XXXI

(314) Col pretesto di «moralizzare», Carlo fa sopprimere dallo zio papa l’ordine degli Umiliati (più antichi e assai più benvoluti dei francescani e domenicani), fondato da nobili che, appunto per umiliarsi, avevano donato i loro averi ai poveri per badare a se stessi non con elemosine ed estorsioni, ma solo col proprio duro lavoro manuale. Essi inoltre si rifiutavano risolutamente di collaborare con l’Inquisizione, all’opposto degli altri frati, tanto smaniosi di partecipare alla spartizione dei beni sottratti agli assassinati. Erano dunque agli antipodi del clero ufficiale, che predica povertà e arraffa tutto, predica miseria e inghiotte danaro, come il ‘povero’ parroco Consoli, di Mascalucia (Catania), detto don Otto Miliardi per la montagna di bigliettoni lasciati al beneamato nipote (Corsera, 12-10-94). Gli Umiliati davano quindi tremendamente sui nervi a Pio IV e ai suoi degni compari, i grandi criminali poi santificati Pio V e Carlo Borromeo, i quali, «per metter fine al loro cattivo esempio», li scacciarono dal centinaio di loro case coloniche sparse in Alta Italia. Dopo averli vilmente diffamati, calunniati e perseguitati, s. Carlo incamerò tutti i loro attrezzi e le ingentissime scorte di manufatti di lana importata dall’Inghilterra, nella cui produzione, ceduta ai poveri a prezzo di costo, essi eccellevano. «I Borromei assunsero [gratis] con lo stemma le fabbriche dei soppressi Umiliati. Il panno, messo sul mercato, era perciò detto borromee, ed i venditori girovaghi del medesimo chiamati dal popolo i borrometa» (Brambilla). Andò a vuoto il vindice colpo d’archibugio tirato dall’anziano umiliato Girolamo Donato detto il Farina, il quale, benché più volte clamorosamente perdonato dal gran santo con l’Humilitas campeggiante nel pomposo blasone, finì impiccato proprio per ordine del suo stesso perdonatore (buon antesignano di Woitjla) che, dopo mesi di torture in carcere, gli fa anche «amputare la parricida mano destra» ed attanagliare il corpo con ferri roventi sul carro a passo d’uomo avviato al patibolo. Paterni castighi, di cui lo sconsolato grande santo deve, con cristiana rassegnazione, accontentarsi, benché non poco imbronciato col governatore Albuquerque, che rifiuta di aderire alle sue pressanti richieste di sostituire al capestro il lento squartamento dell’empio attentatore. Sgarbo fatto a santo è sgarbo fatto a Dio, e la punizione non può mancare: il poco accondiscendente spagnolo in breve crepa, con gran sollievo dei preti tutti, livido e gonfio di veleno curiale. Eufemistici «eccessi carliani», che la chiesa ora giustifica come azioni naturali di un «un uomo santo, anzi santissimo, ma… figlio dei suoi tempi», al quale il dolce suo epigono Woitjla orgogliosamente si vanta devotissimo.

(315) Sulla strada di Porta Tosa (ora corso di Porta Vittoria) erano decapitati i nobili condannati a morte, mentre in piazza S. Stefano erano impiccati i plebei.


(316) Il Castissimo (appellativo dato a s. Carlo nel processo di canonizzazione) in gioventù aveva già, pronunciando orribili escandescenze, gettato sul lastrico un suo vecchio servitore per una bella donna messagli a letto nell’illusione di fargli, come allora in uso, una gradita sorpresa. Errore poi sapientemente evitato da Giuseppe Stalin nei confronti di André Gide, che dovette lui pure lanciare altissime grida, ma in questo caso di gioia, trovando sotto le sue moscovite lenzuola un muscoloso atleta
(Enzo Biagi in «Corriere-Sette», n° 6, p.48, 1995).  S. Carlo rimase terribilmente sconvolto anche imbattendosi nella moglie del Barbarossa, la bionda e bella Leobissa, dai Milanesi per ischerno effigiata nuda nella pietra e in atto di radersela come usavano le prostitute. Essa aveva da secoli partecipato con la sua familiare immobile presenza, a tutto lo scorrere della vita cittadina. Nel vederla incombente a gambe larghe sul suo troppo santo capo dall’arco di Porta Tosa, il santo si sentì oltremodo beffato e annichilito. Nulla infatti più delle femmine, anche se del tutto vestite, o riprodotte addirittura nude, anche se nel freddo marmo, odiava mortalmente «il Castissimo, in tutta la sua vita non volendo parlar mai con donna alcuna, anche se gli fosse stretta parente» (Padre Grattarola).

(317) Pur bramando con tutta l’anima far a pezzi quella preziosissima testimonianza d’arte e di storia, il santo non osò opporsi al volere dell’imperioso gentiluomo. Faceva grado l’antichità e l’origine militare delle famiglie, e quella Archinta ascendeva addirittura al sec. XI, mentre la Borromea si fregiava solo di un titolo acquisito con recenti traffici bottegai: a petto di un Archinto anche lo strapotente cardinale si sentiva un miserevole impacciato parvenu. Così la malconcia e sbocconcellata statua poté restare a lungo nascosta, sottratta all’odio bestiale di un clero rafforzato nella sua viscerale misoginia dal concilio di Trento, e solo da poco essa ha trovato degna sistemazione in una sala del castello Sforzesco. Una consimile sessuofobia è esplosa adesso anche negli USA tra le megere osannanti l’eviratrice del proprio focoso marito: «Tutti i gruppi lesbici sono con lei», inscenano «manifestazioni» e «vendono biscotti a forma di pene», scrive Lucia Annunziata
(Corsera, 12-01-94, p.1). Che prosegue così commentando le macabre figure di peni amputati impresse sulle loro magliette: «Non è poi male quella recisione, almeno simbolicamente. Ma l’avete visto in fotografia? Soltanto un cosino, senza il quale l’uomo non è più niente» (RAI Uno, «Domenica in», 16-01-95). Forsennata idiosincrasia condita di becero moralismo, pari a quella che, in senso diametralmente opposto, sconvolgeva le febbricitanti meningi borromaiche. Un sol giorno di governo in mano alle statunitensi misocazziche, e persino il più irriducibile anticlericale rimpiangerà il potere dei preti. 

(318) Quando ebbe termine l’epidemia.

(319) Il santo non lottò affatto contro i governatori spagnoli per patriottismo, come vogliono far credere i preti, ma solo per non essere in alcun modo frenato nel compimento delle sue ‘paterne’ atrocità. Profondendosi in continue sdolcinate moine nei riguardi del re di Spagna, s. Carlo riuscì a far destituire il Requesens e a farlo sparire nel crogiolo della sanguinosa guerra di Fiandra. Tolse quindi di mezzo anche l’Albuquerque e l’Ayamonte, ma in modo più spiccio, col solito veleno. Tutte le preghiere e i consigli di moderazione dati al prepotentissimo santo dai notabili iberici e lombardi cadevano sempre nel vuoto, quando non producevano l’effetto contrario: «Li voglio tutti sottomessi a me, a un mio cenno!», esclamava scoppiando di boria, forte dell’incondizionato sostegno del Re.

(320) L’educazione repressiva impartitagli non tratteneva per nulla il Castissimo dall’esternazione dei suoi languori, come nei riguardi del figlio della marchesa di Marignano, fatto rapire da due gesuiti e da lui sequestrato per quattro giorni e quattro notti. La madre del giovanetto affrontò poi il grande santo con dure parolepronunciate in un salone affollatissimo, presenti anche gli ambasciatori veneti (
Relationes). Sempre più scosso da accessi di folle misoginia, il Borromeo vessò anche i preti di campagna proclivi ad un sano concubinato, segno per lui d’una raccapricciante «decadenza dei costumi»; ed accentuò la già rigida separazione dei sessi trasformando i conventi femminili in spietati reclusorî. Intanto continuava ad accatastare dobloni su dobloni, che passava ai parenti o dilapidava in orgiastici festini affollati di soli maschi. Pretendeva inoltre riscuotere, incurante dell’esenzione concessa loro solennemente dall’Imperatore, una grossa taglia anche dai canonici di S. Maria alla Scala, nella quale tentò, piccato dal loro diniego, d’irrompere con intenzioni punitive alla guida di migliaia di fanatici. Respinto dai canonici a spade sguainate, rinculò velocemente seguito dall’ululante canea dei suoi seguaci. Riuscì tuttavia, più tardi, a sopraffare i ribelli, «domandoli con gli esilii, con le confische, con i patiboli» (Verga). 

(321) Memorabili le sue dodici spedizioni in Svizzera, dove si spinge anche oltre lo spartiacque alpino, inoltrandosi nei più antichi Cantoni di lingua tedesca. Durante l’ultima, avuto sentore che i montanari dell’Engadina cominciavano a dar segni d’insofferenza delle sue efferatezze, spaventato a morte se la batte correndo a perdifiato per un giorno intero con l’intero codazzo di gesuiti, barnabiti, birri, servitori e tirapiedi d’ogni genere, e raggiunta Bellinzona, si rinchiude tutto tremante tra le sue possenti mura. L’affanno per la fuga, nel terrore d’essere agguantato dagli inseguitori e finire lui sulla grossa catasta fatta allestire per bruciare delle streghe, lo debilita profondamente nel fisico e nel morale. Non oserà più tornare sui suoi passi, nemmeno protetto da una ancor più numerosa e risoluta scorta armata. E incaricato il suo atroce vicario, mons. Bescapè, di fare le sue veci, avrà il piacere di ricevere la lieta novella, prima di schiattare dopo quattro notti di sfrenati gesuitici bagordi (divulgati agli allocchi come esercizi spirituali) nel santuario di Varallo, di essere stato puntualmente vendicato con l’assassinio di undici donne arse in una sola volta
(A.S.Mi, Annali dei cappuccini).

XXXII

(322) Le sue vittime erano in stragrande maggioranza (contro la postuma fola della vecchia strega, poi mutata con astuto gioco di bussolotti in benefica Befana) giovani o giovanissime, povere, nubili o maritate, analfabete e del tutto prive di protezioni, che preferibilmente egli andava a scovare nelle sperdute campagne e nelle valli d’alta montagna.

(323) Così il suo biografo Oltrocchi, padre oblato di s. Carlo: «...giunto di notte al monte Ceneri e vedendo la via scivolosa per il gelo, se pur potevasi far uso degli occhi in quelle tenebre, egli trasse dal ghiaccio stesso espediente per accelerare il cammino. Superata la vetta, prese a scivolare giù a precipizio seduto per terra; con discesa repentina fu presto alla base del monte, frequentemente urtando con le mani negli spuntoni di roccia e lacerandole; le molte ferite furono poi medicate spalmando su di esse sego di candela». Il cattolicissimo trio Frigerio, Mazza e Pisoni, privilegiato di libero accesso all’archivio privato Borromeo, con lo pseudonimo Tripè così commenta l’ardimentosa impresa cardinalizia: «La descrizione è troppo irriverente per non essere credibile, e dice assai sulla decisione dell’uomo nell’affrontare dalle radici le situazioni capaci di volgere in pericolo per la Chiesa»
(L’Eco del Vares8).

(324) Più era lontano da Milano, dove non tutti i nobili si piegavano facilmente alla sua prepotenza, con più ferocia egli infieriva, vagabondando col suo seguito di sgherri, preti e frati scelti tra i più accaniti misogini, per le strade maestre e per gli impervî sentieri. Visite pastorali chiamano oggi i suoi untuosi panegiristi le circa
1.150 spedizioni punitive compiute dall’Infaticabile, oggigiorno amatissimo dalle ossesse clericomarxiste sempre ringhianti contro le donne che, refrattarie alle loro profferte, «fanno pattumiera di sé agli spurghi maschili» (Can. 5, Costanzo Show, 14-1-94). Messa discretamente in sonno dalla reazione illuminista l’aggressività maschile omosex, ora si profila quella altrettanto folle e minacciosa del femminismo rabbiosamente insoddisfatto. Il 25 nov. 2002 le sue rappresentanti, «in ossequio alle vittime dell’integralismo islamico», manifestavano a Londra sotto braccio agli… integralisti islamici lordi di fresco sangue (220 assassinati e mille feriti in Nigeria, per metà islamica ma non per libera scelta), per impedire anche in Europa il blasfemo concorso (in Africa fissato dopo il ramadam) di Miss Mondo. In serata, il ‘libero pensatore’ M. F., propugnatore di un ‘antimodernismo’ degno di s. Pio X, dal canale Odeon definisce «cretini» (più moderato del direttore di Radio Maria, che di regola vi aggiunge « imbecilli») gli estimatori dell’illuminismo, al quale imputa un’aspirazione irrealizzabile: la felicità dell’uomo. All’infuriato oscurantista ‘laico’ si potrebbe cretinamente replicare che se l’utopia illuministica ha mirato troppo in alto, le va comunque riconosciuto d’aver squarciato le tenebre della crassa ignoranza e del criminale fanatismo e di essere riuscito, se non a debellare del tutto il papismo, a aver dato una buona limata ai suoi troppo affilati artigli.

 (325) Con tutti i prepotenti papi e i santi e santoni spadroneggianti in Italia, gli amanti della scienza e della libertà per non finire bruciati come Paleario e Cellaria, dovevano riparare oltralpe, dall’Ochino (il mistico generale dei cappuccini) agli umanisti Lando, Borro, Leto, Socino, ecc.  Nel solo giorno in cui fu arso il Carnesecchi, altri quindici furono murati o subirono diverse altre durissime condanne.

(326) Quasi fosse ancora tallonato dai rivoltosi svizzeri.

