissima falsificazione avverrà soltanto nel XV sec., grazie all’analisi comparata della scrittura spacciata per originale, che svelerà l’impudente anacronismo dello stile, dei vocaboli e dei caratteri grafici. Ma anche senza queste prove, già di per sé schiaccianti, basterebbe da solo a dimostrare l’enorme truffa l’eccesso di grottesca autocelebrazione del testo.

(297) L’olandese Adriaan Florensz, di Utrecht (Adriano VI,
1522-23), cerca di arginare la rivolta protestante con qualche maldestro accomodamento. Ultimo straniero prima del nefasto Woitjla, egli fu, secondo l’epigrafe incisa sul suo monumento in S. Maria dell’Anima, un ottimo papa. Gelmi loda la sua «dottrina, austerità, profonda pietà e sincera disponibilità alla riforma», pur concordando pienamente con chi «gli attribuisce ogni sorta di vizî immaginabili» (gesuitica incoerenza da bugiardo di tre cotte incespicante in crisi d’amnesia?). A. esce da un conclave di cui il card. Manuel, «ancora ignaro degli intrighi che accompagnano le elezioni pontificie, esclama: Qui tutto è basato sull’avidità e la menzogna: è difficile che lo stesso inferno ospiti tanti demoni quanti ne esistono tra i cardinali!» (Gregorovius). «Accetta l’elezione con umiltà, in silenzio. Riceve la notizia mentre si trova per incarichi pastorali [di sanguinario Grande Inquisitore!] nei Paesi Baschi» (Fabbretti). E ancora Gelmi, ora fattosi attento a non contraddirne di nuovo l’asserita «profonda pietà», fa comunella col frate nel dipingerlo tutto in rosa e nel tacerne le terribili sentenze (21.835 condannati al remo e all’ergastolo, 2.180 al rogo). Pur abbastanza modesto da negare nel suo Commentario la propria infallibilità («Un papa può errare anche in materia di fede»), è tanto duro con eretici, streghe ed ebrei, quanto molliccio col giovane e bel segretario Cisterer e pecorinamente sottomesso al muscoloso tedesco Pieter, che «entrato al suo servizio come spazzino, divenne presto cameriere e cominciò a spadroneggiare» (Gregorovius). Mette a capo dell’Inquisizione il card. Carafa (il futuro grande criminale Paolo IV) e odia l’arte classica fino a bramarne la totale distruzione. Scrive il Negri: «...dubito molto che un dì non faccia quello che dice aver fatto già s. Gregorio, e che di tutte queste statue, viva grandezza e gloria romana, non faccia calce per la fabbrica di S. Pietro». Sì, purtroppo! Unica reazione a tutta la sua mostruosa barbarie: gli insulti sulle carte affisse nottetempo, clandestinamente, al torso d’una antica statua dal popolo detta Pasquino. Non riuscendo ad acciuffarne gli autori (il poeta Berni, il più caustico, è scoperto ma si salva con la fuga), vuole zittirli gettando Pasquino nel Tevere, ma lo dissuade il duca di Sessa, che «...con ingegno civile e arguto, disse che ciò non si doveva fare, soggiungendo che Pasquino, ancora nel più basso fondo del fiume, a uso delle rane, non avrebbe taciuto». Nel frattempo l’Aretino, forte della protezione di alcuni principi e re, così morde il pontefice tedesco e i conclavisti: «O del sangue di Cristo traditore, ladro collegio, / che il bel Vaticano alla tedesca rabbia hai posto in mano, / come per doglia non ti scoppia il cuore? /.../ caduto è in terra il gran nome romano / e dato in preda al barbaro furore». Mentre il Giovio, suo biografo ufficiale, attesta che A. morì dopo smodate bevute di birra, l’equidistante Gregorovius s’indigna contro quanti al suo indirizzo «scrissero volgarissime satire».

(298) I riformati, pur conservando uno strascico di cattoliche superstizioni, abolirono o mitigarono molte barbariche usanze papiste.

