XXXVI

(369) Il paffuto bolognese Prospero Lambertini (Benedetto XIV, 1740-58) «papa dal buon carattere», «un bolognes, che sempre caz l’ha in bocca» (Baffo), intercalava abitualmente nel suo pio frasario Cazzo! oppure un velocissimo Cazzo cazzo cazzo! Ebbe a dire: «La voglio santificare questa parola, accordando l’indulgenza plenaria dei peccati a chi la pronuncerà dieci volte al giorno!». Probabilmente la amava non soltanto come mero flatus vocis, ma riferita a una concretezza sublimata dai vaticanisti in quel carneo cazzo che in papal bocca diventa «segno di spirito senza pari, di chi non ha peli sulla lingua, dice pane al pane e vino al vino» (Rendina). Il «buon Benedetto», che lascia marcire in carcere fino alla morte l’illustre storico Pietro Giannone per i suoi reati d’opinione, quando vede addensarsi la tempesta anticlericale non solo non corre ai ripari liberandolo, ma intensifica la ributtante propaganda cattolica anche con l’istituzione dell’ «Ufficio del falsario, incaricato d’imitare [a gabbo degli sciocchi oblatori, ndr ] la calligrafia del papa. ...S’impegnò pure per una giusta, ragionevole censura dei libri. ...[Ma] fuori luogo fu la fiducia che concesse al card. De Tencin, succubo di sua sorella, una donna scostumata e madre dell’enciclopedista D’Alembert» (Gelmi). Il quale, come integerrimo divulgatore del vero, per i pretacchioni non può essere che figlio di puttana. Per non farsi dar troppo la baia dai sempre più animosi illuministi, B. è costretto a ripudiare due dei più grossolani falsi del clero, imitato poi da Paolo VI, che dovrà buttare a mare i santi Giorgio e Gennaro, spassosamente consentendo la venerazione dell’ultimo solo entro il perimetro del comune di Napoli. In compenso, l’ineffabile Woitjla tornerà a fomentare la credulità popolare inflazionando madonne lacrimanti, sfilate di re magi e ciance da comare sulla lurido straccio della Veronica «con l’impronta del viso di Gesù», rozzamente dipinto dai preti e proficuamente esposto in S. Pietro. «Il gesuita Lansberg assicura che l’immagine riproduce l’originale con la massima fedeltà; vi scoperse persino le tracce dello schiaffo con cui un milite scellerato aveva percosso il volto di Cristo. Ancor oggi si può vedere nel Pantheon una cassa con la ridicola iscrizione: ‘In ista capsa fuit portatum sudarium passionis Domini nostri Jesu Christi a Jerolymis Tiberio Augusto’» (Gregorovius). Sotto questo papa dal buon carattere nel 1745 morirà, incarcerato dalla Santa Inquisizione, anche il raffinato poeta Tommaso Crudeli, nato a Poppi, nel Casentino, prima vittima massonica della nefandissima istituzione.

(370) La storiella del Colosseo «bagnato del sangue dei cristiani uccisi» dal pollice verso di Nerone è anch’essa una volgarissima impostura, giacché l’imperatore Flavio ne pose la prima pietra quando Nerone era già morto e sepolto da ben due anni. Inoltre, per la sua struttura prettamente teatrale, con tanto di cavea, esso non era affatto idoneo, al contrario del Circo massimo, a spettacoli circensi. Per far accorrere il sempre più stupido sborsante gregge, Benedetto deturpò il già fin troppo diroccato e deturpato edificio piantandovi pure una lugubre crociona ed una grossa lapide che ingiunge: «Inginocchiati, pellegrino, davanti a queste pietre intrise del sangue dei martiri!». Pietre tutte sbocconcellate e spoglie dei loro preziosi marmi, barbaramente triturati per farne calce atta a cementare le lussuose dimore pretesche. Un’analoga arlecchinata sarà poi imbastita da Paolo VI, che nel
1976 imbonì le rincitrullite folle sventolando sulle loro teste, uno dei tanti prepuzî di Cristo sparsi nel continente europeo ed uno dei sei piedi della Maddalena tuttora trepidamente venerati in Italia.

(371) Il terremoto di Lisbona, che interessò il Portogallo e l’Africa del nord e fu avvertito in mezza Europa, è il più catastrofico finora registrato dalla storia. Iniziò alle
9 a.m. del nov. 1755, festa di Tutti i santi. Le chiese erano gremite. Alla dettagliata relazione di pugno di un frate milanese alloggiato nell’unico edificio religioso non lesionato gravemente dal sisma, fa riscontro anche la testimonianza di chi sul lontanissmo Verbano vide negli stessi momenti le acque del lago agitate da violenti sussulti (Chronicon di Laveno). Tiro mancino giocato dalla Provvidenza ai devoti? Questo almeno pensava Voltaire. Sull’immane disastro è calato un silenzio di tomba, benché s’inquadri a pennello nella manzoniana «provvida sventura», tanto cara al clero quando a farne le spese sono soltanto i laici. Il primo a beffarci ciurlando nel manico era stato s. Basilio, che giudicava «giovevoli infermità le disgrazie [altrui] perché ammaestrano e correggono il peccatore, mentre spesso la salute nuoce, come l’oro che precipita molti nella libidine, mentre la povertà impedisce a molti di correre al male».

(372) Marosi alti undici metri s’abbatterono come muraglie sul litorale, e gli incendî, sviluppatisi per le migliaia di candele rovesciate nei luoghi sacri, infuriarono per sei giorni e sei notti divorando anche i rari edificî risparmiati dal sisma. Nel frattempo, il clero continuava altrove a dar prove di forza, come un anno prima a Mantova, dove sobillava la marmaglia a massacrare gli Ebrei deicidi rinchiusi nel ghetto. In barba al progresso del pensiero illuminato, il feroce fanatismo non cedeva, mostro più volte decapitato e sempre rinascente, tanto che anche ai nostri giorni prospera come non mai in Irlanda, nei Balcani, in Asia e in Africa. Per sedare la furia assassina della sbracata plebaglia e degli imparruccati cicisbei ispirati da Dio, nella moderna Mantova di Maria Teresa si dovette ricorrere alle armi, come scrisse un giovane artigliere lombardo ai suoi famigliari: «...abbiamo tirato molti colpi di cannone e fatto una carneficina»
(Documento originale in Clizio, “Quaderno di uno sbirro”). Quello del 1754 fu l’ultimo violento colpo di coda a chiusura, fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale, della lunga serie di pogrom antiebraici italiani, di cui i più noti quelli scatenati nel 1288 dai domenicani, e quelli sobillati dai francescani a Marsala nel 1484 e a L’Aquila nel 1488 (Sacerdoti). A Benedetto XIV il conte Acami (ennesimo Eco ante litteram) dedicò uno scritto che insisteva nello spacciar per autentica la falsa donazione di Costantino, tacendo ovviamente l’universale riconoscimento dell’imperatore Ottone I unico signore di Roma a pieno titolo (Otto di Frisinga), nonché l’ammissione, da parte dello stesso prete Muratori, dell’illegittimità del potere temporale pontificio anteriore a re Pipino. Nello sputare menzogne il clero si è però andato man mano facendo più accorto e guardingo dei suoi sbavanti e scodinzolanti scagnozzi, troppo ansiosi di servirlo, e comunque di loro assai più divertente, senza per questo scadere, sul piano della pura fantasia, nella noia d’echiane paludi. Come «il buon Arciprete Acerbi, [di cui ] non è da porre in dubbio la pietà» (Tommaseo), che nelle sue Trenta considerazioni sull’inferno e sul paradiso ficca gli «sciocchi dannati...in mezzo della terra, dove per natura del luogo domina rigidissimo il freddo; [e dove ] spasimeranno mille volte ad ogni momento al vedersi rimirare dai demonii con visi spaventosissimi che in figura di leoni, d’orsi, di tigri, di serpenti, di draghi, di basilischi, di rospacci, si slanceranno loro addosso e diranno loro mille vituperii... [E] sebbene costretti a tracannar giù per la gola beveraggi amarissimi, piombo disfatto, pece bollente, cibi stomachevolissimi, non lasceranno per questo di patire una sete e una fame arrabbiata. [Inferno in una morsa di gelo, ma...] affumicato da molti incendi, sprofondato in altissimi pozzi e fosse ripiene di bollenti fuochi sulfurei e metalli squagliati, con forni infuocatissimi, infestato da spiriti maligni, da ferocissime e crudelissime fiere, mostruosissimi animali,velenosi dragoni, velenosissimi serpenti, che mordono, stringono, trafiggono, rodono, divorano e sbranano quei miserabili, calcati ed ammontati l’uno sopra l’altro, compressi come i granelli d’uva sotto d’un torchio. E [attenti, o turpi terosex!] quegli occhi che adesso un giovinastro perduto chiama sue stelle lucenti, allora gli lanceranno a trafiggerlo saette più penetranti d’ogni fulmine, que’ capelli che gli sembravano fila d’oro per leggergli il cuore, allora se gli convertiranno in tante vipere più crudeli d’ogni serpente».

(373) Il «buon vecchio e amabile» (
Gelmi) nonché ricco sfondato veneziano Carlo Rezzonico (Clemente XIII, 1758-69), esce da un rissoso conclave dove i discordi cardinali, tormentati dalle pulci, abbreviano le loro sedute facendo emettere in fretta e furia la fumata bianca. È eletto con l’appoggio dell’Austria bigotta e dei cardinali più intransigenti, da lui comprati a peso d’oro e con la promessa di pontificare all’insegna dell’intolleranza. In effetti, inaugurerà il suo regno con un atto di cretino oscurantismo: la maledizione dell’Enciclopedia. E voleva ad ogni costo santificare il card. Bellarmino, il bieco seviziatore di Galileo, mentre il suo furbo predecessore si era opposto a tale cafoneria per non offrir «pretesto a chi cerca di dir male di noi». Se allora la curia riuscì a trattenere C. dalla sua balorda fissazione, nel 1931 Pio XI, approfittando dell’accentuata decadenza culturale del popolo e del forte sostegno fascista, eleverà solennemente quel tristissimo figuro alla gloria degli altari.

XXXVII

(374) Clemente XIII favorisce senza riserve i gesuiti (secondo il più grande critico letterario d’ogni tempo, Fancesco de Sanctis, forniti di un «intelletto spinto alla sua ultima depravazione»), e con l’Apostolicum pascendi munus respinge le insistenti proposte avanzate da ogni governo illuminato di sopprimerli: con ambigue promesse, suggeritegli dagli stessi ignaziani «fabbricanti d’equivoci», procrastina la cosa a tempo indeterminato. «Ha ragione il Pastor, quando nell’attacco ai gesuiti individua un attacco alla Chiesa in generale e al Papato in particolare», geme padre Gelmi. Come dunque non amare quegli zelanti attivisti, così attaccati alla bianca sottana papale e al gaio sferragliare inquisitorio! Tanto encomiabili anche per le loro missiones, o reducciones, uruguaiane, dove sistematicamente annientavano lingua, tradizioni e cultura degli indios appunto... riducendoli acefale marionette. Il polputo C., detto «Rezzonica papessa» dai veneziani assimilandolo alla «Mocenigo dogaressa», dal Braghettone fa «rivestire una serie di sculture classiche, [e sovrapporre] un ultimo strato di colore alle figure del Giudizio universale per renderle più pudiche» (Gelmi). Le mutandone le infila alle figure dipinte da Michelangelo dopo che già Paolo IV, Pio IV e Clemente VIII ne avevano pudicamente velate o raschiate le «vergogne». Se non ne fosse stato impedito dall’unanime opposizione degli accademici di S. Luca, C. avrebbe addirittura distrutto l’intero affresco. Alla fine si contentò di farlo ulteriormente imbrattare apponendovi altri mucchî di stracci sui seni e sui glutei. Non arrivò comunque al colmo dell’odierno grottesco, come le «mutande di ferro inchiodate alle parti intime di un cavallo di bronzo», per non offendere la madonnona di gesso portata in processione a Catania dai pudibondi preti (La Repubblica, 17-7-02). // Nel 1763 l’abate Parini, moralista a senso unico, scudiscia una quantità di vizî dei nobili senza far mai minimamente cenno neppure ad uno di quelli del clero. Eccellente scrittore ma acrimonioso reverendo, non rispettava per nulla le altri scelte ideali, fino ad ingiuriare un illustre collega, l’abate G.B. Casti, ai suoi occhi reo di sensibilità alle istanze umanitarie dei nuovi tempi, definendolo èer questo «prete brutto, vecchio e puzzolente» (Almansi, Barbolini). Il Casti è quindi tuttora al bando nelle scuole (come i sonetti anticlericali di Michelangelo) nonostante il suo schiettissimo eloquio, in omaggio al dettame gesuitico, secondo il quale la verità «non va data in pasto a tutti, ma soltanto a chi ne sia degno»; cioè a nessuno, eccetto la loro losca congrega. Egli è off limits per aver cantato l’amena tresca di una devota e di «padre Pasqual conventuale, / che avea nella città credito e loda, / ed era allora il confessor di moda». Un frate molto reverendo, ma con «fama di spia, falsario e ladro». Assoluto tabù è pure il citato coltissimo Giorgio Baffo, autore di versi arguti molto apprezzati da Casanova e Apollinaire. Come il Porta e Benedetto IV, egli chiamava pane il pane e cazzo il cazzo, ma mentre a questi s’erigono monumenti e s’intitolano strade e istituti, il Baffo è bandito per aver incluso anche il clero tra i suoi disinibiti personaggi («El chiavar ghe piase a tutti, / chiava i preti, chiava i frati, / chiava i vecchi, chiava i putti, / chiava infina i cani e gatti.») e aver punzecchiato lo smargiasso Vicedio («Chi credéu che sia il papa? El xé un buffon, / un matto che gha in testa tre corone, / uno che maledisse le persone / che no’ lo crede in te la so opinion»). Altro imperdonabile suo demerito è l’aver fatto varare, esortando come magistrato della prestigiosa Quarantia civil vegia il Senato e il Maggior consiglio a tener d’occhio «i preti e i frati, ... sti volponi / perché no vaga avanti più i legati», una legge rivoluzionaria contro l’estorsione di lasciti ad pias causas, praticata da secoli ai moribondi dai membri de «la religion de l’impostura». Legge dallo stesso Baffo anticipata con l’emanazione di una sentenza che assegnava ai parenti la cifra enorme di mezzo milione di ducati d’oro che una vecchia balorda, mellifluamente circuita dai i gesuiti, aveva lasciato alla chiesa. Contribuì anche alla definitiva cessazione degli scempî artistici, indirizzando al «bulo papa» C. che, per moralizzarci, aveva fatto troncare certe sporgenze alle antiche statue del Quirinale, cocenti frecciate come la seguente: «Voleu un rimedio per varir [=guarir] i mali / che causa la lussuria in sto paese. / Feghe taggiar el cazzo ai gardenali». Cardinali tanto «nemici de la mona» e tanto «bardassoni», ossia frocioni, «che cria vendetta in cielo, e ancora in terra». Oppure che «no ghe basta la mona, ma bel bello / i coltiva el bardassa [il deretano], e i te lo serra, / e i te ghe cazza in cul tanto d’osello». Approfittando di una grave malattia del poeta, la sua bigotta moglie e il furbastro parroco bruciarono tutti gli originali della sua produzione letteraria facendo tripudiare tutte quante le papistiche «teste scrupolose». Ma lui, previdente, aveva permesso agli amici di stenderne alcune copie, sicché la trista baldracca e il lurido avvoltoio rimasero da lui destramente beffati.

