XXXI

  Pe’ famigliari render più potenti
e farli primeggiare nel Ducato, 
allungò ‘l santo i suo’ sanguinolenti
tentacoli sul gruzzolo sudato
da’ frati in saio grigio che, sgomenti, 
a lui, ne l’orgia tutt’affaccendato,
tirâr un colpo a vuoto d’archibugio
che gli fece strizzar l’anal pertugio. (314)
  Un giorno, passeggiando per Milano
là dove a’ rei spiccavano la testa, (315)
per digerire ‘l pasto meridiano,
alzò a la Porta la pupilla presta
ed altro brivido guizzogli ‘n ano 
quand’intravide, priva di su’ vesta
e ben sbalzata ne la pietra fulva,
nientepopodimeno che ‘na vulva.
  Un urlo disumano a tal scossone
emise ‘l cardinal contro quel sesso
la cui spavalda esposizïone
pareva intenzionata a farlo fesso.
Allora, da incallito culatone
uso ad equiparar femina a cesso, 
diede segnal d’inizio del certame 
gridando: «Morte al pettignon infame!». (316)
  Accorron gesuiti, frati, sgherri,
preti, bigotti, delatori, boia, 
sudati e puzzolenti come verri,
chiazzati di letame come troia:
issano scale tra clangor di ferri,
tirano botte con rabbiosa foia,
mentre san Carlo, primo ne la pugna, 
muove a l’assalto de l’odiata prugna.
  Almeno dieci volte, forse venti,
la graffia e la percuote anco col naso
vituperosi proferendo accenti:
detesta tanto ‘l feminile vaso
che lo triturerebbe pur co’ denti.
Ordina quindi che tutto al suol raso
sia l’arco antico ne l’epica lotta
ingaggiata da lui contro la potta.
  Ma un gentiluomo de la casa Archinta,
che cavalcando passa per la via:
«Eppur Vostra Eminenza l’ha già vinta!
Distruggerla sarebbe ‘na follia!
Di grosse funi ‘nvece sia ricinta
tal fica e prigioniera mi si dia;
ed io prometto in vita mia futura
d’infliggerle cattolica tortura».
  Il presule chetossi, ed ansimante
al cavalier consegna Lëobissa 
sbocconcellata dal capo a le piante
per l’arcivescovile dura rissa;
e al santo, d’emozione traballante,
la borromaica palpebra si fissa
su l’occhio attonito di triglia cotta,
offeso da l’impatto con la potta. (317)
  Quando scemò de la peste ‘l dolore (318)
e non poté egli più goderne appieno,
volse la prua verso ‘l lago Maggiore
fendendo l’onde lambenti Laveno,
Suna, Luino, Maccagno Inferiore,
Angera, Arona, Lesa, Ghiffa e Reno.
E chi avea d’incrociarlo malasorte
sgattaiolava per le vie più corte.
  Gioiva l’uom di Dio nel catturare
ed arrostire li empî mal incorsi;
e rosseggiar faceva l’acque chiare
di raccorciati piedi, braccia e torsi
rendendo le persone intere rare.
Per poter quindi ‘nfliggere più morsi
andò viaggiando, miglio dopo miglio, 
oltre Cannobio, Cuveglio e Cittiglio. (319)
  A dorso d’una mula, tra le vette
raggiunse i più sperduti casolari,
da falchi sorvolati e da civette,
al fin d’estorcer pur lassù denari.
Oh quanto meglio se tra grosse tette
si fosse avvoltolato in lupanari, 
invece che sua foia in laccî bui 
reprimere segando gole altrui! (320)
  Ma poi che l’appetito vien mangiando,
la santa sua libidine s’accrebbe
ne la tribolazion del miserando;
e quando in suo poter più gente egl’ebbe,
d’uccider senza fren sempre bramando, 
cosa per lui più dolce del giulebbe,
trottò sotto dorato baldacchino
le valli risalendo del Ticino. 