(327) La mastodontica statua in lastre di rame, con la testa e le mani in bronzo (per molti decennî i preti avevano estorto all’acefalo gregge somme enormi promettendo di fonderla interamente in oro) raggiunge con la base i 48 metri di altezza: il monumento metallico più alto del mondo, superato poi solo dalla statua della libertà di New York. D’aspetto brutto e disarmonico, («Ensamble laid» commenta disgustato Flobert) a fronte, p. es., del gran Budda di Kamakura, caratterizzato da un insieme di vigore e finezza, il Sancarlone è percorribile all’interno in ogni senso, compresi orecchi e naso. Il principale miracolo del santo, da lui benignamente operato su se stesso, è la deviazione della palla d’archibugio che lo lasciò indenne pur avendolo centrato – a sua detta – proprio nel mezzo alla spina dorsale. Nell’elenco del reverendo Grattarola figurano questi suoi altri esilaranti prodigî: allunga una gamba a suor Candida de’ Forti; salva un bambino inghiottito dai vortici del Ticino sollevandolo cento braccia dal pelo dell’acqua; raddrizza i piedi ad Angela Monte; dona la vista a un infante «nato senz’occhi»; fa camminare la paralitica suor Paola; ad Angela Luigni tappa sei buchi del collo da cui usciva ciò che mangiava e beveva; guarisce il mal di denti al gesuita Fumagallo; risuscita tre morti battendo per tre a due lo stesso risuscitatore Cristo. Curioso anche il portento della donna dalla mammella dolente, a cui egli appare circonfuso di luce sfolgorante sottobraccio a Maria Vergine che, impietosita, gli ordina di succhiargliela:  dopo la  zelante borromaica succhiata, la donna, guarita all’istante, ne farà forgiare una in argento, tuttora esposta come ex voto nella suntuosa cripta del duomo di Milano. Cose strabilianti, da convertire anche lo scettico più ostinato, sulle quali però, stranamente, oggi il clero non  fa più tanto baccano. Forse per rompere la monotonia delle infinite Madonne piangenti, ora s. Carlo si sta specializzando in miracoli alla rovescia, come scatenare attorno alla propria statua sciami di calabroni che con l’aggressività di novelli sancarlini (i verbanesi chiamano santcarlìt un’erbaccia peggiore della gramigna), in un solo assalto hanno spedito
15 devoti all’ospedale per choc anafilattico ed uno al cimitero per arresto cardiaco (Corsera, 03-10-94). Frattanto i viscidi panegiristi continuano a decantare «la generosità del santo ricchissimo, che nominò suo erede universale l’Ospedale Maggiore di Milano». Ma sorvolano sul fatto che all’Ospedale egli lasciò solo il cumulo dei suoi debiti contratti in molti anni con prestatori fiduciosi, mentre astutamente fidecommetteva, rendendolo così assolutamente inattaccabile, il suo ingentissimo patrimonio allodiale e feudale a solo beneficio dei suoi consanguinei. Il trasferimento dei beni fu eseguito in sordina con atto notarile in triplice copia, senza minimamente dar fiato alle solite trombe squillanti a sua gloria. Gli amministratori dell’Ospedale imprecarono poi per decennî contro la loro incauta accettazione dell’eredità borromaica, tanto sconsiderata da far precipitare il già floridissimo antico istituto benefico in gravissima crisi: a conti fatti, dopo nove anni (1593) la spesa di 583.000 lire imperiali (= 100.000 scudi d’oro), che prima bastava largamente a mantenere un gran numero di malati poveri anche nei dipendenti centri sanitari sparsi in tutto il Ducato, con la tanto strombazzata eredità diventerà disastrosamente superiore alle pur cospicue entrate (Morigia).

(328) Michele Ghislieri (s. Pio V,
1566-72), turpissimo frate domenicano di Bosco Marengo (Alessandria), fu uno dei più spietati seviziatori d’ogni tempo. Secondo il conseguente metro gesuitico, va dunque considerato… «uomo di profonda pietà (sic) che, per quanto concerne l’Inquisizione non fu secondo nemmeno a papa Caraffa» (Gelmi). Vale a dire un individuo estremamente efferato!  Al suo predecessore, considerato l’ardore con cui il tanto pietoso incappucciato operava dolorose incisioni sui corpi affetti da scellerata eresia, «piacquero la sua solerzia e la sua intransigenza» (Gasparri). Terribile inquisitore a Pavia, Como, Bergamo, Venezia e infine Inquisitore generale, una volta salito al soglio rompe l’antichissima tradizione della veste purpurea e conserva il suo saio bianco rigato di sangue eretico, indossando il quale era dovuto fuggire precipitosamente due volte, da Como e da Bergamo, tempestato da un nugolo di sputi e di pietre dei rivoltosi. «Lo prendono a sassate, ma lui, eroico, non demorde» (Rendina). Per incutere più terrore, la spaventosa sottana bianca sarà da allora adottata con entusiasmo da tutti i successivi nefandissimi papi, spiazzando anche il popolo inglese che da tempo li motteggiava col nomignolo di donne rosse per la femminea veste scarlatta da loro usualmente indossata. Il clero venera in Pio il «prodigioso digiunatore», e von Ranke, altro storico spesso sacrificante il vero sull’altare d’illusorie equidistanze, lo reputa, senz’appoggio d’alcuna prova, «irreprensibile»! Forse perché negli ultimi anni si nutriva quasi solo di latte d’asina per il mal della pietra, che lo rendeva irascibile e lo spingeva, anche «dal trono pontificio, a punire con salutare rigore tutti quelli che le maniere dolci non erano riuscite a strappare all’eresia, persuaso che l’autorità potrà sempre soffocare le sette nascenti, se interverrà con intelligenza alla loro apparizione» (Henrion). Riedificò in soli tre anni il palazzo dell’Inquisizione, demolito a furor di popolo alla morte di Paolo IV. Von Ranke, attingendo solo a scorte documentarie di ben manipolata fonte cattolica, abbocca l’amo gesuitico e asserisce « non esservi mai stato un papa così devoto: con il solo sguardo convertì dei protestanti». Ai quali, caduti nelle sue sanguinose grinfie, non restava che l’alternativa di convertirsi al papismo o finire arrostiti! E ora la chiesa, la più grossa, antica e feroce organizzazione a delinquere mai apparsa sulla terra, ovviamente persevera nel glorificare il ributtante mostro di Bosco Marengo, ad ennesima prova che nella storia il passato, tutto il passato, è sempre presente. Ancora il maggio 2002 l’Osservatore Romano porta l’infame domenicano a sublime esempio di santità, per la sua «pietà religiosa», l’eccezionale attaccamento alla Madonna e le quotidiane tre corone di rosario ipocritamente sgranate.

(329) Così lo straordinariamente pietoso Pio V incitava la regina Caterina de Medici, reggente di Francia per il minore Carlo IX: «Guardatevi dal credere che si possa fare cosa più grata a Dio dal perseguitare apertamente i suoi nemici!»; e ancora: «Sterminate tutti gli eretici scellerati, massacrate i prigionieri di guerra senza riguardo e senza pietà, non perdonate ai nemici di Dio!»
(Archivio di Stato di Parigi). Anche a Filippo II raccomandava di «non riconciliarsi mai: non mai pietà; sterminate chi si sottomette, e sterminate chi resiste; perseguitate ad oltranza; uccidete, ardete, tutto vada a fuoco e a sangue purché sia vendicato il Signore; molto più che nemici suoi sono nemici vostri» (cit. da Rendina). Al Santa Flora ordina di «non prendere prigioniero nessun ugonotto e di uccidere subito chiunque gli capitasse tra le mani» (ib.). L’«intimo amico di s. Carlo» ogni anno è con reboante magniloquenza incensato dai vaticanisti per la vittoria di Lepanto, conseguita dagli altri ma «ottenuta da lui per intervento della Vergine grazie alla sua fervorosa recita del santo rosario». E soggiungono che «per arginare il dilagare dell’eresia, egli promosse la cultura del popolo» con quotidiani spettacoli di… lingue ed occhi strappati, nonché di meretrici e adultere fustigate (Rendina). Ma l’Irreprensibile nonché Rigorosissimo, non fu altrettanto severo coi bei frocioni, anzi - fedelissimo alla radicata papal culanica tradizione - mostrò sempre nei loro riguardi la massima benevolenza, ed è quindi da frà Fabretti elogiato per il suo spirito «longanime, più da papa che da inquisitore». Insomma, il clero lo spaccia come una specie di dantesco animal grazïoso e benigno, contro la più solare comprovata verità e contro il giudizio degli storici autentici, come il Giovagnoli, il quale a giustissimo titolo lo bolla «uno dei più spregevoli e sanguinarî mostri che abbiano disonorato la razza umana». Ma di ciò i preti se ne fottono, e cercano di farci credere che fosse Dio ad infondergli un’«ossessiva avversione al protestantesimo, che lo portò a favorire concretamente i Guisa, a lodare le truci carneficine del duca d’Alba nei Paesi Bassi e a scomunicare la regina Elisabetta» (Gasparri). A consolazione dei discendenti delle sue innumerevoli vittime, la chiesa lo festeggia con grande solennità ogni 5 maggio. E si commuove fino alle lacrime per «la modestia che lo portava più volte a sussurrare: Da frate speravo di entrare in paradiso, da cardinale ne dubitavo, da papa lo nego recisamente». Che modestia! Che verecondia! Che santità! Lui, così meritevole, eppur tanto schivo da aspirare solamente ad un posticino lassù, tra i beati più anonimi, in ultima fila! Ma, grazie a Dio, per nostro immenso gaudio, «la sua pazienza ricevette in cielo una ricompensa immortale»! (Henrion). Prostriamoci dunque, pentiti, ai piedi del suo pomposo mausoleo in S. Maria Maggiore, sempre avvolto in nuvolaglie d’odoroso incenso.

(330) La notte sul 25 agosto 1572, festa di s. Bartolomeo, il bolognese Ugo Boncompagni (Gregorio XIII, 1572-85), cogliendo i frutti dei lerci disegni di s. Pio V, in trista combutta con la succuba corte di Francia fa trucidare nel sonno tutti i cristiani riformati. Controverso il numero delle vittime (almeno 100.000, dal veridico clero ridotte a 30.000), di cui ca. 10.000 nella sola Parigi. Anche G. ha buon gioco sulla regina Caterina, nipote di Leone X e di Clemente VI, allevata fin dall’infanzia in Vaticano. Da buon paraninfo, Clemente l’aveva maritata al figlio di Francesco I di Francia, promettendo al re, quasi fossero sua proprietà, le città di Milano e Urbino. Rimasta vedova, Caterina regna in nome del figlio, che muore poco dopo il massacro. Il suo terzogenito, Enrico III, sempre circondato da efebi (i suoi mignons Joyeuse, d’Epernon, Quélus, assieme ai quali si presentava vestito da donna) è il più umano della famiglia: concede libertà di culto ai superstiti evangelici (detti ugonotti) fuorché in Parigi, troppo affollata di feroci papisti, e riabilita la memoria del Coligny, assassinato nella citata notte. Ma la cattolica Lega Santa, furente per quegli atti di pietà, moltiplica i suoi crimini: per frenarla il re ne fa giustiziare i capi, i due Guisa (di cui uno cardinale), ma è assassinato a pugnalate dal frate Clément anche per aver osato designare a succedergli sul trono l’ugonotto Enrico di Navarra, suo legittimo erede per via dinastica. Il regicidio, sguaiatamente applaudito dal papa e dal clero, fu in modo particolare magnificato dal gesuita De Mariana in un libro teso a legittimare l’eliminazione dei tiranni,vale a dire di tutti i regnanti restii a sottomettersi ai criminali vaticani. A distanza di due secoli Fouché, prima prete, quindi terrorista giacobino e infine capo della polizia napoleonica, confiderà al vescovo Tayllerand, altro grandemente beneficato dal Bonaparte, di essere «sorpreso che non si sia trovato un monaco che ci sbarazzasse del Corso, come quell’altro monaco, Jaques Clément, aveva liberato la Francia da Enrico III». [E Tayllerand:] «Che volete, mio caro, la religione va scomparendo!» (Castelot). // Nel 1575 usciva la Gerusalemme liberata del Tasso, tra crudeli lotte religiose e immani stragi di streghe protrattesi fino a tutto il secolo successivo. Opera riesaminata e cincischiata dall’Inquisizione, ora giustificata dai clerico-lacché con l’ormai stucchevolissima «inquadratura nel tempo», molto comoda a mascherare, tra le ipocrite richieste di perdono, l’inaudita barbarie del clero.  Il quale, tutt’altro che succubo delle superstizioni da lui stesso fabbricate e smerciate, estorceva e inglobava soldi a palate agitando lo spauracchio delle streghe (come ora del comunismo), della cui esistenza sosteneva, minacciando di morte i dubbiosi, essere «prova il fatto che ogni giorno ne bruciamo in quantità». E per meglio abbindolare i semplici fingeva di temerle per primo, mentre in realtà ne rideva a crepapelle ben sapendo che «l’occulto destin... / non è tanto concesso a noi mortali. / Ciascun qua giù le forze e il senno impieghi / per avanzar tra le sciagure e i mali, / ché sovente adivien che ‘l saggio e ‘l forte / fabbro a se stesso è di beata sorte» (Tasso). Al misero gregge propinava la quotidiana sbronza di fandoniee di terroristiche visioni, ma riservava a sé tutti i piaceri e l’allegro palleggio di rutilanti dobloni.

(331) Il battibecco tra Gregorio XIII (eletto corrompendo con oro sonante i porporati, tra cui il più avido di tutti, s. Carlo) e un cardinale pentito di averlo votato è testuale. // Dall’Aragona i dubbiosi delle verità papali avevano tentato di far fuggire il primo ministro Perez, che «sotto tortura aveva confessato d’aver proferito parole blasfeme di disperazione». Delitto imperdonabile secondo l’alquanto strano laico (stile Eco) Turberville, che aggiunge: «...l’Aragona, con l’azione del popolaccio di Saragozza, si era messa dalla parte del torto... [ossia di] coloro che impedivano le legittime funzioni del S. Uffizio... [ma] i nobili e le teste meno calde sconfessarono la condotta della plebaglia, e fu deciso che Perez dovesse ancora una volta essere consegnato all’Inquisizione». Una colpa, altrettanto riprovevole nell’ottica ecclesiastica, aveva in gioventù contaminato anche l’irreprensibile pontefice lasciandogli un figlio a ricordo. Ma per immensa fortuna del genere umano egli poi rinsavì, disprezzò le donne, si fece prete e riscattò i suoi orribili trascorsi eterosex distinguendosi tra i più sanguinarî misogini. Di conseguenza, grazie a lui, «la pederastia dilagava» (
Rendina). Egli strinse i laici più froci in confraternita e ne fissò la sede in S. Giovanni a Porta Latina, dove si sposavano «con le stesse cerimonie che usiamo noi per le nozze: si comunicano insieme, leggono il medesimo vangelo nuziale, per poi coabitare e dormire nello stesso letto» (Montaigne). Non altrettanto largo di maniche si dimostrò con gli Ebrei, che anzi fulminò con la bolla Antiqua iudeorum improbitas (Antica malvagità dei giudei), intessuta di laccî e proibizioni escogitati per darli più facilmente in pasto all’Inquisizione.