(299) Con l’appoggio della Spagna, Giulio de Medici (Clemente VII,
1523-34) detto Homo sanguinis (il Sanguinario) o il Boia di Cesena, per le sue spaventose carneficine in Romagna, contrattacca in conclave la bordata di centomila ducati d’oro offerti dal card. Farnese, e getta sul banco una somma ancor più cospicua (Gregorovius). Lo Spirito Santo ovviamente s’entusiasma e, abbagliato da tanto scintillio, plana all’istante sulla criminale nuca medicea. Istigati quindi Spagnoli, Svizzeri, Tedeschi e Francesi ad invadere, spezzettare e saccheggiare l’Italia, C. briga febbrilmente per trarre - come sfrontatamente dichiara - il massimo profitto dalla nostra rovina. I suoi passeggeri bisticcî con Carlo V provocano il terribile sacco di Roma degli imperiali, tra cui i famosi lanzichenecchi. In compagnia dei cardinali, dei prelati e dell’usuraio Armellini, dall’alto di Castel S. Angelo egli assiste allo spettacolo della città devastata dagli incendî e dalle stragi. Ma che gli frega? Lui è al sicuro, nel mastio imprendibile e ben rifornito. Gli manca solo la verdura, ma una bigotta ogni giorno si guadagna il paradiso arrampicandosi sotto i tiri degli assedianti per rifornirlo d’insalatina fresca (ib.). Poco dopo Roma è investita dalle orde di ben più feroci liberatori, i papisti dell’abate di Farfa, «che entrati in città seguiti dalla peggior canaglia che avrebbero potuto trovare, sgozzarono persino gli infermi ricoverati negli ospedali e saccheggiarono quel poco che era ancora possibile saccheggiare» (ib.). I Romani decrebbero da 80.000 a 30.000, e i superstiti, affamati, stracciati e incolonnati a forza in quotidiane processioni «dai preti che predicavano penitenza, si spargevano il capo di cenere implorando perdono» (ib.). Sulla morte del «più nefasto di tutti i papi» (von Ranke) dopo Woitjla, si astiene dal versar troppe lacrime persino il gesuita Gelmi, forse perché, incaponitosi scioccamente contro Enrico VIII, fece perdere per sempre al clero il ricco e promettente mercato inglese. Guicciardini, Gonfaloniere della Chiesa, vale a dire comandante supremo del suo esercito, narra che C., sull’esempio di altri papi, appena eletto rase al suolo Marino e Monfortino e bruciò Gallicano, Tagarolo e molte altre borgate. E il Varchi aggiunge che strizzò ben bene le borse ai creduli agitando il vecchio spauracchio della fine del mondo, strombazzato per ogni terra da legioni di frati itineranti. La sua rapacità sbigottiva l’Ariosto: «Darà l’Italia in preda a Francia e Spagna, / che sossopra voltandola una parte / al suo bastardo sangue ne rimagna» (Satira II). Fece abbattere con le armi da Carlo V il governo democratico di Firenze, per far dono della città al suo caro Alessandruccio, avuto da una serva negra da cui questi «aveva ereditato l’indole sensuale, il colore e i tratti del volto di mulatto» (Gregorovius). Un ironico e amaro riferimento alla sua ingordigia fa ancora l’Ariosto tratteggiando un dio creato dal clero, che a colpi di papal fischietto punisce il «populazzo, immonda e bassa plebe», e rilevando che le stragi di Annibale impallidiscono a paragone di quelle compiute dai lurchi chiamati dal papa ad Agnadello, Brescia, Ravenna e Fornovo. Ma che contava un poeta che non poteva comprarsi un mantello, a petto del «puro, eroico, sublime, integerrimo pontefice che preferì perdere l’intera Inghilterra piuttosto che concedere il divorzio al suo re»? Unico intestarditosi in un principio disprezzato da tutti i papi, sempre pronti per moneta a fare e disfare qualsiasi matrimonio. Ma se C. si esibì nel beau geste di mollare il boccone britannico, lo fece solo nella presunzione di poterlo in qualsiasi momento riaddentare a suo piacimento, e con tanto d’interesse usurario, come più volte sperimentato dai suoi predecessori a danno d’altri regni cristiani. L’eroico C. in effetti puntava su un cavallo assolutamente sicuro, lo strapotente Carlo V, capo di un immenso impero e ligio braccio secolare della chiesa, tanto voglioso di vendicarsi di un affronto ricevuto dal re d’Inghilterra, la cui ripudiata moglie era appunto sua zia. E aveva un bel chiedersi Enrico VIII perché mai il papa, che ogni giorno infrangeva a pagamento i matrimonî infischiandosi delle motivazioni, si irrigidisse proprio solo contro di lui, così ben disposto a sborsare cospicue somme. Ma agli occhi papali aveva la colpa d’essere re di un’isola secondaria (un’Inghilterra allora priva di colonie e di una forte flotta) a confronto della potentissima Spagna di Carlo V, regina delle terre e dei mari, padrona dell’impero più vasto della storia, esteso dall’Europa alle Americhe, all’Africa, alle Filippine, un impero sul quale «non tramontava mai il sole». E il papa, come tutti i papi, si era subito fatto tenerissima sposa del più forte. Così, dalla sua prestigiosa posizione di puttanella del Rey, C. poteva anche sfottere amabilmente l’ambasciatore veneto, come uno sciocco «uomo dabbene» sognatore di una chiesa meno avida e timoroso della «ruina d’Italia». Della quale invece lui se ne impipava, teso solo a smembrarla il più possibile per svenderla al primo offerente e incassare tanti  quattrini sulla pelle dei nostri avi, come Francesco Ferrucci, pugnalato agonizzante sul campo dal papista Maramaldo. C. godette pazzamente del trionfale «ingresso del [suo] bastardo nella sventurata Firenze» (ib.), investita dagli Spagnoli con assalti costati diecimila morti e feriti. Il labbruto rampollo papale ne diventò subito «signore, duca e principe assoluto. Numerose salve d’artiglieria salutarono dai colli fiorentini l’avvenimento» (ib.). Ma i cittadini erano indignati, perché «il moro, così lo chiamavano, [era] rozzo e ignorante, ...balordo, scostumato, prepotente, ...sciocco bestione arrogante» (ib.). Derideva i cugini Ippolito e Lorenzino che studiavano e amavano l’arte; e pare che «si fosse messo in testa di essere un Ercole sia fisicamente che politicamente» (ib.), come il semidio che strozza Caco fatto da lui traslocare davanti a Palazzo Vecchio. Sotto la protezione del papa e del re di Francia, al quale aveva in seguito consegnato, «poste su un piatto d’oro», le chiavi di Firenze, egli non pensò ad altro che a gettarsi su tutte le donne, «le religiose, come le secolari, o pulzelle o maritate o vedove, o nobili o ignobili, o giovini o attempate che fossino» (Varchi). Cosimo I e il Magnifico erano stati altrettanto sensuali, ma anche grandissimi mecenati e uomini d’eccellente cultura. Il bastardo invece schiva come la peste le persone d’ingegno, tranne chi stimoli la sua vanità ritraendolo ad olio o sbalzandone su medaglia il bombato profilo. E passerà alla storia soprattutto per aver fatto sparire da Palazzo Vecchio la campana di bronzo e argento del peso di ventimila libbre (Gregorovius). Benché avvolto in preziosi broccati tempestati di gemme, egli ricorda solo il «negro possente e meraviglioso [che] prende per le spalle un’ancella bianca, le strappa il peplo bianco e la denuda, si denuda e la violenta da dietro tenendola per i capelli con brutalità e ridendo a squarciagola» (Busi). Finisce accoltellato in un letto, dove gli fanno credere che lo raggiungerà una donzella timida, purché lui la aspetti svestito, immobile e col dorso girato alla porta. Tornando al papa, il Guicciardini lo dice «avaro, di poca fede e alieno per natura da beneficiare gli uomini». «Non ebbe grandezza d’animo né liberalità; per indole spilorcio e simulatore, non fu malvagio, ma duro e dispotico. Non odiò alcuno, perché non amò alcuno» (Giovio). Salvo il suo caro bastardo. 