(375) Il mite frate Gio Vincenzo Ganganelli, di S. Arcangelo di Romagna (Clemente XIV,
1769-77), con la Dominus ac redemptor scioglie il malefico ordine dei gesuiti, ma compie il banale errore di sottovalutarne lo spirito di vendetta.  Sbigottiti dall’inaspettata decisione, essi non reagiscono con prontezza, e prima di assassinarlo gli lasciano il tempo di compiere persino qualche buona azione, come far iniziare i lavori di prosciugamento delle paludi pontine e abolire la barbarica usanza, inaugurata dal tanto dai preti amato Sisto IV, di castrare i cantori della Sistina. «La soppressione dell’ordine fu festeggiata dalle classi dominanti come una vittoria della ragione. In realtà era una vittoria dell’illuminismo e dell’assolutismo sul papato. I gesuiti accettarono la decisione del pontefice senza opposizione alcuna, e lo stimato generale dell’ordine, Lorenzo Ricci, fu tenuto prigioniero in Castel S. Angelo fino alla morte, 1775» (Gelmi). Ma «la morte del papa, avvenuta tra atroci sofferenze, destò il sospetto, non avvalorato da prove, di un avvelenamento ad opera dei gesuiti» (Gasparri). I quali, soliti ad infangare e sputtanare volgarmente le loro vittime, gli dedicarono questo rabbioso epitaffio: «Venne da volpe, mendace; / regnò da lupo, impostore; / morì da cane, empio».

(376) Ex cameriere segreto di Benedetto XIV, Gio Angelo Braschi, di Cesena (Pio VI,
1775-79), era un vanitoso narciso «dalla fluente chioma e dal vezzoso piede» (Pasquino). Secondo il contorto frasario pretesco, egli è «pio e onesto, [anche se] il monumento del suo vergognoso [sic] nepotismo è rappresentato dall’imponente palazzo Braschi, a piazza Navona, eretto appositamente dal papa per il nipote» (Gelmi). Pio e onesto e… vergognoso nepotista. Calzata la tiara, assume coi governi europei l’impegno di non più ricostituire l’equivoca congrega, quindi s’ingolfa in lunghe liti con l’Austria, la Toscana e Napoli tentando reiteratamente di tradire il patto. In Roma, dove «non impiegava contro i suoi nemici che le armi della ragione e i precetti dei santi canoni» (Henrion), fa assassinare Basseville e Duphot. Per ritorsione, Parigi riconosce la Repubblica Romana e trasferisce il piagnucoloso omicida, sedicente martire, a Valence, dove attorniato da nugoli di deferenti servitori subirà il martirio di una vita godereccia allietata da principeschi riguardi. Dal suo dorato esilio si appellerà ai babbei trepidanti per le sue «grandissime sofferenze», e spronerà i luridi sanfedisti del card. Ruffo a promuovere la causa della fede con orribili massacri e saccheggi. Non aveva però lacrimato, anzi aveva gioito quel Grande martire della Fede nel far impiccare il patriota Silvestri e ricevendo da Napoli la nuova del linciaggio del Casalabenda, dei giovani fratelli Brigida e dell’avvocato Scategna, «pericoloso uomo liberale» (Fantoni, Diario dei martiri italiani, 1885). E certamente aveva emesso dei gemiti, ma ancora di godimento, quando nella napoletana «via Nuova della Marina spiravano per opera di Ferdinando IV Borbone e de’ suoi partitanti e preti, dopo tre ore di atroci spasimi, il duca Filomarino della Torre illustre poeta [e vulcanologo] e suo fratello Clemente, matematico, martorizzati assieme sopra un rogo di fuoco» (ib.). Per l’inarrestabile avanzata dell’Illuminismo l’Inquisizione costretta a ridurre al minimo i suoi interventi, in compenso si affinava nella scelta di legname che ardesse senza fumo, e nel sapiente dosaggio dell’olio di cui lo imbeveva (come nel supplizio del Templari) per straziare il più a lungo possibile le sue vittime. Altro che woitjliano giubileo del 2000 all’insegna dell’ipocrita richiesta di perdono dei «vecchi errori»! Che papale umiltà! che commovente chiesa, col suo scodellarci (dovendo obtortissimo collo riconoscerli) i suoi sistematici orrori appunto astutamente mutati in semplici «errori», umane debolezze, lievi inavvertenze, fuggevoli distrazioni, simpatiche sbadataggini, assimilabili a innocue sviste dattilografiche! Magnifico escamotage della giubilante Woitjla & Co. (che bolla la civiltà dei Maia, benché infinitamente meno criminale di loro, «purissimo spirito del Maligno») escogitato per giustificare, in fondo vantandosene boriosamente, le infinite atrocità dell’Inquisizione «in pieno accordo con certi [pseudo]storici», che la «censurano» insinuando che in fondo non era poi tanto cattiva, perché… «donava al reo una morte dolce, più per soffocamento di fumo che per le ustioni». Per avvalorare questa tesi tanto abietta ma comodissima al clero, spacciano pure che i lazzaroni, quegli atroci devoti di s. Gennaro che marciavano a tamburo battente al seguito di fratacchioni urlanti Morte ai giacobini!, arrostivano sì gli intellettuali infetti di marcio liberalismo, ma solo dopo averli cristianamente fucilati e spalmati di pece (Consiglio, 1998).

(377) L’infame infermiera Roger torturava Voltaire impedendogli di bere per coadiuvare i preti nei loro santi tentativi d’estorcergli l’abiura. Approfittando delle pietose condizioni dell’agonizzante tentavano di strappargliela ad ogni costo per poi infangarlo, secondo l’uso ecclesiastico, come rinnegato, stenterello, uomo privo di solidi principî, e invalidare quindi il suo immortale pensiero. Ma «l’uomo più intelligente del secolo più intelligente», lucido fino all’ultimo, raccolse le residue forze e sputò energicamente sui funerei avvoltoi. Se si fosse arreso, ora il suo nome aprirebbe l’elenco compilato dal più scodinzolante lacchè di Woitjla, nel messeriano rotolo da cesso intitolato «Quella paura che prende i senza Dio nell’ora fatale»
(citato da Sette-Corsera, n.° 3, 1995). Paura che invece, nella realtà, assai più spesso attanaglia la torbida genìa dei pretacchioni e dei loro vigliacchissimi accoliti. Detto lacchè spaccia per convertito all’ultimo momento persino il lungamente perseguitato Enzo Tortora, che invece spirò come Claudio Villa con una «dignità degna del coraggio di Socrate», respingendo con fermezza i «presunti conforti della fede». Il calunniatore inoltre attribuisce la laica costanza del secondo «più che a convinzioni razionali, al risentimento contro certi uomini di Chiesa per le sue questioni private». Ma la rabbia impotente che trasuda da tanta spazzatura cerebrale non riesce a cancellare, anzi fa ancor più risaltare l’eroica coerenza delle vittime dell’atrocità ecclesiastica. E gli avvoltoi si guardano bene dal ricordare qualcuno tra quanti, vissuti da creduli, maturando in esperienza e dignità finiscono col respingere risolutamente il ciarpame delle sacre ciarlatanerie, come il Manzoni, morto dopo aver riscattato per intere settimane con un profluvio d’ingiurie antidogmatiche, i suoi vergognosi trascorsi cattolici. Se profondo è l’astio clericale contro uomini di spicco come Tortora, «giammai venuti a patti con le proprie idee», addirittura inestinguibile è l’odio per il massimo loro smascheratore, Voltaire, che per primo plaudì il ministro Aranda quando espulse dal Portogallo i gesuiti «tagliando gli artigli e limando le mani del mostro», l’Inquisizione. Dalla quale ora il rabbioso ipocrita Woitjla finge piagnucolando di prendere le distanze. E soprattutto, non perdoneranno mai al grande filosofo di averci esortati a non abbassare mai la guardia perché la mostruosa escrescenza papista, checché se ne cianci, «vive ancora». Se ad ogni modo qualche laico, estenuato dalle sofferenze, ricade nei terrori inculcatigli nell’infanzia, è solo perché i neri ricattatori, insuperabili estorsori di lasciti, sanno assai ben profittare della frequente confusione mentale dei moribondi (v. Heine in Hanno detto…).

(378) Furiosi per i falliti tentativi di ricatto al morente Voltaire, i preti attesero con pazienza molti anni finché, approfittando della Restaurazione, poterono impunemente fracassarne il sepolcro e disperderne le ossa. La stessa sorte avevano già riservato, quand’era giovane, a una sua cara compagna, l’attrice e cantante Adriana Lecouvreur, di cui, anche per sorda invidia della sua bellezza, avevano rabbiosamente gettato la salma ai cani. Pur aspettandosi la stessa sorte, Voltaire non desistette mai dal combattere impavidamente il clero, l’acerrimo nemico del genere umano. Calcare la scena era allora peccato mortale, comportante, soprattutto per la donna, persecuzioni in terra e fiamme eterne post mortem. Ma col maschio erano meno intransigenti, consentendogli pure di travestirsi per assumere gli odiatissimi ruoli femminili. Quando la reazione umanista obbligò l’Inquisizione ad allentare gradualmente la sua morsa, la chiesa si contentò di sfogarsi contro i comici accanendosi nel vilipendio delle loro salme. Del vivente Molière, doppiamente scomunicato come autore e attore, essa avrebbe volentieri subito fatto il più selvaggio scempio fisico, arrostendolo vivo senza tantoi complimenti, se ad impedirlo non si fosse interposto il re Sole in persona. Ma nemmeno il potentissimo monarca riuscì a far prestare al defunto, grandissimo benefattore dell’umanità, un benché minimo onore ufficiale, anzi faticò molto per strappare all’arcivescovo di Parigi il consenso di tumularlo in un comune cimitero, segretamente, a notte fonda, come cosa indegna. Molière aveva attaccato anche l’islamismo e il suo «criminale» profeta nel dramma Maometto, di cui finora i vergognosamente pavidi occidentali, compresa la stessa Francia, vietano la rappresentazione. // Nel
1797 ha luogo in Milano un fatto memorabile, che la storia impartita nelle scuole, e non solo in quelle di pretesco stampo, sistematicamente ignora: la trionfale rappresentazione alla Scala de Il ballo del papa, interrotta dopo ben diciassette repliche consecutive da un Bonaparte preoccupato della «stabilità dell’edificio», ogni sera assediato da una folla/ entusiasta, in un crescendo di risse e tumulti. Già la prima sera il pantomimo provoca uno scoppio d’incontenibile ilarità alla sola apparizione del papa, molto simile, anche fisicamente, al lamentoso lardoso Pio VI. Che s’accascia in trono gemendo per i continui rovesci militari, ma all’urlo improvviso del generale Colli, capo dell’armata pontificia, che gli annuncia un massacro di patrioti italiani, il Santo Padre rimbalza esultante e con gioiosi singulti si slancia tra le sue braccia baciandolo e palpandolo appassionatamente. La platea si agita, rumoreggia e reclama un perigordin, una specie di rock and roll ante litteram, che un’orchestra indiavolata attacca all’istante. Al ritmo dell’allegra danza alla moda, la voluminosa dama bianca guidata dal rude militare zampetta, volteggia e sculetta lubricamente tra le risa e gli sberleffi degli spettatori. E la folla ogni sera continua a farsi largo senza lesinare - come attesta il Rovani, che a tale vicenda dedica l’intero capitolo X dei suoi Cento anni - spintoni, schiaffi, pugni e persino bastonate, pur di non rischiar di perdere un solo minuto della troppo esilarante rappresentazione.