  Brissago, Ascona, Lugano, Locarno,
Giubbiasco e la turrita Bellinzona
l’Onnipotente invocaron indarno:
madre con figlia, serva con padrona
egli arrostiva, mentre ‘l grugno scarno
innanzi protendea da la persona;
ed annaspava, urlando com’ossesso, 
ne l’annusar lo sfrigolante sesso. (321)

XXXII

  Benché fosse zelante ed operoso
nel procurare a sé tutt’i piaceri,
di far soffrire li altri era smanioso,
e per le strade andava e pe’ sentieri
ad agguantare ‘l poco religioso
insofferente de l’odor de’ ceri,
sempre disposto a metter a’ piè l’ali
stangate per vibrar micidïali. (322)
  Scalato ‘l monte Ceneri in un lampo
sotto la sferza d’invernal bufera
per non conceder a le prede scampo 
da’ roghi che allestiva a raggïera,
ei piombò a valle su ghiacciato campo
con grassa chiappa scorticata e nera,
ché per la fretta, smontato dal mulo,
slittato era giù in fondo a fior di culo. (323)
  Prima bruciava ‘na donna a la volta
«per liberarla da’ carnal istinti»,
poi gongolava per ‘na schiera folta
di corpi feminili al pal avvinti;
e innanzi a la plebaglia ottusa e stolta,
da’ sonnolenti rai ne li occhi pinti
ma abbarbagliati da sì sante prove,
assieme ne bruciava più di nove. (324)
  Quando morì, purtroppo troppo tardi,
mobilitate fûr le rumorose
folle di preti e di frati bugiardi
ad inventar cose miracolose,
eriger chiese, tirare petardi
e i suoi delitti tramutar in rose.
E infine fu esaltato in tutt’Europa
quale da Dio mandata sacra scopa. (325)
  Ciò non bastando, i solerti pretoni
l’immortalâr in statua gigantesca
dal costo incalcolabile in dobloni,
la qual fa ancor stupir negra e tedesca.
Or gli s’inerpican pei colïoni
ingenua e dotta, signora e fantesca,
e istupidite da la sacra fola
gli van in culo per sbucargli ‘n gola.
  Il grande santo s’erge pettoruto
e par che spii dal ciglio elefantino,
mentre di mira prende con lo sputo
l’intera Italia, da Gela a Torino.
Del presul contro tutti prevenuto,
che la schienona volge a Magadino, (326)
attorno ai piedi accoccolati ’ preti
raccattan oboli con vaste reti. (327)
  Pio Quinto, l’ineffabil Ghislïeri,
che vietò ai medici di prestar cura
a li ammalati non graditi a’ neri
e con la scure impose l’abïura
a’ non credenti d’ambi li emisferi, (328)
in Francia fe’ la maggïor puntura
e vi consolidò ‘l pio predominio
di prigionieri facendo sterminio. (329)
  A san Pio Quinto ‘l clero è tanto grato
anche perch’egli spalleggiò Carlone
nel rendere ‘sto mondo esulcerato,
e ‘na compita fa genuflessione
perch’egli non fu affatto imbarazzato
ne l’enunciar, a nostra derisione,
lo strano dogma che benignamente
fa santo ogni papista delinquente.
  Il bieco Tredicesimo Gregorio,
rinnovator del giulio calendario,
normale riteneva e meritorio
ridurre ‘l renitente nel sudario.
Provò ‘na gioia pazza pel mortorio
de li Ugonotti, da papal sicario
fatti sgozzare, con regal corteo,
ne la notte di san Bartolomeo. (330)
  A un cardinal che di ciò mormorava
pentendosi d’avere mal previsto:
«Di che ti lagni tu, testa di fava?
Errò pur in conclave Gesù Cristo?
