XXXVI

  Il tondo bolognese Lambertini,
uscito da conclave trimestrale,
sdegnava conversare coi cretini
persin durante i dì di carnevale.
Prudente, non usciva dai confini
e reputava errore madornale
favoleggiar di miracoli e draghi,
di velo di Veronica e re maghi. (369)
  Ma pure lui non resistette molto
a la comune tentazion dei preti:
infinocchiare l’allocco e l’incolto.
Lo fece per tentar di tener cheti
quei che frignavan con dolore stolto
pel declinar dei catto miti vieti,
e partorì la balla dei cristiani
nel Colosseo da belve fatti a brani. (370)
  Sotto ‘l suo regno il corrucciato Dio,
il qual in uggia avea la religione,
decise di punir il clero pio
in un con lo stordito credulone;
e progettò di far con tramestio
immenso di romani polpettone,
affinché fosse alfin spazzata via 
per sempre la papale idolatria.
  Ma riflettendo poi che niun romano
in nessun caso fu da alcun veduto,
con tanti papi a portata di mano,
lasciarsi mai dal lor sedurre liuto,
e che cadendo papa da divano
nessun quirite gli darebbe aiuto,
perfezionò l’idea sua già birbona
il fulmin devïando su Lisbona.
  Aveva la città duecento chiese
e un clero giorno e notte indaffarato
nel maledir luterano, valdese,
libero pensatore a perdifiato. 
Non v’era al mondo alcun altro paese
dove ‘l papato fosse più onorato,
ma ne l’autunno del Cinquantacinque
l’Eterno disse: «Basta a chi delinque!». (371)
  Sobbalzar fece giusto a l’ore nove
la terra nel mattin di Tutt’i santi,
quando a novembre tira vento o piove.
I reverendi con altri birbanti
di bel gorgheggio davano le prove, 
tra le vetrate vibranti ai lor canti,
ma a soverchiar il do di tanti petti
Dio fe’ crollare muraglioni e tetti.
  I pii fûr triturati da colonne,
o messi sotto pressa da le volte
cadute a spiaccicar tonache e gonne:
tutt’impastati come molli torte
finiro preti, penitenti e donne
attorcigliati a monache travolte
con tutta la cattolica congerie
nel rovinio di polvere e macerie.
  Coloro che, scampati al terremoto
ed a l’incendî scoppiati ‘n più punti,
raggiungono la riva, fanno voto
di digiunar e farsi magri e smunti
con spirto dal danaro più remoto.
Ma quand’a l’acqua salvi sono giunti,
Colui che se ne frega del devoto
li fa tutti ‘nghiottir dal maremoto.
  Da gigantesca son sommersi un’onda,
bastione immane, mentre inginocchiati
rendono grazie al Ciel con voce fonda,
laceri, sporchi, stanchi, assiderati,
d’averli accolti su la nuda sponda
salvandoli dai templi diroccati.
Così si spense ‘l loro prego vano
nel sordo rifluir de l’Oceàno. (372)
  Fin dai lontani tempi di Pompei
non erasi mai vista tanta strage.
Che ‘l Ciel volesse vendicar li ebrei
e i tanti abbrustoliti su la brage
perché credenti ‘n più benigni Dei?
È un fatto che, al di fuori de l’ambage, 
mai come allora tanti bacchettoni
pagâr il fio di papistiche azioni.
  Siccome un po’ dovunque i gesuiti
a fin di bene, con sottili ‘mbrogli
seminavano caos, disastri, liti,
strappavan i mariti da le mogli,
rendevan padri e figli ‘ncolleriti
e sel nettavano co’ sacri fogli,
l’astuto e accorto Tredici Clemente
fe’ mostra d’ignorar ogni ‘ncidente.
  Ma i principi, i monarchi e le nazioni,
da vespe tormentati sì feroci,
avendone oramai pieni ‘ coglioni
levarono a l’unisono le voci
e minacciaro i tristi ‘ntrufoloni
d’espellerli coi lor veleni e croci.
Ma ‘l papa allor sbuffò: «Moderazione!
Lasciatemi studiare la questione!». (373)