(300) Durante il sacco di Roma, i lanzi rubano in Laterano smarrendolo poi per strada, il reliquiario col santissimo prepuzio di Cristo. Lo ritrova una popolana, Magdalena Strozzi che, incuriosita, lo apre e incautamente sfiora l’eccezionale cimelio. Orribile sacrilegio! Dio, infuriato oltre ogni dire, la punisce paralizzandole all’istante le sacrileghe mani, in quanto ree, a detta unanime dell’indignatissimo clero, d’essere già contaminate dal tocco d’altri di gran lunga meno nobili cazzi, o comunque di rango molto inferiore a quello di Cristo. Sempre più agitati, i preti incaricano falangi di uomini pii e di donne devote della ricerca, rivelatasi poi lunga ed estenuante, di «una fanciulla più pura per recuperare la reliquia»
(Bartoloni, in Corsera, 15-10-88). A giudicare dei tanti suoi prepuzi sparsi per tutta Europa, non meno di sei ma si parla anche di quindici, si direbbe che il Salvatore, da buon superdotato, possedesse un discreto numero di carnei spuntoni, magari minacciosamente disposti a raggiera. L’elastico cappuccio del più illustre dei quali, domiciliatosi a Roma per esser piovuto dal cielo nella mano di un prete, andò poi a villeggiare nell’aria azzurra e tersa di Calcata (Viterbo), dove, sotto il da poco inaugurato regno Woitjla, fu di nuovo sacrilegamente involato, la notte di capodanno del 1981, e finora mai più ritrovato. Non meno pregevoli del rapito prepuzio di Calcata sono i superstiti altri entusiasticamente adorati ad Anversa, Metz, Hildesheim e Santiago di Compostella (meta di ben due megapellegrinaggi woityliani). // Nel 1533, stremato dalle molte ambascerie al servizio del rozzo card. Ippolito d’Este, che non apprezzava il suo straordinario genio artistico, muore l’Ariosto dopo aver sconsigliato al poeta Marone, dal porporato rudemente respinto: «Fa a mio senno, Maron, tuoi versi getta / con la lira in un cesso, e un’arte impara, / se beneficii vuoi, che sia più accetta».