Se la curia ad eleggermi sbagliava,
sbagliava pure, o porporato tristo,
lo Spirtosanto che, sbattendo l’ale,
scende a spazzar errore madornale?». (331)
  Di lui ‘l vaticanista dice bene,
perché ad eretici e dubbiosi varî
in cul ficcò profondamente ‘l pene:
metafora per dir che lame e spari
non risparmiò, né l’uso di catene.
E in questo s’appoggiava a’ non avari
di buon consiglio padri gesuiti, 
a santo Carlo ed altri sodomiti.
  Con detti consiglieri ‘l Boncompagni
passava giorni e notti a far bisboccia,
i lauti sperperando pii guadagni.
Con la coscienza dura come roccia,
in compagnia di quegli astuti ragni
riempiva avidamente la saccoccia,
e insieme a tali affezionati figli
spartiva più tangenti che consigli. (332)

XXXIII

  Il quinto Sisto, Felice Peretti,
a Grottammare chiamato il Porcaro, (333)
co’ denti aguzzi scoperchiava i tetti
per involar tutto l’altrui danaro.
Passa a la storia tra’ papi più gretti,
del cristiano perdon del tutto ignaro, (334)
ma fu mirabile la sua franchezza
nel culto singolar de la bellezza.
  Poiché i domenicani statua strana
avevan collocato in una via,
un Gesù Cristo con bocca di rana
che sangue trasudava ed acqua pia,
egli esclamò: «Ma quant’è grossolana! 
È la più brutta cosa che ci sia!», 
e dimostrò, con colpo di martello,
che conteneva spugna e non cervello.
  Colui ch’altissimo obelisco eresse
in piazza Santo Pietro, tra ‘l terrore 
del popolino da le brache fesse
che rovinasse a terra con fragore,
per quanto recitasse molte messe
a’ preti e frati non sta molto in core,
ché per la rotta statua dicon: «Sisto
non perdonava manco a Gesù Cristo».
  Fu lui l’istigatore della Spagna 
a muover la guerra per levar dal foco
la scomoda britannica castagna.
Tra immenso sventolio di rosso-croco
drappi papisti ‘n festa di cuccagna,
salpò dal Tago in colossal trasloco
verso la Manica, l’esagerata
per stazza ed arme Invincibile Armata. (335)
  Era ‘na flotta ch’oscurava i mari, 
irta di colubrine e di cannoni,
decisa a far provare cazzi amari
a chi non si calasse i pantaloni 
dinanzi a’ pontificî dignitarî;
però la Provvidenza que’ birboni,
presi da incontenibile caghetto,
fe’ inabissar ad ittico banchetto.
  Era già stata, a mezzo de la via,
la truculenta massa de’ bigotti
debilitata da dissenteria:
domenicani, preti e poliziotti
partiti per reprimer l’eresia
da suore spalleggiati e paolotti,
correvan zigzagando com’ossessi
cercando disperatamente i cessi.
  Così ‘na puzza sprigionassi orrenda,
papal miracolosa arma segreta
forgiata al fine che l’Anglo s’arrenda; 
ma inaspettata come ‘na cometa
una burrasca lava legno e tenda
proprio a l’approssimarsi de la meta;
sicché ‘l Britanno scocca la saetta
facendo de’ papisti ‘na polpetta.
  Nel galeone sfuggito a la lotta
con quindici milion d’aurei dobloni,
ch’era ’l tesoro de l’immensa flotta,
i monaci frammisti a’ pretazzoni
consunti da sifilide e da gotta 
offrivano a Maria canori doni;
ma lei si sporse da li alti balconi
e fe’ saltare tutti quei bricconi. (336)
  Dopo tre papi morti in un baleno, (337)
Clemente Ottavo, Ippolito da Fano,
da la giustizia fu cotant’alieno,
da far decapitare da un marrano
Beatrice Cenci dal ciglio sereno
ed ogni suo parente non lontano,
per arraffare tutt’i suoi gioielli
in un co’ soldi de’ di lei fratelli. (338)
  La retta dispregiava concezione
del mondo non legato a sfere fisse,
al Sole ballerin dando ragione
senza mutar parere finché visse.