XXXVII 

  Studiò tale question tutta la vita,
e quando fu sepolto e putrefatto
ancor stava insoluta la partita. (374)
Ma non fu ‘l nuovo papa sopraffatto
da la minaccia de le adunche dita
esperte nel versar pozion nel piatto,
e più temendo l’ira del Borbone
firmò la sospirata soppressione.
  Naturalmente male glie n’incolse,
e nel gustar un semplice risotto
ci restò secco e li occhi ambi stravolse,
ché ‘l gesuita che l’aveva cotto
nel sugo de l’intingolo disciolse
una pozione, la quale in un botto
spacciò l’autor d’abolizion supina
dei languidi cantor de la Sistina.
  Prima di lui ‘ pontefici romani, 
quelli dotati di più fin udito,
guaïvan di piacere come cani
al suon più che di canto, di vagito:
per eccitarsi coi concenti strani
da gola emessi d’un inorecchito,
con lama bianca e impugnatura gialla
gli recidevan l’una e l’altra palla. (375)
  Pio Sesto, papa intransigente e altero,
quando fu presa e rotta la Bastiglia,
«Il cielo» sibilò «diventa nero
e amara deglutir devo pastiglia».
Contro la libertà fu battagliero,
ma poi dovette darsi a la bottiglia,
e trattenuto sotto scorta in Francia,
atteggiò a duolo la paffuta guancia. (376)
  Frattanto, s’era spenta la gran luce
che illuminato avea tutto ‘l pianeta:
sbirciato da baffuta donna e truce,
un’infermiera senz’alcuna pieta 
al papa sottomessa donno e duce,
tornò Voltaire a la primiera creta:
dolcissima quell’ora fu e ineffabile
pel clero che memoria non ha labile. 
  Durante l’agonia, preti solerti
a ondate successive a lui dintorno 
sciamavan ilari, siccome esperti
nel fare balenar l’eterno forno;
ma poi confusi, scarmigliati e incerti
fuggivan rattamente per lo scorno,
strappando invece di ritrattazioni
al moribondo solo imprecazioni.
  Perciò lo sottoposero a tortura 
per mano de l’ignobile Rogera,
la quale per estorcergli l’abiura
pur l’acqua gli negava: la megera,
al miscredente vinto da l’arsura,
un orinale porse di lamiera,
di cui Voltaire il contenuto immondo
lanciava contro i preti in girotondo. (377)
  Ogniqualvolta avanzavano lesti
per sottoporlo ad infame ricatto,
il moribondo con i sensi desti
ed i riflessi rapidi d’un gatto
li riduceva illuriditi, pesti
e rinculanti ad ogni nuovo scatto.
Or si consola ‘l cler dicendo: «Il morto
a volte avea ‘l tir piuttosto corto». (378)
  Pio Settimo, che da Napoleone
plasmato fu siccome pappa molle, 
chiamato da la voce del padrone
accorse tosto dove lui lo volle;
e cresta superò, rupe, ciglione,
montagna, lago, fiume, piano e colle,
per prender parte a l’esecrabil festa
de l’incoronazion di laica testa. (379)
  Ma quando ‘l papa, messo piede avante,
s’impossessò de la corona d’oro,
strappolla ‘l Corso da le mani sante, 
e Pio arrossendo com’un pomodoro
smise di colpo l’aria trïonfante
per mormorare: «Me l’hai messo in foro».
Da allor lui pure si servì de l’arte
di farsi vittima di Bonaparte. (380)
  Ma non appena questi fu sconfitto,
corse il Gran Prete a ripiombar sul trono
che dà godurie, strapotere e vitto,
alzando tosto de la voce ‘l tono
per maledir del popolo ‘l diritto;
e infine, sempre teso a fine buono,
d’impartir dura stabilì lezione
col ridestar la Santa Inquisizione. (381)