(301) «L’ex gaudente»
(Fabbretti) Alessandro Farnese, di Canino (Paolo III, 1534-49), doveva la porpora alla sua aprocace sorella Giulia, da lui graziosamente posata nel letto di Alessandro VI, forse l’unico pontefice attratto solo dalle donne. Quando sazia dei papali amplessi essa desiderò tornare al talamo nuziale, ne fu impedita dal focoso Santo Padre «poena excommunicationis» (Zapperi). Nel 1542 P. riconferisce pieni poteri all’Inquisizione, un po’ svigorita per la crescente influenza dell’umanesimo neopagano. Anche se lui pure aggredisce con foga i monumenti classici, asportando tra l’altro nuovi marmi dal Colosseo e demolendo la piramide di Marcello (Gregorovius), don Henrion è affascinato dai suoi troppi «meriti», come l’aver riconosciuto l’ordine dei gesuiti, legatissimi al Sant’Uffizio e «avversari nati della Riforma», l’«aver pubblicato la bolla In coena Domini [proclamante la supremazia assoluta, anche politica, del clero] e l’aver rafforzato l’«Inquisizione, tribunale di cui il progresso dell’eresia rendeva urgente l’erezione in ogni luogo della cristianità». Per gli odierni squallidi epigoni di Henrion, i sedicenti laici Cammilleri, Cardini, Eco, Messeri, ecc., l’Inquisizione fu una necessaria panacea purificatrice dell’umanità peccaminosa. Giustamente quindi i nostri pii governi non solo non puniscono, ma addirittura ringraziano la chiesa dei tanti suoi santi carnefici, e le versano onerosissimi balzelli, come il truffaldino otto per mille, le grosse tangenti alle scuole pretesche e il mantenimento di 50.000 favolisti nelle scuole statali, mentre progettano di addossarsi totalmente anche le spese dei seimila oratorî cresciuti come velenosi funghi nell’intera Penisola. Ma pare che ciò non basti ad ammansire il sempre più affamato clero, perché noi gli saremmo eternamente debitori - a suo dire – per il troppo prezioso chiesastico apporto al «valore culturale… nella storia e nella vita del popolo italiano»! (Il Giorno, 5-11-95, p.11)

(302) Lo sappiamo dal Varchi, lo storico mai piegatosi ad alcun compromesso e servilismo: «Quel caro ragazzo è sempre stato troppo vivace!», commenta beffardamente Paolo III quando sa delle polpose terga del vescovo di Fano, Cosimo Geri, brutalmente violate dal figlio Pierluigi. Che immediatamente punisce creandolo gonfaloniere della chiesa, signore di Castro, feudatario di Parma e Piacenza, marchese di Novara, governatore perpetuo di Nepi, Roncilione e Caprarola. Il buon Pier però non si contenta, e attinge direttamente a piene mani anche dal tesoro della chiesa. Era gravato, a sua giustificazione, da non pochi oneri. Tra l’altro, «pubblicamente teneva degli uomini salariati per tutte le terre d’Italia, acciocché gli procacciassino qualche bel giovane»
(Segni). Nella cattedrale di Fano una lapide celebrativa esalta le virtù del da lui sodomizzato presule: FANI EPISCOPO ELECTO / PIETATE ET LIBERALIBUS DISCIPLINIS ORNATISSIMO / SUMMO APUD OMNES BONOS IN AMORE ET HONORE. Nel frattempo, il Sodoma dipingeva s. Sebastiano giovane, sbarbato e nudo, contro la tradizione che lo voleva vecchio, barbuto e ammantato, come appare nella catacomba di Calisto e in S. Pietro in Vincoli. Ma da allora i preti, estasiati, applaudono il doppio miracolo del famoso pittore sodomita: la trasfigurazione in un bell’imberbe trafitto da frecce di un vegliardo spirato nel proprio letto. Portento paragonabile a quello del mai esistito martire s. Giorgio, il quale, avendo osato suggerire moderazione a Diocleziano, dovette reggere per un’intera notte un enorme macigno sul petto ed esser poi lentamente straziato da una ruota irta di denti acuminati, ma tutto sopportando con rassegnazione. Allora il reo Sire lo immerse nella calce viva, ma vistolo riemergere dopo tre giorni più sano e vispo di prima, lo strinse in stivali di ferro rovente e gli propinò un potente veleno. Ma il santo, superate brillantemente queste prove, risuscita un morto e col solo pensiero fa cadere dai piedistalli i simulacri del tempio d’Apollo. Infine il truce sire, spazientito, con un colpo di scure gli spicca dal busto l’odiatissima testa. In questo modo la persero anche s. Paolo e molti altri santi, perché il dio papista, benché onnipotente, ha un tallone d’Achille: sposta montagne, prosciuga mari, sbriciola mondi e risuscita morti, ma trema like a baby in the wood davanti ad una lama, fosse pur un temperino. Mistero della fede! Mistero di un Dio paralizzato davanti a una mannaia, immobilizzato come un basilisco alla vista di un collo tagliato come burro dai biechi pagani. // Gasparri cita i figli di P., da lui tutti enormemente arricchiti, e «il cardinalato imposto a tre giovanissimi nipoti», ma afferma che la sua vita, benché tutta intessuta d’interessi privati, non può minimamente offuscare «i suoi grandi meriti, [come] l’ordine pietoso di non torturare per più di mezz’ora [alla volta!]». Voleva che la tortura fosse sospesa ogni mezz’ora affinché fosse poi ripresa con rinnovata energia! Che umanità! Per fare ancor più ricca la propria famiglia, P. unisce in matrimonio il quattordicenne nipote Ottavio con Margherita d’Austria, vedova della labbruto rampollo di Clemente VII. Nozze che ispirarono questa: «O poveretta unita a tal marito, / che fai di notte sola nel tuo letto? / Certo tu soffri di grand’astinenza, / con quel cazzino che t’angoscia l’anima». Ma a tutto soccorre sempre la Provvidenza, in tal caso incarnatasi in Sua Beatitudine, con la generosa profferta alla mesta fanciulla di un ben più ragguardevole utensile.