(379) Luigi Chiaramonti, di Cesena (Pio VII,
1800-23), tornato prepotentemente tra le baionette straniere ai suoi vecchi imbrogli e business sacerdotali, poteva ben vantare che «è più facile distruggere il sole che il papato». Per Gelmi egli era un uomo di grande cultura che «aveva perfino [sic] l’enciclopedia di d’Alembert». L’unica allora sul mercato! Nella necessità di propiziarsi la chiesa per meglio governare le masse superstiziose, tradendo gli ideali rivoluzionarî Bonaparte le permise di conservare tutte le terre rapinate (un terzo dell’intera Europa cattolica), con l’aggiunta di un regalino alle parrocchie: l’annuo assegno di 20 milioni di franchi. Somma colossale, se sborsando un milione e mezzo aveva acquistato e donato al vescovo Talleyrand il castello di Valençey, comprendente 25 appartamenti signorili, 52 ettari di parco, 7.000 di bosco, 6.500 di lande e brughiere e 25 interi comuni abitati. Voleva rabbonire l’imbronciato pontefice, perché «non c’è che la religione che riesca a far sopportare agli uomini le differenze sociali, dal momento che offre consolazione per ogni cosa» (Castelot). L’iniquo baratto si celebrò in Notre-Dame, dove in clima repubblicano, rimossa la statua della Madonna, era stata incoronata, splendida incarnazione della Ragione, la bellissima Thérèse-Angelique Aubry, e dove ora, tra tanti camaleonti, spiccava appunto il venale Talleyrand (v. Augereau in Hanno detto). Per consacrare Napoleone il papa, sazio dei ricuperati immensi privilegî, era corso a Parigi a incoronare imperatore un ateo dichiarato nonché «scandaloso concubino» non meno del vescovo d’Autun. Ma business is business, e il Vicario di Dio, pur d’abbrancare l’oro a profusione non si fa scrupolo di gridare all’indirizzo di un miscredente: «Vivat Imperator in aeternum!». Consacra quindi «Imperatrice dei cattolici» la divorziata Beauharnais, benché pubblica peccatrice risposatasi col solo rito civile. Bazzecole, alle quali il clero rimedia favoleggiando di nozze religiose celebrate «senza testimoni...» (ib.). Sull’ipocrisia dei sempre tonanti dal pergamo contro i concubini (di scarso reddito) farà un arguto rilievo un giornale inglese a proposito di Talleyrand: «Parigi, 6 maggio 1814. Ieri, dopo la messa, mons. il vescovo d’Autun ha avuto l’onore di ipresentare sua moglie al figlio di s. Luigi, [Luigi XVIII, discendente di s. Luigi IX] appena rientrato in Francia da Waterloo» (ib.). Per la sua sfacciata disinvoltura Pasquino oppone Pio VII al predecessore: «Un Pio perdé la sede / per conservar la fede; / un Pio perdé la fede / per conservar la sede». Al primo mutar di vento però il papa tradisce, da buon  maramaldo, il suo munifico benefattore, che di rimando gli fa mordere il freno chiamandolo «pazzo indiavolato» e trattenendolo a Savona. Ma con la Restaurazione, il papa rimbalza trionfante sul trono, risuscita i gesuiti e dà carta bianca ai sanguinarî cardinali Pacca e Rivarola . Il suo «cieco fanatismo non si arrestò nemmeno di fronte all’illuminazione stradale», sussurra don Gelmi con l’aria di fare una coraggiosissima rivelazione, ma sottace i grandi massacri pontificî d’inermi patrioti italiani. Del resto, chi già non sa che i preti hanno sempre rabbiosamente maledetto le novità scientifiche, sociali e umanitarie? Soprattutto da quando il mondo cominciava a trarne beneficio grazie ad illuministi come il principe Kaunitz, che nel 1770 soppresse nella piccola (metà dell’attuale) Lombardia austriaca le chiesastiche immunità locali, vale a dire il mafioso diritto d’asilo dei conventi, ricovero d’ogni sorta di criminali e di refurtiva. Non riuscì a far chiudere tutti i monasteri, ma perlomeno a ridurli, nel 1781, da 290 a 145, ed a concedere agli Ebrei il diritto, dalla chiesa sempre duramente negato, alla proprietà immobiliare, alle professioni, al commercio, alla carriera statale. E infine, nel 1786, ruppe il muro della millenaria ignoranza stornando una parte degli sterminati fondi confiscati al clero per finanziare una rete di scuole elementari da aprire in ogni comune.

(380) Fulmineamente volato dalle Alpi nel ‘
96, Bonaparte mette fine anche agli ultimi sporadici roghi. Ma i preti per un soffio riescono ancora a bruciare una donna a Tirano: l’ultima loro vittima finita pubblicamente sul rogo in Alta Italia. Mentre la spada giacobina fa giustizia delle residue atrocità ecclesiasatiche, nella Roma papale la tortura e l’assassinio legale continuano ad essere all’ordine del giorno. I rivoluzionarî aboliscono per prima cosa l’Inquisizione, ma alla caduta del Corso il clero la ristabilirà ovunque possibile; e tripudierà nel 1908 per la parificazione delle sue retrive nocivissime scuole strappata col ricatto all’Italia. Infine, camufferà la Congregazione del Sant’Uffizio rinominandola Sacra congregazione per la difesa della fede. Sotto Pio VII si distingue in turpitudine il camaleontico prete Fuoché, terrorista giacobino, regicida, membro della Convenzione, capo della polizia napoleonica e quindi della polizia di Luigi XVIII, al quale offrirà una lunga lista di nomi di bonapartisti da immolare alla vendetta capetingia. «Una cosa va riconosciuta a Fouché, ironizza Tailleyrand, il fatto di non aver dimenticato nel suo elenco uno solo dei suoi amici! E poiché qualcuno fa osservare il grande disprezzo di Fuoché per la specie umana, È spiegabile, replica Talleyrand, quest’uomo ha studiato a lungo se stesso» (Castelot). L’eminente ministro degli esteri convertitosi al liberalismo, sprezzerà anche il degno successore di Fouché, il clericale Decazes, di cui dinanzi ai deputati dirà, rivolto al loro presidente: «Tenete per fermo che il ministro della Polizia non è che un magnaccia [...] Una Camera non può avere rapporti con lui senza svilirsi» (ib.)

(381) La perfida Compagnia di Gesù, ripristinata in Russia nel
1801 e a Napoli nel ‘04, nel ‘14 rispunta trionfalmente, a braccetto della risuscitata Inquisizione, dietro i cannoni della Santa Alleanza. Ma è di nuovo espulsa in due fasi successive (1880, 1901) da Belgio, Portogallo, Spagna, Svizzera, Austria, Colombia, Equador, Germania e Francia. E la democraticissima Svizzera ha continuato a respingerla dalle sue frontiere fino al 1978 (mille novecento settant’otto), quando profittando del voto in tale data avventatamente esteso alle donne, la subdola congrega le intenerì piagnucolando ed invocando la par condicio. I nostri avi, meno tecnicizzati ma assai più acuti, ne captavano con solare chiarezza la nocività. A parte tutte le carneficine di sua ispirazione, la sapevano insuperabile nell’arte di mistificare, abbindolare, rimestare nel torbido. Essa raggirò persino i due grandi storici Gregorovius e Ranke, che nei suoi confronti avevano incautamente abbassato la guardia nell’ingenua convinzione di non essere turlupinabili in quanto protestanti. Offrendo loro una «disinteressata [!] collaborazione», essa adescò il primo fino a fargli asserire che Adriano VI, ex ferocissimo inquisitore di Spagna, «aveva pacificato con la sua mitezza quella terra tanto travagliata», e il secondo fino a fargli credere che la trista congrega fosse una specie di club di uomini «irreprensibili». // Con involontario umorismo ma certamente con profondo disprezzo dei creduli, Pio VII nel 1803 concesse a Merate, nel Milanese, un breve di scomunica contro le cavallette che ne infestavano la campagna, interdicendo agli alati animaletti non solo di accostarsi alle foglie, loro cibo ordinario, ma anche al sacramento dell’eucaristia (Brambilla). Ben più devastatrici erano state le orde eterogenee da lui, con Bonaparte in Egitto, attirate in Italia: «Un tempo la Chiesa chiamava i barbari del nord per castigare la Roma pagana. Ora essa raduna, per liberare Roma cristiana, ben venti popoli [austriaci, slavi, cosacchi, mongoli, kirkisi, kazachi,calmucchi, ecc.] stupiti essi stessi di marciare insieme. Li fa arrivare in Italia mentre il successore di Pietro soccombe sotto i piedi dell’infermità e della sventura, e ispira ai principi sentimenti d’equità e moderazione» (Henrion). Orde selvagge armate di fucili, mazze ferrate, lance, scudisci e knut, ma sicuramente meno barbare del bastardo nostrano clero bramoso di servirsene per le sue vendette. Tra le prime sue vittime figurava il «traditore» arciprete di S. Lorenzo alle Colonne (autore, o coautore, del Ballo del papa), imprigionato e condannato a morte, ma all’ultimo liberato dal sopraggiunto Bonaparte, come nel finale di un film d’avventura. Prima di dolersi del suo mancato assassinio, già pregustato come dulcis in fundo, il clero aveva affannosamente sequestrato e distrutto tutte le 2.000 copie dell’opera incriminata: nemmeno il ben rifornito museo storico della Scala, che pur registra minutamente ogni replica dell’incriminato pantomimo, ora ne possiede un esemplare. Ne resta solo il riassunto molto schematico compilato dal Rovani. Miracolosamente scampata alle fiamme è rimasta invece l’esilarante figura (pubblicata nel 1814 dal suo autore, Domenico Tempio, ricco catanese rovinatosi cospirando per i diritti dell’uomo) dell’ottimo padre Siccia, che sfoggia sottili disquisizioni teologiche per piegare il bel Pipuzzo alle sue voglie: «...Taci, perché non sai la teologia. / Questa sì bella usanza / da Sodoma abbruciata / fu sodomia chiamata; / ma perché sia peccato / io non capisco ancor. / [...] ...frate non troverai né sacerdote / che al cul non scioglierà supplici note». Fa notare l’arguto autore che l’eterosessualità è un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio: «Sta il gran peccato espresso / nell’accoppiarsi insieme / diversità di sesso; / ma se si sparge il seme / tra l’uomo e l’uomo istesso / portami un argomento, / una ragione, ed io / questo cular desio / discaccerò dal cuor». Al bell’efebo tentennante l’infoiato cappuccino, roso dalla gelosia, lancia le ultime sdolcinate invocazioni: «...fuggi ciascun di lor, Pipuzzo amato, / per farti cibo del mio sol palato. / ... / il genio, il mio costume, la debolezza mia / mi trascinano a te. È mia la colpa / se tu porti nel cul sì bella polpa?». Infine, soddisfatte le sue voglie, prorompe nell’entusiastico: «Su venite, o bardassoni [= culatoni] / se volete coi coglioni / tutto il cazzo in culo aver!». Nessuno più del veneziano Baffo e del siciliano Tempio, ha mai così magistralmente squarciato il velo moralista e così bene individuato la vera causa della misoginia e dell’invidia sessuale spacciate per santità.

XXXVIII

(382) L’anconitano Annibale Sermattei della Genga (Leone XII, 1823-29) mandò a morte o ai lavori forzati centinaia di nostri patrioti, come Angiolo Targhini e Leonida Montanari, decapitati in piazza del Popolo tra il ludibrio della feccia immonda accalcatasi ad urlare devotamente: «Volemo er Papa, volemo!». In compenso «s’accinse al rinnovamento morale di Roma […] punendo con la prigione quanti non avessero debitamente adempiuto al precetto pasquale» (Gelmi). E costrinse i sudditi a consegnare una copia delle chiavi di casa al loro parroco affinché questi, nelle sue ispezioni notturne, li cogliesse in flagrante delitto di peccato carnale. Nessuna meraviglia quindi se, sgomenta dall’eccesso di sì santo zelo, «persino la statua ellenistica di Pasquino tacque per paura della polizia» (ib.). Statua azzardatasi ad aprir bocca una sola volta, a proposito della prolifica tresca tra il papa e la moglie del capitano degli Svizzeri: «Passando Della Genga, un forestiero / domandò: Questo è il Santo Padre, è vero? / Ma il capitano de’ Svizzeri che udì / rispose: santo no, ma padre sì» (Rendina). Dopo i massacri perpetrati dal card. Rivarola, questi subì un attentato, e L. lo richiamò a Roma e inviò contro i patrioti ravennati l’angelico mons. Invernizzi, «con le sole armi della dolcezza, della prudenza e dello zelo» (Henrion). In conclusione: 113 incarcerati o ai lavori forzati, sette impiccati e lasciati molti giorni a penzolare dalla forca per monito e terrore del popolo. 

(383) Il «mite» maceratese Francesco Saverio Castiglioni (Pio VIII,
1829-30), anch’egli con un «programma imperniato sulla dolcezza e sulla persuasione» (Fabbretti), in un baleno nuoce gravemente all’istruzione pubblica, potenzia i già strapotenti gesuiti, condanna l’agnosticismo e intensifica le persecuzioni contro i liberali. Fisicamente disastrato, così lo raffigura affettuosamente il poeta papista Belli: «Che ffior de papa creeno! Accidenti / co rispetto de lui pare er cacamme. /…/ Ha un erpeto pe tutto, nun tiè denti, / è guercio, je strascineno le gamme, / spennola da una parte, e buggiaramme / si arriva a ffa la pacchia a li parenti. / Guarda lì che ffigura da vienicce / a ffa da Crist’in terra! Cazzo matto / imbottito de carne de sarsicce! / Disse bene la serva dell’orefice / quanno lo vedde in chiesa: Uhm cianno fatto / un gran brutto strucchione de pontefice». // Nel 1830 i francesi insorgono contro Carlo X, il quale aveva soppresso la libertà di stampa, la Camera e le libere elezioni perché al Polignac, suo primo ministro, era «apparsa la Vergine incoraggiandolo su quella strada. Con una protezione così elevata - aveva esclamato il re - qualsiasi esitazione sarebbe criminale!». (Castelot). I parigini disselciano le strade, innalzano barricate, rovesciano mobili sull’esercito in ripiegamento, finché il tricolore con sacrilega allegria sventolerà tra le cannonate sulle torri di Notre Dame. Profittando della protezione divina, il bigotto monarca si confonde tra i soldati in disordinata fuga ed abdica.