XXXVIII

  Prediligea Duodecimo Leone
passare ‘l pigro tempo vespertino
disteso, sgambasciato sul verone,
staccando a tordi e rondini ‘l capino:
sparava con in braccio un fucilone
senza fallire colpo col mirino.
Benché sia irrilevante per il critico,
viveva ‘l papa marcio sifilitico.
  Odiando i liberali come peste, 
ai birri ‘mpartì l’ordine e al bargello
di spiccar loro di netto le teste.
Frullare si sentiva ‘l santo uccello
al sol fruscïo di femminile veste,
sempre voglioso di tappar budello;
ma in tarda età, scemati udito e vista,
divenne ‘no spietato moralista. (382)
  Francesco Castiglion, Ottavo Pio,
il qual regnò ne l’Ottocentotrenta,
interpretava ‘l volere di Dio
nell’affettar l’Italia qual polenta
per venderla col solito armeggio;
e la linguaccia moveva non lenta
per vomitare su la libertade
e l’istruzione quali male biade. (383)
  Gregorio Sedicesimo fu schiavo
di voglie ‘ncontenibili di gola:
sentiva ‘l proprio ventre sempre cavo
e non riusciva a proferir parola
senza prima umettarsi ‘l labbro pravo
con un vinello del color di viola:
in un pranzo ufficial, qual molle caco
rotolò sotto ‘l tavol ubrïaco.
  Uscendo un giorno dal porton di bronzo
per benedir la turba dei fedeli,
in piazza barcollava tanto sbronzo
da far a più d’un pio rizzar i peli, 
per non parlar del papista più stronzo:
i servi l’afferrarono pei veli
per sostenerlo non senza travaglio
qual oscillante da forca pendaglio. (384)
  Lui pure mise a morte i liberali
o inferse loro le più crude pene,
e pose tra i peccati capitali,
da rifuggir da chi ritiene bene
sol ciò che ingrassa preti e cardinali: 
il telegrafo, il gas, l’acetilene
e de la scienza ogn’altro novo conio
«creato da l’astuzia del demonio». (385)
  Il nono Pio, posando a pastor mite,
decise d’amnistiare i condannati
politici de le galere avite;
ma poi proruppe in tremendi latrati
contr’ogni patrïota, e ‘nferocite
sospinse l’orde di bigotti, frati
e ciabattanti sotto pie sottane
a massacrar gli eroi di Pisacane. (386)
  Ma quando pencolò la sua corona,
perché di gloria Italia redimita
più non chinavasi a chiesa ladrona,
selvaggiamente distese le dita
per abbrancar più forte la poltrona
ed incollarvisi l’intera vita. 
Mai vide ‘l sole un uom spirituale
tanto attaccato al poter materiale!
  Ei tutte le nazioni mosse al riso,
dopo ‘l tenace secolar silenzio
del Cielo, certamente d’altro avviso,
nell’emettere ‘l dogma: «Io sentenzio,
da capo a piedi di dottrina intriso,
che, come da li altri mi differenzio
spargendo con il peto l’asfissia,
nessuno palpò mai Vergin Maria». (387)
  Intervenire fece lo straniero
in un con la teppaglia vaticana,
per trucidar qualunque avventuriero
sognasse libertà e unità italiana,
e come attribuì l’imene intero
a la Madonna, perché non puttana,
così volle da tutti, ne lo scibile,
esser tenuto, bontà sua, infallibile. (388) 
 
 Leone Tredicesimo, è notorio,
s’adoperò con zelo reazionario
a trasformare ‘l mondo in oratorio;
ma diventò più giallo d’un ossario
ne l’osservare ‘l clandestin mortorio
del suo predecessor, a Monte Mario,
con i romani corsi tutti a gara
per sbatterne nel Tevere la bara. (389)
  Sui liberali, roso da la bile,
levò ‘na moralistica tempesta
e maledì ‘l matrimonio civile
con ogni altr’occasion di laica festa,
perché non consoni a pretesco stile.
Non sopportando l’Italia ridesta,
caritatevolmente i socialisti
e i liberali chiamava anticristi.
  Se intravedeva la bandiera rossa 
o pur l’anarchica coccarda nera,
provava a lo sfintere ‘na tal scossa
che perduravagli da mane a sera;
ma si sentiva incancrenire l’ossa
al punto da impugnare mitragliera
al solo udir parlar dei liberali,
origine per lui di tutt’i mali.

XXXIX

 

  Pio Decimo, l’obeso papa Sarto,

quand’era di Venezia patrïarca

fe’ di furbo pian ieratico parto:

depose ambe le chiappe in una barca

per visitar morente non di scarto

e convertirgli l’alma d’eresiarca;

ma quel gli ribatté: «Per mille piatole,

sior Sarto, no rompeteme le scatole!».

  Ammiratore di santo Carlone,

sognava ‘l tenebroso medio evo

ed istigava a la vil delazione

che gli era fonte di molto sollievo.