(332) «Circondato di gesuiti, cappuccini, teatini, e influenzato soprattutto da Carlo Borromeo, fu instancabile nell’elaborare progetti contro gli evangelici nei Paesi Bassi, in Germania e in Francia»
(Henrion). Come s. Pio V, Gregorio gode pazzamente delle stragi, soprattutto di quella perpetrata nella notte di s. Bartolomeo, da entrambi lungamente sospirata. Per riviverla in perpetuo ricordo, rimirandone ogni giorno le cruente immagini, la fa affrescare dal Vasari sulle pareti dell’appartamento papale. È tutta una ridda di gente defenestrata, sgozzata, sbudellata, fatta a pezzi, della cui serafica visione tuttora s’inebria il Santo Padre quando, per affacciarsi alla finestra del solito pistolotto domenicale sempre condito di parole di pace, attraversa a lenti passi la sala Regia. Per scolpire in modo indelebile il ricordo di quell’eccidio nei papistici cuori, G. celebrò un solenne rito di ringraziamento (come Bin Laden ringrazierà calorosamente Allah per la caduta delle due torri di New York), e fece coniare una medaglia col proprio soddisfatto profilo e la leggenda HUGUNOTORUM CAEDES (Strage degli Ugonotti). Sulla quale i più pii storiografi tacciono, a cominciare dal nicchiante e svicolante nel nulla Fabbretti, mentre i più arditi si concedono qualche accenno, e persino l’ammissione che il papa «trasmise le proprie congratulazioni alla famiglia reale» (Gelmi), subito però soffocata da astute lodi per la sua «condotta di vita non solo ineccepibile, ma addirittura edificante» (ib.). E c’è persino chi asserisce, spianando la via ad altre piaggerie, che G. «fece sì subito cantare un Te Deum e coniare medaglie celebrative», ma senza abbandonarsi ad eccessivo giubilo per la strage da lui stesso pianificata. Se tripudiava, il dolcissimo, era solo perché «male informato, credendo si trattasse della vittoria [solo morale] del Cattolicesimo sugli ugonotti» messi in rotta dalle dotte argomentazioni papiste. Così doveva pensarla anche l’ineffabile Woitjla, andato a trionfare tre volte in Croazia a la facciaccia di almeno mezzo milione di civili serbi massacrati in Yugoslavia dal 1941 al ’44 (senza contare gli assassinati nel ‘95 soprattutto in Krajina) dai suoi cari clerico-fascisti e clerico-croati guidati da duecento francescani e dal criminale arcivescovo Stepinac, da lui beatificato. E, d’altra parte, «come rimproverare Gregorio, il Papa eletto con la distribuzione di 20.000 scudi d’oro ai conclavisti, per aver procurato tante ricchezze e dignità alla sua famiglia? Tanto buono quanto magnifico, avrebbe reso il suo popolo perfettamente felice, se dei malfattori non avessero turbato la pace dei suoi Stati. Istituì la festività di Nostra Signora della Vittoria, in onore della Santa Vergine. [...] Di carattere dolce, ed avendo in orrore l’effusione di sangue, deplorò il massacro di s. Bartolomeo, ma lo apprezzò, da Papa, come grand’evento precursore dell’unione dei cattolici nella Lega Santa» (Henrion). Ottima ragione, quindi, perché i papi ora si corichino giubilanti, con gli occhi pieni delle truculente scene della sala Regia, come il loro cattolico allievo Adolfo si appisolava dolcemente cullato dalla celestiale immagine di forni crematorî e di camere a gas. Persino l’attentissimo Grimberg in questo caso si è lasciato travolgere dal gesuitico martellamento apologista, integrato dalle solite vili calunnie contro i popolani ciecamente sottomessi al clero: «I cospiratori avrebbero voluto eliminare solo alcuni capi degli ugonotti, ma la plebaglia scatenata massacrò selvaggiamente a migliaia i protestanti, specie i nobili, sia a Parigi sia a Bordeaux, Orleans, Lione, Rouen e Tolosa. [...] ...bisogna considerare gli istinti selvaggi della folla, che in qualunque epoca e parte del globo, è tutta e sempre uguale...». Ma gli organizzatori papisti non furono affatto sorpresi, superati e travolti dall’acefala bestialità della docile mandria, anzi la disciplinarono con tanto rigore e se ne servirono con tanta efficacia, da farle mantenere ovunque il più ermetico segreto fino al simultaneo scatto in tutta la Francia della santa carneficina. Altro che vociante e disordinata plebe! Erano muti e compatti drappelli di ligî ed ottusi parrocchiani, militarmente inquadrati e affiancati ai soldati di una regina per molti anni satanicamente istigata da Pio V e Gregorio XIII. Grimberg ricorda che il giovane re, pressato dalla madre e dai preti «suoi confidenti» che dopo il complotto fingevano di contentarsi del sangue del solo Coligny, tentò a lungo di resistere, ma «alla fine dovette darsi per vinto. Soffocò la sua istintiva ribellione e si alzò di scatto gridando: In nome del cielo! Se volete la vita dell’ammiraglio prendetevela! Ma bisogna che li uccidiate tutti, perché non deve rimanere un solo ugonotto che possa farne vendetta su me». In questo modo il papato strappò il tanto sospirato consenso al tremendo macello. Altro che popolani allo sbando! Preti e frati con codazzi di bigotti marciarono a passo cadenzato tra plotoni di guardie svizzere e, scoccata la mezzanotte, irruppero nelle case dei dissenzienti scannandoli nei loro letti. «Anche il borgomastro [di Parigi] ricevette precise istruzioni: doveva far chiudere le porte della città per impedire la fuga di chiunque, quindi armare i cattolici e appostare rinforzi nei varî quartieri». La strage di s. Bartolomeo non fu dunque un’imprevista fatalità, come asserisce il clero (che sempre mente sapendo di mentire) per sgravarsi di ogni «responsabilità precisa»,  qualificando il freddamente programmato eccidio come «uno di quegli atroci avvenimenti, che dimostrano l’effetto di forze cieche e incontrollabili sul destino dei popoli» (ib).

XXXIII

(333) Il francescano Felice Peretti, di Grottammare (Sisto V, 1585-90), allievo prediletto di Paolo IV e s. Pio V, «nel giorno stesso della sua incoronazione mandò a morte quattro persone» (Gasparri). Erano «giovani di Cori che fece penzolare in pubblico tre giorni e tre notti dalla forca, solo perché trovati in possesso di porto d’armi scaduto» (Colonna). Inquisitore a Venezia, n’era stato espulso, come già s. Pio V da Como e da Bergamo, a furor di popolo. Anche a Bologna si era fatto una trista notorietà. Il Porcaro (così detto perché all’inizio della carriera accudiva ai maiali) inganna l’invidioso conclave zoppicando e inclinando la testona bernoccoluta, «ma non appena indossata la tiara, getta il bastone su cui s’appoggia come un vegliardo decrepito, dimostrandosi deciso a governare con vigore. Protettore dei costumi, grazie alla sua sorveglianza le donne illibate passeggiano in Roma tranquille come in un convento; e punisce l’adultera con l’estremo supplizio insieme al marito che coprisse col silenzio il crimine della moglie» (Henrion). «Ineccepibile sotto tutti gli aspetti» (ib.), ineccepibilmente ruba a man libera. E ineccepibilmente impiega i frutti delle sue grosse rapine, fin da quando è solo cardinale, in immobili che in modo ineccepibile intesta alla sorella. Quando fa costruire per sé tre fastosi palazzi, non rinuncia con ciò ad incassare l’assegno destinato ai «porporati poveri» (Colonna). Eletto al soglio, copre col suo mantello i furti del nipote Alessandro, da lui creato cardinale appena quindicenne. Consolida infine l’Inquisizione che - a detta del clero - non arrostiva i sospetti di eresia o di stregoneria per malvagità, ma solo… «per adeguarsi agli usi [ecclesiastici, benché] in generale ispirata a grande mitezza (sic)» (Degalli).

(334) Sisto V, «uno dei più grandi genî che abbiano stupito il mondo»
(Henrion), «rudemente e inflessibilmente cercò d’estirpare l’ingiustizia. Già nel suo primo anno di papato sarebbero rotolate più teste per le vie di Roma, che angurie al mercato ortofrutticolo» (Gelmi). Solo la morte gli impedirà di realizzare «un progetto assolutamente degno del suo genio: elevare sui resti del Colosseo, suddiviso in ben quattro monasteri, una gran chiesa che ne inglobasse anche i superbi portici» (Henrion). Pensava, come geniale variante, anche ad un’altra più redditizia miglioria: «trasformare il Colosseo in un lanificio, e si stenterebbe a crederlo se non ne rimanesse la testimonianza di Domenico Fontana che ne ha lasciato l’audace disegno» (Colonna). Con altrettanta genialità, non pago della già avvenuta desertificazione di Roma antica, costruisce per sé il grosso Casino con tre ordini di colonne estirpate ai Fori e progetta di demolire il tempio di Giano, la tomba di Cecilia Metella e gli ultimi resti, ancora imponenti, del Septizonium. Rasa al suolo la splendida villa di Traiano a Civitavecchia, alle timide proteste degli umanisti «rispose seccamente essere sua intenzione abbattere e sgombrare le brutte antichità per sostituirvi, con le stesse pietre, opere nuove e belle» (ib.). Se risparmia alcuni obelischi è solo per utilizzarli a supporto di lugubri croci. Trasferitone uno in piazza s. Pietro, lo deturpa con iscrizioni chiesastiche e ne svelle dalla cima il globo di bronzo che conteneva le ceneri Giulio Cesare. Estenuanti gli sforzi di tutti gli umanisti per non fargli abbattere, dopo la distruzione della colonna Antonina (di cui resta solo la base in Vaticano) anche la Traiana e l’Aureliana. S’incaponisce a lungo, prima di rinunciare al suo demenziale capriccio, ma infine si contenta di sconciarle con la rimozione dal loro culmine delle statue dei due almi Cesari per sostituirle con quelle di due goffi infagottati apostoli. L’asinino accanimento contro un’arte e una storia ineguagliabili, si protrae lungo tutti i secoli e non decresce nemmeno davanti alla spaventosa rarefazione dei più significativi monumenti. La turpe combriccola temeva che la loro vista risvegliasse negli Italiani l’orgoglio per il loro passato e il desiderio di una patria indipendente, unita e finalmente libera dalla tirannide sacerdotale. Ma con tutte le sue demolizioni, il clero non riuscirà a cancellare completamente il ricordo delle antiche gesta e le tracce d’una superiore civiltà. Le scarsissime rovine superstiti basteranno da sole ad accendere ancora di sdegno i più eletti spiriti. Persino il cattolico Massimo d’Azeglio, recatosi ad ossequiare il tripudiante Pio VII assiso su trono puntellato dalle baionette della Santa Alleanza, finirà col voltargli le spalle, disgustato del mostruoso odio papale spudoratamente manifestato contro l’Italia. Non pago di tanti scempî, il borioso Woitjla ha preteso, agitando minacciosamente sotto il naso dei nostri flaccidi governi lo scartafaccio dell’infame nuovo concordato, ben 114 edifici monumentali per la cui conservazione dal 1945 l’Italia spende cifre da capogiro, edificî ornati da Giotto, Caravaggio, Reni, Carracci, Algardi, Bernini, ecc., nonché l’immenso orologio solare di Augusto, e ciò in spregio alla Costituzione che sancisce irrinunciabili e inalienabili i tesori del nostro patrimonio storico. E li esige, in cambio di niente, in pieno ed assoluto possesso, per poterli poi smerciare al miglior offerente sul mercato mondiale. «Allarme ingiustificato», rispondono gli impudenti vescovi ai rarissimi Italiani preoccupati, dopo aver visto vendere la Cappella Sistina alla Nippon Corporation (Corsera, Bertelli: «L’arte al Vaticano? Una rovina», 22-02-96). // Quando S. era cardinale, sospettò il duca Paolo Orsini dell’uccisione di un suo nipote, marito della bella Vittoria Accoramboni. Come poi Carlo Borromeo e Woitjla, mentre rimuginava dentro di sé la più feroce vendetta S. fingeva di aver elargito il suo sincero cristiano perdono. «Grave, tranquillo, abbassando gli occhi imperiosi e grifagni, mormorò parole di rassegnazione agli imperscrutabili voleri di Dio. [...] Non prese neppure il lutto. Non mostrò d’indagare o di sospettare. Supplicò […] di non ordinare indagini di sorta, poi che egli aveva già perdonato allo scellerato, qualunque si fosse. [...] Quando qualcuno osò chiedergli se avesse indizio alcuno da chi fosse venuto il colpo, rispose: “Venne da Dio, che intende togliermi le gioie terrene, perché tutto io mi volga alle celesti”» (Colonna). L’esternazione di tanta bontà gli gioverà non poco anche durante il diffidente e rissoso conclave. Ma intanto non perde tempo, briga occultamente per rovinare i sospettati con la complicità di Gregorio XIII, che fa imprigionare la giovane per liberarla con mossa astuta quasi subito, al fine d’intrappolare l’Orsini attirandolo a Roma dal suo fortilizio laziale. Eletto papa, il Gran Perdonatore confisca immediatamente tutti i beni al duca e ad altri presunti complici, di cui decreta la condanna a morte affrettandosi a farla eseguire. Mentre non riesce a vendicarsi dell’Orsini, nel frattempo deceduto, dai suoi sicarî gli giunge la lieta novella che a Padova «la Accoramboni era stata ammazzata con [l’abate] Flaminio, di lei fratello» (ib.). Uno dei venticinque papisti penetrati nella loro casa, ridendo come un ebete aveva conficcato con studiata lentezza uno stiletto nel cuore della giovane, odiata anche dal frocione arcivescovo Sartorio per i suoi «vizî e libidine... ornarsi il corpo... adescar gli amanti [con] occhi accesi, bocca sempre atteggiata a riso e lusinghe». Quanto al timido Flaminio, «si divertono a crivellarlo di pugnalate; infine gli schiacciano il cranio: sul misero corpo furono poi contate settantaquattro ferite» (Colonna). In pubblico S. continua a perdonare, sempre più enfaticamente, ma nell’intimo soffre come un cane per il mancato assassinio anche dell’altro fratello di Vittoria, Marcello, fuggito a Venezia. Tramite il nunzio apostolico, cerca di «farlo colpire dalla Serenissima perché non si potesse dire che era stato raggiunto dalla vendetta personale del papa» (ib.). Ma pur sapendo di non poter troppo a lungo contrariare lo strapotente perfido Vicedio, il Doge non si prestava a tal turpitudine e resisteva alle sue insistenze. Allora «Sisto, impaziente, si trovò costretto a gettare la maschera e spedì a Venezia il card. Torriano a domandare ufficialmente la consegna di Marcello» (ib.), che infine fu imbarcato alla volta di Ancona, dove lo aspettava il carnefice. E il Doge ricevette presto avviso del «grandissimo godimento del buon pontefice» (ib.). Andrà ancor meglio al tuttora felicemente regnante Gran Perdonatore Woitjla, che nel nostro tanto più laico e civilizzato tempo, farà ricadere la responsabilità e il costo (in momentanea assenza di papale pena di morte) della sua atroce vendetta contro il giovane Alì, “perdonato” con l’ergastolo e la reclusione nel più disumano isolamento, sui rammolliti e succubi nostri governi. 