(384) Il frate bellunese Mauro Capellari (Gregorio XVI,
1831-1846) non pranza mai con meno di 24 portate, e quando viaggia ha sempre al suo seguito uno stuolo di decine di cuochi e sottocuochi. Famosa la parodia belliana del «5 maggio»: Lui sbevazzante in solio. Teologo, consultore della Santa Inquisizione e della Congregazione di Propaganda fide, e autore di un borioso Trionfo della Santa Sede contro gli attacchi dei novatori, battuti con le loro stesse armi, subito dopo l’incoronazione fa massacrare da diecimila Austriaci un gran numero di patrioti bolognesi e romagnoli, tra lo sguaiato giubilo di preti, frati e clericali tutti. «Due volte l’intervento austriaco ha salvato lo Stato pontificio dall’anarchia: Iddio protegge sempre la Chiesa perché questo trono di beneficenza, circondato da tanti omaggi, non cada sotto i colpi della più nera perfidia» (Henrion). Soddisfatto anche l’irriverente papista Gioacchino Belli, che così incita ad un’energica azione il grosso boss: «Papa Grigorio, nun faà più er cazzaccio: / svejete da dormì, Papa poltrone. / San Pavolo t’ha dato lo spadone / e ssan Pietro du’ chiave e un catenaccio». Politicamente codino il poeta romano, ma non al punto di calzare il paraocchi e di non vedere nel Vaticano una spelonca di soperchierie. Di G. appena eletto prevede: «Comincerà cor fà aridà li pegni, / cor rivotà le carcere de ladri, / cor manovrà li soliti congegni. / Eppoi, dopo tre o quattro settimane, / sur fa de tutti li altri Santi Padri, / diventerà, Dio me perdoni, un cane». Infatti, dopo un anno G. con la Mirari vos maledice la libertà di coscienza, di pensiero e di stampa, frutti «di una malvagità cinica, di una scienza spudorata, di una licenza senza confini», e con la Sollecitudo ecclesiarum ribadisce l’obbligo di «rendere obbedienza civile a chiunque detiene il principato». Per prudenza Belli rinchiude le sue rime in un cassetto: saranno scoperte e pubblicate postume, dopo l’unità d’Italia. Nel ‘38 muore Talleyrand, vescovo, giacobino, regicida, concubino, monarchico al ritorno del re, e infine liberale. Perdonato dal papa, interessato ad aver dalla sua quell’uomo di grande intelletto, gode di un funerale di lusso tra volute d’incenso e virtuosismi canori. // G. era un rigido moralista, ma «faceva il suo porco comodo come sovrano pontefice» (Rendina), Stendal scrive al duca di Broglie che il Santo Padre era schiavizzato della moglie del barbiere Gaetanino, dal capo della religione della povertà ammansito con preziosi donativi: «quattro anni fa il barbiere non aveva niente, e ora contratta immobili per 400.000 franchi». Il costo della tresca tra il papa e la «puttana santissima» (Belli) era sostenuto dalle limosine dei devoti. Il Vicedio «dal grosso naso rubicondo» (Gelmi), tanto baldanzosamente «marciavnte verso il passato» (Fabbretti), si scagliava contro ogni invenzione che potesse alleviare la fatica umana. Imitando Pio VII, che anatemizzava i lampioni, G. se la prendeva con i fiammiferi e coi ponti sospesi, tanto da investire così il card. Velly che non si era opposto al passaggio del treno sui suoi latifondi: «Ma non capite che le ferrovie sono un’invenzione del demonio per sconvolgere l’ordine della divina provvidenza, che volle tenere divisi gli uomini per renderli più docili verso i depositari dell’autorità?» (Monticelli).

(385) Gio Maria Ferretti di Senigallia (Pio IX,
1846-78), in combutta con gli altri tirannelli peninsulari chiama la Santa Alleanza a impedire con la spada la nostra riunificazione. Era suo principale fine evitare la sciagura da lui più paventata: doverci restituire l’immane maltolto. Tra i tanti martiri: Carlo Pisacane e i suoi trecento fatti a pezzi dai borbonici e da una canea di bifolchi pungolati da preti e frati, Angelo Brunetti fucilato dagli Austriaci col figlioletto Lorenzo, e (rara avis) il prete Ugo Bassi, messo al muro per aver tradito il massimo traditore della Patria, il feroce cinghiale ammantato di bianco. Frattanto, il tracotante papista Tommaseo dispensa lodi iperboliche ai suoi simili e condanna tutti gli uomini d’ingegno d’ogni tempo, a cominciare da Eunapio, grande storico e filosofo neoplatonico del IV sec. d. C., reo di «accusare la nuova religione di crudeltà e di rapine commesse in suo nome. [Delitti secondo l’ipocrita clerico-pennaiolo più che leciti, perché altrimenti] l’uomo allora sarebbe perfetto, mentre la felicità suprema, che segue alla perfezione, non è concessa in questo stato di prova e di patimento». E ciò in armonia con la bassa asserzione chiesastica che «l’uomo è giusto per fede indipendentemente dalle opere» (Rm 2-38), volta a giustificare ogni atto malvagio compiuto a fin di bene, come incenerire fino all’ultima copia i libri scottanti, tra cui appunto la preziosissima Vita dei Cesari di Eunapio, che tra l’altro squadernava una serie impressionante di crimini perpetrati dai sacerdoti cristiani.

(386) Affermando che i numerosi fratelli e sorelle di Gesù (circa una dozzina) erano figli effettivi di Maria, i vangeli non cadono nella ridicolaggine di spacciarla per vergine (Mt 6,3 - 13,55; Gv 2,12; Gal 1,19). Ma delle Scritture altamente se ne impipava il da Woitjla beatificato Pio IX mentre convocava il concilio Vaticano I. Sul quale così si espresse Giuseppe Garibaldi: «Qui, nella contaminata vecchia capitale del mondo, si disputerà della verginità di Maria che partorì un bel maschio sono ora diciotto secoli, e ciò importa veramente molto alle affamate popolazioni; sulla eucaristia, cioè sul modo d’inghiottire il reggitore dei mondi e depositarlo poi in un closet qualunque, sacrilegio, che prova l’imbecillità degli uomini che non regalano di un pugno di fango il nero che sì sfacciatamente si beffa di loro; finalmente, su quel metro cubo di letame che si chiama Pio IX» (Il Mondo, 1959; Tempo, 18-4-1976). Al papa «non disposto ad andare più in là di un certo dispotismo moderato e illuminato» (Gelmi), al papa tanto «mite, umano, amato da tutti per le sue doti umane di cuore e di tratto» (Fabbretti), che a Mentana fa macellare dai Francesi dotati di nuove armi (i micidiali chassepot a retrocarica e i canons rayes, primi cannoni ad anima rigata) un gran numero d’Italiani, piaceva ridersela di tutti, amici o nemici che fossero, persino dello stesso imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, il Cecco Beppe a lui devotissimo, al quale munificamente donò, in cambio di un inestimabile gioiello e dei suoi massicci interventi militari in Italia, un vecchio dente cariato (probabilmente caduto a un cagnaccio) «tratto dalla mandibola di Pietro». La cui tomba (più fasulla del fasullissimo dente) sarebbe stata miracolosamente ritrovata oltre cent’anni più tardi, da Woitjla!

(387) «Il papa liberale, provvidenziale, che molti venerano come un santo»
(Fabbretti), modestamente si contenta, profilandosi la malaparata di Porta Pia, di «una breve resistenza pro forma» (ib.), facendo ammazzare in pochi minuti dallo svizzero Kanzler, «solo una trentina» di giovani Italiani e ferirne più del doppio; del resto, ai caritatevoli occhi del clero, tutti spregevoli scomunicati, cani destinati all’inferno, gentucola di nessun valore. E intanto va in auge il clericale Cantù, grande intellettuale che tratta «con superbo disdegno tutti gli scrittori italiani, [da Dante al Berchet, nella] coscienza della propria superiorità, indizio d’uomo salito a tale altezza, da vedere tutti gli altri a incomparabile distanza» (De Sanctis). Vero antesignano dell’attuale massimo genio pseudolaico, Eco, che dalla vetta delle «sue opere tradotte in oltre 50 lingue» sparge a piene mani cattolica immondizia sulla grande moltitudine dei martiri albigesi e dolciniani. Lo stesso supponente pseudolaico che quando asserisce che «si stampano troppi libri, alcuni sono schifezze e le librerie ne sono intasate» (La Repubblica, 26-8-1996, p.17), ci trova però del tutto consenzienti perché pensiamo che si riferisca ai suoi, ricalcati su quelli del suddetto venerato clericalone ottocentesco, che nella prefazione alla sua Storia della letteratura «dà addosso a tutti gli scrittori che lo hanno preceduto, guardando con occhio di compassione fino il laborioso e benemerito Tiraboschi, talché ti fa aspettare da lui veramente qualcosa di grosso» (De Sanctis). Ma nulla caverai dalle sue cerebrali defecazioni tanto gradite ai preti: «Deve parlare il Cantù di Telesio, Bruno, Campanella, Sarpi, Galilei? La parte letteraria vi è appena toccata […] come qualcosa di appiccicato, che si possa togliere o aggiungere. […] Machiavelli è rimpicciolito, Ariosto disconosciuto, Leopardi è messo in coda alla scuola del Monti; Alfieri, Giusti e Berchet rimangono incompresi» (ib.). Anche al Tasso non risparmia «gravi censure» (ib.) mentre ricopre di sperticati elogi ogni nullità clericale. E ciò secondo il costume dei viscidi servi di una chiesa da Woitjla vantata possente bastione culturale, ma in effetti solo tesa a «confermare la gioventù studiosa in antichi e nuovi pregiudizî, ed avezzarla a giudizî arroganti e presuntuosi, al disprezzo dei nostri sommi, e a quella mezza e superficiale dottrina, che è peggiore dell’ignoranza» (ib.). Ovvia dunque la bella pensata del nostro governo, nel 2003, d’intensificare la già avviata demolizione della sanità, dell’istruzione e dei trasporti statali per potenziare al massimo, con forzati contributi pubblici, le tanto utili scuole clericali.

(388) Perduta Roma, Pio IX vomita veleno contro la nuova Nazione italiana, rea di privarlo del potere di continuare ad assassinare impunemente altri patrioti, come Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, decapitati nel
1868, e si ritira immusonito nelle migliaia di stanze vaticane stipate degli immensi tesori rapinatici nel corso di quindici secoli, recinto da nababbici giardini ed altissime mura a netta separazione dal puzzolente gregge. Da qui sommerge il mondo d’immaginette con se stesso in veste di «santo prigioniero lacrimante», di martire della fede che prega ginocchioni sulla paglia tra nude pareti e grosse sbarre. Macerandosi in tanta sofferenza, promulgherà il Sillabo, che condanna il razionalismo, il naturalismo, il socialismo, la diabolica indifferenza religiosa e la separazione tra Stato e Chiesa, l’abominevole Stato liberale non più servo del prete. Susciterà inoltre una generale incontenibile ilarità partorendo il dogma dell’immacolata concezione (festeggiata con l’erezione in piazza di Spagna di una colonna in marmo cipollino sormontata dalla Madonna), e quello della propria modesta… infallibilità. Delle sue eccelse qualità egli diede molte prove, come la distruzione della Repubblica Romana da lui insistentemente richiesta con la strage indiscriminata di cittadini d’ogni età e sesso sotto le cannonate francesi. I Triumviri avevano affidato a Cristina di Belgioioso l’organizzazione della sanità pubblica e dei convogli di ambulanze (primo caso nella storia). Poiché tutte le caritatevoli suore se l’erano squagliata allegramente, essa si appellò alle donne romane, accorse volontarie a migliaia, e ne selezionò 300, subito prodigatesi senza risparmio di tempo e di forze nella cura dei feriti. La stagione era calda ed esse operavano a maniche corte, scandalizzando Pio IX, casto Susanno di turno, che con la Noscitis et nobiscum le insulta volgarmente, piangendo sui «miseri infermi già presso a morire, […] costretti ad esalare lo spirito tra le lusinghe di sfacciata meretrice». All’abietto figuro biancovestuto la Belgioioso rispose con una nobilissima lettera che gli ricacciava nell’immonda gola le sue insolenze. Tra l’altro diceva: «Non sosterrò che tra la moltitudine di donne che, durante il maggio e giugno del 1849, si dedicarono alla cura dei feriti non ve ne fosse neppure una di costumi reprensibili: Vostra Santità si degnerà sicuramente di considerare che non disponevo della Polizia Sacerdotale per indagare nei segreti delle loro famiglie, o meglio ancora dei loro cuori». Tuttavia, continuava, di una sola cosa si poteva essere certi, che esse «erano state per giorni e giorni al capezzale dei feriti; non si ritraevano davanti alle fatiche più estenuanti, né agli spettacoli o alle funzioni più ripugnanti, né dinnanzi al pericolo, dato che gli ospedali erano bersaglio [proprio per continuo criminale incitamento papale] delle bombe francesi». Durante i funerali di tanto santo (a detta di Woitjla) pontefice, la polizia e i bersaglieri riuscirono a stento a trattenere la folla indignata che, spintonato brutalmente l’ipocrita clero salmodiante, si era già impadronita della bara per gettarla nel Tevere dal ponte di Castel Sant’Angelo.