Fu infin santificato dal cafone

che ai beneamati nazi diè rilievo:

l’irreprensibile papa Pacelli,

dal pene moscio e da’ ritti capelli. (390)

  Poiché la pace non amaro mai

i papi in alcun caso de la storia,

ma sempre provocaro lutti e guai

per brama di poter, danaro e gloria;

colui che biasimò con alti lai

l’«inutil strage» e l’itala vittoria,

fu motivato dal bramoso intento

l’austriaco d’intascar emolumento. (391)

  Pio Undecimo, ‘l padano Ratti Achille,

paffuto pargolo di bell’ingegno,

sui socialisti dardeggiò faville

donando al Duce ‘l più ampio sostegno

non senza aspergerlo di sacre stille.

Gli benedì i pugnali, l’olio e ‘l legno

chiamandolo, con grata compiacenza,

l’«uomo mandato da la Provvidenza».

  Il Ratti, prol di serico operaio,

di blasonato si concesse l’arie

e ‘na nipote tolse a l’arcolaio

e a l’umili fatiche necessarie:

in Vatican, rivestita di vaio,

la maritò con magne pompe varie,

e fece conte l’arricchito in guerra

suo fratellastro, zappator di terra. (392)

  Anche Pio Dodicesimo, il Pacelli

semente di forzuto campanaro,

i suoi nipoti si degnò far belli

con tanto di blason, oro e danaro.

Considerava i miseri fratelli

ma aveva ‘l Duce picchiatore caro,

e a dominar mirò la terra tutta

in clerico-fascistica combutta. (393)

  Pubblicò millecentodiciassette

volumi in-folio su varî argomenti:

su l’arte di tagliar salami a fette,

su come seminar, sfruttar parenti,

fare ricatti ed intascar mazzette,

gabbar il prossimo, mischiar cementi,

vuotar pretescamente la vescica,

giostrar con cazzo, culo, tette e fica.

  Tenne discorsi a migliaia, a milioni,

ai ciabattini, ai birri, ai beccamorti,

ai preti, a li eremiti, a li ’mbroglioni,

ai vigili, ai chirurghi, ai collitorti,

ai casti, ai travestiti, ai culatoni,

ai magri, ai rammolliti, ai lunghi, ai corti,

ai grassi, ai filiformi, ai polpacciuti,

ai cornificatori ed ai cornuti. (394)

  Alcuni lo chiamavano ‘l Furbetto

pel suo pretendere di sapere tutto

come Vicario di Dio prediletto;

e lo scansavano qual farabutto

che viperino, dal vitreo occhialetto,

la jettatura sprizzava di brutto.

Giovin lettore, se tu resti muto

è sol perché tu non l’hai conosciuto! (395)

  Aveva ‘l muso lungo, allampanato,

e da l’ovale occhialino a stanghetta

l’allucinato teneva puntato

globo ocular su chi gli dava retta.

A mani giunte e passo cadenzato

nella succinta incedea mantelletta,

tutto d’un pezzo da la nuca al retto,

quasi nel cul incubasse un paletto.

 Quando cadde Benito dittatore,

il Vicedio si sollevò qual astro,

non senza provar punta di dolore

per non poter ancora col vincastro

frustarci a sangue sfogando ‘l furore;

ma vendicò di Porta Pia ‘l disastro

e, grazie a pii pseudo-laici al potere,

su tutt’Italia strofinò ‘l sedere. (396)

  E come prima sguinzagliavan cani,

gendarmi e spie nei pontificî stati

li antichi papi, lui ‘ democristiani,

vigliacchi tirapiedi controllati

dai reverendi ostili a l’Italiani,

sparse a razziare in tutti gli abitati.

E ‘l culico livor suo sfogò spesso

nell’infierire contro ‘l debol sesso.

   Faceva sequestrar pubblicazioni

e lacerava figure procaci,

per evitarci pruriti a’ coglioni;

e se taluni si scambiavan baci,

mandava i birri a prenderli a strattoni

ammanettando i peccatori audaci.

Divenuto più sordido e barbogio,

incarcerava a colpi d’orologio. (397)

  D’accumulare morso da la fame,

ai suoi lacchè concesse carta bianca 

perché facesser de l’Italia strame

(e ‘l cler tuttora depredando arranca),

con la complicità de lo zio Same.