(335) Con Dio sicuramente dalla sua, nel 1588 Sisto spinge il funereo papista Filippo II (re di Spagna e padrone di un impero più vasto di quello dell’antica Roma, esteso dall’Europa all’America, dall’Africa al Pacifico) ad impartire una durissima lezione alla debole, piccola (sette milioni d’abitanti) e insolentemente eretica Inghilterra, non ancora signora dei mari. Era furioso perché Elisabetta non lo riconosceva pontefice e non lo riveriva come Dio in terra. Ma per piegarla, più che nella Provvidenza (per Radio Maria negata solo dagli «sciocchi», 30-09-2002, h. 1,35), confidava nella poderosa flotta papal-ispanica, la più grande e agguerrita fino allora mai messa in acqua: 130 grosse navi da battaglia, tra cui dei mastodontici galeoni, con 2.600 pezzi d’artiglieria, 5.600 quintali di polvere, 120.000 proiettili e 30.000 uomini. Papalmente battezzata Invincibile Armata, salpava con assoluta certezza di vittoria, per distruggere al primo scontro i piccoli navigli (quasi tutti di tipo commerciale sommariamente armati all’ultima ora) allineati dai «marci eretici», tanto più che nella Manica le si sarebbero unite, staccandosi dall’Olanda, altre 160 navi con 30.000 uomini del Farnese. Da molti anni «Sisto V esortava insistentemente Filippo a questa impresa» (Cecchini), sempre più infiammandosi dopo essere riuscito a far uccidere da un sicario (il cui padre fu poi arricchito ed insignito di blasone «per il nobile e lodevole gesto del figlio») il principe Guglielmo d’Orange, capo degli eretici olandesi e in stretta amicizia con l’Inghilterra. Ma quando fallì la congiura dei gesuiti e della Stuarda per assassinare anche Elisabetta, «il furore del Vaticano e dell’Escorial non ebbe più limiti» (ib.).

(336) Con la vittoria già in tasca, i due despoti imbarcano frotte di ferocissimi monaci inquisitori incaricati di fabbricar processi ed eseguire esecuzioni in massa. Ma il buon Dio che, ammessane l’esistenza, non ha mai delegato chicchessia a rappresentarlo, mentre l’Invencible Armada è ancora agli ormeggi alla foce del Tago fulmina con un colpo apoplettico il Santa Cruz, suo esperto ammiraglio, subito sostituito dal mediocre Medina-Sidonia. La spedizione inizia così con poco propizio auspicio. Più tardi, al profilarsi delle coste britanniche, il sempre più antipapista Onnipotente debilita i tracotanti aggressori con una nauseabonda dissenteria e ne squassa la formidabile flotta con terribili tempeste, per nulla compiaciuto di veder tesi al vento impetuoso, accoppiate alle bandiere del re, i grandi drappi contrassegnati dalle dorate chiavi papali su fondo rosso e amaranto. Mentre vigorosamente contrattaccati dagli Inglesi, i baldanzosi aggressori vanno incontro al disastro, il cielo continua a dar man forte agli eretici colando a picco i colossali galeoni San Martin, Sant’Antonio e San Salvador. Fa inoltre entrare in rovinosa collisione il maestoso Nuestra Senora del Rosario con due altri grossi navigli spagnoli. Poco dopo, nel tentativo di salvarsi dalla catastrofe, la dimezzata Invencible fugge dall’agitato Mare del Nord cercando scampo nella circumnavigazione dell’Inghilterra e dell’Irlanda. Ma il sempre più furibondo Padre Eterno, messosi in agguato al largo della Scozia, le gioca un definitivo tiro birbone facendo saltare la santabarbara del gigantesco Duque de Florencia. Che affonda in pochi minuti con l’intero tesoro della flotta: tre uomini i soli superstiti. Così la grandiosa spedizione spavaldamente strombazzata come voluta da Dio (che i preti spacciano artefice della storia) a suggello del definitivo trionfo pontificio, segna all’opposto l’inizio del suo inesorabile declino. Oggigiorno la falange dei torbidi panegiristi annidati nelle case editrici e negli istituti scolastici, o non spende una parola su quello strepitoso evento che mutò radicalmente i destini del mondo, o se proprio costretta ad accennarlo, lo cita tanto di sfuggita, quasi fosse un episodio trascurabile e banale, che il silenzio sarebbe più eloquente. A Gasparri, p.es., tra tantissime sue vaticanesche sviolinate, scappa appena un’allusione-lampo alla più tremenda batosta subita dalla combriccola papale: la liquida in mezza riga come un’irrilevante «sfortunata impresa». Se la vittoria avesse invece arriso ai burbanzosi papisti, l’intero orbe terraqueo tuttora rimbomberebbe delle loro grida di giubilo, con toni assai più alti e sguaiati di quelli usati per la battaglia di Lepanto. È curioso, a proposito, che in duemila anni nessun vero poeta non abbia mai celebrato un qualsiasi pontefice, tanto ogni cosa che sappia del papale è soggetto antiestetico. Quando l’Invencible prese il mare, il clero, non ancor sazio dei suoi innumerevoli fallimenti letterarî, sollecitò il pio Lopez de Vega a stendere dalla tolda di un superbo galeone, versi altisonanti in onore del Gran Prete e di Filippo II. Ma l’arte non si comanda a bacchetta e, per quanto volenteroso, il celebre aedo non riuscì minimamente, per quanti sforzi facesse, ad incensare i due compari incorniciandoli nel più grottesco aborto militare della storia europea, taciuto dalla massa degli agiografi nel timore di sbilanciarsi in grotteschi balletti. Come è capitato al Rendina, secondo il quale Sisto V «partecipa ai finanziamenti dell’impresa», e al contempo invia un… «messaggio di pace, nonostante tutto, al mondo intero, [perché] non avrebbe mai voluto una guerra tra i cristiani, [...] per quanto sia dell’idea che solo la guerra possa essere usata contro Elisabetta, [...e] anche se è convinto che combatterà contro un muro, non ha la forza di credere nei miracoli come Pio V». Dover equilibrarsi sul filo delle contraddizioni in modo così funambulesco può far cadere in permanenti alterazioni psichiche. Anche il Tasso, benché in miseria, benché atterrito e torchiato dall’Inquisizione e morbosamente ossessionato da un’autodifesa aggravata da anni di cupa reclusione, si astenne puntualmente persino dal tentare d’immortalare la più smargiassa delle papali imprese. Eppure ne avrebbe potuto trarre gran giovamento, lui già preso negli ingranaggî del Sant’Uffizio per aver osato permeare di erotismo eterosex la sua Gerusalemme, poi orribilmente sconciata dalla sacra censura mentre il papa si divertiva a deluderlo con la promessa,sempre reiterata e mai mantenuta, di sollevarlo dalla miseria e incoronarlo poeta in Campidoglio
(Lettere del Tasso al card. Gonzaga e al Costantini, 10-06-1590 e 07-02-1591).

(337) Il romano G.B. Castagna (Urbano VII) «scomparve con una morte misteriosa» poco dopo l’elezione, per aver disgustato i cardinali con la mancata offerta del suo patrimonio per corromperli, da lui invece usato per dotare molte ragazze indigenti. Nicolò Sfondrati, di Somma Lombarda (Gregorio XIV), «asceta dai costumi angelici»
(Rendina), non osa rischiare un’altra sonora sconfitta ritentando di assaltare gli Inglesi, ma regna appena in tempo per inviare un esercito mercenario e 15.000 scudi d’oro a Filippo II per istigarlo ad invadere la Francia e schiacciare l’empio suo re Enrico IV, scomunicato per la sua tolleranza verso gli ugonotti. L’emiliano Giovanni Facchinetti (Innocenzo IX), altro generoso finanziatore (coi soldi spremuti agli Italaini) del Regno di Spagna, «muore improvvisamente» dopo brevissimo pontificato per probabile ingestione della solita pozione.

(338) Ippolito Aldobrandini, da Fano (Clemente VIII,
1592-1605), a detta dell’abate Muratori «retto, di gran merito per l’illibatezza dei costumi, elevato ingegno, rara letteratura e pratica degli affari mondani», crea cardinali tre nipoti, uno dei quali quattordicenne. Intensifica il già irreparabile scempio architettonico svellendo molti altri antichi marmi per terminare la costruzione del Vaticano, della Sapienza e del Campidoglio. «Di severa religiosità controriformista» (Gasparri), si appoggia a vere belve umane come «san Roberto Bellarmino, [a cui fa emettere] condanne esemplari come quelle contro Beatrice Cenci e Giordano Bruno» (ib.). Manda a morte la giovane coi suoi fratelli per devolverne, «non scevro da tendenze nepotistiche» (Gelmi), l’ingente patrimonio ai propri nipoti, del resto già da lui alquanto ingrassati con sistematici voraginosi prelievi dal Tesoro di s. Pietro. Alla domanda di Marforio: «Quale delitti avea la casa Cenci pel nostro santo padre Aldobrandini?» risponde Pasquino: «Il delitto d’aver troppi quattrini». A un candido storiografo quei «beni finiti ai parenti del Papa certo danno molto da pensare, [assieme ai] viaggi di piacere dell’irrequieto Clemente» (Rendina), tanto simile nel suo turistico dimenarsi al nostro “santo sùbito” Woitjla, il voracissimo zoccolante arrivato al galoppo dalla steppa. C. si rodeva di rabbia per Enrico IV, che convertitosi al cattolicismo per avere in cambio la corona di Francia, con l’editto di Nantes continuava a proteggere dal criminale clero cattolico i perseguitati ugonotti superstiti, ma in compenso «continuò a provare soddisfazione nelle brame inquisitorie in Spagna, anche se il nuovo re Filippo III era un bigotto privo di concreta mentalità politica» (ib.). Provò grande gioia anche per gli abnormi introiti, allo scoccare del 1600, di «un Anno Santo impressionante: si calcolò che il numero dei pellegrini [in una Roma di poche decine di migliaia d’abitanti] avesse superato il milione» (Gelmi).

(339) Clemente è santo per la «sua trasparenza e onestà, [...] imita Pio V, piange quasi sempre al momento della consacrazione della messa e recita l’atto di dolore più volte al giorno»
(Fabbretti); ma nemmeno durante il giubileo, l’anno del perdono, si astiene da ricatti, omicidî, rapine e roghi di eretici come quello del grande poeta della filosofia Giordano Bruno che, lungamente espatriato, è convinto a rientrare in Italia da un falso amico veneziano, che lo attira nella propria casa e lo consegna all’Inquisizione. La quale, prima di metterlo a morte, lo tortura orribilmente per non aver accettato la verità religiosa di una Terra centro dell’universo trapuntato di minuscole stellucce rotanti attorno ad essa. Verità imposta per enfatizzare l’importanza del papa troneggiante sul presunto massimo corpo celeste, papa semidio piazzato al centro del centro dello spazio infinito. «Timido per natura, conduceva una vita pia ed ogni mese si recava in pellegrinaggio a piedi alle sette chiese principali di Roma» (Gelmi). «Si confessava ogni giorno al pio card. Baronio e diceva messa con gli occhi pieni di lacrime. Umile di cuore e di condotta checché ne dica il Muratori sul suo carattere severo e imperioso» (Henrion). A volte i preti non reggono all’immane fatica delle loro troppe contraffazioni, s’innervosiscono e, come in questo caso, bisticciano e si sbugiardano vicendevolmente. Chissà se l’ipersensibile C. piangeva anche mentre al filosofo Bruno, tradotto al patibolo, faceva trapassare la lingua con un grosso chiodo, conficcato dal mento al palato, affinché non rivolgesse qualche parola al popolo? Se non si commosse affatto fu solo perché, da onnisciente Vicedio qual egli era, aveva previsto che l’eretico, legato al palo, avrebbe sdegnosamente girato il viso, come avvenne, quando un devoto confratello della Misericordia lo avrebbe forzato a baciare il crocifisso, dal clero ridotto volgare emblema della prepotenza papale. Così trattava la chiesa i grandi pensatori e i grandi benefattori del genere umano, quando persino il brutale Mussolini ai fascisti decisi a punire Benedetto Croce, o perlomeno a sopprimere il suo periodico Critica, risponderà seccamente: «Non darò la cicuta al filosofo». E questi lo gratificherà di un’opposizione sempre più blanda, pari alla sua meticolosa prudenza nei riguardi del clero («Lamenteremo noi la strage di s. Bartolomeo, o i roghi dell’Inquisizione, o la cacciata degli ebrei e dei moreschi, o il supplizio del Servet? Le espiazioni che la Francia e la Spagna avrebbero fatte o dovrebbero fare per pretesi delicta majorum è frase di vendicativo giudaismo. La direi persino immorale, perché da quelle lotte del passato è nato questo nostro mondo presente [il leibniziano migliore dei mondi possibile, foriero di… olocausti!]. Aveva ragione Diocleziano o i cristiani? Innocenzo III o gli Albigesi? Gustavo Adolfo o Wallenstein? I cattolici o i protestanti? Bruno o i suoi carnefici? Né l’uno né gli altri, o l’uno e gli altri. insieme»). Che pacchia per i preti, questi intellettuali tanto anticlericali ma altrettanto addomesticabili, come gli antichi membri dell’Arcadia, gran teste ma deboli caratteri! // Ammalatosi di gotta per le sue pantagrueliche scorpacciate di carne e selvaggina, C. morì d’apoplessia sul suo seggio di presidente del tribunale inquisitoriale, da cui ogni giorno emetteva sentenze di morte. Contro gli Ebrei, per più duramente colpirli, a rinforzo della bolla di Gregorio XIII aveva emanato la Cum hebraeorum malitia. Già preoccupato delle troppo trasparenti oscenità e delle troppo grosse bestemmie vomitate dall’Aquinate, egli aveva pure proibito, oltre i quattro vangeli e i sonetti del Petrarca Da l’empia Babilonia ond’è fuggita e L’avara Babilonia ha colmo il sacco, anche l’opera del gesuita Suares per la parte dedicata a s. Tommaso (BREVE INFORMATIONE del modo di trattare le cause del S. Officio per li Molto Reverendi Vicarij della Santa Inquisitione, Modena, 1608). 