XXX

(303) Un documento originale (f.B n°1088 v.II, 641-50) della Biblioteca nazionale di Parigi (sequestrato in Vaticano da Napoleone) riporta i consigli dati dai cardinali al neoeletto Giulio III, il romano Gianmaria Ciocchi del Monte, 1550-55: «...la lettura del vangelo deve essere permessa il meno possibile, specie in lingua moderna, nei paesi sottomessi alla vostra autorità. Il pochissimo predicato nella messa dovrebbe bastare, e si deve proibire a chiunque di leggerne di più. Finché il popolo si contenterà appunto di quel poco, i vostri interessi prospereranno. È il libro che ha provocato contro di noi le ribellioni e le tempeste che rischiarono di perderci. [...] Se il popolo si renderà conto delle contraddizioni tra l’insegnamento del vangelo ed il nostro comportamento, [...] diventeremo l’oggetto della derisione e dell’odio universale». Ora i dolci ignaziani, inviperiti contro chi renda pubblico questo interessante documento, lo dicono non credibile perché vergato dal vescovo Vergerio di Capodistria, che in seguito abbandonò il cattolicismo per abbracciare la religione evangelica. E con ciò? Ammesso che i bugiardi per eccellenza, vale a dire i gesuiti, per straordinaria eccezione in questo caso dicano il vero, cosa cambierebbe? Non farebbero che tirarsi la zappa sul piede nominando l’integerrimo, incensurabile Vergerio. Il piacere di dar sfogo alla loro foia calunniatrice li ottunde fino a non capire quanto essi innalzino la sua già altissima figura morale, col sottolineare involontariamente proprio il nobile scopo per cui, conosciuta e toccata con mano la pontificia malvagità, egli con estremo coraggio voltò le spalle al nefando papismo.  Del resto, se al mondo vi è ancora qualcuno assolutamente non credibile, costui non può essere che il gesuita, diffamatore e calunniatore congenito, altrimenti noto come fabbricante d’equivoci nonché celeberrimo inventore dell’infida e sleale riserva.mentale. Consigli, quelli dei cardinali, in fondo abbastanza superflui (e poco conta quindi chi li avesse registrati), tanto era condivisa da tutti gli ecclesiastici la volontà di varare una legge (come di fatto avvenne) che proibisse al gregge la lettura dei testi sacri e punisse atrocemente i contravventori. All’aumento dei fedeli che ne reclamavano la conoscenza integrale, il concilio di Trento mise riparo rendendoli più oscuri e ingarbugliati con l’inserzione di ben nove libri apocrifi, i deuterocanonici, già nel I e II sec. respinti dagli apologisti per la troppo evidente falsità di alcuni loro passi. E pur di piegare l’acefala mugghiante mandria a una sempre più ottusa e supina obbedienza, G. dichiarò sacro (quindi un esempio degno di emulazione da parte dei devoti) persino quel passo in cui Tobia confessava di far penitenza inghiottendo grossi panini imbottiti di merda.

(304) «Uscito da un conclave teatro di ripetuti e violenti diverbi»
(Gelmi), Giulio III, «severo moralista e raddrizzatore dei costumi ecclesiastici», non raddrizza però la propria famiglia, che anzi maggiormente corrompe favorendola di lucrosissime cariche. Invaghitosi di uno sculettante paggetto quindicenne, lo nomina cardinale e lo fa adottare dal proprio fratello affinché passi per suo nipote. Innocenzo, l’imberbe ganimede, in Vaticano è chiamato il Cardinal della scimmia per l’abitudine di passeggiare per le sale e i giardini abbracciato all’esotico animale. E Pasquino: «Ama Del Monte con ugual ardore / la scimmia e il servitore. / Egli al vago e femmineo garzoncello / ha mandato il cappello. / Perché la scimmia, il trattamento uguale, / non fa pur cardinale?». Ignorante e crudele, il drudo papale finisce in prigione per un duplice omicidio nel corso di un affollato banchetto, ma torna presto in libertà grazie al benevolo interessamento del clero, che dopo la sua morte lo onorerà, con alti gemiti, di una marmorea sepoltura in S. Pietro in Montorio.