Vietava la pur minima obiezione
al Sant'Uffizio e a le papali risse,
e incenerire fece l’importuno
grande filosofo Giordano Bruno. (339)
  Ancor insoddisfatto, al popol vile
(senza celar la sua intenzion atroce
di far schiattar la gente da la bile
e d’inchiodarla come Cristo in croce)
giocò ‘na burla sì cruda e sottile
che a nominarla viene men la voce:
mise sul tron nel duomo di Milano
un altro presule feroce e strano.
  Disceso da banchier che da lontano
(come ‘l cugino Carlo Borromeo)
era venuto a installarsi in Milano
per spremer borse come in giubileo,
e pur senz’indossare caffetano
assai più tirchio di strozzin ebreo,
ecco ‘l buon Federigo, che sì piace
ad uom casto di lingua e d’an predace. (340)
  Per fare santo la famiglia altera
il cugin Carlo, diecimila tondi
bei ducatoni d’or, di lega vera
e giusto peso, rutilanti e biondi,
versato avea con man viepiù leggera
nei pontificî forzieri profondi:
così l’aureola illuminò ‘l tiranno
facendoci subir la beffa e ‘l danno. (341)
  E poiché in tutto degno Federigo
fu del cugin e d’ugual zelo pregno
sia in fellonia sia in criminoso intrigo,
avendo anch’egli tormentato ‘l regno 
dal Po al Ticino, da l’Alpi a Turbigo,
i Borromei non ebbero ritegno
di chieder altr’aureola al Vaticano, 
che tosto acconsentì, ma stese mano.
  Avean sperato i famigliari esimî
di risparmiar esborso di tangente,
vantando in Federigo uno de’ primi
seviziator de l’eretica gente
e d’uomini di gradi bassi ed imi,
secondo solamente al prepotente
cugin canonizzato gran nasuto,
che fu di soldi e di cazzoni imbuto. 
E per dare più peso a la richiesta
d’una novella canonizzazione,
compattamente alzarono la cresta
sparando la suasiva munizione:
«Se Cristo fece a Carlo tanta festa
per la ferocia de la su’ azïone,
non leverà con gaudio da l’avello
anche l’autore del Sacro macello?». (342)
  Gongolò ‘l papa per tanta virtude,
disposto a fare santo anco Nerone
se appesantisci la pia man ch’allude
a versamento d’aureo ducatone,
la quale, orbata di moneta, prude
smaniosa di mollarti un bel ceffone
se le allungate sue dita di gomma
lasci ritrarre senz’ingente somma. 
  A nulla valse rimembrare pire,
sevizie, sgozzamenti, eccidî, stragi
ed altre amenità da inorridire:
sorrise ‘l papa per li atti malvagî,
ma senza mai desister da sue mire
brancicò innanzi con li arti randagî.
Ma a la richiesta d’altri bei soldoni,
ai Borromei cascâr i colïoni. (343)

XXXIV

  S’accapigliò tirando più d’un botto 
Paolo Quinto co’ Dogi veneziani, (344)
per aver essi rinchiuso in casotto
due sacerdoti piuttosto balzani,
i quali per un soldo o per un gotto
avrebber pur la madre fatto a brani,
l’uno rapinator, l’altro assassino,
i preti Saracin e Brandolino.
  Al papa, offeso de la lor condanna,
rispose ‘l Doge per consiglio saggio
di Paolo Sarpi, ch’aveva ‘na spanna
d’ingegno ed altrettanto di coraggio:
«I preti delinquenti non son manna
e non emanan di virtù alcun raggio».