(340) Poiché «il card. Federigo in tutto e per tutto emulò il cugino Carlo», il laico (stile Eco) Cesare Cantù, parruccone più papista del papa, li ritrae entrambi santamente impegnati nello sterminare donne, quando «il vulgo operaio, sprovveduto di arti, scarso di pane, [...] tremava delle streghe, le quali si moltiplicavan quanto più eran bruciate». Inversione di causa ed effetto peculiare dei mistificatori clericali. Capeggiare folle assetate di sangue nel compimento delle peggiori atrocità possibili ed immaginabili altro non sarebbe, secondo Famiglia cristiana entusiasticamente turibulante il friggitore di peccatori s. Carlo, che una comprensibile debolezza umana di chi ecceda per eccesso di... cattolica mansuetudine
(25-4-1984). Imputando ai suoi diretti subalterni e all’ottuso gregge i suoi stessi crimini, e fingendo altresì d’umiliarsi chiedendo per loro un generico perdono quasi fosse più colpevole il comandato del comandante, più colpevole chi esegue di chi impartisca un ordine, la turpe sacra gang prende due piccioni con una fava infangando milioni di vittime e assolvendo i carnefici che così smandibolavano dai pulpiti: «Le streghe esistono! Se non esistessero, come dicono gli scellerati eretici, perché ogni giorno noi ne bruceremmo tante?». E a distanza di secoli, il borromaico maxi-assassino era ancora additato dal bieco Wojtila ad esempio di eccezionale bontà. Del restro, per il clero san Carlo è sempre stato un «genio incomparabile che brilla come il sole, salvatore della fede [contro] lo scandaloso commercio col demonio esercitato dalle cosiddette streghe» (P. Berla, «S. Carlo Borromeo e il Ticino», Unione Cattolica Popolare Ticinese, Lugano 1938, con nihil obstat teol. e imprimatur vescovile). Altro che supino cedimento del clero alla «tirannide della [pubblica] opinione» (Cantù)! Altro che «superstiziose reminiscenze del distrutto paganesimo» sopravvissute al trionfo della religione cristiana! Al primo soffio del rivoluzionario vento illuministico le streghe si sono tutte quante dileguate d’incanto. E nell’ improvviso generale crollo delle bugie chiesastiche, persino Cantù rinculava ammettendo che il fedele credeva alle streghe solo perché «le vedeva maledette da sinodi ed esorcisti, processate dai tribunali laici [asserviti al clero, ndr] ed ecclesiastici, condannate, arse»; anche se subito dopo sussurrava, per paura d’esser bacchettato dal prete, che «elle medesime nei costituti o alla corda confessavano i loro patti col diavolo, i notturni convegni sotto i famosi noci, le malattie cagionate con lo sguardo, coi nodi, coi pentacoli. S. Carlo aveva condannate al rogo alcune [!] persone sì fatte, per verità confesse di colpe, tentate con modi assurdi, ma sovvertitrici della morale pubblica e della società. Anche sotto il pontificato di Federico ne furono mandate al rogo per maliarde, e fra altre una Caterina Medici, di Brono [Pavia], bella servente che aveva di sé innamorato il padrone; e i biografi non tacciono come [anche] Federico nelle visite [pastorali] gran guerra portasse a maghi e streghe».

(341) L’enorme tangente fu versata nel
1610 dai Borromei per aumentare, con un santo in famiglia, il loro prestigio, la loro pressione sulle masse superstiziose e il conseguente potere politico-finanziario. Dal biondo coacervo Paolo V prelevò per sé mille pezzi d’oro, i restanti novemila li ripartì equamente tra i diciotto cardinali.

(342) Se tutte le sfere celesti gremite di beati giubilarono per l’efferato massacratore dei Valdesi e di femmine d’ogni età, perché non avrebbero dovuto farlo anche per il non meno sanguinario buon Federigo, che col Sacro macello (
1620) aveva imitato a puntino lo sterminio della notte di s. Bartolomeo sterminando in Valtellina, specialmente a Teglio, Tirano e Sondrio, un gran numero di famiglie evangeliche? La chiesa è tuttora di tale impresa così soddisfatta, che non esita, nelle annuali sfilate in costume, ad esibire uno storico personaggio dal petto ornato da un crocifisso donatogli dal papa per aver sgozzato centinaia di eretici. (v. in ABC la voce Amore)

(343) Alla richiesta pontificia di un’altra grossa montagna di monete d’oro per far santo anche il buon Federigo nonostante tutti i preteschi elogî dei suoi «grandissimi meriti, in nulla inferiori a quelli di s. Carlo», i Borromei gettano la spugna e desistono dalla loro mire. Come il cugino, Federico aveva lottato per mantenere il diritto di attorniarsi di birri arcivescovili armati, aveva spremuto a sangue il popolo, aveva lanciato l’interdetto sul Comune reo di voler allontanare di cinque miglia le risaie dei Borromei che assediavano Milano con miasmi mefitici e nuvole di zanzare. Aveva inoltre imposto ovunque l’esposizione dell’aggrovigliato polposissimo suo blasone di famiglia, sormontandolo persino su quello del governatore sul trono ducale, e aveva torturato e ucciso migliaia di donne per il loro sesso e molti uomini per i loro dubbî sulle ciance chiesastiche. Nel
1622, avendo il sacerdote Ripamonti (di manzoniana memoria) espresso opinioni poco consone alle direttive delli Signori Superiori nella sua Storia della Chiesa milanese, il cardinale doveva contentarsi, per la protezione di alti personaggî della nobiltà accordata all’illustre storico, d’infliggergli solo tre anni di carcere con una sentenza calunniosa, emessa «in odio del prete Giuseppe Ripamonti, per insulti a s. Carlo, negazione dell’esistenza di Dio e dei demoni e frequentazione di eretici, avendo conversato con il poeta Francesco Elli e con altre persone state inquisite dal S. Officio». E, dulcis in fundo, per più infangarlo e per istigar maggior furore plebaico, lo accusava di «avere persino prevaricato di sodomia» (ASMi, Autografi, cart. 153). Nel suo manuale La grazia dei Principi il Borromeo esorta i cortigiani, al nobile scopo di far carriera e quattrini, a gareggiare in piaggeria e spionaggio. La sfrenata avidità ecclesiastica è sempre stata normale, fin da s. Pietro a cadavere di Cristo ancor caldo. San Girolamo, tanto severo, a parole, coi preti rapaci, sotto copertura religiosa depredò spietatamente i poveri ed arricchì i proprî parenti tramutandoli da miserabili pitocchi in tracotanti padroni. E se don Coper vuol far credere avite le superbe ville da lui acquistate e donate ai suoi a Stridone (Vita S. Hier.), è chiaramente smentito dagli infuocati scritti del grande rivale di Girolamo, il prete Rufino, da questi intenzionalmente diffusi nell’Illirico «perché ognun sa come gli uomini saliti in fama, massime se poveri, trovino dispregiatori e detrattori in mezzo a quelli della medesima terra, a’ quali l’averli visti crescere e vestire come tutti gli altri, par buona ragione di non averli in stima» (Tommaseo). Se lo ammette un papistone come il Tommaseo, come non credergli? Il buon Federigo inquisì di persona e torturò l’infelicissima Virginia de Leyva, forzata a farsi monaca appena tredicenne. Seviziata dal buon Federico con la tortura dei sibilli per la gravissima colpa di aver amato un uomo, morì pazza dopo essere stata murata viva per molti anni in una cella di un metro e mezzo priva di finestre (mentre lui, l’uomo di Dio, se la gavazzava allegramente nel lusso più sfrenato coi suoi cinedi). Anche il Tasso, torchiato dalla Santa Inquisizione nonostante le sue alte protezioni, «finì colpito da una malattia mentale fatta d’allucinazioni, di profonda malinconia e di mania di persecuzione» (Grimberg). Sotto le sacre spinte di un prelato, era stato costretto a correggere il proprio capolavoro fin quasi a ridurlo un indigesto polpettone. Il buon Federigo si degnò visitare la cella dove il grande poeta era stato rinchiuso, e nell’osservarlo certamente provò lo stesso perfido piacere gustato poi da Woitjla a tu per tu col tanto da lui “perdonato” prigioniero Alì. In effetti, l’illustre presule godeva pazzamente dei tormenti inflitti al povero Tasso per aver troppo delicatamente celebrato l’amore tra uomo e donna. Godeva anche in affinità al non meno turpe Paolo Diacono, che tracciò un solco invalicabile tra l’espressione artistica e il cattolicesimo, paragonando la sublime letteratura pagana ad una prostituta e la rozza e ipocrita scribacchiatura chiesastica a una divina fanciulla.

XXXIV

(344) Il fiorentino Leone XI muore lo stesso giorno della sua elezione, aprile 1605, grazie al solito (e in perfetta armonia con la data) venefico scherzo da prete. Secondo i sistematici mistificatori egli non decedette assassinato da un rivale, ma «colpito da raffreddore durante la solenne presa di possesso del Laterano» (Gelmi). In conclave abortiscono le trame dell’ambiziosissimo san Roberto Bellarmino, che ripiega nella magra consolazione di vedere eletto il romano Camillo Borghese (Paolo V, 1605-22), suo complice nella condanna del Cremonini e nel tentato assassinio dello storico frà Paolo Sarpi. Usando a mo’ di maglio la stupida testa di Filippo III, il pacifista neopontefice scatena in Europa, per assoggettarla con pretesti religiosi, l’atrocissima guerra dei Trent’anni (1618-48), caratterizzata da continue inaudite carneficine, devastazioni, carestie e persino atti di cannibalismo. L’odio papale per gli evangelici spinge i cattolici Massimiliano di Baviera e Ferdinando di Stiria a compiere immani massacri anche oltre l’area linguistica tedesca. Con la stessa paolina doppiezza, il «banditore di pace» Woitjla saboterà la prima guerra dell’alleanza atlantica contro i suoi fratelli in Allah iracheni sentenziando che «non esiste guerra giusta o ingiusta, essa è sempre ingiusta», salvo poi benedirla ufficialmente, per trarne materiale profitto, all’ultimo momento; ma poi, sempre sulle orme di P., il «banditore di pace» di turno fomenterà con plateali istigazioni, per poter sgomitare a danno dei sopraffatti ortodossi, il sanguinoso smembramento della Jugoslavia, e infine ci appiopperà l’epiteto di «vigliacchi» per coinvolgerci nella sporca bagarre, con strafottente incongruenza da lui battezzata «guerra giusta per la Bosnia» (Corsera, 23-07-95). Un conflitto che tra l’altro c’impegna, a sempre maggior ingrasso vaticano, a mantenere per mezzo secolo un costosissimo presidio militare nei Balcani. Su tutte le guerre il clero ha sempre trinciato giudizî sempre ondeggianti a seconda della sua convenienza. E quando mai, al cospetto del dio Danaro, ha temuto di contraddirsi? Non per nulla il vescovo Talleyrand scrive all’amante, madame de Flahaut, che le «buffonate apostoliche» avranno sempre fortuna finché «abbiamo ancora della brava gente, di certo dei cristiani, sufficientemente ignoranti da mantenere la fede dei loro avi» (Castelot). Per consolidare la quale sembrando buono, magnanimamente P. alleggerì le spese vive fino allora sempre addossate ai carcerati, elencate nella citata BREVE INFORMATIONE, obbligandoli solo se abbienti, a continuare a pagare il notaio, il fiscale, i birri e i boia della Santa Inquisizione e persino il costo d’ogni singola tortura (sic), e annunciando al mondo che «gli Inquisitori non debbano permettere, che i rei poveri paghino cosa alcuna, ne anco a’ Notari, ma ogni cosa si debba fare gratis». Sai che sollievo, per i poveri, essere torturati e giustiziati gratis! E ancora c’è chi dubiti della bontà papale?