(305) Giulio lancia la tremenda maledizione e la salace battuta a un servitore da lui sorpreso a mangiare un pezzo di carne di pavone, avanzo delle sue pantagrueliche scorpacciate. Sotto il suo regno ha luogo un effimero ritorno all’obbedienza papale dell’Inghilterra assoggettata alla bieca Maria la Cattolica, detta Maria la Sanguinaria, mentre a Ginevra è bruciato vivo Michele Serveto, staccatosi dal credo cristiano. Braccato sia dai cattolici sia dai protestanti di Zuinglio, l’illustre scienziato chiese ingenuamente ospitalità proprio ad un altro fanatico religioso, Calvino, che aveva confidato a un seguace: «Se verrà qui [a Ginevra] non ne uscirà vivo». A tanta scelleratezza possono giungere anche uomini riformati dall’integra e pura coscienza, quando non temperino la stupidità della fede con massicce dosi di salutari dubbî.

(306) Marcello Cervino, di Montepulciano (Marcello II, apr.-mag.
1555), a cui Palestrina dedicò la famosa Missa papae Marcelli, tollerava i protestanti, e la sua elezione fu salutata dal conciliante card. Seriprando come «un particolare dono del cielo». Ma il partito dei duri, anche per punirlo dell’abolizione della guardia svizzera, lo punì somministrandogli la tradizionale pozione. (Cfr.: la recente fine di papa Luciani, subito rimpiazzato da Giovanni Paolo II.)

(307) Pietro Carafa, di S. Angelo della Scala presso Avellino (Paolo IV,
1555-59), membro dell’Inquisizione dal ‘42, secondo Gelmi fu, benché caratterizzato da «eccessiva severità» e «vergognoso nepotismo» (sic), persona… «irreprensibile» (!). È tipico della contorta logica gesuitica presentare ladri e assassini, purché tinteggiati di bianco e di giallo,come ineguagliabili modelli di virtù. Ovvio dunque che quale «promotore della riforma dei costumi», P. «si buttasse a capofitto nell’organizzare l’Inquisizione facendone il tribunale preferito, [di cui] estese l’autorità come mezzo necessario a contenere gli eretici « (ib.). Li contenne, in effetti, perfino troppo, ossia massacrandoli senza pietà anche perché, «negando essi che Pietro avesse mai messo piede nell’Urbe», egli aveva dovuto scomodarsi ad «istituire la festa della sedia dell’apostolo in Roma, fissata al 18 gennaio» (Henrion). Nell’Index librorum prohibitorum incluse anche «buona parte dei testi biblici e dei padri della Chiesa» (Gelmi), mentre con la Confessione augustana sancita dopo l’atroce guerra dei Trent’anni scatenata dal Vaticano, impose la formula cuius regio eius et religio per sigillare la divisione dell’Europa devastata e spopolata, impedire il raggruppamento delle autonomie evangeliche, spegnere il nascente libero pensiero ed ancorare tenacemente al territorio il papismo.

(308) «Uomo d’alta cultura e di santa vita, [...] dando poteri assoluti all’Inquisizione Paolo IV perde il lume degli occhi ed esige processi contro i cardinali Pole e Morone benché innocenti. Vieta feste e balli. Non gli basta nemmeno il polso già molto forte del presidente dell’Inquisizione, il card. Ghislieri [futuro s. Pio V]. Gli guastano il sangue le pasquinate e le fa condannare [con la pena di morte]; odia gli Ebrei e li fa perseguitare con decreti crudeli, introduce la censura sulla stampa [e conseguente pena capitale]. Ma può porsi all’occhiello il fiore della riforma del clero e delle strutture ecclesiastiche»
(Fabbretti). (E ciò basta a spegnere l’insolita impennata critica del buon fratone.) Alla sua morte, il popolo devasta il palazzo del Sant’Uffizio e impedisce i suoi funerali, ma non potendo impadronirsi della salma, nascosta «in attesa di una schiarita nei sotterranei di S. Pietro fino a quando Pio V riuscirà a darle sepoltura in S. Maria sopra Minerva» (ib.), ne decapita la statua e la getta nel Tevere. Rotto ad ogni scelleratezza, Sua Beatitudine non si vergogna di sbraitare: «Se sapessi mio padre eretico, raccoglierei io stesso la legna per bruciarlo!». I suoi crimini non si contano, ma per i pii egli è un campione della fede e i suoi eccessi sono segni di uno zelo così grande, così santo, da giustificare il suo essere del tutto «privo del senso della misura» (Gasparri). «Con la terribile bolla del ‘59 egli intensifica la repressione degli eretici, dichiarandoli decaduti dai loro beneficî e dignità», ci ricorda don Henrion tentando di vanificare la sua ferocia inquisitoria limitandola alla sola abolizione di prebende, onori, piumazzi e ciondoli, e quindi senza mai accennare, in alcuna pagina del suo volume in due tomi, ai terribili supplizî sistematicamente inflitti ai dissenzienti. «Irreprensibile uomo d’alta cultura e di santa vita e riformatore dei costumi» (Rendina), P. li riformò soprattutto vessando gli eterosessuali ed indulgendo teneramente nei riguardi dei vizî proprî e dei proprî parenti. Ad uno dei quali conferì la porpora, benché notoriamente incline a «quel peccato così abbominevole – disse il cardinale di Lorena - in cui non fassi alcuna distinzione di sesso mascolino e femminino» (ib.). 