Ma quando fu trafitto da pugnale,
sospirò Sarpi: «È stile curïale!». (345)
  Fu Paolo Quinto a li altri papi uguale:
biancovestuto, calzato ‘l triregno,
girovagava ne le vaste sale
sognando gigantesco marchingegno
che diroccasse Roma imperïale
per un palagio eriger di sé degno;
ed a tal fine accumulò caterva
di marmi tratti dal Foro di Nerva. (346)
  Avanza quindi l’agile vegliardo
Gregorio che, con ovattato passo,
va balzellando come un leopardo.
Appena eletto, si mette a l’ingrasso
fingendo digiunare, l’infingardo,
e poi che in petto tien cuore di sasso,
tremar fa tutti quanti come foglie
ridotti a la mercé de le sue voglie. (347)
  Dopo i papi Borghese e Ludovisi,
l’onesto (a dir de’ preti) Barberini
con i nipoti, dal gregge divisi,
i creduli spolpò de’ lor quattrini
finché precipitò lo Stato in crisi
mutando tutti i sudditi in tapini.
Era quel desso il buon papa Maffeo,
colui che cavò li occhi a Galileo. (348)
  Fu quel che nel ballar ‘na tarantella
ritmata su scomunica e ‘nterdetto,
colpì pure Tomaso Campanella,
che possedea finissimo intelletto
e non solo cattoliche budella.
Per farsi poi costrurre un palazzetto
con li altri tristi papi fu correo
de la demolizion del Colosseo. (349)
  Giovanbattista Pànphily, ‘l molliccio
di donna Olimpia Maidalchin schïavo,
a la sua gonna sempre attaccaticcio,
era assai noncurante, mite, bravo,
eppur pel cler destava raccapriccio
in quanto inclin al feminil incavo.
Un’opra lo ricorda e l’impersona:
il fontanone di piazza Navona. (350)
  Frattanto, donna Olimpia, vera ossessa,
scombussolava ‘l già stupito clero
volendo predicare e dire messa.
Per conferir a’ proprî  figli ‘mpero
pretese ‘l titolo di principessa, 
e quando ‘l papa volse al cimitero
il manto gli rubò pontificale
negandogli persino ‘l funerale. (351)
  Il settimo Alessandro, Fabio Chigi,
«Io non sarò - giurò - mai nepotista 
e i miei parenti non avran fastigî!». 
Parlò severo, con la fiera vista 
sprizzante da’ glaciali occhietti grigî;
ma ‘l suo fu sol giochetto d’alchimista,
ché sotto i vaticani cieli bigî
fece arrivar di corsa tutt’i Chigi. (352)
  Di questi ne creò due cardinali,
e li altri spinse, armati di forchette,
ad assalire carni e vegetali.
Brucavan come tante cavallette
dilapidando tutto in baccanali,
mentre zio-papa per le grosse tette
tirava a Roma la tonta Cristina,
neoconvertita di Svezia regina. (353)
  Anche Clemente Nono, ‘l Rospigliosi
ch’era giunto ne l’urbe da Pistoia,
tra’ nepotisti spicca più morbosi.
E ’l nipote che più gli dava gioia
contro i Turchi spedì i facinorosi
con una flotta carica di boia,
ma ‘l nipo a l’apparir d’ostili vele
se la svignò con immerdate tele. (354)
  A lui sono dovuti ‘ colossali
dieci angioloni svettanti sul ponte
che ‘l Tevere scavalca tra’ vïali.
Clemente Decimo, papa bifronte,
creò due suoi parenti cardinali
e quindi edificò, alto qual monte,
il famosissimo palazzo Altieri,
delizia d’architetti e romanzieri. (355)

XXXV

  Undecimo Innocenzo vilipese
re Sol, Quattordicicesimo Luigi, 
e si scontrò con lui ‘n varie riprese.
S’urtò pure co’ preti di Parigi
rischiando altre spiacevoli sorprese
dopo la defezïon del Tamigi;
e poich’aveva a lato un Cibo stabil
lo soprannominâr Belva insaziabil. (356)
  L'ottavo Sandro, ‘l veneto Ottoboni,
grazie a la connivenza col francese
sommò piramidi di ducatoni.