(345) Per bocca di frà Paolo Sarpi Venezia contestò la pretesa del clero, mai sazio di privilegî, alla propria immunità nell’ambito dei processi ordinarî. Immunità che tuttora esige specialmente in materia di reati sessuali, sui quali il papa stabilisce che a lui solo, e non agli spregevoli laici, si deve riferire (Corsera, 09-01-2002). Per «mortificare la presonzione [di applicare una legge uguale per tutti] delli governi secolari», è aggredito e pugnalato in una calle di Venezia, colpita da interdetto, il grande storico del concilio di Trento, che cadendo sospira: «Agnosco stilum romanae curiae», riconosco il pugnale [ma anche lo stile] della curia romana. Si acuisce la tensione politica, ma Sarpi sopravvive e la guerra è evitata per un soffio gr4azie alla mediazione della Francia, che convince il Doge a liberare, a scanso di una minacciata sanguinosa crociata, due preti incarcerati come notorî incalliti delinquenti. «Paolo V aveva già sottomesso Genova in una simile circostanza. [Quanto alla dottrina,] pressato di fare un articolo di fede sull’immacolata concezione della Beata Vergine, s’accontentò di vietare l’insegnamento pubblico del contrario» (Henrion). Domineddio doveva essere, al momento, un po’ tentennante, se non proprio in completo stato confusionale. Ovvio quindi che il sedicente suo Vice fosse indeciso anche sul problema della grazia, fino a «concedere libertà ai gesuiti di sostenere la dottrina molinista e ai domenicani di non accettarla, purché entrambi si astenessero da toni polemici» (Gasparri). Assai più lesto e risoluto egli è invece nel rapinare senza ritegno a vantaggio del suo «troppo favorito nipote» (ib.). E Pasquino: «Dopo i Carafa, i Medici e i Farnese / or si deve arricchir casa Borghese».

(346) Così Paolo V demolì un altro grandioso monumento romano. In compenso manifestò tutto il suo entusiasmo per il Sacro macello attuato dal buon
Federigo al fine di «difendere [!] i cattolici della Valtellina dai protestanti dei Grigioni» (frà Fabbretti); ossia per contrastare ad ogni costo, trucidandoli, quel dialogo interreligioso a parole tuttora tanto sguaiatamente sbandierato (v. Yugoslavia ed Irlanda) dall’ineffabile criminal-contorsionista Woitjla. P. approvò le Orsoline e le Visitandine, e fu «papa molto riflessivo, restio da ogni precipitazione nel lavoro e in ogni situazione molto coscienzioso. [Sempre più fomentando guerre di religione] fece affluire nelle casse dell’Imperatore cattolico e della Lega Santa ingenti somme di denaro. [...] Canonizzò il grande arcivescovo della riforma cattolica Carlo Borromeo. La sua profonda venerazione per questo santo è testimoniata dal fatto che, ancor durante il suo pontificato, a Roma furono erette ben tre chiese in suo onore: S. Carolo ai Catinari, alle Quattro Fontane e al Corso» (Gelmi). Fece circolare contro Enrico IV, come innanzi contro Enrico III, un torrente di libelli istiganti apertamente al suo assassinio. E infine il re, reo di tollerare i protestanti, fu selvaggiamente scannato a pugnalate da un frate converso, il fogliante Ravaillac. L’evento provvidenziale entusiasmò i cattolici e atterrì i sovrani piegandoli ai papali diktàt. Tra gli innumerevoli roghi attizzati dal buon P., quello del filosofo naturalista Giulio Vanini, sacerdote pugliese che onestamente negava l’immortalità dell’anima, fu preceduto, sembrando al pontefice troppo lieve il castigo del fuoco, dal taglio della lingua. Col suo entusiastico consenso, nel 1605 in Inghilterra i gesuiti ordirono la congiura delle polveri per assassinare i membri dell’intero Parlamento (sotto le cui cantine, appartenenti a un privato cattolico, furono accatastati trentasei barili di polvere nera), re Giacomo I e tutta la sua numerosa famiglia. Scoperta all’ultimo momento la congiura, la strage fu sventata. Al processo degli arrestati in flagrante, riferendosi ad uno dei loro capi, padre Garnet (il cui trattato, gesuitica bibbia sulla liceità della menzogna, della riserva mentale e dell’equivoco, gli procurò il nomignolo di fabbricante d’equivoci), Dudley Carleton disse a Jon Chamberlei: «Egli tergiversa, tentenna ed equivoca, ma sarà impiccato senza equivoci» (Fraser).

(347) Il bolognese Alessandro Ludovisi (Gregorio XV,
1621-23), eletto grazie ai maneggî del nipote Borghese, «nel giorno della propria incoronazione creò cardinale il venticinquenne nipote Ludovico e gli affidò la direzione degli affari ecclesiastici e politici della Santa Sede. Grande amico dei Gesuiti, istituì la congregazione di Propaganda Fide, con il compito di organizzare le missioni in tutto il mondo» (Gelmi). Riconfermò al Sant’Uffizio l’ordine di «punire [con la morte] tutti coloro che facessero patto col diavolo» e d’incamerarne i beni. Le prove inoppugnabili dell’originalità dell’invenzione papale e dell’ecclesiastica sistematica diffusione delle superstizioni stregonesche si tenta adesso di occultarle con cervellotici arzigogoli gesuitici, che una stampa laica solo di nome servilmente divulga per scagionare il clero e addossarne le colpe alle sue vittime con farneticazioni come la seguente: «...la stregoneria era un fenomeno contadino, rozzo, senza tanti grilli teologici, un tessuto di superstizioni e forse di residui di qualche religione precristiana...» (Il Giorno, Gabutti, 27-10-1994, p.19). O mite, o santa, o tanto calunniata Inquisizione, tanto santa e contro tua voglia «spinta» dall’ignoranza dei popoli a torturare e rosolare… i popoli! 

(348) Sulle prodezze del fiorentino Maffeo Barberini (Urbano VIII,
1623-44), affezionatissimo ai missionari e al tribunale del Sant’Uffizio, i preti stendono un velo pietoso limitandosi a riconoscere, con eroica franchezza, «il suo più sfrontato nepotismo, [...riscattato però!] sul letto di morte da tormentosi scrupoli di coscienza» (Gelmi). Fece subito cardinali e caricò d’oro il fratello cappuccino, due nipoti e il resto del suo famelico parentado con spericolate operazioni finanziarie sulle banche di Bologna, Perugia e Ferrara (Rendina). «Virtuoso e illuminato, soppresse le Gesuitesse e condannò Galileo, un affare in cui brillò per prudenza e moderazione, senza occuparsi dell’ipotesi astronomica nel reprimere il suo umore dogmatico [sic!]» (Henrion). Il tracotante Woitjla dirà poi che «le disgrazie Galileo se le cercò lui stesso, imputabili soltanto al suo carattere protervamente ostinato a non piegarsi». Alla papal televisiva improntitudine, tesa a volgere in burletta le orribili sevizie inflitte al vecchio padre della scienza, fa eco l’intera combriccola dei consumati mentitori, come don Gelmi, secondo il quale Galileo «fu solo minacciato di tortura», o frà Fabbretti, che vuol dar a bere che «fu ridotto ad uno straccio perché solo intimorito e spaventato». Impudenti sparate riduttive per tacere sulla più spietata tortura inflittagli per ordine firmato dallo stesso pontefice. Il quale, riconosciutosi nello sciocco Simplicius del Dialogo sopra i due massimi sistemi, smanioso di vendicarsi lo fece sottoporre al «rigoroso examine», la formula di rito che autorizzava ad ogni e qualsiasi sevizia. L’accecamento finale serviva da deterrente e dantesca pena del contrappasso, spegnendo la luce di quegli occhi che avevano scrutato nei cieli e scoperto ciò che non avevano saputo o voluto vedere i velleitarî «scienziati gesuiti». Il Malleus maleficarum stima «levissimo examine», ossia minimo, primo leggero gradino di tortura, la disarticolazione delle ossa dell’inquisito sospenso alla carrucola per i polsi legati dietro la schiena fino al soffitto e fatto bruscamente ricadere «a poca distanza dal suolo». Pena comunque troppo lieve, secondo l’ineffabile Woitjla, commisurata all’imperdonabile offesa arrecata a un Papa! A un Vicedio! E l’Oltracotante ha insolentissimamente rinnovato, tra qualche farfugliato finto pentimento, la condanna al grande pisano per le sue «troppo premature scoperte», pur degnandosi alla fin fine di elargirgli una magnanima e dall’ottuso gregge applauditissima assoluzione, «per aver egli liberamente [!] promesso [dopo tante provvidenziali torture!] di credere in avvenire solo agli insegnamenti della Chiesa». Avrebbero potuto bruciarlo come milioni d’altri eretici! Perché no? E invece, cedendo alle pressanti istanze del duca di Firenze, U. si lasciò indurre a commutargli benignamente la pena di morte nella segregazione perpetua. Lasciamo dunque, dopo tanta chiesastica generosità, che il buon Woitjla almeno si possa sfogare contro il «brutto carattere» di quel conclamato  eretico! Sfogo tanto legittimo, da ricevere persino l’entusiastico plauso del superlaico Indro Montanelli, abboccante l’amo papale fino a ricalcare il gesuitico cliché secondo cui «ad attirare a Galileo la persecuzione, in realtà meno vessatoria e feroce di quanto poi si disse, più che il suo pensiero fu il suo temperamento», aggiungendo con altrettanta sicumera e infondatezza: «Qualcuno dice che gli avevano strappato l’abiura con la tortura. Con la tortura no!» (Galileo, opuscolo allegato a Il Giornale, 1993). Con superlaici di tal fatta in circolazione si capisce anche troppo perché tanto gongoli il clero!

(349) Mostruosa l’intensificazione dello scempio edilizio operato da Urbano e parenti: Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini, ciò che non fecero i barbari fecero i Barberini
(Pasquino). Tra l’altro, per tradurli in affusti di cannoni e nelle gigantesche colonne a torciglioni per il battistero di S. Pietro, U. strappa e fonde anche le artistiche decorazioni del portico e i magnifici rosoni della volta del Pantheon, nonché le tegole di bronzo dorato che ne rivestivano la grandissima cupola brillando, fin dai tempi d’Augusto, su tutta Roma. // Nel 1632 scompare, a tarda età per nostra grande disgrazia, il buon Federigo, pedissequo imitatore dell’atroce cugino Carlo anche nel dettare il testamento (Bascapè). Dopo aver vincolato tutti i suoi beni «ribadendo la loro appartenenza ai nipoti col vincolo del fidecommesso posto dai suoi predecessori, e successivamente ai figli di costoro maschi di legittimo matrimonio proibendone qualsiasi alienazione, …con garanzia contro eventuali confische per reati commessi dai possessori» (Leonida Besozzi), nomina proprio «erede universale l’Ospedale Maggiore di Milano, come già il santo cugino» (ib.). Ma gli amministratori dello stesso, già atrocemente bidonati da s. Carlo, non erano per nulla felici di ricevere ancora, come fosse altresì un gran regalo, un’altra grande montagna di debiti borromaici. Di conseguenza, «prevedendo che l’Ospedale avrebbe ricusato l’eredità troppo condizionata da oneri, il cardinale nominava suo erede universale il Luogo Pio del Rosario da lui eretto a Milano, [con clausola che] in caso di rifiuto dell’eredità da parte dei suoi protettori, egli vi sostituiva [come difatti avvenne] per metà la chiesa collegiata d’Angera e per metà la chiesa collegiata d’Arona» (ib.).

(350) «L’aspetto fisico di G.B. Panphily [Innocenzo X,
1644-55] era ripugnante a tal punto che alcuni in conclave avevano tentato di dissuadere i colleghi dall’eleggere un uomo così brutto» (Gelmi). Ma era pure un essere alquanto malvagio. Quando le nazioni europee, sfibrate dalla trentennale guerra di religione costellata di spaventose carneficine, carestie e perfino casi di cannibalismo (Wedgwood), firmarono la pace di Westfalia, infuriato per non poter più continuare a schiacciare in un fiume di sangue gli odiati evangelici il Santo Padre, ovviamente sempre gran predicatore di pace non meno di Woitjla & Co., elevò una vibrata protesta col breve Zelus domae meae. Dal nunzio apostolico fece quindi «denunciare il complesso degli accordi religiosi come contrari agli interessi della Chiesa, [...] e condannò solennemente la pace come nulla, illegale, invalida, iniqua, ingiusta, condannabile, biasimevole, insensata, priva per sempre di significato e d’effetto» (ib.). Fece infine circolare la sua inqualificabile bolla tra tutte le corti e i governi, per fortuna resi sordi, dopo tante orribili sciagure, agli scellerati papali ragli d’asino. Intanto il turpe buffone continuava a dar spettacolo davanti alla massa dei «semplici» emettendo, esattamente come oggi i suoi degni successori, i soliti strazianti belati pacifisti. L’eventualità di perdere la sua influenza sull’opulento mercato del Nord inferociva al calore bianco il Santo Padre, che già rimasto a bocca asciutta per il tesoro di S. Pietro molto alleggerito dagli indefessi prelievi di Urbano VIII e relativo cardinae nepote Antonio Barberini (alla morte dello zio fuggito in Francia col suo pingue bottino), trovava magro compenso facendo piazza pulita del rimanente e vietando ai porporati d’uscire da Roma senza il suo consenso, per impedire che pure loro mettessero al sicuro quanto avevano rapinato.