(389) Vincenzo Gioacchino Pecci, di Carpineto Romano (Leone XIII,
1878-1903), ribadì con l’Imperscrutabili la sua ferma volontà di non mollare per nessuna ragione alcunché dell’adoratissimo potere materiale. Ma non riuscendo in alcun modo a spuntarla, come astuto espediente per nuovi acquisti, oltre a conservare l’immane refurtiva, «scelse la riconciliazione della Chiesa col mondo moderno, primo pontefice a dimostrarsi aperto alle istanze dei democratici. [Ma] nella sua prima enciclica dichiarò di esigere, non per orgoglio e sete di dominio, ma per riguardo al suo ufficio e ai vincoli religiosi del giuramento, al bene pubblico e alla salvezza dell’intera società umana, la restituzione del potere temporale» (Gelmi). Lanciò le sue folgori contro la battaglia per la cultura (Culturkampf), contro la celebrazione del primo centenario della morte di Voltaire e contro «la provocatoria inaugurazione del monumento a Giordano Bruno» (ib). E mentre i più spietati industriali, amorevolmente coadiuvati dal ben pasciuto clero, facevano sgobbare in fabbrica fino a sedici ore al giorno centinaia di migliaia di bambini di sei e sette anni, L. pubblicava «l’enciclica contro il socialismo, volta all’elevazione sociale del popolo»! (ib.). Che con involontaria ironia l’enciclopedia Rizzoli-Larousse così commenta: «…avversario del socialismo (Quod apostolicis muneris), L. si meritò il titolo di papa sociale e papa degli operai». Retriva e antiumana è pure la tanto magnificata Rerum novarum, auspicante la gran novità di… un ritorno al guelfo corporativismo medievale. Per il gesuita Gelmi è «il più grande Pontefice del XIX secolo», forse perché, nel 1893, partorì la luminosa idea di salassare l’Italietta immiserita e stremata dalle guerre d’Indipendenza con una torrentizia emissione di bigliettoni falsi, fatti stampare in doppia serie dalla pontificia Banca Romana. Ma secondo i preti se il truculento pontefice tirò tale mazzata ai nostri già macilenti avi, lo fece però solo… a gesuitico fin di bene, per accelerarne il decollo da questa triste valle di lacrime verso l’agognato regno dei cieli. La papal maxitruffa emerse clamorosamente in parlamento su denuncia del deputato socialista Napoleone Colaianni, garibaldino. Colto col sorcio morto in bocca, il Vaticano accusò il colpo, ma come sempre, grazie alle mene dei suoi leccapiedi politici, la passò liscia, e nessuno fu condannato. Il pomposo centenario della Banca Romana è stato preceduto da tante altre impunite pie buggerature a nostro danno, di cui le più note quelle (nell’ultimo mezzo secolo) dell’abilissimo truffatore mons. Cippico, illustre cittadino vaticano, del barbuto terziario francescano Giuffrè, eccellente imbambolatore di gonzi, dei frati bergamaschi insuperabili fabbricanti di moneta falsa, del tuttora vivente in gloria arcivescovo Marcinkus, tanto caro a Woitjla per i circa 2.000 miliardi di lire (in valuta del 1982) fregati ai fiduciosi azionisti del Banco Ambrosiano, filiale del vaticano IOR (Istituto Opere di Religione), e mai più restituiti, nemmeno in minima parte, ai derubati, e dell’esimio ridanciano cardinale di Napoli Giardino) implicato nel 1998 in camorristici grossi giri d’affari usurarî. Per far passare sotto silenzio i suoi sistematici colpi gobbi assestati all’Italia la sacra gang fa leva sulla complicità dei media, a costo di dover sborsare, pur sudando sangue dal dispiacere, qualche piccola mancia prelevata dai suoi inglobati mastodontici malloppi. Per trattenersi i fottuti detti 2.000 miliardi, si propiziò quotidiani d’ogni opinione passando, p. es., al liberale Corriere della Sera 20 miliardi ed alla comunista Unità 5 miliardi mascherati da crediti agevolati. Ovvero graziosi prestiti senza interessi quando l’inflazione annua toccava ufficialmente il 18 e il 20 per cento! Nel 1883, per distrarre l’attenzione pubblica, incolparono a botta calda l’amministratore della Banca Romana, la laica testa di paglia Tanlongo, che però non finì suicidato dalla cattolicissima mafia come poi finiranno tra il silente incameramento papale, Roberto Calvi, primo capro espiatorio della truffa targata IOR, impiccato da devoti picciotti siciliani sotto il ponte londinese dei Frati neri (frati domenicani, e non fratelli massoni, come tentano di far credere), e la sua vecchia segretaria, suicidata con un’elegante defenestrazione dal quarto piano della sede dell’Ambrosiano milanese. Per farci fessi la chiesa non ha mai avuto bisogno d’incoraggiamenti, soprattutto oggi, perché mai come ora può pienamente contare, a dispetto del progresso tecnico, sulla sempre più montante imbecillità popolare. Lo conferma su Civiltà cattolica anche il famoso don Vercesi, compiaciuto del fatto che la marcia trionfale del papato non si è arrestata nemmeno nell’Ottocento, perché quando lo spirito laico lo «attaccò nei suoi aspetti più diversi sul terreno politico, religioso, sociale, storico, filosofico, ecc., il risultato definitivo fu che al suo tramonto il cattolicesimo romano era più forte, più robusto che all’alba dello stesso secolo. Fatto che non può essere contestato dagli storici imparziali». Stanco di starsene in disparte, per poter meglio ripiantare i suoi sanguinolenti artigli sui beni italiani, nel 1901 con la Graves de communi re L. riconosce il movimento dei laici democristiani, ma mettendo loro le briglie al collo affinché trottino alacremente nel solo ed unico interesse vaticano.

XXXIX

(390) Giuseppe Sarto di Riese, Treviso (s. Pio X, 1903-14), eletto col sostegno dell’Austria (braccio secolare del Vaticano), «affabile, semplice, cordiale» (Fabbretti) «si distinse per la sua squisita bontà. Notevoli erano le sue virtù morali, che praticò ai limiti dell’eroismo. […] Di innovazioni non voleva sentire parlare: dai suoi sacerdoti esigeva obbedienza assoluta: diffidava istintivamente delle correnti progressiste. Elesse vescovi preferibilmente antiliberali. Il grande Papa dell’antimodernismo, con l’enciclica Editae saepe» [esaltò] s. Carlo Borromeo, [e] con la Gravissimo officii munere biasimò le associazioni culturali proposte dallo stato, raccomandò la comunione quotidiana, impose il giuramento antimodernista, [appoggiò] i cattolici integralisti che non rifuggivano da spionaggio, delazioni e metodi segreti [di cui la più nota vittima sarà il prof. Ernesto Buonaiuti ndr]. Pio non soltanto era a conoscenza di questa polizia segreta, ma la approvava». Parole, incredibile visu, stilate dallo stesso padre Gelmi, che però subito dopo, pentitissimo di tanta audacia, a scanso di papal ira funesta velocemente rincula tornando a sviolinare l’appena sputtanato pontefice, in Vaticano affettuosamente chiamato «baronessa Michelina» (Gramsci). E lo difende con la speciosa motivazione ch’egli «credeva poter giustificare il Sodalitium Planum con la situazione drammatica in cui a suo avviso si trovava la Chiesa». Pio sospese a divinis e scomunicò Romolo Murri, l’unico prete insorto contro lo sfruttamento dell’infanzia nelle fabbriche, e scagliò l’anatema contro Giacomo Grosso, professore all’Accademia Albertina di Torino, per una sua tela di «diabolico nudo femminile». Finita la festa, dopo la Rivoluzione, delle donne bruciate vive sulle piazze, si contentò di farle scomparire il più possibile visivamente imponendo la moda medievale di ricoprirle dal mento alla punta dei piedi. Mise inoltre all’Indice il capolavoro di Antonio Fogazzaro, Piccolo mondo antico, dove una ricca megera fa patir la fame all’unica nipotina per largheggiare in generosi donativi ai preti. Quando era patriarca di Venezia il Sarto irruppe, non invitato ospite, nella casa del morente Giacinto Gallina (commediografo dialettale, a cui la città dedica un istituto scolastico), per poter poi vantarsi d’aver convertito in punto di morte un ostinato miscredente. Ma se ne dovette tornare stringendo in pugno, invece della ritrattazione, un colorito rifiuto. // Per il clero e i servi media italiani egli era un amante della pace. Non così per gli storici, dopo la scoperta dei suoi insistenti intrighi e maneggî per aumentare la tensione internazionale e provocare la prima guerra mondiale. Il papato ha sempre apertamente mirato a disgregare l’Italia, a costo dei conflitti più disastrosi, per sempre più accrescere la superficie dello Stato pontificio, e quindi, dopo l’Unità nazionale, per restaurarlo vanificando tutti i sacrificî del nostro glorioso Risorgimento. Ma col trascorrere del tempo il naturale rinsaldarsi dell’unità della Nazioner lavorava a suo danno. Restava al Gran Prete solo l’ultima speranza: una guerra generale che rimescolasse in modo radicale le carte, guerra ovviamente vinta dai potentissimi Imperi centrali che gli consentisse, come pattuito compenso al despota, di risalire trionfalmente sul trono dell’abominmevole potere temporale (v. Padre Lingam in ABC)

(391) Il (secondo don Gelmi) «rigorosamente imparziale» benché aperto partigiano dei nemici dell’Italia Giacomo della Chiesa di Genova (Benedetto XV,
1914-22), si proclamò anch’egli, con accompagnamento del solito enorme strepito pubblicitario, grande pacifista. In realtà, era ben incamminato sulle orme dei suoi predecessori guerrafondai, sempre accanitamente impegnati a farci massacrare, per trarne materiale guadagno, dagli stranieri. E quando la strapotente macchina bellica germanica sfondò con immani distruzioni e crescenti carneficine il fronte occidentale, si guardò bene dal gridare all’“inutile strage”. Al contrario, ne gioì fino al midollo, vedendo solo nel micidiale rullo compressore teutonico il provvidenziale intervento di Dio, a castigo dei nostri orribili peccati, nella storia. Ma quando la ruota della fortuna cominciò a invertire i suoi giri in senso funesto per il suo amato Kaiser, egli s’industriò con indefesso zelo a tentar di stroncare il morale del nostro esercito per costringerlo alla resa. In vista degli agognati trenta denari, sabotò con freddo cinismo, soprattutto nella fase finale, la nostra ultima guerra d’indipendenza. Ma per quanto cercasse  con melate parole e a collo torto di celare le sue macchinazioni, l’acclamato predicatore di pace di turno mostrò presto agli occhi del mondo, con chiarezza solare, la sua vera essenza di papa sanguinario, teso solo a rimestare nel torbido per tradire vigliaccamente la Patria. Approfittando infine del rovescio di Caporetto (dopo il quale fu giustamente inquisito Della Torre, capo dell’Azione Cattolica, per la sua abietta propaganda disfattista contro l’Italia) B. affondò più sadicamente la lama bianco-gialla in schiena ai nostri combattenti, convertendosi di botto al da sempre dal clero deprecatissimo umanitarismo, tuttora bollato dal pacifista Sant’Uffizio come «una delle peggiori eresie». Dopo aver già tentato, per bassa vendetta della questione romana, d’impedire agli Stati Uniti di soccorrerci nel momento di nostro maggior bisogno, B. gridò all’inutile strage proprio mentre i nostri fanti, resistendo eroicamente sul Piave, ribaltavano la situazione e riducevano al collasso l’attaccante. La nostra vittoria cadde come un fulmine a ciel sereno sul Vaticano riducendolo nel più grande sgomento. Crollavano tutti i suoi criminali sogni autocratici e si scioglievano come neve al sole le sue sordide trame, che coinvolgevano anche molti paesi neutrali, come la Spagna, dove «la stampa cattolica e carlista era guadagnata alla causa degli Imperi centrali. Il direttore di El Debate [foglio controllato dai gesuiti], sig. Herrera, era allora ostilissimo all’Italia. I seguaci di Vasques de Mella giuravan nel nome di Guglielmo II, che consideravano come il Costantino novello che avrebbe abbracciato il cattolicesimo a guerra terminata. […] Io sono dell’avviso di padre Gemelli [fondatore dell’Università cattolica] che gli italiani in genere e i cattolici in specie hanno torto di non mantenere stretti contatti con la Spagna […] per l’accordo nella difesa della civiltà cattolica» (Don Vercesi in ‘Vita e Pensiero’, luglio 1923). Ciò spiega perché il viscido, ipocrita nonché piagnone Benedetto, che in vista di materiale compensi sputava sulla propria terra bramando solo il trionfo dei nostri nemici, era a buonissim diritto chiamato da tutti gli uomini assennati Maledetto XV. Egli sarà pedissequamente imitato da Woitjla nella Giornata mondiale della pace del 2003 quando, dopo il macello di tremila persone (tra cui 400 italiani) nelle Twin Towers, festeggiato dagli islamici con danze scomposte e abbuffate di dolcetti per le vie, urlerà minaccioso, per far risparmiare la giusta punizione ai suoi cari integralisti arabi: «Non c’è pace senza giustizia! Non c’è giustizia senza perdono!». Proprio lui, il sedicente perdonatore, nel modo che tutti sanno, del giovane turco!