Davanti al qual strisciando piegò l’anca,

perché de l’or non resiste a l’odore

alcuno bianco celestial pastore. (398)

 

                     XL

 

  Avendo rotto ‘l Vicedio le sfere

a troppa gente, emergeva ‘l periglio

di un repentino cambio di bandiere,

e ‘l popolo potea, dopo ‘l bisbiglio,

le chiese tramutar in sputacchiere;

perciò fu eletto un tal con altro ciglio,

che recitando la parte del buono

potesse accalappiar tonto colono.

  Invero ‘l sorridente Giovannone,

di passo lento, d’anni e trippa carco,

da l’aria accomodante, un po’ sornione,

dedito a palleggiar dollaro e marco,

fu papa effimero, di transizione,

che non curandosi di tender l’arco

ma sol d’ingurgitar com’un imbuto,

fu già da vivo un santo ritenuto. (399)

  Nel dì solenne che s’assise in trono,

un povero strillone di Milano

ne dava annuncio con nasale suono,

tra pappa e cacca, e grave offesa ad Ano

Papale ravvisata fu nel tono:

piombogli addosso ‘l bir, manette in mano,

e ‘l buon pappa Giovanni, tanto santo,

verso ‘l cielo levò un garrulo canto. (400)

  Dotato di dolcissima favella

cantilenante come ‘na nonnina,

su l’epa ripiegando la mammella

e dietro ‘l col la cotenna taurina,

ei di cavial s’ingozzava e ciambella

a la facciaccia de la pellegrina.

Poiché visitò un carcer, con frastuono

tutti gridaro: «Ma che papa buono!».

  Per due millennî ‘l papato compatto

bollò li ebrei quai perfidi deicidi,

di perseguirli sempre soddisfatto

finché, caduto ‘l Führer co’ suoi fidi,

si rigirò a leccare in altro piatto

come cucùl migrante in altri lidi:

or dice ch’eran «perfidi i Romani

perché Pilato si lavò le mani». (401)

   A Paolo Sesto, Giobatta Montini,

che lo prendeva in cul da Peyrefitte,

uscivan le parole tra i dentini

siccome gas compressi da marmitte.

Prediligeva certi cotechini

ben induriti, da le punte ritte,

e interpretava la papal commedia

gesticolando in gestatoria sedia.

  Con tiara in testa e scatti teatrali,

il sublime istrione di Concesio

si dimenava tra i presbiterali

di lampi sotto raffiche al magnesio.

Un giorno, stanco di quaresimali,

di litanie, di borbottio vanesio,

ad adorare andò fuor dal palagio

di Gesù Cristo un pezzetto di cagio. (402)

  Fu quando a Roma inaugurò la Mostra

de le reliquie dal cler conservate,

la qual tirava gente come giostra;

dove, tra le mutande sbrindellate,

faceva capolino da ‘na chiostra

di scorie intestinali sparacchiate

dai reverendi Evandro ed Evaristo,

la punta del santo cazzo di Cristo. (403)

  Da cotanta visione folgorato,

il papa si sentì rinvigorito

ne l’abbindolamento del laicato;

e quando Moro, «amico», fu rapito

e fu d’ostaggî scambio consigliato,

ai brigatisti egli intimò d’acchito:

«Sia liberato per mia imposizione,

e non per pattuïta condizione!». (404)

  Dal conclave tenuto a la sua morte,

scandito dal clamor di voci avverse

tra sbattimenti di scranni e di porte,

un altro papa transitorio emerse;

ma non si rassegnò ‘l partito forte

ed un caffè al cianur tosto gli offerse:

normale procedura tra i prelati,

dopo quaranta papi avvelenati. (405)

  L’universale formale richiesta

de l’autopsia per un accertamento,

respinta fu dal cler qual indigesta:

«È sacrilegio contro ‘l Sacramento

anche solo sfiorar papale testa!

Dio vieta a papa morto toccamento!».

Ma ‘l clero non scuoiò pel funerale

Pio Dodicesimo come un maiale? (406)

  Ora mi toccherebbe continuare,

ma l’assassino che rimpiazza Albino

ha un modo tutto suo di perdonare,

che non invita a camminar vicino

a chi è propenso al crimine e a strafare.

Per il momento dunque non m’ostino,

anzi m’affretto, prima che mi perda,

a questa storia sospender di merda. (407)