(309) Silenzio assoluto serba la sedicente cattolica buona stampa sugli orrori infioranti tutta la carriera del lombardo Giovanangelo Medici, o Medegh, o Medegon, ossia empirico guaritore, medicone, ciarlatano (Pio IV,
1559-65), cognome senza alcun nesso di famiglia con gli omonimi Medici di Firenze, anche se egli «si struggeva dalla vanità di farsi credere [loro] parente» (Colonna). Identico mutismo anche sugli eccidî di Valdesi d’ogni età e sesso di cui Pio affidò la regia (forzati complici, sotto minaccia di scomunica, i Savoja in Piemonte e gli Spagnoli in Calabria) al tristo nipote «card. Carlo Borromeo, dai contemporanei considerato l’occhio destro del pontefice» (Gelmi). Accanitissimi furono i due loschi compari anche contro i liberi pensatori, come Antonio Gadaldino, bruciato vivo per non aver creduto al purgatorio, e Ludovico Castelvetro, il grande letterato che per aver dichiarato «non essere il papa vicario di Cristo né successore degli apostoli», fu tradotto da Modena a Roma benché protetto dal duca Alfonso II d’Este, per essere messo al rogo, per sua fortuna però evitato evadendo dal carcere e riparando nella Svizzera riformata (Giornale storico della letteratura italiana, vol. LXXXV, 1925, pp. 378-79).

(310) Sempre energicamente coadiuvato dal cardinal nepote, Pio IV applicò la censura ecclesiastica sulla falsariga dell’Index di Paolo IV, che contemplava la pena di morte ad autori, editori, tipografi e lettori sgraditi ai preti. Il suo codice è rimasto in vigore con armi via via più spuntate fino al
1966, quando fu soppresso, a vanagloriosa detta del clero per propria generosa ‘liberalità’, ma in effetti solo per l’assoluta impossibilità di continuare a vagliare, con tempi e costi divenuti insostenibili, la sempre più crescente mole degli stampati. Con magnanima concessione, Paolo VI si è degnato introdurre in sua vece l’obbligo dell’autocensura, con costo assolutamente nullo per la sacra gang. Obbligo subito vilmente osservato dalla canea dei politici e dei pennivendoli tremebondi e timorosi, dopo le applicate misure repressive, di giocarsi il posto. Es: multa di 15 milioni ed estromissione perpetua dalla Rai con immediato calcio nel sedere (stimolatore di precipitosa conversione clericale) all’esordiente tuttologo Vittorio Sgarbi, per aver azzardato durante una trasmissione un veloce: «Il papa faccia il papa, non s’impicci di preservativi». 

(311) «Moderato nella disciplina, mite, riservato, tranquillo, introverso lo zio di Carlo»
(Fabbretti). Ma il buon fratacchione non si riferisce allo zio della famosa commedia di Oscar Wilde, bensì a Pio IV, zio del Borromeo, e lo dipinge a rosee tinte tacendo sulle molte migliaia d’innocenti da lui trucidati. E poiché con cannibalica novità (mentre di solito prete non mangia prete) Pio liquidò anche i nipoti del suo predecessore Paolo IV, passa per «integerrimo moralista», pur avendoli assassinati all’unico scopo di far ricchi i proprî famigliari, soprattutto il beneamato «suo occhio destro» Carlo, il cencioso nipote accorso a precipizio da Arona alla greppia pontificia con un abito usato preso faticosamente a prestito. A risollevare il futuro santo dalle sue gravissime ristrettezze contribuì tangibilmente anche l’altro zio materno, Giangiacomo, il Medeghino, caporione di una banda di ferocissimi grassatori e assassini di cui zio Giovanangelo, prima di salire al soglio, teneva scrupolosamente la contabilità nelle spartizioni del bottino. In effetti, al sostegno pecuniario del Medeghino il papa «doveva in gran parte la carriera nella burocrazia pontificia» (Gasparri). Dopo di loro, il brutale pompaggio di danaro, soprattutto a danno della massa dei poveri, fu proseguito con moltiplicata energia dall’ineffabile nipote. Il quale, come ci assicura l’oblato di san Carlo mons. Marcora, «nutrì sempre una sconfinata ammirazione per lo zio Medeghino», tanto da immortalarlo in una grossa statua ridicolmente fasciato da un’anacronistica armatura d’antico romano, che tuttora troneggia sulla destra a lato dell’altar maggiore nel duomo di Milano e fa il paio con l’avello d’un altro grandissimo delinquente, incastonato nella parete destra della cattedrale: il veneziano Crivello, mercante di schiave, spietato con tutti ma generosissimo, come ora i mafiosi e i camorristi per prenotarsi un buon posto nell’aldilà, con i preti. Se Pio «protesse molto la propria famiglia, a differenza dei nipoti di Paolo IV i suoi parenti almeno furono degni delle sue premure per essere elevati ed arricchiti. Il solo nome dell’illustre santo card. Carlo Borromeo è la più bell’apologia di Pio, che in Carlo riconobbe la pietà e il raro merito» (Henrion). Al papa va pure ascritto il saccheggio del tesoro di S. Pietro (doterà la nipote Ortensia di centomila scudi d’oro) ed altre non meno rimarchevoli prodezze, come lo smantellamento delle marmoree terme di Diocleziano per utilizzarne il materiale costruendo una chiesona, S. Maria degli angeli. Avendo sparso molto sangue per sedare i frequenti tumulti popolari, e temendo di finire catturato e subire durissime punizioni, accarezzava spesso l’idea di trasferire altrove la sede apostolica. Particolari del tutto trascurati da storiografi come il Rendina, trepidamente edificato dalla figura di un pontefice che «tenne sempre una vita esemplare dal punto di vista della morale ecclesiastica e fu profondamente pio, [tenendo sempre] vicino Carlo Borromeo, [anche] al suo capezzale, quando morì».