(392) Achille Ratti (Pio XI, 1922-39), nato da famiglia poverissima di Desio (Milano), offre i suoi servigî a Mussolini e s’impegna a consolidargli la dittatura in cambio di un concordato finanziariamente molto oneroso per la misera Italia del ‘29, che inoltre umilia e intacca la sovranità nazionale, offende i martiri del Risorgimento e rilancia alla grande la nefanda cricca ecclesiastica, sempre bramosa di rivincita e di vendetta. Cricca che così si rimette in pista per ricostituire uno Stato pontificio volto a debordare dagli antichi confini, per espandersi sovrapponendosi addirittura all’intera Penisola. Funesto evento facilmente prevedibile, verificatosi con puntualità subito dopo la seconda guerra mondiale, e dallo stesso Duce riconosciuto esiziale in una tardiva sconsolata confidenza al genero Ciano: «Il papato è il cancro che divora la nostra vita nazionale» (Diario, 12-05-1940). Assestatoci il colpo letale, il nefasto pretonzolo brianzolo otteneva il titolo di sovrano assoluto, l’extraterritorialità del Vaticano e della tenuta di Castel Gandolfo, l’obbligo dei nostri governanti d’infliggere la punizione massima (allora vigeva la pena di morte) a chi attentasse alla sua vita, nonché specialissimi riguardi in favore di preti e frati imputati di delitti, il raddoppio della congrua assegnata al clero (con l’aggiunta della somma, esorbitante per l’Italia di allora, di 1.750 miliardi di lire) e l’imposizione del putrido insegnamento papista in tutte le scuole statali. Ovvio che Pio riconoscesse nello spericolato Benito «l’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale». I preti tripudiavano: finalmente un italiano prepotente con tutti gli altri ma calabrache con loro, uno con la Patria sempre sulle labbra ma che, pur di mantenersi al potere, cedeva al loro ricatto e rinnegava lo stramaledetto Risorgimento! Tuttavia il papa, non appena incassato l’enorme malloppo, mostrò di non essere affatto ancor sazio (preti e polli mai satolli!). Si mise subito a frignare, a mugolare, a snocciolare lamentele, a pretendere molto di più: «Se si computasse, capitalizzando, tutto quello di cui fu spogliata la Chiesa in Italia arrivando fino al patrimonio di S. Pietro, che massa immane opprimente, che somma strabocchevole si avrebbe!». E di rimando, tra il comune mutismo fascista, il deputato liberale Morello, purtroppo esautorato di fatto dal nuovo regime: «…quanto al computo di debiti e crediti, se l’Italia dovesse capitalizzare tutt’i danni che il papato le ha arrecato nei secoli, con le sue chiamate degli stranieri, con le guerre, le taglie, le devastazioni di ogni genere, vi sarebbe consulta di ragionieri capace di farne il calcolo?». «Accettando l’infame convivenza, rinunciando a portare alle sue logiche ed estreme conseguenze, cioè all’estromissione del papato, l’attacco sferrato alla breccia di porta Pia, l’Italia condannava se stessa ad un ruolo secondario, accettava di farsi strumento laico di un sovrano spirituale e supernazionale, cioè antinazionale» (Tedeschi). Firmati gli ignominiosi Patti, alle camicie nere stolidamente fiere di aver fatto di Roma «il veicolo dell’espansione del cristianesimo», sotto titolo DATE A DIO, L’Osservatore Romano ribatte arrogantemente che esso si sviluppò «su una base antiromana per eccellenza, tanto è vero che di Roma soppiantò sia la religione sia lo Stato nazionale» (ABC-Documento); e avanza quindi la pretesa che l’Italia concordataria si subordini umilmente alla chiesa (ib., cit.: I PRETI RICOMINCIANO A FARE I PREPOTENTI). Il Duce, risentito, fa rispondere da Spectator (pseudonimo di Mario Missiroli) sul Messaggero, con l’annuncio di azioni dimostrative contro gli insuperbiti membri dell’Azione cattolica (ib.). La sacra gang s’acquieta, per rimontarci però baldanzosamente in testa nel ‘47 quando farà varare dal Parlamento, impaurito dalla minaccia papale di una guerra di religione, il nefando art. 7 della Costituzione che convalida il concordato clericofascista. «Votano NO in 149: socialisti, repubblicani, azionisti, democrazia del lavoro e il deputato cristiano-sociale. Votano SI in 350: democristiani, comunisti, qualunquisti e tutti gli altri» (Privitera). I liberali, salvo Croce che vota NO, ambiguamente si astengono. Per aver anch’essi svenduto l’Italia ai suoi mortali nemici, i comunisti ricevono velocemente la ricompensa vaticana: scomunica e brusca estromissione dal governo con un energico calcio nel sedere. E con il Nuovo concordato del 1984, lungamente meditato, rielaborato e rifinito, lo Stato italiano, prima di allora perlomeno a parole indipendente, si muta del tutto in servo dei preti obbligandosi a un’eufemistica…  «collaborazione paritetica». Ossia ad una vergognosa sudditanza estesa all’intero ambito politico e finanziario. Sottomissione ancor più indecorosa, immotivata e gratuita di quella del ’47: allora c’era almeno, a scusante dei pavidi, lo spauracchio del pericolo stalinista in agguato e l’infame ricatto del Vaticano che minacciava di «non garantire la pace sociale». // Nel 1931 il papa, stizzito per la forzata mezzadria col fascismo, tenta di metterglisi un gradino più su con l’enciclica Non abbiamo bisogno, ma poi, considerati i troppo grossi vantaggî della losca combutta, invita i docenti universitari a giurare fedeltà al Duce (L’Osservatore Romano, 4 dic.). Solo tredici si rifiutano e si dimettono. «Pio XI perdette così una bellissima occasione, se non di farsi onore parlando, almeno di non disonorarsi tacendo» (Salvemini). Nel ‘38 il segretario del partito Starace commemora con un umorismo di dubbia lega, alla Camera, l’editore Angelo Formiggini uccisosi per protesta contro la persecuzione antiebraica: «Si è suicidato un ebreo, proprio come un ebreo, perché per risparmiare le spese di un colpo di pistola si è buttato da una torre». Il più fascista dei ministri si dimostrava ottimo alunno del famoso fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, padre Agostino Gemelli, che in consimile occasione aveva scritto su Vita e Pensiero: «Un ebreo, un professore di scuola media, gran filosofo, grande socialista, Felice Momigliano, è morto suicida: giornalisti senza spina dorsale hanno scritto necrologi piagnucolosi. Qualcuno ha accennato che era il rettore dell’Università mazziniana. Qualcun altro ha ricordato che era un positivista in ritardo. Ma se insieme col positivismo, il socialismo, il libero pensiero e con il Momigliano morissero tutti i giudei che continuano l’opera dei giudei che hanno crocifisso nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio? Sarebbe una liberazione anche più completa se, prima di morire, pentiti, chiedessero l’acqua del battesimo». Parole sante, parole degne di profonda meditazione da parte degli ingenui credenti nella favola della chiesa protettrice degli Ebrei. Pio XI, dimentico della sua bassa estrazione sociale, nel ‘37 con la Divini redemtoris fulmina la scomunica al comunismo, senza riuscire con ciò a guadagnarsi la tanto bramata stima di Hitler, il quale, benché cattolico e anch’egli firmatario di un concordato (molto meno pesante però di quello rifilato noi), sul Der Angriff non si perita d’appioppargli l’epiteto di avventuriero politico. Per darsi grand’arie di nobile, l’ex pezzente brianzolo deposita sull’arruffata testa di suo fratello una corona comitale con tanto di motto araldico; e celebra, in Vaticano, il matrimonio della nipote con uno sfarzo da far impallidire i più opulenti sultani d’Oriente. Predilige i perfidi e saccenti gesuiti, di cui tracotantemente fa santo e dottore della Chiesa universale il card. Bellarmino, spietato torturatore di Galileo e redattore degli otto motivi per il rogo di Bruno.

(393) Del romano Eugenio Pacelli (Pio XII, 1939-58), il più funesto degli ultimi Pii e forse, dopo Woitjla e s. Pio V, di tutti i papi, Mussolini dice che «lascerà dietro di sé il maggior cumulo di macerie» (Gran consiglio, 18-10-1938). E mai il Duce fu come allora tanto buon profeta, perché il papa le lasciò davvero, e non solo metaforicamente, anche facendo bombardare durissimamente Roma il 19 luglio 1943, a pochi giorni dalla caduta del fascismo. Nel '40 egli proclama il dogma dell’«assunzione in anima e corpo di Maria al cielo». Atteggiandosi a libero pensatore, don Gelmi finge di prenderne le distanze attribuendogli «mentalità clericale (sic!), atteggiamenti plateali, disdicevoli favoritismi, tendenze al nepotismo». Solo tendenze, o effettivi disdicevoli favoritismi? Inoltre, il buon gesuita, che diligentemente tace i suoi torbidi maneggî contro la Patria in guerra già iniziati nel lontano 1917, quando Pio non meno dell’ineffabile suo boss Benedetto XV «provava un debole per i Tedeschi», un debole però manifestato con «squisita sensibilità, precisione geometrica e fervida intelligenza», si scaglia contro lo scrittore Hochut che lo «accusa di non aver fatto, per avidità di denaro, quant’era in suo potere per salvare gli Ebrei dalla follia nazista». Ora il Vaticano e i clericali lardellati d’ogni colore dell’arcobaleno giurano sulla sua avversione al nazismo, nonostante i ridanciani prelati suoi rappresentanti fotografati a braccio entusiasticamente teso nel saluto hitleriano tra gli alti ufficiali delle SS, e nonostante la calorosissima stretta di mano tra il ghignante nunzio apostolico Basalto e il Führer del Terzo Reich. Sull’esempio del «dritto, fermo, ascetico e volitivo fin all’ostinazione Pio XII» (Fabretti), i preti blandirono sempre amorevolmente il Führer baciato dalla Fortuna. E quando questi entrò trionfalmente in Austria, fuor di sé dal visibilio «il clero pavesò i campanili delle cattedrali e persino gli altari di bandiere con la svastica» (Friedrich Herr, Università di Vienna), mentre «i cattolici tedeschi, che guardavano ai loro capi religiosi come ad una sicura guida spirituale, circa la loro partecipazione alla guerra di Hitler ricevettero le stesse risposte che avrebbero ricevuto da Hitler medesimo» (Zhan). L’ipocrisia dello pseudopacifismo papale traspare chiaramente nella pastorale Aspersi commotis anxietatibus, che esorta i militi «di ambo le parti» (non si sa mai!) ad affidarsi ai rispettivi vescovi militari, e raccomanda ai cappellani, in quanto «guerrieri che combattono sotto le bandiere della Patria, di combattere anche per la Chiesa» (Lewy). Il giorno dell’invasione della Polonia il New York Times titolava: SOLDATI TEDESCHI CHIAMATI A RACCOLTA NELLE CHIESE, mentre Pio gongolava pregustando affari d’oro nell’istigazione dei nazi ad aprire gli sterminati spazî dell’Est ortodosso al suo santo proselitismo. Nel ‘42 duecento preti e frati agli ordini del famigerato vescovo di Zagabria Stepinac (beatificato dal dolce Woitjla) guideranno gli ùstasah (i nazifacisti croati) al massacro di molte centinaia di migliaia di cristiani ortodossi (soprattutto intere famiglie di Serbi), e di decine di migliaia di Ebrei e di Zingari. I francescani Brzica, Majstrovic e Simic, in odio all’eresia ortodossa, nel ‘41 faranno decapitare dalla divisione italiana Sassari, per risparmio di pallottole, ben 40.000 persone che si rifiutavano di convertirsi al papismo (Deschner). Ispirato dall’ineffabile padre Gemelli, Simic diceva: «…ammazzare tutti i Serbi nel più breve tempo possibile, questo è il nostro programma…» (Enrico Vigna, La politica ei crimini di guerra dell’Italia fascista in Jugoslavia, Esse-Zeta, Varese), mentre padre “Filipovic-Majstorovic, detto Fra Satana, si guadagnò tra i prigionieri anche la fama di abilissimo strangolatore» (ib.).

(394) Tra gl’innumerevoli discorsi del saputo Pio XII, quello dell’ottobre 1951 a una delegazione d’ostetriche, volgeva a far spiccare la sua straordinaria competenza, in quanto Vicedio, in ogni e qualsiasi cosa, anche in materia vulvare. Dotato d’eccezionale fiuto affaristico, l’Onnisciente lo dimostrava soprattutto nei suoi stretti rapporti con le cosche mafiose, da lui coltivati fin dall’immediato dopoguerra e fervidamente sviluppati, dopo la sua scomparsa, dai suoi successori.

(395) Come Pio XI, anche Pio XII, benché capo della religione della povertà, condannò il comunismo, da cui paventava la spogliazione dei beni materiali della sacra gang, specialmente nel radiomessaggio natalizio del
‘42, tempestandolo d’ingiurie e anatemi. Da tempo egli teneva il piede in due staffe facendo sottobanco solletico agli Americani, alleati dei Russi e nemici dell’Asse, dopo aver dato ancora il suo pieno appoggio e incoraggiamento, il luglio 1941, al beneamato  Adolf Hitler scomunicando solennemente i marxisti, proprio mentre le invincibili armate del Reich raggiungevano la loro massima penetrazione su tutti i fronti. Solita baldracca da trivio e frenetica ballerina aggrappata al braccio del più forte, la chiesa si apprestava a partecipare alla spartizione delle ghiotte conquiste del Führer, riservandosi però, con un disinvolto un giro di valzer, di assestargli una bella pugnalata alla schiena al primo profilarsi della sua sconfitta militare.

(396) Pio XII conseguì senza sforzi lo strapotere in Italia approfittando del sostegno americano, delle nostre sventure belliche e dell’artatamente diffuso e ingigantito timore del comunismo. E in sovrapprezzo, provò l’immensa soddisfazione di vendicare ad usura le umiliazioni e gli smacchi patiti dal clero durante il Risorgimento. S’impegnò dunque a spennarci spietatamente tramite i suoi zelanti lacchè, per più decennî inamovibili al governo, e i rapaci banchieri di Dio sguinzagliati a regolari scadenze, come il furbone di tre cotte mons. Cippico, poi riparatosi sussiegosamente, con tutto il bottino, tra le inaccessibili mura vaticane, dalle quali si divertiva, impunito truffatore, a spernacchiarci sonoramente, o il forzuto mons. Marcinkus, premiato da Woitjla con la tiara arcivescovile per aver fulmineamente fatto piazza pulita della cassa del Banco Ambrosiano. Per poter sempre più facilmente bidonarci, Pio fece masturbare la nostra Costituzione con l’inserimento degli articoli 7 e 8, che riconfermavano gli abnormi privilegî e le vergognose esenzioni e immunità a favore del clero già fraudolentemente strappati al Duce col primo concordato. Alla sua brutale minaccia di gettare l’Italia nel crogiolo di una sanguinosa lotta religiosa, si erano dovuti piegare persino i liberali (salvo Benedetto Croce) e i comunisti (salvo il grande latinista Pettinato).