(351) Innocenzo X riputava «scandalose» le proposizioni di Giansenio, ma «era succubo della dispotica donna Olimpia Maidalchini, sposa in seconde nozze del suo fratello maggiore»
(Gelmi; Pastor). La quale batteva in avidità lo stesso papa, che pur «si era arricchito in maniera spregiudicata e insaziabile, non esitando a sfruttare la carestia degli anni 1647 e 1648» (Rendina). Altezzoso con tutti, pecora e schiavo sessuale con la cognata (Gualdi), da lui enormemente arricchita donandole, tra l’altro, il castello di S. Martino al Cimino e il palazzo di piazza Navona. Olimpia lo calpesta, lo umilia e quando egli muore, ricusa di comprargli la bara lasciandolo tre giorni insepolto: già durante la lunga agonia «fu vista fino all’ultimo arraffare quant’era possibile negli appartamenti pontifici» (ib.). Mai, nella storia, tanto ladro fu tanto derubato. E Pasquino: «Finita è la festa / di questa poltrona / di piazza Navona: / chiamatele il boia. / ...È morto il pastore, la vacca ci resta. / Facciamle la festa, / caviamole il core». Solo parole: il popolo, fiacco e superstizioso, non reagisce, e la vacca si ritira indisturbata nel suo castello, dopo essere stata ricoperta d’oro da I. coi più varî pretesti, come l’erezione dell’obelisco di piazza Navona, pagato dagli affamati con una pesante tassa. E ancora Pasquino: «Noi volemo altro che guglie e fontane; / pane volemo, pane, pane, pane!». Per l’eccessiva lentezza del risveglio laicista, continuava frattanto a prosperare la Santa Inquisizione, di cui Turberville cita 150 funzionari in servizio attivo nel solo tribunale di Maiorca, soggiungendo però stranamente che «al Sant’Uffizio non era ormai concessa alcun’effettiva incombenza», come se fosse davvero credibile l’esistenza di tanti inquisitori, strapagati, rifocillati e ricolmi di privilegî fiscali, associata all’assurda supposizione di una loro più o meno benevola inerzia. È vero d’altronde, che la trista istituzione cominciava sì ad esporsi più cautamente, ma il progressivo occultamento dei suoi crimini, durati fino al XIX secolo, non ne diminuiva affatto la ferocia (Loumanousky). Lautamente pagati erano anche i sacri ispettori che - continua Tourbeville - «controllavano minuziosamente i registri e visitavano le prigioni». Ma non andavano certo ispezionando fogli bianchi e prigioni deserte se, per restare nella piccola Maiorca, egli stesso ricorda che nel 1691 col supplizio di «37 individui ricaduti nell’ebraismo tre furono bruciati vivi, e gli altri strangolati prima che i loro corpi fossero dati alle fiamme» (ib.). I registri inquisitoriali sequestrati in Spagna per un soffio dai sopraggiunti fulminei Francesi (già dal 1788 il Vaticano, fiutando aria di rivoluzione, ne ordinava ovunque l’incenerimento) provano che la chiesa, tanto santa da far sempre recitare alle sue vittime il Credo prima della tortura (ib.), quando voleva far sparire segretamente qualcuno ne incaricava la Gorduña, l’iberica potentissima organizzazione a delinquere da lei partorita e divenuta a sua volta  mater et magistra della cattolicissima Mafia. Tuttora i commercianti affiliati all’italica onorata società, dai crocifissoni d’oro ciondolanti sotto la camicia, giornalmente si fanno il segno della croce e baciano le prime banconote guadagnate mettendole da parte per il prete.

(352) Il senese Fabio Chigi (Alessandro VII, 1665-67), ex inquisitore a Malta, con tipica logica fratesca… «detesta il nepotismo ma [...] nomina il fratello Mario generale delle milizie e il nipote Agostino castellano di Castel S. Angelo. E infoltisce il sacro collegio con [altri] due nipoti» (Fabbretti). Ormai tutto è consentito, fidando sull’ormai totale rimbecillimento del gregge, ai sacri turlupinatori, persino il paradosso di bollare un papa sfrenato nepotista e al contempo osannarle come irreprensibile antinepotista. Con altrettanta sfrontatezza “subito santo” Woitjla chiede, in nome della chiesa, «perdono per gli errori commessi da alcuni [chissà quali!] cristiani» (e le turbe, ammirate, lodano la sua onestà), quasi che la poderosa pia congrega delinquenziale, da lui benignamente ridotta ad alcuni sparuti fantomatici individui, fosse composta solo di strani misteriosi laici e non (come in realtà furono, sono e sempre saranno) soprattutto di papi, cardinali e cosiddetti santi. Molto divertente anche il gesuita Oliva, che sentenziava dal pulpito, a giustificazione delle enormi ruberie ecclesiastiche, che «il papa avrebbe commesso un peccato se non avesse chiamato a sé i nipoti» (Rendina). Nel 1517 il banchiere Agostino Chigi, parente del pontefice, edificò una villa di delizie da Raffaello ornata coi nudi di Amore e Psiche, e che passò poi al card. Farnese (la Farnesina). Frattanto, A. completava il colonnato di S. Pietro e faceva fondere, svellendo altro bronzo dagli edificî classici, la cattedra dell’apostolo. E tra l’altro si divertiva assistendo alla periodica Corsa degli ebrei, a cui questi «dovevano partecipare bersagliati dalle immondizie e dagli insulti lanciati dai cristiani» (Waagenaar). Con tale caritatevole trovata il papato rimpiazzava del tutto gratis i costosissimi giochi circensi allestiti dai Cesari. Assecondando i gusti della peggiore feccia plebaica, la distraeva così dai suoi incessanti assassinî, rapine e scempî. Ancora nel 1913 la gerarchia papista d’Inghiterra accuserà gli Ebrei come «uccisori rituali di bambini cristiani», e un anno dopo Civiltà cattolica, infuriata per lo smascheramento di sì infame calunnia, inveirà contro il corruttore «oro giudaico». Nel 1939, in parallelo con l’ipocrita pacifismo papale, il fondatore dell’Università cattolica del Sacro Cuore, padre Agostino Gemelli, sobillerà con l’ovvio tacito consenso vaticano, le mugghianti moltitudini contro le «consorterie giudaico-massoniche» e contro il «popolo deicida» (De Felice, Mussolini il duce). E dal ‘42 l’arcivescovo di Leopoli manderà regolari relazioni a Pio XII sul massacro degli Ebrei, senza che il torvo Vicedio, già da allora con acrobatica capriola tradendo i vecchi compari nazifascisti e già vendutosi sottobanco ai vincenti Stati Uniti, muovesse un dito o dicesse una parola per tentare d’impedirlo. 

(353) Le mene gesuitiche fanno presa sull’ottusa Cristina di Svezia, che abiura il cristianesimo per convertirsi al papismo. Tra l’indignazione dei sudditi trasloca a Roma portando con sé i suoi tesori, ed è ricevuta pomposamente da Alessandro sotto la volta di Porta del Popolo sormontata dalla fresca iscrizione: Felici faustoque anno salutis 1655. La brutale virago se la spassa in Vaticano tra orgiastici festini e partite di caccia. Ma il papa vuole servirsene per ricuperare la Svezia protestante e la fa tornare a Stoccolma a rivendicare, nonostante la volontaria abdicazione, i suoi diritti dinastici. Ai pastori luterani che le si oppongono ricordandole che Alessandro minacciava dell’inferno le loro anime, essa replica: «Le vostre anime, dite? Poveri idioti! Il Papa, io lo conosco meglio di voi: di tutte le vostre anime prese in blocco non darebbe nemmeno quattro soldi!» (Quilici). Fallita l’ignobile missione, rientra a far «la regina delle feste del mondo romano» (Castiglioni) e tra l’altro si dà alla penna con la quale, ispirata dallo Spirito Santo, imbratta carte su carte con uggiose melensaggini. Nel frattempo, in una Francia dove gli illuministi cominciano a stigmatizzare arditamente il terrorismo religioso, Molière con il suo Tartuffe smaschera senza reticenze l’ipocrisia dei preti. Che reagiscono furiosi, ma non riuscendo ad arrostire il grandissimo artista protetto dal re Sole, lo infangano con ogni sorta di calunnie, come gli immaginarî rapporti incestuosi con la propria figlia. Premono quindi sulla vecchia e stolida regina madre, affiliata alla confraternita del SS. Sacramento, che alla fine strappa al re il divieto di rappresentare in pubblico l’immortale capolavoro. Subito sepolto nel silenzio, andrà in scena solo dopo molti anni, drasticamente censurato, modificato, edulcorato ed annacquato ad usum Delphini. Invece dell’anguillesco pretacchione amico di famiglia che, non pago di cornificare il pio marito con cattolici ben assestati ritmici colpi alla moglie e alla figlia, infine gli sottrae pure l’intero patrimonio, nella versione forzatamente rimaneggiata catolice modo (la sola tuttora permessa) il dolce reverendo è surrogato da un laico finto devoto insidiatore della sola moglie, e il finale è addirittura radicalmente ribaltato con l’intervento del deus ex machina re Sole (del tutto assente nell’originale) che dalle nuvole cala in scena a punire il falso amico, a salvare la borsa al marito e ad assicurare l’integrità sessuale alla moglie, mutata per l’occasione in una novella casta Susanna, o virginale Maria Goretti ante litteram che dir si voglia. 

(354) L’ «ottimo», a detta di frà Fabbretti, Giulio Rospigliosi (Clemente IX,
1667-69), comprata la tiara con 600.000 scudi d’oro, iscrive nel proprio blasone l’eroico motto Aliis non sibi clemens (clemente con gli altri, non con se stesso). In effetti, sempre più incalzato dalla reazione illuminista, è costretto a smettere d’infierire contro i giansenisti e deve persino adattarsi ad abolire la barbarica corsa degli ebrei. La sola pecca, del resto comune a tutti i papi, da cui non riesce in alcun modo a liberarsi, è l’eccessiva bramosia del danaro, che rastrella senza un attimo di respiro per arricchire il più possibile se stesso e la propria vorace famiglia. Crea Generale delle milizie il fratello Camillo, Castellano di Castel S. Angelo il nipote Giacomo e Generalissimo della Chiesa il nipote Vincenzo. Ergo, adesso i preti pretendono farci credere che C. «fu immune dal nepotismo dilagante nella sua epoca»! Mandò Vincenzo a capeggiare una potente flotta contro i Turchi che assediavano Candia, ma benché particolarmente protetto dal cielo, il nuovo ammiraglio, insignito del titolo di Difensore della Santa Sede, al solo profilarsi delle vele nemiche gira la prora e pianta tutti quanti in asso dandosi a precipitosa  fuga.

(355) L’ottantenne romano Emilio Altieri (Clemente X,
1670-76) si lascia in ogni affare guidare dal cardinal nepote Paluzzo Paluzzi, che vince i Turchi e, «sazio di favori e denaro, [alla morte dello zio gli] fa erigere un monumento in S. Pietro» (Fabbretti). E Pasquino, del Paluzzi e del defunto ci tramanda: «Qual di lor fosse papa io non so come, / ché il primo ebbe il potere e l’altro il nome». // In Francia, a furia di strafare, il clero subisce finalmente un imprevisto scacco: Luigi XIV per ritorsione contro le minacce di guerra rinnovategli da C., toglie il veto al Tartuffe, che la chiesa pretendeva fosse sempre in vigore per paura che, benché pesantemente manipolato dalla censura, potesse in qualche nodo far trapelare un po’ di vero. Molière lo rappresenta assieme al Borghese gentiluomo, una parodia dei borghesi velleitarî che punge anche i nobili («Je me moque de leur qualité», a.IV,s.II) e nella quale sfugge agli occhiuti censori un’allusione alla bigotta regina madre: «Une vieille tante, qui veut à toute force que la seule approche d’un homme deshonore une fille, qui perpétuelment nous sermonne sur ce chapitre, et nous figure tous les hommes comme de diables qu’il faut fuir» (a.III,s.X). Lo stesso Molière lascia scritto che quando fu rappresentata davanti alla corte la farsa blasfema intitolata Scaramuccia eremita, un grande principe dicesse al re Sole, sorpreso che di essa nulla dicessero i preti tanto scandalizzatisi del Tartuffe: «La ragione di questo fenomeno è che la commedia Scaramuccia schernisce Dio e la religione, cose delle quali questi signori non si curano affatto, ma quella di Molière schernisce loro stessi, cosa che non potranno mai sopportare».

XXXV

(356) Benedetto Odescalchi, di Como (Innocenzo XI, 1676-89). «Già in vita lo si riteneva un santo, [...] impose al Bernini di rivestire la Verità nuda sulla tomba di Alessandro VII, proibì i divertimenti carnevaleschi, le recite teatrali e le rappresentazioni operistiche» (Gelmi). Era detto con facile gioco di parole Insatiabilis belua per la sua estrema malvagità e l’equivoca intimità col card. Cibo. Pasquino: «È l’Odescalchi un’affamata fiera, / che chiede cibo ognor, da mane a sera», e geme: «Se parli, la galera; se non parli, il S. Ufficio, se scrivi, la forca». Il papa che in odio all’umanitario editto di Nantes si era «opposto con tanta fermezza alle prepotenze [!] di Luigi XIV» fino a farglielo revocare, «non infierì» tuttavia, secondo i compiaciuti vaticanisti, contro il mistico quietista Molinos: lo condannò solamente... all’ergastolo. «Inflessibile di carattere, [...] se avesse avuto vedute più giuste, o più esatte, avrebbe potuto fare più del bene, indubbiamente; ma non è questa una buona ragione per dimenticare o contestare il merito di ciò che di bene realmente fece: abolire in perpetuo [!] il nepotismo con una bolla firmata dal sacro collegio» (Henrion). Non sopportandone più l’arroganza prende le distanze da Roma la chiesa francese, affermando con la Dichiarazione del clero gallicano la superiorità dei concilî sul papa, di cui nega l’infallibilità mentre riconosce l’indipendenza del potere laico dall’ecclesiastico. Sulla crudeltà papale ancora Pasquino: «Io non ritrovo ancor nei vecchi annali / bestia peggior, che sotto hipocrisia / col sangue altrui tingesse il becco e l’ali». In uno splendido mausoleo eretto in S. Pietro ora riposa, beatificato da Pio XII nel 1956, colui che coi più vili ricatti fece revocare la libertà di culto garantita da Enrico IV e che convinse, per contrastare l’avanzata illuminista, l’indocile re Sole a perseguitare i superstiti ugonotti, a vietar loro di emigrare, a gravarli di pesantissime tasse, a colpirli con le dragonate, ad abbatterne le chiese e rinchiuderne forzatamente in convento i figli dai cinque ai sedici anni.

(357) Il pontificato dell’ex inquisitore veneziano Pietro Ottoboni (Alessandro VIII, 1689-91) fu, alla faccia della bolla antinepotista d’Innocenzo,  «offuscato da un nepotismo esagerato. Non per niente gli sono state messe in bocca le parole: Affrettiamoci per quanto possibile, ché son già scoccate le ventitre» (Gelmi). Messe in bocca, dice l’astuto gesuita! Ma da chi, se non dal papa stesso a se stesso? Non diversa la tattica fratesca: «Nepotista frenetico, [...] orchestra una fitta rete di nipoti e di altri parenti per sostenere il suo potere sovrano, il prestigio e le casse della famiglia. [...] Tuttavia, anche A. fa qualcosa di buono per l’istituzione ecclesiastica, opponendosi alle libertà gallicane e ottenendo la restituzione della città di Avignone» (Fabbretti). Prepotenze, ricatti e rapine cattolicamente intese come… «qualcosa di buono». Al clero A. piace assai anche perché egli non mantenne, ad affare concluso col re Sole, la promessa di liberare dall’interdetto la chiesa di Francia, rinviandone beffardamente la revoca sine die con l’emissione di una serie di vane bolle («Aux promesses d’Ottobon / ne soyez pas crédules; / je connais le Pantalon / et vous n’aurez che la chanson / des bulles, des bulles, des bulles» (Anon.).