(312) Quando nacque il «grandissimo santo Carlo Borromeo»
(1538-84), la sua famiglia di prestatori di danaro da poco trasmigrati a Milano da Padova, sull’onda di ottimi affari si era radicata anche sul lago Maggiore, ma si era in seguito tanto impoverita per i suoi troppo furbeschi ondeggiamenti politici nelle guerre del Ducato, da non essere nemmeno più in grado di estinguere il suo debito di 400 ducati verso l’erario. Ma le sanguinose rapine del Medeghino, di Pio IV e soprattutto del gran santo loro nipote, la risollevarono presto al livello delle più facoltose d’Italia.

(313) L’epidemia del
1567 non può essere confusa, checché se ne cianci, con una vera peste, come l’autentica detta nera del 1300 o la terribile pandemia del 1630 divulgate da Boccaccio e da Manzoni: fu piuttosto una banale influenza enfatizzata con assordanti strombazzamenti per creare il mito dell’eroismo del santo cardinale. Per la sua virulenza, in una società pullulante di denutriti in qualche caso riusciva letale ai più deboli, ma fu comunque infinitamente meno micidiale della spagnola seguita alla prima guerra mondiale. Pregustando sostanziose entrate, il ben pasciuto cardinale organizzò, impuntandosi contro il parere dei medici, una chilometrica processione per invocare dal cielo l’estinzione del morbo. Ma la gran ressa di oranti ne incrementò la propagazione. Allora il santo, terrorizzato, si rinchiuse in Arcivescovado. Annusando pezzuole imbevute d’aceto s’infilò a scanso di contatti coi servi in un gabbione di legno, eretto in mezzo ad una stanza, benché l’epidemia non presentasse il benché minimo rischio per chi, come lui, usava far piazza pulita di abbondantissimi e succulentissimi piatti. Se ci fosse stato effettivo pericolo, subito dopo la «spaventosa moria» Milano non avrebbe potuto contare, come in effetti contò, addirittura una forte eccedenza dei nati sui morti, cosa assodata dall’eminente accademico borromaico Leonida Besozzi. Il santo non elargiva elemosine, ma in compenso emanava pomposi proclami per attribuire a se stesso tutte le altrui iniziative benefiche. Faceva sfrontatamente passare per proprie tutte le provvidenze a favore dei poveri compiute dallo Stato, dal Comune e dai privati, finché l’indignato governatore spagnolo, presa carta e penna, sfidò i fulmini della chiesa e lo accusò di mendacio e millanteria. La sua lettera autografa, conservata all’Ambrosiana, dice in sostanza: «Caro mio, mentre noi, governo e magistrature cittadine, ci sfianchiamo nella diuturna assistenza agli indigenti, tu ti fai bello, ben tappato nel gabbione, spacciando per tue tutte quante le nostre iniziative; tu che, persino durante la colletta cittadina indetta per sfamare i 50.000 profughi dalle campagne flagellate dalla carestia, non mollasti neppure il becco di un quattrino». In effetti, il messo comunale incaricato della raccolta dovette sconsolatamente annotare: «Non diè del suo» (Formentini). Ma che frega di tutto ciò ai reverendi? Che frega a loro della verità. Trovato il modo di coprirla scodellandoci senza cessa la favoletta delle «eroiche virtù» del Borromeo, e continuando imperterriti, grazie anche al sostegno dei policromi servili politici, a rastrellare allegramente in suo nome sostanziosi legati, lasciti e offerte.