(397) Non bastandogli spolpare selvaggiamente gli Italiani, già prostrati da una disastrosa sconfitta, godeva nell’angariarli anche coi suoi giannizzeri disseminati negli organi giudiziarî. Proverbiale lo zelo del pretore di Lodi, isterico moralista mai sazio di denunce e di strisce nere applicate sui manifesti che riproducevano attrici vestitissime, a suo dire sempre insufficientemente coperte; mentre la papistizzata polizia vagolava sulle lunghissime spiagge d’Italia brandendo metri flessibili per castigare i bagnanti, soprattutto le bagnanti, in modo inversamente proporzionale alla misura dei loro costumi. Resi abulici dalla rovina economica e militare, gli Italiani subivano passivamente tutte le pesanti intrusioni clericali nella loro vita privata. Con gli occhi incollati ai cronometri, i birri di una repubblica serva di un monarca assoluto, s’intromettevano anche tra quanti si scambiavano baci oltre il tempo pretescamente stabilito. Crimine che non consentiva tolleranza, perseguibile d’ufficio: le prime manette scattarono ai polsi di due coniugi, colti in flagrante indugio labiale mentre si separavano, alla Centrale di Milano, sul predellino di un treno in partenza. Sbellicandosi alle spalle dei creduli, nel
’50 Pio annunciava il ritrovamento della tomba di Pietro sotto la basilica vaticana. Dopo quasi mezzo secolo anche Woitjla, appena eletto, attribuirà la medesima fasulla scoperta a se stesso. Miracolo dei miracoli: trovare l’introvabile, e addirittura per due volte di seguito, pur ben sapendo che Pietro non vide mai neppure da lontanissimo l’Italia, né da vivo né da morto. Ma proprio perché assurdo, - ribattono i preti - in ossequio alla virtù della modestia il devoto deve accettare, se scodellato da loro, anche il falso per vero (Credo quia absurdum). Dopo tutto, cos’è il miracolo se non la realizzazione dell’impossibile? Non può dunque Dio aver fatto seppellire Pietro simultaneamente a Roma e ad Aleppo? Parola di papa, in contatto per filo diretto con l’Altissimo! Che importa dunque se il romano Paolo non vide mai di Pietro neppure l’ombra, e se lo stesso Paolo, nel salutare ad uno ad uno i pochissimi cristiani di Roma, di Pietro non fa mai la benché minima menzione (Rm 1: 17; 16: 3-23)?

(398) Dalla fine del 1941 il pastor angelicus Pio XII offre agli strapotenti USA la sua collaborazione spionistica in cambio di un bel mucchio di quattrini da versargli dopo il conflitto. Ma fin a tutto il ‘42 ed oltre, egli continua a puttaneggiare, sebbene con più prudenza, coi non ancor del tutto svigoriti Mussolini ed Hitler secondo l’antico jeratico motto Non si sa mai... Visto poi pendere l’ago sempre più a sfavore dei due dittatori, tramite mons. Montini (futuro Paolo VI) il Sommo Doppiogiochista fa intensificare la raccolta d’informazioni militari dalla vastissima rete vescovile e parrocchiale, per trasmetterle al cattolico di formazione conventuale (professo domenicano) Donovan, fondatore e capo dell’OSS (ora CIA). Per le sue anguillesche manovre, costate la vita a decine di migliaia di nostri giovani, di cui non pochi cattolicamente finiti in fondo al mare, Pio riceverà dopo la guerra gli agognati trenta denari, in parte prelevati dai depositi bancarî svizzeri degli Ebrei sterminati nei lager. Sante papistiche prodezze venute in luce con l’apertura agli studiosi (scaduti i termini legali di 50 anni) dell’Archivio di Stato americano, provocando un immediato contenzioso economico tra Israele e USA (Corsera, 15-07- 96, p.19: QUELL’ASSEGNO DEL ‘47. QUEI DIECI MILIONI DI DOLLARI VERSATI AL PARTITO DI DE GASPERI HANNO UN’ORIGINE SEGRETA E IMBARAZZANTE. VENIVANO DAL BOTTINO DI GUERRA NAZISTA, DAI LAGER DELL’OLOCAUSTO. E IL CONGRESSO MONDIALE EBRAICO ACCUSA LA CHIESA) (vedi anche: passim, XL, nota 6). Di simili combutte e intrallazzi criminali coi nemici dell’Italia è tutta quanta intessuta, non lo si ripeterà mai abbastanza, la bimillenaria storia ecclesiastica.
 

XL

 

(299) Angelo Roncalli, ossia Giovanni XXIII (XXV) di Sotto al Monte, Bergamo, patriarca di Venezia dal ‘53, regnante dal 28-10-1958 al ‘63, è detto il papa buono. Tutta la sua bontà consisteva nello sbracciarsi a benedire a destra e a manca. Devotissimo dell’atroce Carlo Borromeo, sul quale compì studi molto profondi e scritto degli ipocriti fantasiosi volumi, in cui «più che il rigore scientifico, gli era da guida una certa curiosità sapienziale per la storia della Chiesa, specie nei suoi aspetti pastorali. […] Nei confronti di Pio XI e XII dimostrò non solo la più scrupolosa fedeltà esecutiva, ma anche un allineamento ideologico senza riserva» (Gasparri). Già segretario dell’acerrimo nemico dei liberali Radini, vescovo di Bergamo, del quale «scriverà una commossa biografia pubblicata nel 1916» (ib.), gli è stato modello anche l’acrimonioso Leone XIII, sull’«indifferenza per i contenuti sociali e civili per le forme di governo, che andavano accettate o rifiutate solo in base alle garanzie che offrivano alla libertà [affaristica] della Chiesa» (ib.). Lui pure quindi appassionatamente ama, finché essi hanno il vento in poppa, il Duce e il Fhürer, docili firmatarî di concordati comodissimi al clero come copertura dei suoi continui imbrogli e rapine. Poiché alla morte di Stalin il pericolo atomico sovietico, l’incertezza della guerra fredda, la crescita dei comunisti in Italia e in Francia, l’umiliazione statunitense a Cuba e in Vietnam sembrano concorrere a far inclinare il mondo a sinistra, la chiesa, attentamente fiutata la direzione del vento, scalpita per balzare in tempo sul carrozzone rosso in barba alla scomunica del marxismo e alla giurata fedeltà agli alleati occidentali. E G. è «scelto come papa di provvisoria transizione» (ib.) nell’eventualità di nuove acrobazie ecclesiastiche. Appena eletto, egli nomina cardinale di Vienna, con un’assai significativa scelta, il ‘rivoluzionario’ mons. König, che subito proclama: «Tra liberalismo e comunismo, preferisco il secondo». G. fa poi cadere come cacio sui maccheroni l’enciclica Pacem in terris. Enunciandola in quel periodo di nebulose prospettive politiche, il sacro opportunista ottiene un duplice vantaggio: guadagnar tempo, in attesa di schiarite, e procacciarsi, a furia di trinciar benedizioni, prematura fama di santo.

 

(400) Corriere d. S., 31-10-58. Al titolo «UNO STRILLONE ‘SPIRITOSO’ OFFENDEVA IL PONTEFICE. È STATO ARRESTATO E DENUNCIATO PER VILIPENDIO A CAPO DI STATO » segue: «Di una curiosa avventura… sul lavoro, è rimasto vittima l’altra sera, uno strillone di giornali. Nell’ora in cui venivano vendute le ultime edizioni dei quotidiani serali recanti la notizia dell’elezione del nuovo Pontefice, il venticinquenne Antonio Russello abitante in via degli Etruschi 9, era al suo posteggio, all’angolo di via Dogana con via Marconi. Con gesto discutibile e forse credendo di aumentare la vendita del giornale affidatogli, il giovanotto urlava a squarciagola il titolo della prima pagina, deformandolo lievemente in modo da attribuirgli un ben diverso significato. Venne udito dal dott. Zito, dirigente del commissariato Duomo, il quale ritenne offensiva per la dignità di Papa Giovanni XXIII, la deliberata imperfezione di pronunzia adottata dallo strillone. Così lo fece ‘fermare’ da alcuni agenti e condurre in ufficio, dove lo denunziò per lesioni all’onore e al prestigio di Capo di Stato in base all’art. 278 del Codice penale, modificato dalla legge 11 nov. 19471317 in relazione all’art.8 del capoverso riguardante i Patti lateranensi. Il Russello è stato pertanto dichiarato in arresto e inviato a San Vittore». Non risulta che il tanto dolce, il tanto angelico papa buono, gran predicatore di perdono e di pace, benché immediatamente informato (nel solo Arcivescovado di Milano cento persone – riferisce Il Giorno in un articolo a piena pagina – spulciano tutta la stampa), abbia mai mosso un mignolo a favore del suo offensore. Se lo avesse fatto, tutte le trombe, le trombette e i tromboni dei media avrebbero lanciato squilli assordanti per celebrare all’unisono la sua squisita bontà. All’opposto, all’increscioso episodio seguono anni di silenzio di tomba. E per quanto si spoglino i giornali, non si troveranno, su G., che futilità come il pezzo del 4 nov. dal chilometrico titolo: «IL COMMOSSO INCONTRO DEL PAPA CON I PELLEGRINI DI BERGAMO E DI VENEZIA: VI DICO LE STESSE SEMPLICI COSE DI UN PARROCO PERCHÉ [MODESTAMENTE] È NELLA SEMPLICITÀ CHE STA LA VERA GRANDEZZA E IL SEGNO DIVINO DELLE COSE». In effetti, G. brilla per il suo mutismo (contro il papal vezzo di ficcanasare e pontificare dappertutto) anche in occasione della tragica fine, nel ’61, del ponte aereo di giganteschi Herkules con cui la nostra debolissima nazione a lungo inondò gratis di viveri e medicinali, in fondo a solo pro della propaganda clericale, l’intero Congo. Dopo essersi ben satollati, gli allegri cattolici di Kindu, un centro industriale sul ridente lago Luaba, un giorno vanno incontro ai nostri piloti, ma - forse per diversificare i loro monotoni pranzi - per scannarli e deglutirli in festoso banchetto. Gli avanzi dei corpi dei nostri aviatori sono portati cantando e a passo di danza al mercato locale, dove anche alcuni missionarî francescani, tra cui due europei (la stampa ne tace la nazionalità, quindi quasi sicuramente italiani) non fanno tante smorfie né si fanno tanto pregare per cibarsene. Qui da noi, papa, preti e frati, la cui linguaccia di solito vibra velocissimamente per ficcarsi in ogni e qualsiasi cosa, su tali fatti non hanno mai proferito verbo. Tuttavia, con un certo signorile distacco - bisogna pur ammetterlo - non si sono opposti all’erezione di una stele ai tredici connazionali ingurgitati, e digeriti davvero di gusto, dai pii papisti euro-africani. Elegante stele, non di cemento o d’ordinaria graniglia, ma di vero marmo, arditamente slanciata per alcun centimetri, se la si guarda ben accucciati, verso il terso cielo di Pisa.

 

(401) Profilatasi con certezza la nostra sconfitta, e spostatosi inequivocabilmente l’asse di forza dall’orbita clericofascista all’anglo-sovietica, la chiesa si affretta a strizzar l’occhio ai detestati popoli protestanti e ai di fresco stramaledetti e scomunicati marxisti. L’ingorda congrega di «drudi feroci» (Purg. XXXII, Inf., XIX), troncati di colpo i suoi torbidi amorazzi con gli ormai debilitati Duce e Führer, e visti gli odiati «deicidi perfidi ebrei» sedersi addirittura al tavolo dei vincitori, non esita a strusciarsi lascivamente anche al fianco di quest’ultimi. E dei velenosi insulti contro gl’indifesi figli d’Israele di cui da sempre si riempiva la bocca, con ardita piroetta fa vigliaccamente unico bersaglio i nostri avi militanti sotto l’aquila romana. La giravolta della più gran puttana tra tutte le puttane si verificherà tuttavia, nella pienezza della sua sfacciataggine, solo dopo la morte di Pio XII, per risparmiargli (che delicatezza!) l’imbarazzo di un aperto spudorato voltafaccia, per il quale pare più confacente attendere l’avvento di un papa dall’aria paciosa che si lanci, nonostante il pancione, in nuove vorticose danze atte a incantare i nemici di ieri e a calmare gli offesi di oggi. Giovanni XXIII è stato di recente menzionato, durante un pacato dialogo televisivo tra lo psicologo Pasini e la tracotante catto-femminista sedicente «valorizzatrice della clitoride», Elvira Banotti. Che si è scagliata con furia, vietando con drastiche interruzioni al suo interlocutore di fiatare, contro il vituperevole «membro maschile, il cui uso, non importa se con la moglie o con una prostituta, è sempre uno stupro giustamente punito da Dio con il cancro alla prostata». Ma lo psicologo, aspramente redarguito dalla temibile caporiona irritata da qualche suo sorriso, riesce infine a inserirsi tra i cattosproloquî obiettando essere invece più a rischio d’ammalarsi proprio chi fa minor uso del sesso, o soffre della «sindrome del seminarista», aggravata dal tanto raccomandato dalla chiesa frustrante coitus interruptus. Violentissima la reazione dell’ossessa. E Costanzo si fa varco a fatica tra il profluvio di banottiani improperi vomitati contro la scienza medica, ricordando che pure il cosiddetto papa buono morì dello stesso diabolico male. Precisazione che fa di botto rinchiudere la logorroica cazzofoba, imbronciatissima, nel più ermetico silenzio. Buddisticamente impassibile, giallastra sotto un funereo copricapo a tuba, rimane assorbita nella visione di smisurati papalcazzi, certamente non fatti d’ignobile carneo tessuto bensì di puro spirito, cazzi papali devotamente coltivabili tra i più alti valori del cattolicismo, non meno delle altrettanto sacrosante banottiane clitoridi. (Can. 5, M. Costanzo Show, 1-10-996).