(358) Antonio Pignatelli, di Spinazzola, Bari (Innocenzo XII,
1691-1700). Per aver «represso violentemente ogni forma di favoritismo, proibendo la vendita e il commercio degli impieghi della Camera apostolica, [e] l’arricchimento dei parenti del Papa» è antipaticissmo al clero, che gli rimprovera anche la sua avversione al fanatico «Fenélon, che peccò per eccesso di amore divino, come chi lo combatté [appunto il Pignatelli] peccò forse per difetto di carità» (Henrion). Per non aver egli a sufficienza tutelato tutti i loro loschi maneggî i preti si vendicarono, quando pensare con la propria testa era (del resto non molto diversamente da adesso) il massimo dei delitti, «crimen maximum omnium delictorum» (Canosa), accusandolo di «deviazione» e di «marcia eresia». Sacrilega era per loro soprattutto la sua tolleranza dell’uso della ragione, che poteva intaccare la credulità nelle favole jeratiche e mettere a rischio l’ininterrotto afflusso di danaro al Tesoro di S. Pietro. 

(359) L’urbinate Giovanni Albani (Clemente XI,
1700-21) era tanto «rispettoso delle altrui opinioni, della scienza e della letteratura», da condannare come opera demoniaca il Discorso sulla libertà di pensiero del Collins e da incitare, con la bolla Unigenitus, a continuare l’implacabile persecuzione dei giansenisti. Frattanto, gli spiriti umanitarî, incoraggiati dal rovinoso crollo del massimo bastione militare papista, l’Impero spagnolo, costretto a cedere persino Gibilterra alla Gran Bretagna, passano a un più deciso contrattacco. Anche la moda subisce radicali cambiamenti: non più ruvide fasce per comprimere e far sparire i seni muliebri sotto funeree vesti, ma corsetti che assottigliano la vita esponendoli addirittura seminudi. Il clero nasconde a stento il suo furore, ma deve adeguarsi, sia pure a denti stretti, all’evoluzione dei tempi ed arretrare anche sul piano politico, tanto che a C. conviene, invece di premiarli come poco innanzi avrebbe fatto il papato (e farà poi Woitjla col truffaldino mons. Marcinkus), permettere che siano giustiziati i preti Rivarola e Volponi motteggiatori dell’illuminismo e del potentissimo Stato francese. Il quale, benché cominciasse a disprezzare apertamente il clero, per la sua forza e ricchezza faceva enormemente gola alla sempre più puttaneggiante cattolica chiesa, nonostante l’accentuata divergenza di idee dispostissima ad offrirglisi sposa, pur continuando a tenere il piede in due staffe per non interrompere il larvato flirt coll’Impero spagnolo, indebolito per la guerra con la Francia, ma pur sempre utilizzabile come logora ruota di scorta. Per questo C. non cessa di aiutare sottobanco Madrid nei suoi sforzi militari «con sussidi dei beni ecclesiastici» (Rendina), che al clero del resto non costano proprio nulla perché cavati, come al solito, soprattutto dalle tasche degli Italiani. Quando il sotterfugio è scoperto, ancora una volta il Vaticano ne fa pagare lo scotto al nostro popolo, punito con un’ennesima invasione straniera e con sanguinose devastazioni soprattutto nelle Romagne (1707-09).

(360) L’estroso abate Servien conclude la sua eccezionale carriera amatoria nel
1716, colto da apoplessia in un camerino dell’Opéra di Parigi, santamente avvinghiato al focoso ballerino Marcel. 

(361) Tra tanta virtù, il re Sole inorridiva delle atrocità ecclesiastiche sfrenatamente perpetrate dopo la revoca dell’editto di Nantes, come l’assassinio legale di Jean Calas, buon padre di famiglia ugonotto accusato di delitti a cui, come provò Voltaire, era del tutto estraneo. 

(362) Anche il suo prozio, austero priore, negava il dio antropomorfo fabbricato dai preti, del resto tutti quanti cinici atei, come l’ineffabile don Livio, direttore e spumeggiante vedette della papal Radio Maria, che esorta le affamate vecchiette a digiunare e a limare ferocemente le loro già miserrime pensioni per versare congrue offerte nelle banche italiane e svizzere da lui indicate. Lo sghignazzante reverendo è solito affibbiare patenti d’imbecillità agli umanitarî e agli atei (benché meno graniticamente atei di lui) laici, difficilmente accalappiabili.

(363) Tutti i codici penali imposti dal clero, che giura di credere in Dio, alle nazioni cattoliche, puniscono assai meno duramente le offese alla divinità che quelle rivolte a qualsiasi membro dell’atea sacra congrega. Che quando aveva poteri illimitati si contentava, tanto per salvar la faccia, di spremere qualche soldo ai bestemmiatori non recidivi, ma spogliava senza indugî di tutti i beni ed ammazzava con raffinate sevizie quanti esitassero, anche una sola volta, ad inchinarsi ai suoi piedi.

(364) Michelangelo Conti, di Poli, Roma (Innocenzo XIII,
1721-24), «compagno di bagordi e di vizî del famigerato abate Dubois» (Monticelli), che elevò alla porpora. Anche «un favore, pur condannando il nepotismo, al fratello Bernardo Maria non poté rifiutarlo, e lo creò cardinale» (Rendina). Ma non condivideva pienamente certi eccessi dei gesuiti, come l’invidiosa trovata di legare campanelli sotto i letti degli indios per poter accorrere, avvertiti dagli squilli, ad interromperne i loro «peccaminosi accoppiamenti». La cosa divertì Voltaire ed ispirò ad un anonimo aedo l’esilarante canzone Pellegrin che vien da Roma, storia di un oste che con tale sonoro espediente sorprende la moglie cattolicamente sbattuta da un devoto itinerante. Ad I. fu fatta ingerire la solita pozione anche per non aver dato sufficiente appoggio all’affarismo dei loyolani, famosi fabbricanti d’equivoci, i quali in Cina facevano adorare Cristo nelle statue di Budda e Confucio, e si prestavano «col massimo scandalo a far da birri e da carcerieri» (decreto di Propaganda fide, 1723). Ma non va, tuttavia, a sua gloria l’aver anch’egli attivamente partecipato alla distruzione degli «ancor cospicui resti di maestosi edifici del tempo di Aureliano» (Gregorovius)

(365) Il frate Pierfrancesco Orsini, di Gravina di Puglia (Benedetto XIII,
1724-30), assecondando chi reclamava un carcere per rinchiudervi almeno i preti più delinquenti, si alienò l’affetto del Sant’Uffizio, che «fece naufragare tutte le sue iniziative». Non riuscì ad ammansire la bieca istituzione nemmeno lasciandole tra le grinfie Pietro Giannone, autore del Triregno e dell’Istoria civile del regno di Napoli, che auspicava l’abolizione del papato per rimuovere la prima causa dell’oscurantismo, della miseria e di un’infinità di abusi fisici e psichici. I vaticanisti tacciono compuntamene su tutte le traversie dello storico insigne, ma si premurano, come il Rendina, di ricordare con larghezza di dettagli che B. fece costruire la scalinata di piazza di Spagna ed intervenire l’Inquisizione contro le giocatrici del lotto. Né fiatano sulla definitiva demolizione del Septizonium, l’imponentissimo monumento che quando intorno al Mille si ergeva ancora su ben sette ordini di grandiose arcate, faceva rimpicciolire, quasi dimezzandolo, il non lontano Colosseo. Insuperabili trasformatori dell’oro in sterco, i reverendi hanno rovinato irreparabilmente il nostro più antico, prezioso, ineguagliabile patrimonio storico e artistico, recando un danno immenso all’Italia. Il pochissimo, anzi il quasi nulla rimasto, lo dobbiamo all’impari lunga lotta degli umanisti e degli illuministi, sempre inascoltati e spesso perseguitati ed arsi come eretici. Rammollito succubo dell’ignorante bellimbusto Coscia, figlio del suo barbiere, B. gli conferì il cappello cardinalizio. E il giovane «abusava della fiducia accordatagli in maniera vergognosa» (Gelmi) da un papa tutto concedente al suo caro cinedo, che la faceva da padrone. Quando lo schiavizzato Vicedio morì, mentre il Coscia «si salvava con la fuga dalla giustizia sommaria del popolaccio» (Henrion), fu deposto in un fastoso mausoleo in S. Maria sopra Minerva, e Pasquino ne scrisse l’epigrafe: «Racchiude quest’avello / l’ossa di un fraticello / più che amator di santi / protettor di briganti». E adesso Gasparri tra i baracconi da fiera vaticanista si produce in  queste contorsioni: «...pontefice non molto popolare, fu giudicato forse in modo ingiustamente negativo dai contemporanei per il potere dato a funzionari corrotti ed estranei alla burocrazia pontificia». Anche sotto B. il clero, non bastandogli il possesso di un terzo dei beni in Europa e della quasi totalità nello Stato pontificio, spremeva tutti all’osso gratificandoli con incessanti raffiche di fasulli miracoli. Tra i più clamorosi, quelli del defunto Francesco de Paris: per esserne graziati bisognava strofinarsi sulla sua lastra tombale nel cimitero di Saint Medard, dove affluivano folle strabocchevoli al seguito di religiosi che si esibivano in spasmodiche convulsioni e dimenamenti, strappandosi le vesti e urlando come pazzi. Per godersi lo spassoso spettacolo di preti, frati e suore che muggendo si rotolavano seminudi, la fiumana dei pellegrini s’ingrossava a vista d’occhio, e il clero faceva affari d’oro ammucchiando offerte su offerte e vendendo a carissimo prezzo le moltiplicate reliquie del Paris. Finalmente, nel 1732, il re Sole impone al card. Fleury la cessazione del grottesco imbroglio. Provvedimento secondo lo pseudolaico docente statale Di Nola «sconsiderato», perché oltre a provocare i clericali ad affiggere questa sarcastica iscrizione: «Per ordine del re, divieto a Dio di operare miracoli in questo luogo», «le convulsioni continuarono a verificarsi, estendendosi ampiamente nel Paese, ed ebbero il loro epilogo probabilmente soltanto ai principî del sec. XX in una pratica segreta che si sottraeva al controllo della polizia e delle autorità ecclesiastiche» (Corsera, 07-95-95, p.38). «Sconsiderato» come il primo tentativo (fallito) di un giudice di confrontare il DNA del sangue (dimostratosi maschile) della madonna di Civitavecchia con quello dei suoi furbastri custodi. Empia richiesta che aveva irritato anche un altro laico sui generis come lesiva del «diritto [dei devoti] di non ragionare» e, per converso, di quello ecclesiastico di abusare dell’altrui imbecillità: un’esecrabile «negazione della libertà meritevole di arresto immediato!» (Can.5, Sgarbi Quotidiani, 01-05-95).

(366) Negare il dogma della Trinità addirittura nel suo testamento olografo, aperto dopo la sua canonizzazione nel
1737, fu l’incredibile beffa giocata sia al clero sia ai creduli dal santo dei poveri Vincenzo de Paoli.

(367) Lorenzo Corsini di Firenze (Clemente XII,
1730-40) approfittando dell'estinzione della linea Farnese pretende l’avocazione a sé del feudo di Parma e Piacenza, ma ne è impedito da Carlo di Borbone. Papa estrosamente eterosex, «manteneva una puttana di piazza Scossacavalli, una certa Clarice» (Rendina). E Pasquino: «Quando il tenero Corsini / se ne va dal caro bene, / lo ritrova in tante pene / che staccar non se ne può». Nel ‘37 scomunica la neonata massoneria italiana, la minaccia di gravi pene (non solo spirituali) e la costringe alla clandestinità per impedirle la diffusione del principio di tolleranza e di ricerca del vero. Spinge i Savoja ad attirare con un subdolo tranello Pietro Giannone, rifugiato a Venezia, in Piemonte, per farlo languire nelle cerceri del castello di Torino fino alla morte. L’Inquisizione strappa l’abiura al grande storico, ma Vittorio Amedeo II non ne concede l’estradizione a Roma affinché non sia torturato e assassinato, vieta di sottoporlo a sevizie e gli permette di scrivere liberamente. Come il conte Alberto Radicati da Passerano, per le cui idee fu lungamente e accanitamente braccato dai sicari ecclesiastici fino alla sua tumulazione nel cimitero dei poveri di Amsterdam, Giannone vedeva nel papato la più nefasta di tutte le istituzioni. Il Radicati (sul quale nella nostra laica Repubblica continua a gravare un vile vergognoso silenzio) nel supremo interesse della Nazione auspicava nei confronti del clero queste sacrosante indispensabili misure: riduzione numerica, confisca dei beni, tassazione degli introiti, divieto d’insegnare nelle scuole d’ogni grado, divieto di sollecitare (eufemismo  per estorcere) e accettare donazioni, condanna dei cosiddetti direttori di coscienza (che approfittano del loro ruolo anche per screditare lo Stato), abolizione del diritto d’asilo (istituito per proteggere i peggiori criminali e spartire con loro il bottino), soppressione dell’Inquisizione e delle confraternite sue fiancheggiatrici (come quella poi camuffata col nomignolo di Mafia), diminuzione delle feste religiose, ridistribuzione popolare delle terre e loro equa tassazione senza più esentarne il clero.

(368) Data l’indubbia intelligenza di Clemente XII, tanto più sono esecrabili i suoi delitti, che al solito lasciano del tutto indifferenti i vaticanisti, benché commossi fino alle lacrime al pensiero d’aver egli fondato «in Napoli un istituto per educare al sacerdozio i giovani cinesi».