Nel regno suo durato qualche mese
non ordina novelle costruzioni 
né abbellimenti di vetuste chiese,
ma fa un nipote cardinal romano
ed un secondo duca di Fïano. (357)
  Duodecimo Innocenzo, ‘l Pignatelli
inviso a’ cherchi ed a’ vaticanisti,
veleni non usò né men coltelli
e di frenare tentò i più arrivisti,
compresi li avidi suoi due fratelli
vogliosi di spolpar poveri cristi;
ma un papa che s’astiene dal far male
da’ preti è giudicato criminale. (358)
  Anche Clemente Undecimo, l’Albani
che inaugurò ‘na serie senza baffi,
fu moderato tra’ gabbacristiani:
onori non bramava né epitaffî,
e ne la lotta tra franchi e prussiani
non tirò botte né riportò graffî;
ma favorì le occulte acerbe liti 
da’ preti fomentate gesuiti. (359)
  Emerse allora ‘l bel Servièn abate
studioso insigne del virile sesso,
da lui assunto almen mille fïate
sia per via orale sia per altro ingresso,
come ‘l salame d’un rubizzo frate
specializzato ne l’anal amplesso;
ma nel goder d’un ballerin la scorza
si sentì a un tratto scemare la forza. (360)
  Furoreggiava allor dentro Parigi
anche l’abate de Bussy, prïore
salito molto in auge tra’ più ligî,
e che da’ preti era stimato ‘l fïore
d’ogni virtù nel regno di Luigi. (361)
Viveva inver di santità in odore,
ma con un picciol neo, come lo zio:
egli credeva in tutto fuorché in dio. (362)
  Infatti, consultati i libri sacri,
la stola addosso ed in man l’ostensorio,
s’inginocchiava innanzi a’ simulacri,
ma riteneva stupido e illusorio
recitar preci lungo li ambulacri, 
creder nel catto dio, baciar l’avorio.
E ‘l papa: «In fondo lui non parla male.
Del resto, l’ateismo è naturale». (363)
  Il Tredici Innocenzo, Agnolo Conti,
eletto col supporto de la Francia,
d’ogni piacer s’abbeverò a le fonti
e d’ogni cibo si riempì la pancia.
De’ gesuiti patiti li affronti
ad aguzzar si preparò la lancia,
ma fu disteso tosto sul terreno
dal propinato solito veleno. (364)
  Il bello e buon fraton Francesco Orsini,
parco nel cibo e di virtù ripieno, 
in pace co’ lontani e co’ vicini,
da la malvagità piuttosto alieno,
era caritatevol co’ bambini
ed uso a coricarsi sopra ‘l fieno,
ma s’attirò le ingiurie e li accidenti
de’ gesuiti e frati delinquenti. (365)
  Quando ‘l dolce Vincenzo Paolense,
amico de li oppressi e de’ pezzenti,
fu proclamato, tra volute dense
d’incenso ed urla stridule e veementi,
Santo dei poveri, tosto si spense
il giubilo di quelli che, sgomenti,
nel testamento suo pien d’empietà
trovâr che deridea la Trinità. (366)
  Il fiorentino Dodici Clemente,
dal qual Vincenzo fu canonizzato,
per poco non fu colto da accidente
qual tosco beffatore beffeggiato;
ma si rifece inveendo furente
contro ‘l rivale Giansenio prelato,
ed inasprendo la persecuzione 
contro l’illustre storico Giannone. (367)
  Amò Clemente la bellezza e l’arte
e fece costruire monumenti
nonché eleganti ville in ogni parte,
ma disprezzava molto li efficienti
ricercatori de le antiche carte.
Sorprese quindi pur i men attenti, 
dal barattier, al prete, a la puttana,
di Trevi edificando la fontana. (368)