 

(402) Calando il sipario, con la diminuzione del pericolo comunista, alla buffonata della finta apertura mentale giovannea, la chiesa elegge il poco malleabile Giovanbattista Montini (Paolo VI) di Concesio in provincia di Brescia (1963-78). Che non solo continua, come il predecessore, a non riconoscere Israele, ma rincula à la grand vitesse verso il buio medioevo ripescandone il desueto ciarpame. Per il pio re dei rotocalchi Enzo Biagi (definito da Craxi il moralista un tanto al chilo) l’inossidabile misogino «Paolo VI fu un santo». Biagi si professa un «laico gonfio di dubbi», ma così sicuro delle sue papali virtù, da profetizzare che anche se «il percorso per la gloria degli altari è lungo, un giorno G. B. Montini sarà venerato». E con la stessa coerenza dei laici da burletta oratoriale Eco e Benassar, di fatto preti benché senza tonaca, egli classifica P. (che egli stesso dice «considerato dagli Italiani il vescovo degli industriali») uomo «di sinistra perché, parlando agli operai di Sesto S. Giovanni, raccontò che i primi a distaccarsi dalla religione furono i grandi imprenditori, gli economisti del secolo scorso». E giudica P. «generoso» (non si sa in cosa) ma, poverino, «incompreso» soltanto perché «duro nella dottrina», a cominciare dal «celibato dei preti», da vero santo, appunto «di sinistra». Innamorato dei ricchi e dei preti celibatarî, P. detesta le donne, tollerando a malapena quelle come l’americana suor Janine Gramik, poi tutta grondante benedizioni di Woitjla e del primate di Spagna per aver sentenziato essere «l’amore tra due coniugi sempre una concessione al vizio, [e] la relazione tra due lesbiche e due gay, uniti in un vincolo impegnato e di fedeltà, eticamente buona». Il  re dei rotocalchi corre a far festa anche allo strafottente padre Eligio. Va pieno di pentimento: «Sono anch’io colpevole delle ironie che perseguitarono una volta questo frate», quando si dimenava avvinto a baldi calciatori mostrando «i suoi slip di rosso acceso», o quando dissipava le offerte dei fessacchiotti negli allegri locali notturni milanesi tra musiche rock e bottiglie di champagne. ( «Lo bevo abitualmente», confidava, col culo d’una donnina piazzato sul suo saio, all’allibito fotografo di Panorama, «ma, si badi bene!, solo di marca Dom Perignon!», vale a dire della prestigiosa casa vinicola fondata da un domenicano). Il gaudente francescano di Cetona va incontro tutto pimpante al laico (si fa per dire) intervistatore, che confessa di provare, per l’emozione, «un groppo in gola». Che scena patetica! «Lo guardo, e con rimorso; ma mi prende a braccetto e andiamo a passeggiare nei vialetti, tra le siepi di bosso e di mirto». // Pressato dall’opinione pubblica, col pianto nel cuore P. nel ’69 toglie la pena di morte dal codice penale vaticano, tenendola però di riserva, in caso di attentato alla sua persona. Poco dopo, a Manila, un prete lo colpisce con una coltellata, ma P. resta «miracolosamente illeso » grazie alla… corazza d’acciaio indossata sotto la veste. Sembra che l’attentatore abbia fatto «pochi anni di carcere per il fatto che il Vaticano [non volendo sollevare vespai ndr] non si costituisce parte civile» (Rendina) Al prete di Manila è andata dunque assai meglio dello sventurato Farina, clamorosamente  perdonato da s. Carlo nel modo che sappiamo, e anche del giovane Alì, altrettanto clamorosamente perdonato con l’ergastolo e la segregazione perpetua (in assenza della pena di morte) dal Perdonatore Woitjla. Che in compenso nel ’96 a Parigi tanto si spolmonò, davanti a un’entusiastica folla oceanica, invitando i mariti afflitti da robuste corna a non badare più di tanto alle scappatelle delle mogli.

 

(403) Nel 1976 Paolo VI inaugura all’EUR la prima Mostra d’arte sacra, per misurare il grado d’irreversibile ottundimento mentale a cui la chiesa è riuscita acondurre il moderno tanto evoluto gregge. Tra le più prestigiose reliquie esposte, i trepidi fedeli hanno profondamente adorato uno dei santi prepuzî coronanti le punte dei tanti santissimi cazzi di Cristo. Veneratissimi anche uno degli otto piedi di Maria Maddalena, e uno dei superstiti quattro arti superiori di s. Antonio (due tuttora salameleccati a Padova, uno a Venezia ed uno a Lisbona). Consigliati per l’occasione devoti pellegrinaggî ad altri santuarî sparsi in tutt’Europa, dove sgranare rosarî su rosarî rimirando pettini, cinture, vesti, scarpe delle più varie forme e misure, nonché cospicue masse di capelli d’ogni colore e lunghezza, appartenuti alla sempre vergine in cielo nonché madre di almeno otto figli in terra. Molto raccomandata, da non lasciarsi assolutamente scappare: la chiesa di Saint Jean-Le-Grand, a Besanşon, che tuttora espone gli «originali e completi indumenti di Maria e Giuseppe», intessuti con preziosi broccati cinquecenteschi, dalle cui misure s’evince essere stata la Madonna alta circa tre metri e il suo santo sposo meno di uno, precisamente 88 centimetri. Calvino era sgomento per l’enorme quantità di latte sprizzato un po’ dovunque dalle mastodontiche mammelle mariane: «Non vi è città così piccola o convento così scadente in cui non si mostri il latte della Santa Vergine». Ma come potremmo ridere dell’ingenuità dei nostri gabbati antenati, se poi noi, tanto più evoluti, c’incolonniamo in chilometriche file per inginocchiarci ai piedi di centinaia di statue di gesso piangenti acqua, olio d’oliva, sangue maschile più o meno infetto e forse, in un futuro non lontano, del buon piscio caldo sulle nostre nostre stupide teste? Sono davvero così diversi gli odierni viterbesi che si stroncano la schiena sotto il mostruoso basamento, pesante 50 tonnellate, della torre di santa Rosa? o i pellegrini del santuario laziale del Divino Amore, che s’inerpicano ginocchioni su una lunghissima scalinata per strisciare ventre a terra ruotando attorno a grassi impettiti ecclesiastici, a leccare il lurido pavimento attorno ai loro altissimi tacchi? (RAI TRE, Doc. TV: Italiani come noi,18-2-95).

 

(404) Nel 1978 i brigatisti rossi, catturato il ministro democristiano Aldo Moro con un agguato alla sua scorta, si offrono di scambiarlo, minacciando d’ucciderlo in caso di rifiuto, con alcuni loro compagni incarcerati; ma cozzano contro un muro di no dei politici (eccetto Craxi). Dopo tanti altri inutili estenuanti tentativi, finalmente si rassegnano a chiedere la sola liberazione di Paola Bisuschio, una semplice affiliata assolutamente non compromessa in alcuna diretta violenza. Dopo tante altre cocciute ripulse governative, e dopo l’insolente intimazione radiofonica ringhiata da Paolo VI: «Liberate Moro! Senza condizioni!», il «grande amico del papa», un papa risoluto a non versare per lui una lira. E Moro poco dopo è ucciso. Corrisponde alla consolidata tradizione della chiesa lasciare che il limone laico, una volta spremuto, sia gettato, ormai inutilizzabile utile idiota, nella spazzatura. I sacri gangster, interessati a una sola cosa, rafforzare il proprio potere, non trovavano di meglio che mostrare i muscoli. Ed ecco la raggelante voce pontificia stridere in modo che non ammetteva repliche, per esasperare gli stanchi sequestratori fino a spingerli ad eliminare l’ostaggio. Infine, nel sistematico clima di occultamento del vero e di falsi pentimenti woitjliani, volti a imbellettare l’orribile grinzosissima faccia della chiesa, l’ex segretario di Moro, istigato dai preti, si mette a cianciare di un misterioso e tenebroso diabolico nemico che, pur d’imputare malvagiamente a Paolo VI la morte di Moro, avrebbe «perfino manipolato la lettera del Papa. Vi venne inserita la frase senza condizioni, con il che si riduceva il Papato a una mera funzione di propaganda». Prendendoci per incommensurabili coglioni, vogliono farci credere che l’onnisciente Vicedio, benché in ottima salute fisica e mentale, avrebbe letto lentamente il proprio manoscritto davanti ai microfoni, e scandendo ringhiosamente ogni sillaba, senza capire un’acca di ciò che diceva, senza nemmeno accorgersi delle macroscopiche contraffazioni che ne ribaltavano completamente il senso. E aggiungono, dopo venti anni di silenzio, sempre per bocca del pio segretario, che il bieco manipolatore insinuatosi, magicamente invisibile nonostante la sua corpulenza e la sua notorietà, in Vaticano e nientemeno che nel gabinetto segreto papale, altri non fosse che un celeberrimo docente universitario, grande statista e diplomatico statunitense: il sempre sorridenteKissinger, nostro fedele alleato caduto all’improvviso in preda a un satanico raptus di «opposizione e ostilità» nei confronti del romano pontefice (Corsera, 07-06-95). Pur di non perdersi un’occasione di beffarci, i pii papisti non esitano a dipingere come campione d’imbecillità (asino di natura chi non conosce la propria scrittura) persino un infallibile papa. Il luglio 1996, sfuggendo chissà come alla pretesca censura, il Corriere d. S. pubblica, sotto il titolo a tutta pagina (27) MONTINI NOSTRO AGENTE IN VATICANO, un interessante pezzo sui documenti autentici divulgati dalla CIA (e raccolti in Made in USA, le origini americane della Repubblica Italiana, Rizzoli Ed.), in merito all’attività spionistica del futuro Paolo VI e del card. Spellman, per incarico dell’angelico Pio XII. Il quale, mentre fulminava di scomunica i Russi, «popolo senza Dio», pungolando Hitler a sterminarli assieme agli Ebrei e facendo benedire sul sagrato del duomo di Milano dal card. Shuster i gagliardetti e le baionette fasciste, a nobile fine di lucro confabulava dietro le quinte col governo di Washington sul modo più efficace di pugnalarci vigliaccamente alla schiena. Dei principî che ispiravano la lotta tra le dittature e le democrazie, i sacri gangster se ne fottevano altissimamente. A loro premeva soltanto una cosa: non lasciarsi scappare il grosso business della vendita delle informazioni militari al migliore offerente, il più probabile vincitore. Bussarono quindi a molti soldi, consci dell’inestimabile valore in ogni guerra delle informazioni giacché, come diceva Wellington, «tutta l’arte bellica sta nello scoprire ciò che c’è dietro la collina, nell’accertare ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo».  Dopo la sconvolgente rivelazione della CIA, recepita dalle masse acefale nella più idiota apatia, solamente un lettore del Corriere, a firma Tesei, ha dato segno di vita dichiarandosi «angosciato profondamente come italiano e come cattolico», subito però amorevolmente soccorso da un altro dei tanti laici sui generis, Indro Montanelli, noto per la brillante superficialità, con quattro righe sullo stesso foglio (14-07-96) intitolate PAOLO VI AGENTE SEGRETO? SIAMO SERI! Esclamativo e battuta da oratorio di terz’ordine, che senza scorta della minima prova sanciscono, contro documenti inoppugnabili, l’innocenza del criminale strafottente Vicedio. Come se fosse una gran novità una chiesa che regolarmente, che immancabilmente calpesta i deboli e blandisce i forti! L’Ariosto, molto meno pagato ma molto più lucido di Montanelli, oggi sul papato così correggerebbe alcuni suoi celebri versi: «...mentre Benito e Adolfo ebber bonaccia, / mai non li abbandonò notte né giorno: / or che Fortuna per Washington piega, / egli col vincitor l’insegna spiega» (Orlando furioso, XV, 90). // Il pontificato di Paolo è pure contraddistinto dall’assegnamento, nel ‘68, del primo premio della Critica cattolica al vendutissimo romanzo Teorema di P. P. Pisolini. Evento clamoroso che segna una pietra miliare della storia chiesastica, perché mai prima Gesù era stato presentato sotto il profilo della sua attività sessuale e in una maniera tanto disinibita. Per il Tartuffe, che mostra l’astuto prete fottente la moglie e la figlia e fregante l’intero patrimonio a un ingenuo fedele, la chiesa si stracciò le vesti, gridò allo scandalo, urlò al sacrilegio, tuonò contro l’empio Molière, lo calunniò accusandolo d’incesto e ne reclamò il rogo. Ora invece esulta e porta alle stelle l’autore di un Nazzareno che riappare in carne ed ossa con tanto di giacca e cravatta, va ad installarsi, non invitato ospite, in una casa, vi mangia e vi beve a sbafo e, tra una scorpacciata e l’altra, fa martellare il suo cazzone tra le natiche di un’intera distinta famiglia milanese: padre, madre, figlio, figlia e serva sono tutti quanti, con loro piena soddisfazione, sodomizzati dal santissimo nonché divinissimo visitatore. Non meravigliamoci però noi, tanto più sciocchi dei nostri avi, se il clero, sostenuto da falangi di slinguazzanti pseudolaici, ormai può permettersi ogni e qualsiasi cosa. Se il papa non in modo metaforico, bensì effettivo, dalla sua bianca finestra protendesse su piazza S. Pietro il suo venerato deretano scaricandone tutto il poco raccomandabile contenuto sulla folla in visibilio, ora nessuno farebbe una piega. Ora i preti non sentono più nemmeno la necessità di camuffare le loro beffe e le loro mire materiali, al contrario di quando la gente era molto meno evoluta ma molto più accorta, molto più attenta a non farsi troppo sfacciatamente infinocchiare. Un tempo i sacri impostori dovevano camminare, per getter polvere negli occhi, a palpebre abbassate e collo torto. Oggi possono trattarci con la burbanza di don Mazzi e spernacchiarci del tutto impunemente, contando con assoluta sicurezza di mancata reazione sull’ebete passività di «una società nella quale si è molto ridotto l’anticlericalismo» (Mucci, Civiltà Cattolica, 1998).

 

(405) Giovanni Paolo I (Albino Luciani, di Forno di Canale, Belluno), molto popolare per la sua innata mitezza, spira nel 1978 a poche settimane dall’elezione, dopo aver ingerito, mentre riposava in perfetta salute, un caffè recatogli da una premurosa suora. Un’altra religiosa trovò poi una strana fialetta vuota sul pavimento presso il suo letto.

 

(406) Alle reiterate richieste di autopsia della salma pontificia avanzate, in considerazione degli avvelenamenti costellanti l’intera storia papale, da tutta la stampa internazionale, la curia romana, che nel 1958 aveva fatto per otto giorni sbudellare e imbalsamare Pio XII dall’archiatra pontificio (poi destituito per averne divulgati i raccapriccianti particolari), respinge col massimo sdegno, come cosa tassativamente vietata da Dio, ogni indagine e verifica fisica: «È sacrilegio anche solo sfiorare un capello di papa defunto!».